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TESI DI LAUREA DI MAURO CIOFFARI - III PARTE

2 - Il fenomeno del  suicidio giovanile e del fattore omosessualità.
Una questione ancora poco studiata dagli specialisti è quella del fattore omosessualità, maschile e femminile, all'interno del problema del suicidio giovanile.
Gli studiosi del suicidio, infatti, generalmente sono stati sempre riluttanti nell'accettare o dimostrare la teoria che le persone Gay, Lesbiche e Bisessuali (GLB) e specialmente i giovani GLB siano ad alto rischio per comportamento suicidiogeno rispetto alla controparte eterosessuale. Documenti di ricerca e articoli scientifici riguardanti questo specifico problema, infatti, hanno quasi sempre omesso la questione dell'orientamento sessuale. In Italia questo tipo di  riflessione non è ancora iniziata mentre interessanti approfondimenti provengono da Stati Uniti e Canada.
Fino al 1993 pochi professionisti nel settore della prevenzione del suicidio adolescenziale hanno considerato questo crescente dibattito. Garland e Zigler in American Psycologist, sono stati tra i primi a fare ricerche in tal senso e hanno analizzato la connessione diretta che esiste tra l'umiliazione e la frustrazione subita dagli adolescenti omosessuali e il comportamento suicidiogeno.
Un importante studio, inoltre, è quello condotto da Pierre J. Tremblay, The Gay, Lesbian, and Bisexual Factor in the Youth Suicide Problem,  presentato alla VI Conferenza annuale dell'associazione canadese per la prevenzione del suicidio il 25 aprile del 1995.
La ricerca di Tremblay evidenzia che nella storia dello studio del suicidio il fattore omosessualità raramente è stato preso in giusta considerazione. Ai professionisti che generalmente lavorano con i giovani (psicologi, insegnanti, educatori, ecc.) manca, infatti, la conoscenza e la comprensione per aiutare gli adolescenti "a rischio" e per offrire loro un significativo aiuto. A causa di questa carenza, sostiene Tremblay,  i problemi  di questi giovani rischiano di non trovare la soluzione adeguata e di essere esasperati. Il rapporto esistente tra tentativi di suicidio e orientamento sessuale di tipo omosessuale  è strettamente diretto e conosce una lunga storia presso la comunità gay e lesbica americana. A questo rapporto si ispira la ricerca di Tremblay.
Il primo studio scientifico a suggerire che le persone gay, lesbiche e bisessuali sono più a rischio per aver avuto problemi riguardanti il tentato suicidio, è stato portato avanti da Bell & Weinberg nel 1978 (1) sulla base di un campione di adulti bianchi, di neri, di maschi, di femmine, di omosessuali e di eterosessuali.
Il risultato di questa ricerca testimonia il fatto che per i maschi gay è 6 volte più probabile il tentato suicidio che per i maschi eterosessuali, mentre per le lesbiche è due volte più probabile che per le femmine eterosessuali.
E' stato anche evidenziato che il più alto rischio per il tentato suicidio si riscontra in età adolescenziale. Le figure 1-2-3 mostrano il tasso di suicidio dai 17 anni fino ai 20 e ai 25 anni,  rispettivamente per tutti i gruppi studiati, per giungere alla conclusione che all'età di 17, 20 e 25 anni i maschi gay hanno 16 volte, 13 volte e 6 volte più probabilità di tentare il suicidio rispetto alla controparte eterosessuale. I risultati di questa ricerca confermano, secondo  il canadese Pierre J. Tremblay, gli studi sui giovani omosessuali e bisessuali elaborati fin dai primi anni '70.
La soluzione suggerita dal ricercatore canadese parte da questi primi risultati e da quelli ottenuti più tardi dallo psicologo Christopher Bagley e si riferisce essenzialmente al momento della  prevenzione del disagio.
Bagley, psicologo della Facoltà del Lavoro Sociale all'Università di Calgary, nel 1994 in Child Abuse & Neglect (2) ha introdotto nuovi dati: studiando un campione di 750 maschi fra i 18 e i 27 anni ha notato che l'87,5% dei giovani maschi che hanno tentato il suicidio erano stati sessualmente abusati da bambini o erano omosessuali; 3 su 8 attentatori di suicidio nel campione Bagley erano gay o bisessuali.
I risultati raggiunti da questa ricerca hanno un notevole valore nel campo dello studio del suicidio, specialmente all'interno del dibattito teso a dimostrare che i giovani omosessuali e quelli bisessuali sono a più alto rischio di suicidio rispetto alla controparte eterosessuale. Grazie a Bagley, oggi, la maggior parte degli studiosi suggerisce che la presenza degli omosessuali e dei bisessuali, tra coloro che tentano il suicidio, possa essere più alta del 37,5% precedentemente riscontrato. Pierre J. Tremblay ritiene che, essendo il campione di Bagley "limitato", si sia verificata una sotto-rappresentazione della popolazione "a rischio". Il campionamento di Bagley, infatti, è stato eseguito servendosi dell'elenco telefonico della città di Calgary. Questo approccio implica che i soggetti presi in considerazione stessero generalmente  vivendo vite stabili. Sono stati involontariamente esclusi i giovani "di strada", quelli che vivono nel sistema carcerario, ecc.
Gli studi condotti da Bradford & Caitland si concentrano sul fenomeno del tentato suicidio che riguarda le femmine lesbiche. Anche in questo caso i dati rilevati (figure 4-5) suggeriscono che il tasso dei suicidi di giovani lesbiche e bisessuali femmine siano paragonabili, e perfino più elevati, di quelli dei giovani gay e bisessuali maschi. Saunders & Valente (3) sostengono che l'evidenza empirica e la teoria di Emile Durkeim del suicidio anomico (mancanza di leggi o di organizzazione sociale che favorisce il fenomeno dei suicidi) possano dimostrare la tesi per cui gay e lesbiche sono ad un più alto rischio per quanto riguarda il suicidio. Quando l'anomia è combinata con alti livelli di stress possono aumentare i casi di suicidio.
Come molti autori hanno affermato, e tra questi Martin A.D. e Hetrick E.S. (4), lo sviluppo dell'identità gay e lesbica avviene in un contesto di infamia  nel quale l'adolescente omosessuale avverte la sensazione di essere diverso/a dai propri simili. Questi giovani, fin dall'infanzia, sono stati esposti  all'omofobia della larga parte della cultura e  hanno appreso, come osservano  Hetrick e Martin,  che "sentimenti di tipo omosessuale possono collocare l'individuo in un gruppo svalutato" (5). La stigmatizzazione sociale produce il nascondimento, spesso l'isolamento e a volte tentativi di cambiare il proprio orientamento sessuale. Tanney B. (6) ha osservato come questa forma di disagio sia strettamente legata, soprattutto nei più giovani, a depressione, abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti, assenze ingiustificate da scuola o dal posto di lavoro, ecc.. L'uso di alcol e di droghe per gay e lesbiche è, infatti, multifunzionale: allevia l'ansia causata dalla necessità di nascondere la propria identità; aiuta a scaricare gli impulsi sessuali in maniera più confortevole; diminuisce la depressione e la dissonanza generate dalla scoperta della propria identità sessuale; agisce come antidoto al dolore dell'esclusione, della ridicolizzazione e del rigetto della famiglia e del gruppo dei coetanei; fornisce un senso di potere e auto stima necessario a contrastare il senso giovanile dell'essere svalutati, e infine offre un senso alla ricerca dell'identità e alla mancanza di lusinghe quotidiane.
La soluzione a questo drammatico problema è complessa e richiede la collaborazione di docenti, educatori, professionisti e genitori. Pierre J. Tremblay sostiene che molti professionisti di salute mentale non abbiano avuto un'educazione alla sessualità in genere e all'omosessualità in particolare. L'omofobia della nostra società, il pregiudizio e l'intolleranza condizionano sensibilmente l'insegnamento delle professioni per la salute mentale e rendono problematici gli sforzi di prevenzione del disagio delle persone glb. Generalmente, medici e psicologi impegnati nella prevenzione del suicidio sembrano non considerare l'esistenza delle persone gay, lesbiche e bisessuali in generale, e dei giovani gay, delle giovani lesbiche e dei giovani bisessuali in particolare. Questa situazione è stata definita da Tremblay come "micidiale". Una situazione del genere, è evidente, non può che inasprire il problema dei giovani attentatori di suicidio poiché niente è più controproducente che ignorare un gruppo umano fortemente coinvolto in un problema, ignorare i suoi bisogni e creare servizi sociali inadeguati. Per aiutare questi soggetti, dunque, è necessario identificarli in quanto giovani gay, lesbiche e bisessuali. Questo processo di individuazione, spesso, si scontra con il silenzio, il nascondimento e la negazione di se stessi che i giovani glb attuano a difesa della propria identità negata. Comunemente, infatti, questi giovani non vogliono esperire la disapprovazione del terapeuta, del docente, dell'educatore o del genitore. Credo sia fondamentale che tutti i professionisti, chiamati a dare una soluzione a questo problema complesso, siano istruiti e formati appositamente.
I giovani attentatori di suicidio dovrebbero essere aiutati molto prima che raggiungano lo stato di disperazione. Una soluzione a questo problema sarebbe quella di porre fine alla società omofobica e intollerante. Gli sforzi, quindi, devono includere la capacità di trattare temi come l'omosessualità dove la stessa sessualità rappresenta ancora un tabù. L'esistenza di giovani omosessuali e il risaputo e verificato alto rischio di suicidio, causato da problemi socialmente inflitti, devono essere riconosciuti e giustamente considerati. Rimangono molti lavori di ricerca da svolgere nello studio del suicidio e del fattore orientamento sessuale ed è necessario comprendere che le forme di tabù sulla sessualità umana hanno un'implicazione del 90% nei problemi del suicidio (soprattutto giovanile).
Prima di analizzare alcune esperienze condotte in scuole secondarie superiori in relazione alla prevenzione del disagio giovanile causato dall'orientamento sessuale di tipo omosessuale, cercherò di chiarire meglio il significato del sostantivo omosessuale servendomi soprattutto degli studi condotti dallo psichiatra e psicanalista americano Richard A. Isay, professore di clinica psicghiatrica al Cornell Medical College e vicepresidente della National Lesbian and Gay Health Foundation degli Stati Uniti.

Note:
(1) Bell A., Weinberg M.S., Sexual Preference: Statistical Appendix, , Hammersmith S.K., Indiana University Press, Bloomington, III, 1981.
(2) Bagley C., Wood M, Young L., Victim to abuser: mental health and behaviour sequels of child sexual abuse in survey of young adult males, in Child Abuse & Neglect 1994, 18 (8), pp.683-697.
(3) Saunders J.M., Valente S.M., Suicide risk among gay men and lesbians: a review. Death Studies, 1987, 11, pp.1-23.
(4) Martin A.D. e Hetrick E.S., The stigmatization of the gay and lesbian adolescent, in Journal of Homosexuality 1988; 15(1/2), pp.163-183.
(5) ibidem, pp.163-183.
(6) Tanney B., Suicide prevention in Canada: a national perspective highlighting progress and problems. Suicide and Life-Threatening Behaviour, 1995, 25(1), pp.105-122.

3 - Cos’è  l’omosessualità.
E’ opportuno prestare particolare attenzione  nella scelta e nell’uso delle parole. Il sostantivo omosessuale benché abbia una connotazione vagamente clinica resta il più neutro  che si possa avere  a disposizione.
 Le donne e gli uomini omosessuali (1) hanno una attrazione erotica predominante nei confronti di persone dello stesso sesso, ma poiché spesso la pressione esercitata dalla società può inibire il comportamento  sessuale di un individuo,  “una donna o un uomo non hanno necessariamente  bisogno di praticare l’attività sessuale (con persone dello stesso sesso) per essere  omosessuali” (2). Possono essere considerati tali, infatti, anche coloro i quali sono incapaci di accettare di essere gay o addirittura coloro che, non avendo un accesso conscio alle loro fantasie omoerotiche,  le reprimono o le negano rimuovendole.
La fantasia sessuale, sia essa eterosessuale che omosessuale, resta quindi la caratteristica più appropriata per definire l’orientamento sessuale di un individuo.  La predominanza di fantasie sessuali di tipo omosessuale può essere considerata come conferma di una tendenza verso l’orientamento omosessuale di una persona, come del resto la prevalenza di fantasie sessuali a carattere eterosessuale può essere considerata come testimonianza di un orientamento di tipo eterosessuale.
Una volta appurato, per linee generali, cosa sia l’omosessualità resta da vedere se essa sia da considerarsi una patologia del comportamento sessuale oppure una semplice variante non patologica della sessualità umana.
Nel 1935 Sigmund Freud in una lettera ad una madre di un giovane omosessuale scrisse: “L’omosessualità non è certo un vantaggio, ma non è nulla di vergognoso, non è un vizio né una degradazione, e non può essere classificata come malattia […]. E’ una grande ingiustizia e anche una crudeltà perseguitare l’omosessualità come un crimine” (3).
Meno noto è l’appello al Reichstag che Freud, nel 1930, firmò per l’abrogazione di quella parte del codice penale tedesco che, dal 1871, considerava i rapporti omosessuali come un crimine. L’appello, sottoscritto anche da Arthur Schnitzler, da Stefan Zweig e da Jakob Wassermann, sosteneva che “nel corso di tutta la storia e tra tutti i popoli l’omosessualità è sempre esistita […]. L’inclinazione sessuale degli omosessuali gli è tanto propria quanto lo è quella degli eterosessuali […]. Questa legge rappresenta quindi una gravissima violazione dei diritti umani in quanto non riconosce agli omosessuali la loro propria sessualità anche se gli interessi dei terzi non sono violati […]. Gli omosessuali devono adempiere agli stessi doveri civili come chiunque altro. In nome della giustizia chiediamo che i legislatori riconoscano loro gli stessi diritti civili abrogando la legge in questione” (4).
Il 17 Dicembre del  1963, a trent’anni dall’appello di Freud, sul New York Times vennero citati due psicoanalisti americani: Irvin Bieber, che aveva effettuato un ampio studio sugli omosessuali  (5), e Charles Socarides, che ancora  oggi scrive sugli omosessuali. Il primo veniva ricordato dal giornale per aver dichiarato di “non approvare il tentativo compiuto dagli omosessuali  organizzati di promuovere l’idea che essi non rappresenterebbero altro che un’ulteriore minoranza, in quanto il loro stato di minoranza è basato sulla malattia” ; il secondo analista veniva citato per aver detto: “L’omosessuale è malato, e qualsiasi cosa che tenda a mascherare tale evidenza riduce le sue possibilità di cercare e di ottenere una cura […]" (6).
In sostanza Irving Bieber e Charles Socarides, riassumevano quella convinzione che oggi continua ad incidere pesantemente sul pensiero e sulla pratica della comunità psicoanalitica americana: uno sviluppo normale e senza ostacoli dell’individuo deve condurre necessariamente alla espressione dell’eterosessualità. L’omosessualità,  secondo  questa  teoria diametralmente opposta a quella di Freud,  è causata  da  gravi  disturbi  evolutivi  precoci.
Si può ritenere che questa posizione, tendente ad incoraggiare negli omosessuali un comportamento socialmente accettabile e quindi eterosessuale, “sia un’espressione del pregiudizio sociale della collettività in cui gli psicoanalisti vivono e lavorano” (7), ma non ritengo sufficiente questa spiegazione. Credo sia opportuno soffermarsi a riflettere sulle motivazioni e giustificazioni di questa teoria. A tal fine le osservazioni di Isay possono essere utili. In primo luogo, sostiene lo psichiatra e psicanalista americano, possiamo notare che, nata come movimento radicale, elemento di rottura nei confronti della scienza tradizionale e ufficiale, la psicoanalisi ha gradualmente perso l'effetto dirompente e antischematico delle origini. Ma come si è evoluto il pregiudizio all’interno della comunità scientifica americana?
Tornati in patria dopo la  Seconda guerra mondiale, numerosi analisti americani divennero influenti nei dipartimenti di psichiatria degli Stati Uniti e aquisirono un prestigio non indifferente nella comunità scientifica internazionale. Durante l’era McCarthy essi furono molto cauti nel perseguire i loro interessi intellettuali ed anche gli psicoanalisti europei, i quali durante la guerra si erano rifugiati negli Stati Uniti, si allinearono alla loro politica tesa a far si che la psicoanalisi si legasse sempre più alla medicina. Fu così che, secondo Richard Isay, “la psicoanalisi americana venne consegnata alla ortodossia e alla conformità sociale” (8). Secondo Isay oggi è opportuno nell’analisi della condizione omosessuale, ripartire dalle posizioni di Freud. Il fondatore della psicoanalisi, già nel 1905 nei Tre saggi sulla teoria sessuale, descrivendo le cause ambientali e sociali dell’omosessualità non perse mai di vista l’importanza dei fattori biologici.
In  Psicologia delle masse e analisi dell’Io del 1921 citò come determinanti ambientali dell’orientamento omosessuale l’attaccamento alla madre, il narcisismo, la paura della castrazione, la gelosia per i fratelli maggiori e l’assenza di un padre forte,  ma nei Tre saggi sulla teoria sessuale affermò: ”Ci si domanda se le molteplici influenze accidentali bastino a spiegare l’acquisizione (dell’omosessualità) senza che non debba esservi nell’individuo qualcosa che ad essa è disposto […]. Negare che agisca quest’ultimo fattore è impossibile” (9).
Freud menzionò e analizzò, quindi, sia i fattori ambientali che quelli innati o biologici. In Psicogenesi di un caso di omosessualità maschile del 1920 sostenne inoltre  che “in ognuno di noi attraverso tutta la vita la libido normalmente oscilla tra l’oggetto maschile e quello femminile” (10).
In sostanza il fondatore della psicoanalisi sostenne la presenza in ogni individuo di pulsioni sessuali di entrambe i tipi (maschile e femminile) e indicava nella società e nella morale dominante le cause della rimozione delle tendenze sessuali di tipo omosessuale.
Negli anni cinquanta negli Stati Uniti a suffragare questa tesi furono i famosi studi dello psicologo Alfred Kinsey pubblicati nel 1948 a Philadelphia dalla W.B.Saunders Company con il titolo di Sexual behavior in human male. Studiando il comportamento sessuale di circa cinquemila uomini americani bianchi trovò che  il 4% della popolazione adulta bianca maschile è costituita da soggetti che, a partire dall’adolescenza, sono per tutta la loro vita esclusivamente omosessuali e che circa il 10% della popolazione maschile totale è esclusivamente omosessuale per almeno tre anni nell’arco di età compreso tra i sedici e i sessantacinque anni.
Altre ricerche europee riferiscono di una incidenza del fenomeno analoga. Basta citare per esempio gli studi condotti da Judd Marmor e pubblicati a Baltimore nel 1975 sui Text book of Psychatry,(II p.1511) da Williams e Wilkins.
Le ricerche di Clellan Ford e Frank Beach dimostrano che, nella maggior parte delle settantasei società studiate  da loro, le pratiche di tipo omosessuale sono considerate o socialmente accettabili o consuetudinarie. “Alcuni comportamenti omosessuali sono presenti in moltissime società umane. Questi tendono ad essere più comuni nell’adolescenza piuttosto che nell’età adulta e sembrano essere più frequenti tra gli uomini che tra le donne […]. Comunque anche nelle società che limitano severamente le tendenze omosessuali, alcuni individui manifestano ugualmente il comportamento omosessuale […]. Nelle società che, a differenza della nostra, prevedono ruoli omosessuali socialmente accettati, un certo numero di individui, in prevalenza uomini, scelgono di manifestare varie modalità di comportamento omosessuale” (11).
Da queste ricerche emerge, ovviamente, che nelle società occidentali, influenzate da una concezione morale di tipo giudaico-cristiana, l’omosessualità è stata appena tollerata se non addirittura dichiarata illegale. Basti pensare, come ho già ricordato, che in Gran Bretagna sino alla fine degli anni Cinquanta severe sanzioni penali erano previste per gli omosessuali. Solo nel 1954 il Wolfenden Commitee, costituito dalla Camera dei Lord per studiare queste leggi discriminatorie, cominciò a mettere in dubbio la convinzione che l’omosessualità fosse una malattia e potesse essere perseguita penalmente. Il Rapporto stilato nel 1957 da questo Comitato sottolineò che “la condizione omosessuale può essere compatibile con uno stato di piena salute mentale” (12). Incoraggiata da questi studi e dalle esortazioni di psichiatri come Judd Marmor, nel 1973 l’American Psychiatric Association decise di derubricare l’omosessualità dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi psichiatrici (13).
La psicoanalisi, soprattutto negli Stati Uniti, rimane invece ancora oggi legata alla convinzione che l’omosessualità sia comunque patologica. L’omosessualità è considerata, dalla maggioranza degli psicoanalisti statunitensi, come una forma di sessualità perversa e deviante in quanto i gay, per esempio, non raggiungono il teorico punto finale di sviluppo “normale” che consiste nella risoluzione del complesso di Edipo, ossia nel desiderare una donna come la madre attraverso l’identificazione con il proprio padre.
Dopo la morte di Freud  gli psicoanalisti optarono per la soluzione che vedeva nell’omosessualità una forma patologica. Il primo a criticare la teoria di Freud, sull’origine e sulla natura dell’omosessualità, fu Sàndor Rado (14), che considerò l’idea di una bisessualità genetica come incongruente dal punto di vista biologico e di scarsa utilità per la ricerca. Rado riteneva che l’omosessualità maschile fosse la risposta fobica di un uomo che è reso impotente dall’ansia provocatagli dalla figura materna e successivamente dalla paura di tutte le donne, e che perciò utilizza delle “forme aberranti per soddisfare il suo normale appetito genitale” (15).
Attualmente sta emergendo, anche grazie allo  psichiatra e psicoanalista Richard Isay, una nuova scuola di pensiero. Da venti anni impegnato in un lavoro clinico con persone gay, Isay  è apertamente  contrario alle conclusioni alle quali era giunto negli anni Sessanta lo psicoanalista Sàndor Rado. Isay sostiene, infatti, che “l’omosessualità sia una variante non patologica della sessualità umana” e dichiara di non aver rilevato nei suoi pazienti gay una maggiore psicopatologia che nei suoi pazienti eterosessuali. Rispondendo proprio alla tesi di Rado, Isay osserva, inoltre,  che “le relazioni anomale precoci degli omosessuali con le proprie madri descritte dalla maggior parte degli analisti sembrano essere più caratteristiche di quegli uomini che sono insoddisfatti della loro sessualità piuttosto che dei gay in generale” (16).
Richard Isay è giunto alla conclusione che la persona omosessuale ha un’identità psichica integrata, matura e suscettibile alla patologia né più né meno della persona eterosessuale, e che ogni tentativo di modificare l’orientamento sessuale ha conseguenze dolorose e dannose per l’individuo e la società.
Isay affronta il problema della scelta personale nello sviluppo arrivando a sostenere che  l’omosessualità sia più propriamente classificabile come orientamento che come scelta o preferenza.
Isay in Essere omosessuali, frutto della sua esperienza ventennale di psicoterapie con uomini gay, confuta la tradizionale teoria psicoanalitica enunciata  anche dallo psicologo Richard Green (17) che sostiene che un uomo non possa essere omosessuale senza anche essere o sentirsi effeminato. Una forte identificazione con la madre può verificarsi durante i primi due o tre anni di vita  nello sviluppo di quei bambini la cui madre non riesce a renderli indipendenti da lei o anche laddove un padre è incapace di aiutare il bambino a disidentificarsi dalla madre durante questa fase di unione e di attaccamento a lei (18). Questa precoce identificazione può avere come conseguenza un disturbo nella percezione della propria mascolinità ma, secondo Isay, le madri o i padri che inibiscono lo sviluppo dei propri figli in questo modo non sono soltanto quelli che hanno dei figli gay. Isay sostiene che non si dovrebbe concludere, dagli studi di Green, che  necessariamente la maggior parte dei gay sia effeminata nel corso dell’infanzia o che l’origine dell’omosessualità sia legata ad una mancanza di mascolinità.
 Altro è, secondo Isay, il comportamento esagerato o “camp” con cui alcuni gay adulti amano divertirsi. Questo comportamento non ha un legame causale con lo sviluppo del loro orientamento sessuale. Tale comportamento contiene, per Isay, “gradi variabili di autoironia che ha lo scopo di sottolineare le etichette sessuali convenzionali. Nella nostra società un gay è definito effeminato semplicemente perché desidera o ama altri uomini. Ed è proprio l’arrabbiato riconoscimento e ostentamento di questo stereotipo culturale che in gran parte giustifica un atteggiamento “camp”, e non invece un disturbo dell’identità sessuale” (19).
Isay, a conclusione delle sue ricerche, mette in discussione l’influenza dei soli fattori ambientali e culturali nel manifestarsi dell’orientamento sessuale di tipo omosessuale e attribuisce all’aspetto costituzionale piuttosto che a quello ambientale una importanza  fondamentale. “Certamente, ci può essere una gerarchia di fattori ambientali che, più o meno precocemente fanno si che si manifesti la predisposizione per l’omosessualità. Comunque, la mia esperienza clinica indica che, mentre l’ambiente circostante ha un’influenza notevole sul modo in cui la sessualità viene espressa, ha invece una minima influenza sull’orientamento sessuale” (20).
 Isay, per suffragare la tesi dell’esistenza di prove empiriche sulla base biologica dell’omosessualità, prende in considerazione anche la teoria di Simon LeVay (21) sulla differenza nei nuclei dell’ipotalamo anteriore tra un campione di eterosessuali e e uno di omosessuali morti di Aids. Sostiene che lo studio, sebbene abbia bisogno di essere ripetuto con un diverso campione di gay sani, indica però l’esistenza di una base biologica dell’omosessualità maschile.
Uno studio di Richard Phillard e James Weinrich (22), preso come esempio da Isay, ha inoltre dimostrato che i gay hanno più fratelli omosessuali o bisessuali (22%) degli eterosessuali (4%). Questi risultati  possono far ritenere che l’omosessualità negli uomini sia costituzionale ed ereditaria.
Un’enfasi sui fattori biologico-ereditari è anche compatibile con la teoria di Gary Mihalik che afferma l’esistenza di una tendenza evolutiva verso una maggiore flessibilità e diversità della sessualità umana (23).
Alla luce di queste teorie sarebbe interessante fare il punto della situazione ed analizzare gli atteggiamenti reali e auspicabili della società nei confronti della minoranza omosessuale.
La causa dell’omosessualità resta un grande enigma: è probabile che si tratti di un insieme di fattori genetici e di qualcosa che si sviluppa già nell’infanzia (prima dei cinque o sei anni) come sostiene ormai la maggioranza della comunità scientifica ed intellettuale . Tuttavia queste argomentazioni possono essere considerate irrilevanti ai fini della discussione che seguirà.
Premessa necessaria alle successive riflessioni è il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi la condizione omosessuale è involontaria quanto quella eterosessuale: si tratta di un orientamento evidente fin dall’inizio della formazione dell’identità affettiva.
Ciò che mi propongo di fare, quindi, è di definire il possibile contributo che le istituzioni scolastiche possono offrire per l'abbattimento del pregiudizio e dell'intolleranza attraverso l'analisi di esperienze già svolte in alcune scuole secondarie superiori.

Note :
(1) “Omosessuale” è un termine medico che ebbe origine nel XIX secolo. La parola provenzale “gai” precedette probabilmente di sei secoli quella di “omosessuale”. Si veda John Boswell (1980) Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. Trad. it. Leonardo Editore, Milano 1989, p.63.
(2) Richard A. Isay , Essere omosessuali. Omosessualità maschile e sviluppo psichico. Raffaello Cortina Editore, Milano 1996, p.9.
(3) Sigmund Freud (1935), Lettera a Mrs. N.N. Cit. in : Ernst Jones (1953) Vita e opere di Freud. Traduzione italiana Il Saggiatore, Milano 1995, vol.3, pp.236-237.
(4) Questo appello è ristampato nella traduzione di Herbert Spiers e Michael Lynch (1977) in The gay rights Freud, Body Politic,33, pp.8-18.
(5) Irving Bieber (1962), Omosessualità, Taduzione italiana, Il Pensiero scientifico, Roma 1977.
(6) New York Times, 17 dicembre 1963, p.33. L’analista Edmund Bergler ricordò anche che preferiva mantenere le restrizioni legali contro l’omosessualità nella speranza di incoraggiare un adattamento eterosessuale.
(7) Richard A. Isay, cit., p.4.
(8) Richard A. Isay , cit., p.5.
(9) Sigmund Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, Boringhieri, Torino 1967-1980, vol.10, p. 456.
(10) Sigmund Freud, The psychogenesis of a case of female homosexuality, in The international Journal of Psycho-analysis, 1920, vol.I, n.2, p.125.
(11) Clellan Ford, Frank Beach, Patterns of Sexual Behaviour. Harper and Brothers, New York 1951, p. 143.
(12) Wolfenden Report (1957), Great Britain Committee on Homosexual and Prostitution. Ed. americana  autorizzata Stein and Day, New York 1963.
(13) American Psychiatric Association (1980), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-III). Traduzione italiana Masson, Milano 1983.
(14) Sàndor Rado, A critical examination of the concept of bisexuality, Psychosomatic Medicine 1940, 2, pp.459-467.
(15) Sàndor Rado, A critical examination of the concept of bisexuality, in Marmor. Basic Books, New York, p.186.
(16) Richard A. Isay , cit., p.14.
(17) Richard Green, The Sissy Boy Syndrome and the development of homosexuality.Yale University Press, New Haven 1987.
(18) Si vedano Ralph Greenson, Dis-identifyng from mother in International Journal of Psycho-Analysis ,1968, 49, pp.370-374; Robert Stoller, Boyhood gender aberrations:treatment issues, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 1978, 26,3, pp.541-558.
(19) Richard A. Isay , cit., p.19.
(20) Richard A. Isay , cit., p.19.
(21) Simon LeVay, A difference in the hipothalamic structure between heterosexual and homosexual men, in Science, 1991, 253, pp.1034-1037.
(22) Richard Pillard, James Weinrich, Evidence of familar nature of male homosexuality, in Archives of Generasl Psychiatry, 1986, 43, pp.808-812.
(23) Gary Mihalik, Sexuality and gender: an evolutionary perspective, in Psychiatric Annals, 1988, 18, pp.40-42.

4 - Analisi del video "Nessuno uguale".
Appare interessante il percorso seguito nella realizzazione del video "Nessuno uguale - adolescenti e omosessualità" (1). Rivolto agli educatori, agli insegnanti, ai genitori, ma anche ai ragazzi, questo documento audiovisivo, realizzato nel 1998 dal regista Claudio Cipelletti, dal dott. Roberto del Favero, psicoterapeuta e counselor, e dalla dott.ssa Stefania Zaccherini Marangoni, registra accuratamente l'atteggiamento esistente tra gli adolescenti nei confronti dell'omosessualità. Come sostiene Gustavo Pietropolli Charmet, nell'introduzione al breve volume che accompagna il video, "lo spettatore non può non derivarne la certezza affettiva che i tempi sono maturi per affrontare apertamente la questione nelle scuole e nell'associazionismo giovanile sportivo e culturale" (2).
Come correttamente osserva Daniela Benelli (assessore alla Cultura della Provincia di Milano) un presupposto accompagna questo video prodotto dalla Provincia di Milano - Settore Cultura e dall'Agedo (associazione genitori, parenti e amici di omosessuali): "non è solo un invito alla tolleranza, ma l'idea che ad ogni individuo si  debba dare la possibilità di sviluppare liberamente e pienamente la propria individualità e identità, sessuale o omosessuale, ma soprattutto identità tout court, che è il problema centrale dell'adolescenza. Penso che la possibilità della libertà individuale sia il presupposto perché una società possa svilupparsi liberamente" (3).
Nessuno uguale è un documentario girato con ragazze e ragazzi eterosessuali e omosessuali di alcune scuole superiori di Milano e rappresenta un utile strumento di informazione e aggiornamento rivolto ai genitori, agli insegnanti e agli educatori.
Il silenzio che accompagna il vissuto di tanti adolescenti omosessuali e la loro esperienza scolastica, lungi dal sortire un effetto educativo, si carica di un giudizio di valore negativo. Conseguenza della trasmissione di questo messaggio è che gli adolescenti, e non solo loro, non si fidano di esprimere neanche il minimo interesse o la più moderata tolleranza per l'argomento, in quanto temono di essere giudicati per questo dagli adulti o dal gruppo dei pari.
"Molta della omofobia espressa", osserva Claudio Cipelletti, "dipende dal timore di esporsi con opinioni difformi. Ciò nondimeno nella realtà la questione esiste, e ogni ragazzo viene in contatto continuo con l'argomento, o con le persone omosessuali, e anche questo traspare con evidenza dalle risposte dei ragazzi" (4). Il video, diviso in quattro sezioni, è stato anticipato da un lungo lavoro di preparazione condotto con gli esperti e con il regista e dalla costituzione di un gruppo misto, adolescenti omosessuali ed eterosessuali, che ne rappresenta il punto di forza.
La scelta di ripresa di primi e primissimi piani corrisponde alla volontà, degli autori e del regista, di realizzare colloqui viso a viso nei quali, se ci si può sottrarre a qualche parola, non si può eludere l'espressione del volto degli adolescenti che intervengono. Una rapida rassegna iniziale è dedicata a delle interviste filmate all'esterno di alcune scuole secondarie superiori di Milano. I tre istituti, volutamente molto diversi tra di loro, sono un Liceo classico, un Liceo Scientifico e un Istituto Tecnico. Al termine di questa intervista una voce fuori campo introduce alla prima delle quattro parti in cui è suddiviso questo film. "Forse un giorno non esisteranno più termini spregiativi per definire le diverse identità delle persone, ma oggi questi termini esistono e rappresentano motivo di giudizio e di censura. Gli adolescenti omosessuali devono ancora raccontarci la fatica e il dolore di costruire in solitudine una identità non prevista dalla società in cui vivono. Abbiamo girato questo documentario", prosegue la voce fuori campo, "per ascoltare la loro voce e per sperimentare  cosa succede quando un gruppo di studenti delle scuole superiori incontra un gruppo di coetanei e di coetanee apertamente gay e lesbiche. Anche se molti genitori ed educatori non vedono validi motivi per parlare di omosessualità a scuola, gli insegnanti e gli esperti che ci hanno sostenuto in questa esperienza sono convinti che parlarne adeguatamente sia un'opportunità nell'educare i ragazzi alla consapevolezza di sé, all'ascolto e al rispetto per tutti" (5).
Il film segue un doppio percorso: da un lato il racconto a più voci di ragazze e di ragazzi omosessuali che raccontano le loro esperienze personali e il loro "coming out" (venir fuori, raccontarsi ad amici o parenti), dall'altro lato l'esperienza di un gruppo di adolescenti, formato da studentesse e studenti di tre scuole secondarie superiori di Milano, che si incontrano per due giorni tutti insieme con le coetanee e i coetanei omosessuali. Questa doppia struttura è caratterizzata da quattro momenti, sottolineati da quattro titoli:
1- "Credevo di essere l'unico sulla terra". Questa prima parte del film è caratterizzata dai racconti delle giovani lesbiche e dei giovani gay nel momento del loro massimo isolamento: i primi innamoramenti durante gli anni della scuola media inferiore, la consapevolezza della propria identità e del silenzio che accompagna questa "scoperta". Queste testimonianze sono condotte individualmente, senza alcun contesto di gruppo, proprio per sottolineare la solitudine che accompagna la scoperta e la definizione dell'orientamento sessuale di tipo omosessuale.  Margherita, una delle ragazze lesbiche che ha preso parte agli incontri organizzati dal dott. Del Favero, nel corso dell'intervista ricorda che "è talmente forte il condizionamento culturale, che ti può capitare per anni di percepirti, nonostante i tuoi innamoramenti, come qualcosa di staccato rispetto a questa categoria di omosessuali di cui gli altri ti parlano, generalmente in termini negativi" (6). Poco dopo aggiunge: "era come se nella mia testa non ci fosse il concetto. Non riuscivo ad inquadrare quello che mi succedeva in nessuno dei modelli che vedevo intorno. E quindi l'unica cosa che mi veniva in mente era che ero sbagliata e che avrei dovuto essere un uomo perché per sposare lei dovevo essere un uomo. Questo ha creato una serie di conseguenze devastanti in me: dal senso di inadeguatezza all'odio autodistruttivo. Solo quando ho capito che oltre alla donna che ama l'uomo c'era un'altra possibilità, c'è stata la svolta. Allora ho smesso di sentirmi inadeguata, e questo meccanismo autodistruttivo di disistima è finito" (7). Parallelamente, nel gruppo-scuola, gli studenti eterosessuali si incontrano per la prima volta e aprono un dibattito dove le persone omosessuali sono ancora assenti. Nonostante i toni animati, le opinioni diverse e i lavori proposti dalla conduttrice, la dott.ssa Stefania Zaccherini Marangoni (insegnante ed esperta di formazione), gli studenti possono  riflettere e interrogarsi sulla concezione di normalità che hanno. Nel secondo giorno entrano a far parte del gruppo lesbiche e gay. Il lavoro prosegue come un vero e proprio gruppo di incontro sotto la conduzione dello psicologo Roberto Del Favero. Questo incontro consapevole  è un'opportunità inedita per molti degli studenti.
2- "Ho incontrato altri marziani come me". Questa seconda parte del documento audiovisivo è dedicata alle ragazze lesbiche e ai ragazzi gay i quali raccontano come, dopo anni di solitudine e di isolamento, hanno trovato il coraggio di confrontarsi con altre persone omosessuali. "Quando tu hai quindici anni", osserva Marco, "desideri conoscere altri ragazzi che hanno la tua stessa età e vivano la tua stessa condizione. Ma questo non è possibile, perché devi nasconderti. Così se non hai vissuto una socialità gay, è un pezzo che tu hai perso, e che non puoi riconquistare" (8). La riflessione di Luca contribuisce a chiarire l'importanza che assume per un adolescente il sentirsi parte di un gruppo: "La prima volta che mi sono trovato insieme ad altri gay", ricorda Luca, "è stato alla festa di strada omosessuale di Monaco dove c'erano centinaia e centinaia di persone omosessuali, e io ho provato una sensazione stupenda di appartenenza, di avere trovato altri marziani come me. E' stata una sensazione bellissima che non dimenticherò mai. La strada si è riempita di persone che ballavano un valzer, accoppiati uomini con uomini e donne con donne. Poi c'erano delle coppie lesbiche con dei bambini… mi sembrava di essere in paradiso" (9). Nel gruppo-scuola, parallelamente, il confronto gay-etero apre un nuovo livello di comunicazione. "Se ti guardo negli occhi", dice una ragazza, "posso cominciare a conoscerti, superando ciò che urta la mia mente quando ti sento parlare". Queste parole vengono pronunciate da una ragazza lesbica e ritengo che rappresentino un  passaggio importante nel cambiamento di clima del gruppo. Dalla sospensione del giudizio, infatti, comincia a nascere l'opportunità dell'ascolto. I racconti dei ragazzi omosessuali incoraggiano gli eterosessuali ad "aprirsi" al confronto e a parlare di sé, abbandonando gradualmente la posizione di scontro ideologico.
3- "Se mi accettate, bene". In questa terza parte, le ragazze lesbiche e i ragazzi gay, oramai più sicuri di sé, raccontano di quando lo hanno detto in famiglia. Diverse sono le esperienze raccontate. Tra le più significative c'è quella di Emanuele: "Mio padre l'ha scoperto… facendomi pedinare! Poi ho voluto parlagliene, ma quando gliel'ho detto lui è scoppiato a ridere. E dopo questo attacco isterico non l'ha presa molto seriamente. L'ha sempre considerato come un raffreddore, qualcosa che ti viene e poi guarisce in un paio di settimane" (10). Altrettanto utile è la testimonianza di Massimo: "La prima cosa che mi disse fu "tu mi devi fare un favore, io sono tua madre e non ti tradirò, di me ti puoi fidare, perciò non lo dire a tuo padre, non lo dire mai, altrimenti è la fine. Con mia madre si parlò di questa cosa altre tre volte, molto negativamente. Andiamo dal medico, mi disse, parliamo con lui, ti faccio dare una cura di ormoni, perché questa è opera del diavolo […] (11). Nel gruppo misto (eterosessuali e omosessuali) questi racconti provocano una forte identificazione: tutti hanno provato qualcosa di simile nella propria vita quando hanno comunicato una cosa importante di sé, con i genitori, con gli amici, con gli insegnanti. "Ciascuno, nella sua storia", conclude il dott. Del Favero, "ha vissuto la difficoltà del passaggio dal nascondimento, di qualunque tipo sia, al venir fuori" (12). " […] gli eterosessuali vivono la stessa esperienza. Allora il punto è che crescere significa per ciascuno di noi fare coming out. Prendere in mano i raggi della propria identità e dire io sono questo. E' un cammino continuo. Ogni giorno in ambienti diversi, nella mia crescita diversa, ho bisogno di dire io sono".
4- "Uno spicchio in più". A questo punto la comunicazione tra omosessuali ed eterosessuali è aperta. I primi hanno avuto l'opportunità di essere realmente visibili ai loro coetanei, gli altri hanno avuto l'occasione di conoscerli al di fuori degli stereotipi e dei luoghi comuni. Le ragazze e i ragazzi che hanno partecipato a questi incontri hanno potuto sperimentare la serenità di poter essere se stessi in un gruppo di pari.
Il titolo di questo film, Nessuno uguale, scaturisce, come i quattro titoli dei capitoli nei quali è suddiviso, da una frase di un ragazzo che rivendica per tutti, anche per chi come lui non è omosessuale, il diritto/bisogno di sentirsi diverso e di poterlo gridare al mondo.
Elemento linguistico di primaria importanza è l'uso di videoclip all'interno del film. La musica e i gruppi musicali, infatti, rappresentano un linguaggio giovanile efficace.
Ritengo che questo documentario non debba essere ritenuto un manuale di istruzioni per condurre un'analoga esperienza di gruppo in una classe, ma possa essere un utile strumento per aprire un dibattito semplice e franco che non affronti solo la questione dell'orientamento sessuale ma che comprenda, nel suo complesso, il tema delle differenze. Il tema dell'omosessualità e della sessualità più in generale, in un certo senso, è affrontato solo marginalmente, appare, infatti, "come una metafora di un processo noto a tutti: io mi sento un po’ diverso da voi… come faccio a dirvelo? Mi amerete ugualmente? O per non rischiare è meglio che stia zitto? Quale ragazzo o ragazza", si interroga il regista Claudio Cipelletti, "non ha provato queste impressioni con le modalità assolute e intense dell'adolescenza, riproponendo il problema mitico della scoperta di sé, del venir fuori nella famiglia e nella società?"
Proprio a questo problema una scuola moderna e democratica dovrebbe essere in grado di contribuire a fornire risposte. Mostrare questo video in classe può essere un buon punto di partenza. Non si parla, infatti, di una minoranza distante o di un tema astruso. Al contrario i luoghi di questo video sono quelli che ognuno conosce, cioè la scuola, le famiglie, la nostra società nella sua umanità quotidiana, dove vi può essere dolore e imbarazzo, ma dove questo va affrontato e rispettato.
Sarebbe auspicabile la nascita di un atteggiamento di collaborazione tra insegnanti, genitori e studenti, affinché parlare apertamente con i ragazzi di questo argomento diventi un'opportunità. Perché le differenze, anziché essere considerate fonte di problemi, divengano una risorsa per arricchire tutti attraverso l'ascolto dell'altro.
Con queste parole Claudio Cipelletti conclude l'introduzione al materiale di accompagnamento del video: "Se anche un solo ragazzo o una sola ragazza vedendo questo video abbrevierà il tempo della propria sofferenza trovando un appiglio per dirsi allora esisto anche io, sarà ben valsa la pena di averlo mostrato" (14).

Note:
(1) Claudio Cipelletti, Nessuno uguale, materiale di accompagnamento, Italia, 1998.
(2) Gustavo Pietropolli Charmet , introduzione a Nessuno uguale, di Claudio Cipelletti, Italia, 1998, p. 5.
(3) Daniela Benelli , introduzione a  Nessuno uguale, di Claudio Cipelletti, Italia, 1998, p. 4.
(4) Claudio Cipelletti, Scheda di lettura in Nessuno uguale, materiale di accompagnamento, di Claudio Cipelletti, Italia, 1998, p. 6.
(5) Claudio Cipelletti, Nessuno uguale, materiale di accompagnamento, Italia, 1998, p.14.
(6) ibidem, p.22.
(7) ibidem, pp.22-23.
(8) ibidem, p. 26.
(9) ibidem, pp.26-27.
(10) ibidem, p.32.
(11) ibidem, pp.32-33.
(12) ibidem, p.28.
(13) ibidem, p.34.
(14) ibidem, p.11.

5 - Proposte per l'integrazione della programmazione scolastica: idee, progetti ed esperienze.
Numerose sono le esperienze di educazione sessuale condotte nelle scuole elementari, nelle scuole medie inferiori e in quelle superiori. Roberta Giommi e Marcello Perrotta, psicologi e psicoterapeuti, a conclusione del Convegno dell'Istituto internazionale di sessuologia, tenutosi a Firenze nel 1997, hanno raccolto in un volume le testimonianze e i risultati più significativi.
Il testo nel quale Giommi e Perrotta hanno raccolto contributi e progetti, Educazione sessuale come prevenzione. Nuovi modelli per la famiglia, la scuola, i servizi (Edizioni Del Cerro, 1998, Pisa), può essere un ulteriore e valido strumento di lavoro e di riflessione per educatori, insegnanti e genitori.
Premessa di questo lavoro, sostengono Giommi e Perrotta nell'introduzione, è stata quella di ritenere "l'educazione sessuale come intervento preventivo, come crescita di una cultura della conoscenza e della differenziazione" (1). “Sicuramente un modello di attenzione alle problematiche sociali di convivenza e familiari produrrà come effetto positivo”, sostengono gli autori, "una riduzione del danno rispetto alla difficoltà della crescita dei bambini, delle bambine e degli adolescenti”.
A) L’esperienza della U.s.l. 8 di Arezzo.
Evaristo Giglio (responsabile dell’educazione alla salute) e Concetta Masciandaro (psicologo sessuologo) della U.S.L. di Arezzo riportano un’esperienza della loro struttura verificatasi nel 1990.
L’Unità Sanitaria Locale  di Arezzo, dopo analoghe esperienze avviate in altre città, e in un periodo storico caratterizzato dalla ricerca di modelli efficaci per la prevenzione dell’Aids, ha attivato un consultorio dedicato ai giovani in cui, accanto ai tradizionali obiettivi del consultorio, ci fossero risposte adeguate agli interrogativi posti dagli adolescenti sulle tematiche dell’affettività e della sessualità. Il dibattito culturale, nato da questo importante avvenimento, ha coinvolto, oltre alla Scuola, anche le famiglie e le varie forze politiche e sociali, producendo un convegno sull’Affettività in Famiglia e nella Scuola. Questo momento di riflessione ha rappresentato l’occasione per un valido confronto tra gli esperti del settore da una parte, e i giovani, i genitori e gli insegnanti dall’altra ed ha contribuito alla reale attuazione del consultorio stesso.
Il raccordo organizzativo tra il momento informativo all’interno della scuola e l’aggregazione libera e volontaria nello spazio consultoriale pensato per i giovani, è ampiamente favorito dalla contemporanea presenza di alcuni operatori dell’équipe (psicologo e ginecologo) in entrambe le fasi. Questi due momenti, apparentemente distinti, fanno parte integrante di un progetto unitario che si articola in una fase di educazione alla salute e in un intervento interdisciplinare nel consultorio. La presenza, nelle due fasi distinte, degli stessi operatori, assicura all’intero processo unitarietà del percorso preventivo che inizia con la sensibilizzazione in seno alle assemblee scolastiche e prosegue, per il giovane utente, nella struttura consultoriale, nell’ambito di uno spazio specificamente previsto in cui è favorita l’aggregazione dei gruppi.
A – Intervento educativo: All’apertura dell’anno scolastico, la struttura operativa di educazione sanitaria dell’U.S.L. invia alle scuole medie inferiori e superiori la proposta di intervento educativo relativo alle tematiche da sviluppare. A seguito delle richieste da parte degli istituti scolastici, si dà avvio ad un periodo di informazione e di coinvolgimento attivo degli insegnanti riguardo ai contenuti da trasmettere e alle metodologie didattico-formative cui fa seguito la rilevazione dei bisogni emergenti nelle varie classi, attraverso la verbalizzazione diretta delle richieste oppure mediante strumenti di rilevazione più sofisticati come i questionari. Questo intervento preliminare è essenziale per la collaborazione degli insegnanti al progetto e deve inoltre preparare l’operatore ad affrontare argomenti estremamente delicati come l’interruzione volontaria di gravidanza, le adozioni problematiche, le tossicodipendenze, l’orientamento sessuale, gli episodi di violenza sessuale, ecc. In base all’articolazione del programma, al numero delle classi interessate e alle risorse professionali disponibili nella U.S.L., la struttura operativa di Educazione Sanitaria elabora un organigramma e un calendario di interventi per ogni istituto scolastico. In media vengono stabiliti sei incontri di due ore ciascuno durante l’orario di lezione per ogni istituto, a cadenza settimanale. Su richiesta gli operatori sanitari sono disponibili a momenti formativi e/o di aggiornamento per gli insegnanti. Durante il primo incontro si individuano gli argomenti da trattare e le aspettative dell’intervento operativo. Gli altri cinque incontri tratteranno i seguenti temi:
- definizione della sessualità;
- anatomia e fisiologia dell’apparato genitale maschile e femminile;
- i miti e le informazioni antropologiche; i cambiamenti dei costumi sessuali;
- la riproduzione;
- varianze e devianze;
- le malattie a trasmissione sessuale.
B – Fase consultoriale: il Consultorio Giovani diventa, quindi, uno spazio naturale che consente ai singoli utenti di esprimere quesiti relativi a vissuti personali, spesso alla base di ansia e insicurezza nelle relazioni con i coetanei e con gli adulti. Il consultorio prevede un’apertura settimanale durante le ore pomeridiane ed offre i seguenti servizi:
- Accoglienza (gli operatori in questo caso sono intercambiabili);
- consulenza medica, psicologica, sessuologica per i seguenti temi: contraccezione, gravidanza, ivg, prevenzione oncologica, disagio affettivo/sessuale, ecc.
In fase di accoglienza vi è una prima decodifica della domanda e l’intervento può risultare completo, oppure richiedere l’integrazione consultiva di altri operatori. Questo secondo intervento può prevedere, in alcuni casi, l’attivazione di una fase di trattamento che può essere di breve durata e dunque effettuato in seno al consultorio, o anche espletato attraverso l’invio ad altre strutture di livello specialistico dell’azienda sanitaria (ospedale o servizi territoriali del D.S.M., ecc.).
Giglio e Masciandaro riferiscono i risultati di questa esperienza:
- crescita progressiva degli utenti verificatasi nei primi quattro anni di attività del consultorio (circa 400 presenze annue);
- il numero dei nuovi utenti continua lentamente a crescere e registra, in media, 8 nuovi utenti al mese;
- 60 utenti frequentano le quattro sedute mensili;
- i 3/5 dell’utenza accede al consultorio nel primo semestre dell’anno (durante i mesi estivi alcune sedute vengono sospese);
- il rapporto femmine/maschi è 4 a 1;
- ogni utente accede al consultorio in media due volte l’anno;
- il 65% delle prestazioni sono consulenze psicologiche;
- il 25% sono prestazioni di prevenzione oncologica (pap test, palpazione del seno, ecografia pelvica);
- il 5% riguardano trattamenti psicoterapeutici brevi;
- il restante 5% sono prestazioni di monitoraggio gravidanza e consulenze relative ad IVG.
B) La sessualità e la dimensione degli affetti. Esigenze espresse dalle allieve di un liceo psicopedagogico di Palermo.
L. Di Gloria, A.M. Di Vita, M. Garro e V. Granatella del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Palermo, hanno guidato una ricerca-intervento, scaturita da un’esplicita richiesta di un gruppo di docenti, su un gruppo di allieve di un liceo palermitano. Nello specifico l’intervento è stato rivolto a 5 classi, di cui quattro III e una II, frequentate da ragazze di età compresa tra i 16 e i 18 anni, per un totale di 100 soggetti. I presupposti teorici alla base di questa ricerca riguardano soprattutto la sessualità come aspetto fondamentale della vita. La sfera sessuale rappresenta in ambito scolastico un elemento centrale  del vissuto adolescenziale: cambiamenti fisici, accettazione di Sé e del proprio corpo, rapporti con l’altro sesso, ecc. Le modificazioni biologiche e psicologiche dell’adolescente incidono sia nei rapporti con i genitori che con i pari, con la scuola e con il contesto allargato.
Obiettivo primario della ricerca degli psicologi del Dipartimento dell’Università di Palermo è stato, quindi, quello di promuovere attività di conoscenza, di riflessione e di cambiamento non soltanto in relazione alla sessualità e ai processi di maturazione, ma anche all’affettività e ai rapporti interpersonali.
Metodologia e strumenti di indagine:
l’intervento è stato strutturato in incontri settimanali, di due ore ciascuno, in assetto di circle time, allo scopo di creare uno spazio fisico e psicologico facilitante la comunicazione. La metodologia utilizzata ha previsto: la proiezione del film “Io ballo da sola” (B.Bertolucci, 1995), seguita dalla somministrazione di un questionario che ne riproponeva i temi fondamentali tra cui “la prima volta”, vissuti e concezioni della sessualità e dell’amore, utilizzo di un diario personale, ecc. Un altro questionario sulla sessualità, elaborato da Berti Ceroni, Bonini, Ceccarini e Zani nel 1987, è stato somministrato alle 100 allieve. Altri strumenti di indagine sono stati, infine, un differenziale semantico sulla parola “sesso”, un questionario sull’amore e sul corteggiamento proposti da Bazzo e Del Re (1995) ed una tecnica proiettiva indagante la tipologia del rapporto madre-figlia. Quest’ultima tecnica si è avvalsa del TAT (Thematic Apperception Test, di Morgan e Murray del 1937) al fine di elaborare delle storie a partire dalle tavole 2, 4, 7GF e 8GF, che sono state presentate con delle frasi stimolo.
Conclusioni:
dai risultati emerge, in particolar modo, un vissuto di madre protettiva con alte aspirazioni nei confronti della figlia, soprattutto per quel che attiene alla sfera privata (matrimonio). Si è potuto rilevare una forte aspirazione verso il futuro, nei termini di successo e di realizzazione personale, anche in ruoli tipicamente femminili. Questa aspirazione è inoltre confermata dalla preminenza della categoria “opposizione”, che se da un lato testimonia la presenza fondante del rapporto con la madre, dall’altro evidenzia il bisogno adolescenziale di separarsi da esso. Si è potuto, inoltre, rilevare che le studentesse che costituivano il campione in esame, pur riconoscendo le differenze tra i due sessi, appaiono maggiormente indirizzate a valutare gli aspetti positivi della diversità. Questo aspetto viene confermato dalle risposte al questionario relativo all’amore e al corteggiamento. La diversità è presente anche nell’analisi del testo della IV tavola.
C) Esperienze di educazione alla sessualità attuate a Pisa e provincia.
Due docenti, T. Pizzi e C. Vettori, hanno voluto portare il punto di vista degli insegnanti che, nel contatto quotidiano con gli studenti, hanno rilevato come siano cambiati rapidamente (soprattutto negli ultimi 10 anni) i bisogni, gli atteggiamenti e i comportamenti di preadolescenti e adolescenti. Il bisogno che è stato individuato con maggiore chiarezza consiste nella richiesta esplicita o implicita all’insegnante di essere un adulto accogliente e competente, non solo per quel che riguarda la sua disciplina, ma anche a proposito delle informazioni e del dibattito-confronto sulla sessualità. Pizzi e Vettori ricordano come, rispetto a questa esigenza dei giovani, la legislazione sia ancora inesistente, nonostante un’apposita commissione parlamentare abbia presentato un testo unificato di varie proposte di leggi per l’introduzione dell’educazione alla sessualità nelle scuole.
L’educazione alla salute nella scuola (L.162/90) ha comunque aperto degli spazi finalizzati ad approfondire i problemi evidenziati dagli studenti. Due esempi: il Progetto Giovani per le scuole superiori e il Progetto Ragazzi 2000 per le scuole medie inferiori ed elementari. Con queste premesse e con l’approvazione del provveditorato agli studi di Pisa e del Collegio dei docenti delle rispettive scuole, sono stati programmati interventi di educazione sessuale. Questa attività fa parte di un progetto più ampio di educazione alla salute (Progetto pluriennale), che si articola in diversi temi, secondo la fascia di età. Le finalità generali sono:
- sostenere il processo di crescita che il giovane sta vivendo;
- favorire la libera espressione e il dialogo in un clima di collaborazione;
- far emergere le potenzialità personali per accrescere l’autostima.
Nell’affrontare l’educazione sessuale nelle scuole di appartenenza, per evitare la sovrapposizione di ruoli che può disorientare gli studenti, gli autori, hanno ritenuto opportuno curare solo gli aspetti relazionali e socio-affettivi attraverso esperienze di animazione nel piccolo gruppo, affidando la parte informativa (anatomia e fisiologia dell’apparato riproduttore, gravidanza, contraccezione, ecc.) ad esperti esterni.
Per questo motivo è stata avviata una collaborazione con il Consultorio Giovani della U.S.L. di Pisa. Le esperienze hanno avuto come destinatari gruppi di adolescenti incontrati a scuola e fuori dalla scuola e un gruppo di genitori.
Obiettivo specifico dell’intervento è stato quello di fornire informazioni corrette integrando e/o modificando conoscenze già acquisite e favorendo il confronto nel piccolo gruppo per normalizzare problemi e dubbi.
All’inizio dell’attività i ragazzi hanno espresso le loro aspettative personali  ed hanno formulato per scritto e in forma anonima dubbi, problemi, curiosità e richieste di informazioni sulla sessualità. Nell’arco di due mesi, con cadenza settimanale, si sono svolti incontri di due ore ciascuno, alternando incontri dedicati all’informazione e incontri di riflessione e confronto nel piccolo gruppo (massimo 15 partecipanti). La metodologia usata ha previsto il circle time (per favorire la comunicazione) e i giochi di ruolo che coinvolgono non solo intellettualmente, ma anche emotivamente (il coinvolgimento emotivo è funzionale all’apprendimento). Sono state inoltre adoperate schede predisposte per strutturare i temi e/o sintetizzare un processo.
Prima esperienza: gruppo composto da 24 ragazzi preadolescenti (13-14 ani) e da 3 operatori.
Aspettative dichiarate: conoscere le idee del gruppo, il significato di sessualità, la sessualità come affettività e genitalità, i sentimenti collegati alla sessualità; approfondire l’argomento; non arrossire più parlando di sesso; avere informazioni precise; vivere la sessualità in modo più sereno; confrontare le proprie idee.
I ragazzi che hanno partecipato a questa prima esperienza condotta da Pizzi e Vettori, si sono mostrati in genere attenti e interessati, anche se il clima era diverso da quello di una normale lezione, per il carattere in parte ludico dato agli incontri. Le idee espresse testimoniano una ricerca intensa e personale in un ambito che risulta centrale nella costruzione dell’identità di ciascuno. La verifica finale del corso ha evidenziato che: le aspettative sono state soddisfatte, i partecipanti hanno apprezzato il confronto di opinioni con i loro compagni, gli incontri sono piaciuti per la spontaneità e la libertà di espressione.
Seconda esperienza: gruppo composto da 25 ragazzi (adolescenti 15-18 anni) e da 2 operatori.
Aspettative dichiarate: conoscersi meglio e approfondire l’amicizia con gli altri; confrontarsi su argomenti tabù; avere più informazioni utili; soddisfare curiosità personali. Sono emersi questi temi  da approfondire: la difficoltà a parlare di sessualità; le somiglianze e le differenze anatomiche tra maschi e femmine; la sessualità come parte della crescita personale; le differenze di atteggiamenti e di comportamenti tra maschi e femmine; il sesso senza amore; la sessualità prima del matrimonio, l’imbarazzo nell’affrontare il rapporto; le informazioni sull’omosessualità; la paura delle malattie sessualmente trasmesse. I ragazzi hanno seguito gli incontri in modo continuativo ed hanno partecipato, alcuni attivamente, altri con una comprensibile riservatezza. I partecipanti, all’inizio un po’ diffidenti, si sono aperti nell’arco di questa breve esperienza (5 incontri) e hanno mostrato un grande bisogno di parlare ancora di sessualità e di approfondire temi che non avevano osato proporre attraverso le domande anonime (più discussione su aborto, omosessualità, AIDS).
Le verifiche finali, espresse in forma anonima con le schede predisposte hanno rilevato che:
- le aspettative, inizialmente molto alte, erano state in parte o del tutto soddisfatte;
- gli incontri avevano consentito una migliore conoscenza reciproca;
- un buon gradimento aveva ottenuto il confronto sincero e spontaneo;
- i ragazzi avrebbero preferito un confronto più ampio ed un maggiore approfondimento su determinati temi.
Gli autori riferiscono le proprie impressioni a proposito del fatto che i giovani che si preparano ad agire la sessualità hanno un grande bisogno di elaborare i loro dubbi e le loro paure e di migliorare le loro conoscenze.
Terza esperienza: Pizzi e Vettori hanno coordinato un gruppo di docenti che all’interno di quattro classi III  di un istituto medio superiore (15-16 anni) hanno curato l’aspetto affettivo e relazionale della sessualità. Ciascun insegnante ha fatto da animatore di un piccolo gruppo (12-15 studenti al massimo) all’interno della classe. Le aspettative espresse dagli studenti hanno evidenziato il desiderio di un’intimità affettiva e i condizionamenti causati dai messaggi sociali (per esempio: la sessualità è una cosa naturale, la società complica le cose e la rende difficile). Attraverso le schede anonime sono state richieste informazioni sul concetto di normalità, sui sentimenti che si vivono nel rapporto sessuale, sulla contraccezione, sull’omosessualità, sulla masturbazione e sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse e in particolare l’AIDS. Le schede di verifica, compilate anonimamente, hanno rilevato che l’esperienza ha consentito agli adolescenti di essere più consapevoli dei propri sentimenti e di “scoprire aspetti ignoti della relazione sessuale”. Si è avuto, inoltre, riscontro positivo dell’utilità degli incontri con gli esperti e dei gruppi coordinati dagli insegnanti.
Infine si è constatato che il gruppo ha ricevuto confronto, solidarietà, sicurezza, ascolto e comprensione.
Gli autori sono stati in particolar modo colpiti dalla scarsa fiducia che i giovani hanno negli adulti; dalla personale percezione della solitudine, e dalla spiccata tendenza a vivere momento per momento.
Quarta esperienza: due gruppi composti rispettivamente da 16 e 17 genitori.
Le aspettative dichiarate all’inizio del primo incontro sono state: confrontarsi fra genitori; avere informazioni su come parlare con i propri figli; risolvere le conflittualità con i figli; capire meglio il mondo giovanile; superare certe difficoltà nell’affrontare l’argomento sessualità.
Dal confronto in gruppo è risultato che i principali sentimenti causati dalla presa in considerazione della sessualità dei figli sono: partecipazione, ansia, tenerezza, ricordo, serenità, ecc. Gli argomenti che i genitori considerano imbarazzanti, come hanno rilevato Pizzi e Vettori, sono, sia pure con motivazioni diverse, i seguenti. La masturbazione, la gravidanza, l’omosessualità e il primo rapporto sessuale. Questi argomenti sono stati trattati ampiamente e sono state fornite le informazioni richieste. Notevole spazio ha avuto anche la discussione sul tema del primo rapporto sessuale e dal dibattito è emersa soprattutto la paura del contagio da virus HIV. I genitori hanno apprezzato questo tipo di intervento organizzato dalla scuola, anche se hanno ritenuto non esauriente affrontare l’argomento in soli due incontri. Pizzi e Vettori concludono la descrizione di quest’ultima esperienza dichiarando di aver constatato che anche i genitori più attenti e responsabili, si sentono inadeguati a porsi come riferimento per i propri figli.
D) L’esperienza del consultorio familiare di Treviso. Individuazione di un metodo per l’educazione sessuale nelle scuole.
Negli anni precedenti a questa esperienza condotta da V. Favaron (assistente sociale), A. Fede (ginecologa) e T. Rando (psicologa), il consultorio di Treviso ha più volte collaborato con gli istituti scolastici che hanno richiesto degli interventi. Si è trattato per lo più di singoli incontri con classi o gruppi di classi (prevalentemente degli ultimi anni) sollecitati da insegnanti e studenti. Dalle diverse esperienze gli operatori hanno tratto alcune convinzioni:
a- il tema è molto sentito dai giovani che, dopo un primo momento di ritrosia ad esporsi con domande “compromettenti”, si aprono offrendo all’operatore numerosi spunti di discussione;
b- il livello di conoscenza sui temi della sessualità risulta modesto;
c- gli operatori hanno riscontrato un senso di frustrazione in merito a quanto si sarebbe potuto fare con una maggiore disponibilità di tempo e con incontri rivolti a piccoli gruppi. Questa sensazione negativa è stata attenuata dalla constatazione che, dopo questi incontri, aumentava l’accesso degli studenti coinvolti al consultorio dei giovani.
Queste valutazioni hanno convinto l’equipe del consultorio ad attuare l’opera di educazione sanitaria attraverso la mediazione degli insegnanti. Con questa procedura il programma avrebbe perso quell’alone di misterioso e di proibito che inevitabilmente si ha quando a presentarlo è l’”esperto”, poiché viene inserito in un contesto di educazione complessiva svolta dalla figure istituzionali scolastiche. Si sono dovute registrare alcune perplessità riguardanti sia la disponibilità degli insegnanti che riguardo ai tempi necessari affinché i docenti acquisissero un grado di conoscenza dei temi trattati adeguati alla affidabilità davanti agli studenti. Per l’attuazione di questo progetto determinante è stata la collaborazione e la supervisione dell’Istituto Internazionale di Sessuologia di Firenze, presso il quale hanno completato il loro iter formativo gli operatori. Gli obiettivi prefissati sono stati:
1- valutare la disponibilità del gruppo di insegnanti ad entrare nel merito dei temi delicati legati alla sessualità. L’insegnante, infatti, osservano Favaron, Fede e Rando, deve fare una serie di riflessioni sulle proprie competenze, sulla capacità di comunicare, sui propri disagi e sull’immagine che di sé da ai ragazzi;
2- presentare i vari temi sulla sessualità come parte integrante di una più ampia informazione scolastica.
Destinatari del progetto educativo sono stati gli insegnanti e, limitatamente all’esperienza condotta nelle scuole elementari, i genitori. Hanno preso parte al programma cinque gruppi di insegnanti: due delle scuole medie inferiori, uno delle superiori e due delle scuole elementari. Per altre tre classi delle elementari la partecipazione è stata anche estesa ai genitori.
Metodologia del progetto:
1- Introduzione: il dibattito attuale, l’educazione sessuale nella scuola;
2- la metodologia: come si organizza l’intervento;
3- gli operatori: le conoscenze, la consapevolezza, il disagio.
I contenuti di questo progetto sono:
1- Il ruolo maschile e femminile, complementarietà positiva;
2- lo sviluppo dell’apparato genitale maschile e femminile, la pubertà;
3- vivere la sessualità, la comunicazione corporea e le esperienze;
4- le motivazioni e le scelte riguardanti la contraccezione.
Sono stati, inoltre, organizzati tre incontri con relatori esterni sui seguenti argomenti.
a- l’adolescente e i suoi “sistemi”;
b- l’omosessualità;
c- il rapporto negato: la violenza, nuove paure, nuove soluzioni.
Tutti gli incontri sono stati caratterizzati da uno sforzo comune per chiarire i contesti nei quali si realizza il rapporto adulti-ragazzi e le motivazioni del silenzio che accomuna scuola e famiglia per tutto ciò che riguarda la sessualità. Al primo incontro è stato somministrato un questionario di tipo “vero”, “falso”.
Si è avuta conferma del fatto che nella maggior parte dei casi la riluttanza a parlare di sessualità ai figli o agli studenti nasce dalla paura di scoprire i propri limiti e le proprie inadeguatezze nell’ambito della propria sessualità. Allo stesso tempo la paura di risvegliare nei ragazzi interessi verso temi “pericolosi” è legata alla consapevolezza dei propri limiti nella gestione di una corretta educazione sessuale.
Le verifiche finali sono state effettuate utilizzando questionari anonimi dai quali è apparso evidente il miglior grado di conoscenza dei temi trattati. Si è passati da un 40% di risposte sbagliate nel questionario iniziale ad un irrilevante 2%.
L’analisi del questionario sulle controattitudini ha evidenziato come alcuni temi (le perversioni, la violenza, la sessualità degli anziani, l’omosessualità, la pornografia) siano stati votati, quasi da tutti, come argomenti che creano disagio.
Da segnalare, inoltre, che nessuno è riuscito a porre correttamente su una cartina “muta” dei genitali maschili e femminili i vari nomi degli organi che erano stati dati a parte. Gli insegnanti coinvolti nel progetto, hanno dichiarato di aver acquisito più dimestichezza nell’affrontare con gli studenti alcuni temi “difficili”. Hanno, inoltre, manifestato un notevole gradimento per l’impostazione e i contenuti del programma, auspicando una continuazione e un approfondimento dell’esperienza.
E) Intervento condotto nell'ITC "O. Romero" di Rivoli (Torino) con il coinvolgimento delle famiglie e degli insegnanti.
In questo istituto già da tempo si tengono corsi di educazione sessuale nelle II classi. Questi corsi sono stati di breve durata e gli argomenti sono stati trattati sotto forma di conversazione a carattere tecnico sulla fisiologia umana e sui metodi di contraccezione. Molti discorsi sono stati lasciati in sospeso e gli esperti nutrono dubbi che le informazioni siano state interpretate in modo corretto dagli studenti. G. Antonioli, ginecologa ospedaliera e A. Canavera, referente alla Salute per l'ITC "O. Romero", hanno pensato e realizzato, nell'anno scolastico 1996-1997, un progetto di educazione sessuale che prende in considerazione l'individuo umano come l'universo di caratteri somatici, affettivi, intellettuali e sociali secondo l'indicazione dell'O.M.S..
Le autrici affermano che per stabilire gli obiettivi del loro intervento hanno tenuto conto dell'attuale condizione adolescenziale, la quale presenta un inizio fisiologico precoce, a causa dei miglioramenti di tipo alimentare e sanitario,  e un prolungamento dell'adolescenza, dovuto al protrarsi degli studi e alle difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro. Questa situazione "provoca il procrastinarsi del raggiungimento dell'autonomia affettiva ed economica" (2). E' importante, sostengono Antonioli e Canavera, fornire gli strumenti necessari per diventare affermativi nella sfera sessuale, di fronte a sé  e agli altri, attraverso la conoscenza approfondita dello sviluppo umano e del comportamento sessuale fisiologico. E' necessaria la consapevolezza dei valori che hanno origine dalla sessualità e che si manifestano nelle relazioni affettive ed emotive con l'altro e con il gruppo. E' inoltre importante conoscere la sessualità  sia propria, sia altrui, negli aspetti della psiche e del corpo giungendo così alla cultura del "benessere del piacere" (3).
La metodologia dell'intervento è stata attuata con la collaborazione dei docenti di scienze della natura per la preparazione di base di anatomia e fisiologia, degli operatori del servizio psicologico scolastico, per la conoscenza dei processi psicologici evolutivi e del preside che ha garantito il regolare svolgimento del lavoro programmato. I genitori sono stati coinvolti quale componente educativa essenziale poiché nella nostra società l'educazione sessuale è tradizionalmente demandata a loro. Il sessuologo ha completato il gruppo di lavoro come esperto dei problemi specifici. Gli incontri sono stati svolti secondo una metodologia comune alle classi interessate, ma la partecipazione diretta degli studenti ha diversificato l'approfondimento degli argomenti  in un contesto dinamico per linguaggio, pensieri e situazioni. L'attività di gruppo ha facilitato la verbalizzazione delle esperienze degli studenti e le loro eventuali richieste di chiarimenti. Questo meccanismo è essenziale affinché il gruppo possa condividere i problemi emotivi del singolo. Inoltre, nel corso, sono stati utilizzati diversi questionari per gli adolescenti e per i loro genitori. I questionari per gli allievi sono strutturati per sondare le conoscenze e per sollecitare i dubbi e quindi "produrre" domande utili allo svolgimento degli incontri successivi. I questionari per i genitori hanno soprattutto lo scopo di richiamare l'attenzione sui temi della sessualità, sensibilizzando sulle modalità e sugli obiettivi del corso.
Le classi II coinvolte nell'intervento sono state 8, per un totale di 120 allievi. Le lezioni preparatorie degli insegnanti di scienze hanno avuto la durata di circa 4 ore. Gli incontri con il sessuologo sono stati tre di 2 ore ciascuno e ad essi hanno partecipato, oltre gli allievi, un docente della classe. Il capo di istituto ha partecipato con interventi saltuari per rafforzare la validità del progetto. Tra i questionari somministrati agli studenti, anonimi e raggruppati per classe, hanno riscontrato maggior favore quelli che valutavano il grado di conoscenza. Ad essi ha risposto il 79% degli studenti. Meno favore hanno riscontrato quelli che valutavano la capacità di prendere decisioni in campo contraccettivo o quelli della cura per sé (48%). Il grado di conoscenza è risultato buono riguardo la fisiologia degli apparati genitali e della riproduzione (85%); insufficiente riguardo tutte le forme di prevenzione sanitaria (48%).
I genitori, pur dichiarandosi favorevoli all'educazione sessuale nelle scuole, hanno espresso disagio nell'essere intervistati (41%); un numero ancora inferiore (23%) ha risposto a domande relative alla discussione di problemi sessuali con il proprio figlio. Il 50% ignora l'esistenza dei consultori familiari e dei centri di ascolto per adolescenti, il 56% acquista saltuariamente libri e riviste che trattano argomenti sessuali dal punto di vista medico. L'interesse verso l'educazione sessuale è limitato ad argomenti che aiutino a tutelare i figli da gravidanze indesiderate e malattie a trasmissione sessuale. Questo nonostante il 96% dei genitori ha affermato che la sessualità è una parte bella della vita e deve essere vissuta in piena libertà. I questionari compilati dai genitori hanno dimostrato che essi comunicano con difficoltà informazioni ed esperienze relative all'educazione sessuale sia perché non richieste, sia perché non conoscono i temi. L'aggiornamento sui problemi della salute in famiglia spesso non viene affrontato e i genitori demandano alla scuola tutto quanto è possibile. Approfondire in ambito familiare tutto ciò che attiene alla sessualità, non viene ancora affrontato con naturalezza e serenità. Quando la famiglia non è in grado di svolgere la propria funzione educativa, proietta sulle altre figure educative le aspettative di formazione.
Come riferiscono le autrici, molti allievi hanno considerato gli incontri del corso come occasione di informazione sessuale piuttosto che di educazione sessuale, questo perché condizionati dalle situazioni socio-culturali familiari e dalla tendenza a vivere il presente senza proiezione nel futuro.
Particolari dinamiche di gruppo si sono osservate in alcune classi già segnalate dai docenti per comportamenti ostili o di trasgressione nei confronti delle istituzioni. In queste classi gli insegnanti hanno delegato l'impegno educativo all'esperto, manifestando così l'imbarazzo e le reticenze verso la sessualità.
Insegnanti ed esperto, in questi casi, sono stati vissuti come individui aggressori, reticenti sugli aspetti della sessualità che più turbavano il gruppo.
Le risposte degli allievi di queste classi sulla valutazione del corso sono state caratterizzate da indifferenza o da ostilità, sia riguardo i contenuti, sia riguardo la figura dell'esperto. In questi casi sarebbe stata indispensabile la collaborazione tra gli insegnanti, la sessuologa e la psicologa del servizio scolastico per ridefinire il percorso educativo.
Antonioli e Canavera hanno constatato che la maggior parte degli adolescenti tende ad assorbire quello che riguarda il proprio bisogno momentaneo e non ha una progettualità a medio e lungo termine.
La scuola deve impegnarsi, sostengono le autrici di questo intervento, nella progettazione di interventi di educazione alla salute aventi come protagonista la comunità scolastica, utilizzando tutte le risorse disponibili. Nella "Carta dei Servizi" (4) a cui si ispirano Antonioli e Canavera, infatti, è affermata l'importanza del principio di uguaglianza che però non coincide con l'egualitarismo (l'egualitarismo tutela soltanto i gruppi sociali e non gli individui). L'applicazione di criteri di uguaglianza nell'istruzione implica il riconoscimento delle differenze naturali e sociali degli alunni e il sostegno allo sviluppo delle diverse capacità. In questo modo gli adolescenti possono raggiungere una corretta intimità affettiva ed una consapevolezza dei processi psicologici relativi alla sfera sessuale.
La progettazione deve riguardare piccoli gruppi (quindi il più possibile individualizzata), perché gli adolescenti sono un gruppo estremamente eterogeneo a causa dei livelli diversi di sviluppo sessuale, intellettivo, affettivo e psicologico. La conoscenza del proprio corpo e della sua biologia può svilupparsi contemporaneamente alla comprensione della propria sessualità nell'età in cui si pongono le basi delle scelte importanti che la riguardano.

Note:
(1) R. Giommi, M. Perrotta, Educazione sessuale come prevenzione, Edizioni del cerro, Firenze, 1997, p. 9.
(2) ibidem, p. 292.
(3) Y. Baldaro Verde, L'educazione sessuale in rapporto alla coabitazione fisica, in Sessuologia 93, ed CIC internazionali, 1993.
(4) Decreto del presidente del Consiglio dei Ministri 716/95. Schema generale di riferimento della Carta dei servizi scolastici. Gazz. Uff. 15 giugno 1995 n. 138.

6 - Il progetto “Chi sono quella ragazza, quel ragazzo… conoscere per non discriminare”.
Le associazioni gay, lesbiche, bisessuali e transessuali italiane svolgono attività informativa e/o preventiva a proposito della sessualità, delle malattie sessualmente trasmesse e della discriminazione motivata dall’orientamento sessuale. Particolare attenzione è riservata al disagio giovanile  e  per questo sono pubblicati, da alcuni anni, interessanti opuscoli informativi.
Il circolo Azione Gay e Lesbica di Firenze Arci Nuova associazione Finisterrae, collabora da tempo alla “iniziativa Daphne – contro la violenza alle donne, ai bambini e agli adolescenti”, realizzata con il contributo della Commissione europea e in questo ambito ha curato la pubblicazione (negli anni 1998-1999) di una serie di opuscoli indirizzati in particolar modo agli adolescenti.
Il primo di questi si intitola “Chi sono quella ragazza, quel ragazzo … conoscere per non discriminare”. Questo opuscolo è stato elaborato all’interno di un progetto di informazione e sensibilizzazione contro la violenza subita da adolescenti gay e lesbiche a causa del loro orientamento sessuale. Secondo Elena Biagini, Presidente dell’Associazione Azione Gay e Lesbica, può essere un valido strumento anche per chi “nel proprio lavoro o come volontario/volontaria è a contatto con adolescenti e preadolescenti, quindi a chi svolge un qualche ruolo di riferimento adulto per ragazze e ragazzi”(1). Graziella Bertozzo, fondatrice nel 1989 di Arcigay Donna Nazionale, attivista di azione Gay e Lesbica e responsabile del progetto Daphne, illustra nell’opuscolo il significato di questa iniziativa. La realizzazione del progetto, della durata di un anno, è iniziata nel dicembre 1997 e ha previsto una serie di azioni atte a far emergere e denunciare le violenze subite dai giovani gay e dalle giovani lesbiche a vari livelli, per iniziare a sviluppare una rete europea che individui ed applichi delle strategie di prevenzione e di difesa.
La prima fase del progetto ha previsto la ricerca, l’acquisizione e l’analisi di dati relativi a tali situazioni di violenza e di abuso: è stato inserito un questionario sulle pagine web di Azione Gay e Lesbica (www.agora.stm.it/gaylesbica.fi), sono stati contatati i servizi di Telefono Amico Gay e Lesbici attivi in Italia e nei Paesi partner, è stata effettuata una ricerca bibliografica, emerografica e in rete.
I dati raccolti descrivono una situazione ancora più grave di quella emersa dall’indagine effettuata dall’Ispes nel 1990 (Il sorriso di Afrodite): il 46% delle risposte denunciano situazioni di discriminazione e il 37% casi di vere e proprie violenze. Estremamente grave anche il dato che si riferisce ai tentati suicidi: se il 40% ha pensato di suicidarsi, il 13% dichiara di avere effettivamente tentato di mettere in atto questo proposito. Dai dati emersi dalle risposte al questionario immesso su Internet emerge che più della metà delle persone che hanno subito violenze in età adolescenziale ne ha parlato con qualcuno solo a distanza di anni. Sono state effettuate 30 interviste a soggetti individuati tra insegnanti della scuola media inferiore e superiore, operatori e operatrici socio-sanitari e operatori e operatrici del movimento GLBT, per rilevare quale fosse la percezione del fenomeno. Dalla prima parte del progetto emerge sostanzialmente che la violenza sui gay e sulle lesbiche adolescenti è un fenomeno estremamente diffuso, ma poco considerato e poco visibile, come generalmente sono poco considerati e poco visibili  i gay e le lesbiche.
La seconda fase del progetto è consistita essenzialmente in due corsi di aggiornamento per insegnanti di scuola media inferiore e superiore e in quattro corsi di sensibilizzazione rivolti ad operatori socio-sanitari (medici, psicologi, infermieri, assistenti sociali). Sono stati stampati, oltre all’opuscolo qui esaminato, 20.000 depliant rivolti alla popolazione in generale in cui sono contenute alcune informazioni di base.
Il progetto è terminato nel novembre del 1998 con un workshop con i partner stranieri e un incontro europeo sul tema “Adolescenza, omosessualità e violenza” organizzato a Bruxelles. E’ stata occasione per fornire un significativo contributo allo sviluppo di una “rete” in grado di promuovere e coordinare, a livello europeo, l’informazione e le azioni sulle misure di protezione e di prevenzione della violenza e della discriminazione nei confronti degli adolescenti gay e lesbiche.
A) Il questionario.
Le risposte alle 200 domande del questionario diffuso via Internet hanno fornito interessante materiale all’osservatorio sulla discriminazione, pesante e pericolosa per l’equilibrio personale, subita dagli adolescenti che incominciano a percepire il proprio orientamento omosessuale. Proprio nell’età in cui i ragazzi acquisiscono consapevolezza della propria sessualità hanno, spesso, come referenti: una famiglia che, rifiutando l’omosessualità, rifiuta i figli; una scuola impreparata che non li prevede; una struttura socio-sanitaria che tende a “curare” l’omosessualità anziché a risolvere le difficoltà per consentire di viverla serenamente. Le domande sono state rivolte “a lesbiche, gay, transessuali, transgender o semplicemente a chi non si riconosce pienamente nel modello eterosessuale” (2). Pur invitando tutti a rispondere, indipendentemente dall’età, il questionario indagava soprattutto sui vissuti adolescenziali. Predisposto in due lingue, italiano ed inglese, è rimasto “on-line” per otto mesi (dal febbraio all’ottobre del 1998). La pagina contenente le domande è stata aperta circa 1500 volte e sono pervenute circa 900 risposte. Il 61% di chi ha inviato il questionario ha meno di 31 anni e l’89% è di sesso maschile. Gli italiani che hanno risposto sono il 33% del campione complessivo. La rilevante disparità fra il numero delle donne e quello degli uomini che hanno risposto è analoga a quella di molte altre indagini sull’omosessualità sia in Italia che all’estero. Oltre alle consuete considerazioni relative alla maggior riservatezza delle lesbiche rispetto al proprio vissuto, in questo caso risulta evidente un minor accesso delle donne alle risorse informatiche.
Tra gli scopi principali del questionario c’era quello di rilevare eventuali scopi di violenza a danni di adolescenti omosessuali nonché le modalità, i luoghi e i responsabili di tali violenze. Il gruppo che ha elaborato il questionario si è chiesto quale fosse il confine tra la discriminazione e la violenza ed è giunto alla conclusione che il confine che li divide è estremamente labile e soggettivo. E’ stato considerato opportuno lasciare che fosse l’intervistato a scegliere la categoria di appartenenza degli episodi dolorosi riferiti. Sono state quindi previste due specifiche sezioni: una aperta dalla domanda “hai subito discriminazioni a causa del tuo orientamento sessuale?” e l’altra dalla domanda “hai subito violenza a causa del tuo orientamento sessuale?”. Il 46% ha denunciato sia episodi di discriminazione che di violenza mentre il 37% episodi di violenza. Spesso questi episodi si verificano per la prima volta quando la vittima aveva meno di 18 anni. In entrambe le domande è particolarmente importante l’indicatore relativo al genere: sia per la discriminazione che per la violenza, le maggiori segnalazioni vengono da parte delle donne. Nelle donne, come osserva Graziella Bertozzo, aumenta la difficoltà a definire la violenza nel proprio vissuto: maggiore è la percentuale di donne che non è in grado di definire se sia stata vittima o meno di discriminazione o di violenza. Rispettivamente il 10% e il 4% delle donne a fronte del 5% del 1% degli uomini. E’ però da notare che quasi sempre chi “non sa” però compila la parte del questionario che indaga le forme di discriminazione e di violenza. Questo dato può essere letto come una conferma del meccanismo che rende difficoltoso assumersi e rielaborare la violenza subita. Più della metà di chi dichiara di aver subito violenza in età adolescenziale è riuscito a parlarne con qualcuno, generalmente il partner, solo a distanza di anni. Per una percentuale intorno al 20, il questionario è la prima occasione nella  quale si accenna a quanto accaduto. Se i giovani gay subiscono violenza soprattutto dal gruppo dei pari (compagni di scuola e gruppo di amici), le giovani lesbiche subiscono aggressioni di vario tipo soprattutto all’interno della famiglia, e in particolare dalle madri. Negli ultimi anni è in aumento la violenza nei confronti delle lesbiche all’interno della scuola, forse perché il lesbismo ha acquisito maggiore visibilità.
Recenti studi nord americani e quello italiano di Luca Pietrantoni (3) indicano l’omosessualità come uno dei maggiori fattori di rischio nel suicidio tra gli adolescenti. Le risposte date al questionario sono una conferma a questa ipotesi ed aggravano la situazione che già era emersa ne Il sorriso di Afrodite (1991): se il 40% ha pensato di suicidarsi, il 13% dichiara di avere tentato di mettere in atto questa intenzione. Pensano al suicidio soprattutto gli adolescenti tra i 14 e i 16 anni, mentre tentano di mettere in atto tale proposito soprattutto tra i 16 e i 18 anni.
Il questionario, nato per indagare un fenomeno, è diventato un’importante occasione di dialogo per molti gay e lesbiche di ogni parte del modo che, per la prima volta, hanno raccontato i propri vissuti dolorosi.
Dai risultati è emersa, inoltre, la necessità di intervenire per difendere e sostenere fattivamente le lesbiche e i gay adolescenti. Ritengo che l’introduzione di corsi di educazione alla sessualità nelle scuole possa costituire un valido contributo per l’avvio di questo percorso.

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