2
- Il fenomeno del suicidio giovanile e del fattore omosessualità.
Una
questione ancora poco studiata dagli specialisti è quella del fattore
omosessualità, maschile e femminile, all'interno del problema del
suicidio giovanile.
Gli
studiosi del suicidio, infatti, generalmente sono stati sempre riluttanti
nell'accettare o dimostrare la teoria che le persone Gay, Lesbiche e Bisessuali
(GLB) e specialmente i giovani GLB siano ad alto rischio per comportamento
suicidiogeno rispetto alla controparte eterosessuale. Documenti di ricerca
e articoli scientifici riguardanti questo specifico problema, infatti,
hanno quasi sempre omesso la questione dell'orientamento sessuale. In Italia
questo tipo di riflessione non è ancora iniziata mentre interessanti
approfondimenti provengono da Stati Uniti e Canada.
Fino
al 1993 pochi professionisti nel settore della prevenzione del suicidio
adolescenziale hanno considerato questo crescente dibattito. Garland e
Zigler in American Psycologist, sono stati tra i primi a fare ricerche
in tal senso e hanno analizzato la connessione diretta che esiste tra l'umiliazione
e la frustrazione subita dagli adolescenti omosessuali e il comportamento
suicidiogeno.
Un
importante studio, inoltre, è quello condotto da Pierre J. Tremblay,
The Gay, Lesbian, and Bisexual Factor in the Youth Suicide Problem,
presentato alla VI Conferenza annuale dell'associazione canadese per la
prevenzione del suicidio il 25 aprile del 1995.
La
ricerca di Tremblay evidenzia che nella storia dello studio del suicidio
il fattore omosessualità raramente è stato preso in giusta
considerazione. Ai professionisti che generalmente lavorano con i giovani
(psicologi, insegnanti, educatori, ecc.) manca, infatti, la conoscenza
e la comprensione per aiutare gli adolescenti "a rischio" e per offrire
loro un significativo aiuto. A causa di questa carenza, sostiene Tremblay,
i problemi di questi giovani rischiano di non trovare la soluzione
adeguata e di essere esasperati. Il rapporto esistente tra tentativi di
suicidio e orientamento sessuale di tipo omosessuale è strettamente
diretto e conosce una lunga storia presso la comunità gay e lesbica
americana. A questo rapporto si ispira la ricerca di Tremblay.
Il
primo studio scientifico a suggerire che le persone gay, lesbiche e bisessuali
sono più a rischio per aver avuto problemi riguardanti il tentato
suicidio, è stato portato avanti da Bell & Weinberg nel 1978
(1) sulla base di un campione di adulti bianchi, di neri, di maschi, di
femmine, di omosessuali e di eterosessuali.
Il
risultato di questa ricerca testimonia il fatto che per i maschi gay è
6 volte più probabile il tentato suicidio che per i maschi eterosessuali,
mentre per le lesbiche è due volte più probabile che per
le femmine eterosessuali.
E'
stato anche evidenziato che il più alto rischio per il tentato suicidio
si riscontra in età adolescenziale. Le figure 1-2-3 mostrano il
tasso di suicidio dai 17 anni fino ai 20 e ai 25 anni, rispettivamente
per tutti i gruppi studiati, per giungere alla conclusione che all'età
di 17, 20 e 25 anni i maschi gay hanno 16 volte, 13 volte e 6 volte più
probabilità di tentare il suicidio rispetto alla controparte eterosessuale.
I risultati di questa ricerca confermano, secondo il canadese Pierre
J. Tremblay, gli studi sui giovani omosessuali e bisessuali elaborati fin
dai primi anni '70.
La
soluzione suggerita dal ricercatore canadese parte da questi primi risultati
e da quelli ottenuti più tardi dallo psicologo Christopher Bagley
e si riferisce essenzialmente al momento della prevenzione del disagio.
Bagley,
psicologo della Facoltà del Lavoro Sociale all'Università
di Calgary, nel 1994 in Child Abuse & Neglect (2) ha introdotto nuovi
dati: studiando un campione di 750 maschi fra i 18 e i 27 anni ha notato
che l'87,5% dei giovani maschi che hanno tentato il suicidio erano stati
sessualmente abusati da bambini o erano omosessuali; 3 su 8 attentatori
di suicidio nel campione Bagley erano gay o bisessuali.
I
risultati raggiunti da questa ricerca hanno un notevole valore nel campo
dello studio del suicidio, specialmente all'interno del dibattito teso
a dimostrare che i giovani omosessuali e quelli bisessuali sono a più
alto rischio di suicidio rispetto alla controparte eterosessuale. Grazie
a Bagley, oggi, la maggior parte degli studiosi suggerisce che la presenza
degli omosessuali e dei bisessuali, tra coloro che tentano il suicidio,
possa essere più alta del 37,5% precedentemente riscontrato. Pierre
J. Tremblay ritiene che, essendo il campione di Bagley "limitato", si sia
verificata una sotto-rappresentazione della popolazione "a rischio". Il
campionamento di Bagley, infatti, è stato eseguito servendosi dell'elenco
telefonico della città di Calgary. Questo approccio implica che
i soggetti presi in considerazione stessero generalmente vivendo
vite stabili. Sono stati involontariamente esclusi i giovani "di strada",
quelli che vivono nel sistema carcerario, ecc.
Gli
studi condotti da Bradford & Caitland si concentrano sul fenomeno del
tentato suicidio che riguarda le femmine lesbiche. Anche in questo caso
i dati rilevati (figure 4-5) suggeriscono che il tasso dei suicidi di giovani
lesbiche e bisessuali femmine siano paragonabili, e perfino più
elevati, di quelli dei giovani gay e bisessuali maschi. Saunders &
Valente (3) sostengono che l'evidenza empirica e la teoria di Emile Durkeim
del suicidio anomico (mancanza di leggi o di organizzazione sociale che
favorisce il fenomeno dei suicidi) possano dimostrare la tesi per cui gay
e lesbiche sono ad un più alto rischio per quanto riguarda il suicidio.
Quando l'anomia è combinata con alti livelli di stress possono aumentare
i casi di suicidio.
Come
molti autori hanno affermato, e tra questi Martin A.D. e Hetrick E.S. (4),
lo sviluppo dell'identità gay e lesbica avviene in un contesto di
infamia nel quale l'adolescente omosessuale avverte la sensazione
di essere diverso/a dai propri simili. Questi giovani, fin dall'infanzia,
sono stati esposti all'omofobia della larga parte della cultura e
hanno appreso, come osservano Hetrick e Martin, che "sentimenti
di tipo omosessuale possono collocare l'individuo in un gruppo svalutato"
(5). La stigmatizzazione sociale produce il nascondimento, spesso l'isolamento
e a volte tentativi di cambiare il proprio orientamento sessuale. Tanney
B. (6) ha osservato come questa forma di disagio sia strettamente legata,
soprattutto nei più giovani, a depressione, abuso di sostanze alcoliche
o stupefacenti, assenze ingiustificate da scuola o dal posto di lavoro,
ecc.. L'uso di alcol e di droghe per gay e lesbiche è, infatti,
multifunzionale: allevia l'ansia causata dalla necessità di nascondere
la propria identità; aiuta a scaricare gli impulsi sessuali in maniera
più confortevole; diminuisce la depressione e la dissonanza generate
dalla scoperta della propria identità sessuale; agisce come antidoto
al dolore dell'esclusione, della ridicolizzazione e del rigetto della famiglia
e del gruppo dei coetanei; fornisce un senso di potere e auto stima necessario
a contrastare il senso giovanile dell'essere svalutati, e infine offre
un senso alla ricerca dell'identità e alla mancanza di lusinghe
quotidiane.
La
soluzione a questo drammatico problema è complessa e richiede la
collaborazione di docenti, educatori, professionisti e genitori. Pierre
J. Tremblay sostiene che molti professionisti di salute mentale non abbiano
avuto un'educazione alla sessualità in genere e all'omosessualità
in particolare. L'omofobia della nostra società, il pregiudizio
e l'intolleranza condizionano sensibilmente l'insegnamento delle professioni
per la salute mentale e rendono problematici gli sforzi di prevenzione
del disagio delle persone glb. Generalmente, medici e psicologi impegnati
nella prevenzione del suicidio sembrano non considerare l'esistenza delle
persone gay, lesbiche e bisessuali in generale, e dei giovani gay, delle
giovani lesbiche e dei giovani bisessuali in particolare. Questa situazione
è stata definita da Tremblay come "micidiale". Una situazione del
genere, è evidente, non può che inasprire il problema dei
giovani attentatori di suicidio poiché niente è più
controproducente che ignorare un gruppo umano fortemente coinvolto in un
problema, ignorare i suoi bisogni e creare servizi sociali inadeguati.
Per aiutare questi soggetti, dunque, è necessario identificarli
in quanto giovani gay, lesbiche e bisessuali. Questo processo di individuazione,
spesso, si scontra con il silenzio, il nascondimento e la negazione di
se stessi che i giovani glb attuano a difesa della propria identità
negata. Comunemente, infatti, questi giovani non vogliono esperire la disapprovazione
del terapeuta, del docente, dell'educatore o del genitore. Credo sia fondamentale
che tutti i professionisti, chiamati a dare una soluzione a questo problema
complesso, siano istruiti e formati appositamente.
I
giovani attentatori di suicidio dovrebbero essere aiutati molto prima che
raggiungano lo stato di disperazione. Una soluzione a questo problema sarebbe
quella di porre fine alla società omofobica e intollerante. Gli
sforzi, quindi, devono includere la capacità di trattare temi come
l'omosessualità dove la stessa sessualità rappresenta ancora
un tabù. L'esistenza di giovani omosessuali e il risaputo e verificato
alto rischio di suicidio, causato da problemi socialmente inflitti, devono
essere riconosciuti e giustamente considerati. Rimangono molti lavori di
ricerca da svolgere nello studio del suicidio e del fattore orientamento
sessuale ed è necessario comprendere che le forme di tabù
sulla sessualità umana hanno un'implicazione del 90% nei problemi
del suicidio (soprattutto giovanile).
Prima
di analizzare alcune esperienze condotte in scuole secondarie superiori
in relazione alla prevenzione del disagio giovanile causato dall'orientamento
sessuale di tipo omosessuale, cercherò di chiarire meglio il significato
del sostantivo omosessuale servendomi soprattutto degli studi condotti
dallo psichiatra e psicanalista americano Richard A. Isay, professore di
clinica psicghiatrica al Cornell Medical College e vicepresidente della
National Lesbian and Gay Health Foundation degli Stati Uniti.
Note:
(1)
Bell A., Weinberg M.S., Sexual Preference: Statistical Appendix, , Hammersmith
S.K., Indiana University Press, Bloomington, III, 1981.
(2)
Bagley C., Wood M, Young L., Victim to abuser: mental health and behaviour
sequels of child sexual abuse in survey of young adult males, in Child
Abuse & Neglect 1994, 18 (8), pp.683-697.
(3)
Saunders J.M., Valente S.M., Suicide risk among gay men and lesbians: a
review. Death Studies, 1987, 11, pp.1-23.
(4)
Martin A.D. e Hetrick E.S., The stigmatization of the gay and lesbian adolescent,
in Journal of Homosexuality 1988; 15(1/2), pp.163-183.
(5)
ibidem, pp.163-183.
(6)
Tanney B., Suicide prevention in Canada: a national perspective highlighting
progress and problems. Suicide and Life-Threatening Behaviour, 1995, 25(1),
pp.105-122.
3
- Cos’è l’omosessualità.
E’
opportuno prestare particolare attenzione nella scelta e nell’uso
delle parole. Il sostantivo omosessuale benché abbia una connotazione
vagamente clinica resta il più neutro che si possa avere
a disposizione.
Le
donne e gli uomini omosessuali (1) hanno una attrazione erotica predominante
nei confronti di persone dello stesso sesso, ma poiché spesso la
pressione esercitata dalla società può inibire il comportamento
sessuale di un individuo, “una donna o un uomo non hanno necessariamente
bisogno di praticare l’attività sessuale (con persone dello stesso
sesso) per essere omosessuali” (2). Possono essere considerati tali,
infatti, anche coloro i quali sono incapaci di accettare di essere gay
o addirittura coloro che, non avendo un accesso conscio alle loro fantasie
omoerotiche, le reprimono o le negano rimuovendole.
La
fantasia sessuale, sia essa eterosessuale che omosessuale, resta quindi
la caratteristica più appropriata per definire l’orientamento sessuale
di un individuo. La predominanza di fantasie sessuali di tipo omosessuale
può essere considerata come conferma di una tendenza verso l’orientamento
omosessuale di una persona, come del resto la prevalenza di fantasie sessuali
a carattere eterosessuale può essere considerata come testimonianza
di un orientamento di tipo eterosessuale.
Una
volta appurato, per linee generali, cosa sia l’omosessualità resta
da vedere se essa sia da considerarsi una patologia del comportamento sessuale
oppure una semplice variante non patologica della sessualità umana.
Nel
1935 Sigmund Freud in una lettera ad una madre di un giovane omosessuale
scrisse: “L’omosessualità non è certo un vantaggio, ma non
è nulla di vergognoso, non è un vizio né una degradazione,
e non può essere classificata come malattia […]. E’ una grande ingiustizia
e anche una crudeltà perseguitare l’omosessualità come un
crimine” (3).
Meno
noto è l’appello al Reichstag che Freud, nel 1930, firmò
per l’abrogazione di quella parte del codice penale tedesco che, dal 1871,
considerava i rapporti omosessuali come un crimine. L’appello, sottoscritto
anche da Arthur Schnitzler, da Stefan Zweig e da Jakob Wassermann, sosteneva
che “nel corso di tutta la storia e tra tutti i popoli l’omosessualità
è sempre esistita […]. L’inclinazione sessuale degli omosessuali
gli è tanto propria quanto lo è quella degli eterosessuali
[…]. Questa legge rappresenta quindi una gravissima violazione dei diritti
umani in quanto non riconosce agli omosessuali la loro propria sessualità
anche se gli interessi dei terzi non sono violati […]. Gli omosessuali
devono adempiere agli stessi doveri civili come chiunque altro. In nome
della giustizia chiediamo che i legislatori riconoscano loro gli stessi
diritti civili abrogando la legge in questione” (4).
Il
17 Dicembre del 1963, a trent’anni dall’appello di Freud, sul New
York Times vennero citati due psicoanalisti americani: Irvin Bieber, che
aveva effettuato un ampio studio sugli omosessuali (5), e Charles
Socarides, che ancora oggi scrive sugli omosessuali. Il primo veniva
ricordato dal giornale per aver dichiarato di “non approvare il tentativo
compiuto dagli omosessuali organizzati di promuovere l’idea che essi
non rappresenterebbero altro che un’ulteriore minoranza, in quanto il loro
stato di minoranza è basato sulla malattia” ; il secondo analista
veniva citato per aver detto: “L’omosessuale è malato, e qualsiasi
cosa che tenda a mascherare tale evidenza riduce le sue possibilità
di cercare e di ottenere una cura […]" (6).
In
sostanza Irving Bieber e Charles Socarides, riassumevano quella convinzione
che oggi continua ad incidere pesantemente sul pensiero e sulla pratica
della comunità psicoanalitica americana: uno sviluppo normale e
senza ostacoli dell’individuo deve condurre necessariamente alla espressione
dell’eterosessualità. L’omosessualità, secondo
questa teoria diametralmente opposta a quella di Freud, è
causata da gravi disturbi evolutivi precoci.
Si
può ritenere che questa posizione, tendente ad incoraggiare negli
omosessuali un comportamento socialmente accettabile e quindi eterosessuale,
“sia un’espressione del pregiudizio sociale della collettività in
cui gli psicoanalisti vivono e lavorano” (7), ma non ritengo sufficiente
questa spiegazione. Credo sia opportuno soffermarsi a riflettere sulle
motivazioni e giustificazioni di questa teoria. A tal fine le osservazioni
di Isay possono essere utili. In primo luogo, sostiene lo psichiatra e
psicanalista americano, possiamo notare che, nata come movimento radicale,
elemento di rottura nei confronti della scienza tradizionale e ufficiale,
la psicoanalisi ha gradualmente perso l'effetto dirompente e antischematico
delle origini. Ma come si è evoluto il pregiudizio all’interno della
comunità scientifica americana?
Tornati
in patria dopo la Seconda guerra mondiale, numerosi analisti americani
divennero influenti nei dipartimenti di psichiatria degli Stati Uniti e
aquisirono un prestigio non indifferente nella comunità scientifica
internazionale. Durante l’era McCarthy essi furono molto cauti nel perseguire
i loro interessi intellettuali ed anche gli psicoanalisti europei, i quali
durante la guerra si erano rifugiati negli Stati Uniti, si allinearono
alla loro politica tesa a far si che la psicoanalisi si legasse sempre
più alla medicina. Fu così che, secondo Richard Isay, “la
psicoanalisi americana venne consegnata alla ortodossia e alla conformità
sociale” (8). Secondo Isay oggi è opportuno nell’analisi della condizione
omosessuale, ripartire dalle posizioni di Freud. Il fondatore della psicoanalisi,
già nel 1905 nei Tre saggi sulla teoria sessuale, descrivendo le
cause ambientali e sociali dell’omosessualità non perse mai di vista
l’importanza dei fattori biologici.
In
Psicologia delle masse e analisi dell’Io del 1921 citò come determinanti
ambientali dell’orientamento omosessuale l’attaccamento alla madre, il
narcisismo, la paura della castrazione, la gelosia per i fratelli maggiori
e l’assenza di un padre forte, ma nei Tre saggi sulla teoria sessuale
affermò: ”Ci si domanda se le molteplici influenze accidentali bastino
a spiegare l’acquisizione (dell’omosessualità) senza che non debba
esservi nell’individuo qualcosa che ad essa è disposto […]. Negare
che agisca quest’ultimo fattore è impossibile” (9).
Freud
menzionò e analizzò, quindi, sia i fattori ambientali che
quelli innati o biologici. In Psicogenesi di un caso di omosessualità
maschile del 1920 sostenne inoltre che “in ognuno di noi attraverso
tutta la vita la libido normalmente oscilla tra l’oggetto maschile e quello
femminile” (10).
In
sostanza il fondatore della psicoanalisi sostenne la presenza in ogni individuo
di pulsioni sessuali di entrambe i tipi (maschile e femminile) e indicava
nella società e nella morale dominante le cause della rimozione
delle tendenze sessuali di tipo omosessuale.
Negli
anni cinquanta negli Stati Uniti a suffragare questa tesi furono i famosi
studi dello psicologo Alfred Kinsey pubblicati nel 1948 a Philadelphia
dalla W.B.Saunders Company con il titolo di Sexual behavior in human male.
Studiando il comportamento sessuale di circa cinquemila uomini americani
bianchi trovò che il 4% della popolazione adulta bianca maschile
è costituita da soggetti che, a partire dall’adolescenza, sono per
tutta la loro vita esclusivamente omosessuali e che circa il 10% della
popolazione maschile totale è esclusivamente omosessuale per almeno
tre anni nell’arco di età compreso tra i sedici e i sessantacinque
anni.
Altre
ricerche europee riferiscono di una incidenza del fenomeno analoga. Basta
citare per esempio gli studi condotti da Judd Marmor e pubblicati a Baltimore
nel 1975 sui Text book of Psychatry,(II p.1511) da Williams e Wilkins.
Le
ricerche di Clellan Ford e Frank Beach dimostrano che, nella maggior parte
delle settantasei società studiate da loro, le pratiche di
tipo omosessuale sono considerate o socialmente accettabili o consuetudinarie.
“Alcuni comportamenti omosessuali sono presenti in moltissime società
umane. Questi tendono ad essere più comuni nell’adolescenza piuttosto
che nell’età adulta e sembrano essere più frequenti tra gli
uomini che tra le donne […]. Comunque anche nelle società che limitano
severamente le tendenze omosessuali, alcuni individui manifestano ugualmente
il comportamento omosessuale […]. Nelle società che, a differenza
della nostra, prevedono ruoli omosessuali socialmente accettati, un certo
numero di individui, in prevalenza uomini, scelgono di manifestare varie
modalità di comportamento omosessuale” (11).
Da
queste ricerche emerge, ovviamente, che nelle società occidentali,
influenzate da una concezione morale di tipo giudaico-cristiana, l’omosessualità
è stata appena tollerata se non addirittura dichiarata illegale.
Basti pensare, come ho già ricordato, che in Gran Bretagna sino
alla fine degli anni Cinquanta severe sanzioni penali erano previste per
gli omosessuali. Solo nel 1954 il Wolfenden Commitee, costituito dalla
Camera dei Lord per studiare queste leggi discriminatorie, cominciò
a mettere in dubbio la convinzione che l’omosessualità fosse una
malattia e potesse essere perseguita penalmente. Il Rapporto stilato nel
1957 da questo Comitato sottolineò che “la condizione omosessuale
può essere compatibile con uno stato di piena salute mentale” (12).
Incoraggiata da questi studi e dalle esortazioni di psichiatri come Judd
Marmor, nel 1973 l’American Psychiatric Association decise di derubricare
l’omosessualità dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi
psichiatrici (13).
La
psicoanalisi, soprattutto negli Stati Uniti, rimane invece ancora oggi
legata alla convinzione che l’omosessualità sia comunque patologica.
L’omosessualità è considerata, dalla maggioranza degli psicoanalisti
statunitensi, come una forma di sessualità perversa e deviante in
quanto i gay, per esempio, non raggiungono il teorico punto finale di sviluppo
“normale” che consiste nella risoluzione del complesso di Edipo, ossia
nel desiderare una donna come la madre attraverso l’identificazione con
il proprio padre.
Dopo
la morte di Freud gli psicoanalisti optarono per la soluzione che
vedeva nell’omosessualità una forma patologica. Il primo a criticare
la teoria di Freud, sull’origine e sulla natura dell’omosessualità,
fu Sàndor Rado (14), che considerò l’idea di una bisessualità
genetica come incongruente dal punto di vista biologico e di scarsa utilità
per la ricerca. Rado riteneva che l’omosessualità maschile fosse
la risposta fobica di un uomo che è reso impotente dall’ansia provocatagli
dalla figura materna e successivamente dalla paura di tutte le donne, e
che perciò utilizza delle “forme aberranti per soddisfare il suo
normale appetito genitale” (15).
Attualmente
sta emergendo, anche grazie allo psichiatra e psicoanalista Richard
Isay, una nuova scuola di pensiero. Da venti anni impegnato in un lavoro
clinico con persone gay, Isay è apertamente contrario
alle conclusioni alle quali era giunto negli anni Sessanta lo psicoanalista
Sàndor Rado. Isay sostiene, infatti, che “l’omosessualità
sia una variante non patologica della sessualità umana” e dichiara
di non aver rilevato nei suoi pazienti gay una maggiore psicopatologia
che nei suoi pazienti eterosessuali. Rispondendo proprio alla tesi di Rado,
Isay osserva, inoltre, che “le relazioni anomale precoci degli omosessuali
con le proprie madri descritte dalla maggior parte degli analisti sembrano
essere più caratteristiche di quegli uomini che sono insoddisfatti
della loro sessualità piuttosto che dei gay in generale” (16).
Richard
Isay è giunto alla conclusione che la persona omosessuale ha un’identità
psichica integrata, matura e suscettibile alla patologia né più
né meno della persona eterosessuale, e che ogni tentativo di modificare
l’orientamento sessuale ha conseguenze dolorose e dannose per l’individuo
e la società.
Isay
affronta il problema della scelta personale nello sviluppo arrivando a
sostenere che l’omosessualità sia più propriamente
classificabile come orientamento che come scelta o preferenza.
Isay
in Essere omosessuali, frutto della sua esperienza ventennale di psicoterapie
con uomini gay, confuta la tradizionale teoria psicoanalitica enunciata
anche dallo psicologo Richard Green (17) che sostiene che un uomo non possa
essere omosessuale senza anche essere o sentirsi effeminato. Una forte
identificazione con la madre può verificarsi durante i primi due
o tre anni di vita nello sviluppo di quei bambini la cui madre non
riesce a renderli indipendenti da lei o anche laddove un padre è
incapace di aiutare il bambino a disidentificarsi dalla madre durante questa
fase di unione e di attaccamento a lei (18). Questa precoce identificazione
può avere come conseguenza un disturbo nella percezione della propria
mascolinità ma, secondo Isay, le madri o i padri che inibiscono
lo sviluppo dei propri figli in questo modo non sono soltanto quelli che
hanno dei figli gay. Isay sostiene che non si dovrebbe concludere, dagli
studi di Green, che necessariamente la maggior parte dei gay sia
effeminata nel corso dell’infanzia o che l’origine dell’omosessualità
sia legata ad una mancanza di mascolinità.
Altro
è, secondo Isay, il comportamento esagerato o “camp” con cui alcuni
gay adulti amano divertirsi. Questo comportamento non ha un legame causale
con lo sviluppo del loro orientamento sessuale. Tale comportamento contiene,
per Isay, “gradi variabili di autoironia che ha lo scopo di sottolineare
le etichette sessuali convenzionali. Nella nostra società un gay
è definito effeminato semplicemente perché desidera o ama
altri uomini. Ed è proprio l’arrabbiato riconoscimento e ostentamento
di questo stereotipo culturale che in gran parte giustifica un atteggiamento
“camp”, e non invece un disturbo dell’identità sessuale” (19).
Isay,
a conclusione delle sue ricerche, mette in discussione l’influenza dei
soli fattori ambientali e culturali nel manifestarsi dell’orientamento
sessuale di tipo omosessuale e attribuisce all’aspetto costituzionale piuttosto
che a quello ambientale una importanza fondamentale. “Certamente,
ci può essere una gerarchia di fattori ambientali che, più
o meno precocemente fanno si che si manifesti la predisposizione per l’omosessualità.
Comunque, la mia esperienza clinica indica che, mentre l’ambiente circostante
ha un’influenza notevole sul modo in cui la sessualità viene espressa,
ha invece una minima influenza sull’orientamento sessuale” (20).
Isay,
per suffragare la tesi dell’esistenza di prove empiriche sulla base biologica
dell’omosessualità, prende in considerazione anche la teoria di
Simon LeVay (21) sulla differenza nei nuclei dell’ipotalamo anteriore tra
un campione di eterosessuali e e uno di omosessuali morti di Aids. Sostiene
che lo studio, sebbene abbia bisogno di essere ripetuto con un diverso
campione di gay sani, indica però l’esistenza di una base biologica
dell’omosessualità maschile.
Uno
studio di Richard Phillard e James Weinrich (22), preso come esempio da
Isay, ha inoltre dimostrato che i gay hanno più fratelli omosessuali
o bisessuali (22%) degli eterosessuali (4%). Questi risultati possono
far ritenere che l’omosessualità negli uomini sia costituzionale
ed ereditaria.
Un’enfasi
sui fattori biologico-ereditari è anche compatibile con la teoria
di Gary Mihalik che afferma l’esistenza di una tendenza evolutiva verso
una maggiore flessibilità e diversità della sessualità
umana (23).
Alla
luce di queste teorie sarebbe interessante fare il punto della situazione
ed analizzare gli atteggiamenti reali e auspicabili della società
nei confronti della minoranza omosessuale.
La
causa dell’omosessualità resta un grande enigma: è probabile
che si tratti di un insieme di fattori genetici e di qualcosa che si sviluppa
già nell’infanzia (prima dei cinque o sei anni) come sostiene ormai
la maggioranza della comunità scientifica ed intellettuale . Tuttavia
queste argomentazioni possono essere considerate irrilevanti ai fini della
discussione che seguirà.
Premessa
necessaria alle successive riflessioni è il fatto che nella stragrande
maggioranza dei casi la condizione omosessuale è involontaria quanto
quella eterosessuale: si tratta di un orientamento evidente fin dall’inizio
della formazione dell’identità affettiva.
Ciò
che mi propongo di fare, quindi, è di definire il possibile contributo
che le istituzioni scolastiche possono offrire per l'abbattimento del pregiudizio
e dell'intolleranza attraverso l'analisi di esperienze già svolte
in alcune scuole secondarie superiori.
Note
:
(1)
“Omosessuale” è un termine medico che ebbe origine nel XIX secolo.
La parola provenzale “gai” precedette probabilmente di sei secoli quella
di “omosessuale”. Si veda John Boswell (1980) Cristianesimo, tolleranza,
omosessualità. Trad. it. Leonardo Editore, Milano 1989, p.63.
(2)
Richard A. Isay , Essere omosessuali. Omosessualità maschile e sviluppo
psichico. Raffaello Cortina Editore, Milano 1996, p.9.
(3)
Sigmund Freud (1935), Lettera a Mrs. N.N. Cit. in : Ernst Jones (1953)
Vita e opere di Freud. Traduzione italiana Il Saggiatore, Milano 1995,
vol.3, pp.236-237.
(4)
Questo appello è ristampato nella traduzione di Herbert Spiers e
Michael Lynch (1977) in The gay rights Freud, Body Politic,33, pp.8-18.
(5)
Irving Bieber (1962), Omosessualità, Taduzione italiana, Il Pensiero
scientifico, Roma 1977.
(6)
New York Times, 17 dicembre 1963, p.33. L’analista Edmund Bergler ricordò
anche che preferiva mantenere le restrizioni legali contro l’omosessualità
nella speranza di incoraggiare un adattamento eterosessuale.
(7)
Richard A. Isay, cit., p.4.
(8)
Richard A. Isay , cit., p.5.
(9)
Sigmund Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, Boringhieri,
Torino 1967-1980, vol.10, p. 456.
(10)
Sigmund Freud, The psychogenesis of a case of female homosexuality, in
The international Journal of Psycho-analysis, 1920, vol.I, n.2, p.125.
(11)
Clellan Ford, Frank Beach, Patterns of Sexual Behaviour. Harper and Brothers,
New York 1951, p. 143.
(12)
Wolfenden Report (1957), Great Britain Committee on Homosexual and Prostitution.
Ed. americana autorizzata Stein and Day, New York 1963.
(13)
American Psychiatric Association (1980), Manuale diagnostico e statistico
dei disturbi mentali (DSM-III). Traduzione italiana Masson, Milano 1983.
(14)
Sàndor Rado, A critical examination of the concept of bisexuality,
Psychosomatic Medicine 1940, 2, pp.459-467.
(15)
Sàndor Rado, A critical examination of the concept of bisexuality,
in Marmor. Basic Books, New York, p.186.
(16)
Richard A. Isay , cit., p.14.
(17)
Richard Green, The Sissy Boy Syndrome and the development of homosexuality.Yale
University Press, New Haven 1987.
(18)
Si vedano Ralph Greenson, Dis-identifyng from mother in International Journal
of Psycho-Analysis ,1968, 49, pp.370-374; Robert Stoller, Boyhood gender
aberrations:treatment issues, in Journal of the American Psychoanalytic
Association, 1978, 26,3, pp.541-558.
(19)
Richard A. Isay , cit., p.19.
(20)
Richard A. Isay , cit., p.19.
(21)
Simon LeVay, A difference in the hipothalamic structure between heterosexual
and homosexual men, in Science, 1991, 253, pp.1034-1037.
(22)
Richard Pillard, James Weinrich, Evidence of familar nature of male homosexuality,
in Archives of Generasl Psychiatry, 1986, 43, pp.808-812.
(23)
Gary Mihalik, Sexuality and gender: an evolutionary perspective, in Psychiatric
Annals, 1988, 18, pp.40-42.
4
- Analisi del video "Nessuno uguale".
Appare
interessante il percorso seguito nella realizzazione del video "Nessuno
uguale - adolescenti e omosessualità" (1). Rivolto agli educatori,
agli insegnanti, ai genitori, ma anche ai ragazzi, questo documento audiovisivo,
realizzato nel 1998 dal regista Claudio Cipelletti, dal dott. Roberto del
Favero, psicoterapeuta e counselor, e dalla dott.ssa Stefania Zaccherini
Marangoni, registra accuratamente l'atteggiamento esistente tra gli adolescenti
nei confronti dell'omosessualità. Come sostiene Gustavo Pietropolli
Charmet, nell'introduzione al breve volume che accompagna il video, "lo
spettatore non può non derivarne la certezza affettiva che i tempi
sono maturi per affrontare apertamente la questione nelle scuole e nell'associazionismo
giovanile sportivo e culturale" (2).
Come
correttamente osserva Daniela Benelli (assessore alla Cultura della Provincia
di Milano) un presupposto accompagna questo video prodotto dalla Provincia
di Milano - Settore Cultura e dall'Agedo (associazione genitori, parenti
e amici di omosessuali): "non è solo un invito alla tolleranza,
ma l'idea che ad ogni individuo si debba dare la possibilità
di sviluppare liberamente e pienamente la propria individualità
e identità, sessuale o omosessuale, ma soprattutto identità
tout court, che è il problema centrale dell'adolescenza. Penso che
la possibilità della libertà individuale sia il presupposto
perché una società possa svilupparsi liberamente" (3).
Nessuno
uguale è un documentario girato con ragazze e ragazzi eterosessuali
e omosessuali di alcune scuole superiori di Milano e rappresenta un utile
strumento di informazione e aggiornamento rivolto ai genitori, agli insegnanti
e agli educatori.
Il
silenzio che accompagna il vissuto di tanti adolescenti omosessuali e la
loro esperienza scolastica, lungi dal sortire un effetto educativo, si
carica di un giudizio di valore negativo. Conseguenza della trasmissione
di questo messaggio è che gli adolescenti, e non solo loro, non
si fidano di esprimere neanche il minimo interesse o la più moderata
tolleranza per l'argomento, in quanto temono di essere giudicati per questo
dagli adulti o dal gruppo dei pari.
"Molta
della omofobia espressa", osserva Claudio Cipelletti, "dipende dal timore
di esporsi con opinioni difformi. Ciò nondimeno nella realtà
la questione esiste, e ogni ragazzo viene in contatto continuo con l'argomento,
o con le persone omosessuali, e anche questo traspare con evidenza dalle
risposte dei ragazzi" (4). Il video, diviso in quattro sezioni, è
stato anticipato da un lungo lavoro di preparazione condotto con gli esperti
e con il regista e dalla costituzione di un gruppo misto, adolescenti omosessuali
ed eterosessuali, che ne rappresenta il punto di forza.
La
scelta di ripresa di primi e primissimi piani corrisponde alla volontà,
degli autori e del regista, di realizzare colloqui viso a viso nei quali,
se ci si può sottrarre a qualche parola, non si può eludere
l'espressione del volto degli adolescenti che intervengono. Una rapida
rassegna iniziale è dedicata a delle interviste filmate all'esterno
di alcune scuole secondarie superiori di Milano. I tre istituti, volutamente
molto diversi tra di loro, sono un Liceo classico, un Liceo Scientifico
e un Istituto Tecnico. Al termine di questa intervista una voce fuori campo
introduce alla prima delle quattro parti in cui è suddiviso questo
film. "Forse un giorno non esisteranno più termini spregiativi per
definire le diverse identità delle persone, ma oggi questi termini
esistono e rappresentano motivo di giudizio e di censura. Gli adolescenti
omosessuali devono ancora raccontarci la fatica e il dolore di costruire
in solitudine una identità non prevista dalla società in
cui vivono. Abbiamo girato questo documentario", prosegue la voce fuori
campo, "per ascoltare la loro voce e per sperimentare cosa succede
quando un gruppo di studenti delle scuole superiori incontra un gruppo
di coetanei e di coetanee apertamente gay e lesbiche. Anche se molti genitori
ed educatori non vedono validi motivi per parlare di omosessualità
a scuola, gli insegnanti e gli esperti che ci hanno sostenuto in questa
esperienza sono convinti che parlarne adeguatamente sia un'opportunità
nell'educare i ragazzi alla consapevolezza di sé, all'ascolto e
al rispetto per tutti" (5).
Il
film segue un doppio percorso: da un lato il racconto a più voci
di ragazze e di ragazzi omosessuali che raccontano le loro esperienze personali
e il loro "coming out" (venir fuori, raccontarsi ad amici o parenti), dall'altro
lato l'esperienza di un gruppo di adolescenti, formato da studentesse e
studenti di tre scuole secondarie superiori di Milano, che si incontrano
per due giorni tutti insieme con le coetanee e i coetanei omosessuali.
Questa doppia struttura è caratterizzata da quattro momenti, sottolineati
da quattro titoli:
1-
"Credevo di essere l'unico sulla terra". Questa prima parte del film è
caratterizzata dai racconti delle giovani lesbiche e dei giovani gay nel
momento del loro massimo isolamento: i primi innamoramenti durante gli
anni della scuola media inferiore, la consapevolezza della propria identità
e del silenzio che accompagna questa "scoperta". Queste testimonianze sono
condotte individualmente, senza alcun contesto di gruppo, proprio per sottolineare
la solitudine che accompagna la scoperta e la definizione dell'orientamento
sessuale di tipo omosessuale. Margherita, una delle ragazze lesbiche
che ha preso parte agli incontri organizzati dal dott. Del Favero, nel
corso dell'intervista ricorda che "è talmente forte il condizionamento
culturale, che ti può capitare per anni di percepirti, nonostante
i tuoi innamoramenti, come qualcosa di staccato rispetto a questa categoria
di omosessuali di cui gli altri ti parlano, generalmente in termini negativi"
(6). Poco dopo aggiunge: "era come se nella mia testa non ci fosse il concetto.
Non riuscivo ad inquadrare quello che mi succedeva in nessuno dei modelli
che vedevo intorno. E quindi l'unica cosa che mi veniva in mente era che
ero sbagliata e che avrei dovuto essere un uomo perché per sposare
lei dovevo essere un uomo. Questo ha creato una serie di conseguenze devastanti
in me: dal senso di inadeguatezza all'odio autodistruttivo. Solo quando
ho capito che oltre alla donna che ama l'uomo c'era un'altra possibilità,
c'è stata la svolta. Allora ho smesso di sentirmi inadeguata, e
questo meccanismo autodistruttivo di disistima è finito" (7). Parallelamente,
nel gruppo-scuola, gli studenti eterosessuali si incontrano per la prima
volta e aprono un dibattito dove le persone omosessuali sono ancora assenti.
Nonostante i toni animati, le opinioni diverse e i lavori proposti dalla
conduttrice, la dott.ssa Stefania Zaccherini Marangoni (insegnante ed esperta
di formazione), gli studenti possono riflettere e interrogarsi sulla
concezione di normalità che hanno. Nel secondo giorno entrano a
far parte del gruppo lesbiche e gay. Il lavoro prosegue come un vero e
proprio gruppo di incontro sotto la conduzione dello psicologo Roberto
Del Favero. Questo incontro consapevole è un'opportunità
inedita per molti degli studenti.
2-
"Ho incontrato altri marziani come me". Questa seconda parte del documento
audiovisivo è dedicata alle ragazze lesbiche e ai ragazzi gay i
quali raccontano come, dopo anni di solitudine e di isolamento, hanno trovato
il coraggio di confrontarsi con altre persone omosessuali. "Quando tu hai
quindici anni", osserva Marco, "desideri conoscere altri ragazzi che hanno
la tua stessa età e vivano la tua stessa condizione. Ma questo non
è possibile, perché devi nasconderti. Così se non
hai vissuto una socialità gay, è un pezzo che tu hai perso,
e che non puoi riconquistare" (8). La riflessione di Luca contribuisce
a chiarire l'importanza che assume per un adolescente il sentirsi parte
di un gruppo: "La prima volta che mi sono trovato insieme ad altri gay",
ricorda Luca, "è stato alla festa di strada omosessuale di Monaco
dove c'erano centinaia e centinaia di persone omosessuali, e io ho provato
una sensazione stupenda di appartenenza, di avere trovato altri marziani
come me. E' stata una sensazione bellissima che non dimenticherò
mai. La strada si è riempita di persone che ballavano un valzer,
accoppiati uomini con uomini e donne con donne. Poi c'erano delle coppie
lesbiche con dei bambini… mi sembrava di essere in paradiso" (9). Nel gruppo-scuola,
parallelamente, il confronto gay-etero apre un nuovo livello di comunicazione.
"Se ti guardo negli occhi", dice una ragazza, "posso cominciare a conoscerti,
superando ciò che urta la mia mente quando ti sento parlare". Queste
parole vengono pronunciate da una ragazza lesbica e ritengo che rappresentino
un passaggio importante nel cambiamento di clima del gruppo. Dalla
sospensione del giudizio, infatti, comincia a nascere l'opportunità
dell'ascolto. I racconti dei ragazzi omosessuali incoraggiano gli eterosessuali
ad "aprirsi" al confronto e a parlare di sé, abbandonando gradualmente
la posizione di scontro ideologico.
3-
"Se mi accettate, bene". In questa terza parte, le ragazze lesbiche e i
ragazzi gay, oramai più sicuri di sé, raccontano di quando
lo hanno detto in famiglia. Diverse sono le esperienze raccontate. Tra
le più significative c'è quella di Emanuele: "Mio padre l'ha
scoperto… facendomi pedinare! Poi ho voluto parlagliene, ma quando gliel'ho
detto lui è scoppiato a ridere. E dopo questo attacco isterico non
l'ha presa molto seriamente. L'ha sempre considerato come un raffreddore,
qualcosa che ti viene e poi guarisce in un paio di settimane" (10). Altrettanto
utile è la testimonianza di Massimo: "La prima cosa che mi disse
fu "tu mi devi fare un favore, io sono tua madre e non ti tradirò,
di me ti puoi fidare, perciò non lo dire a tuo padre, non lo dire
mai, altrimenti è la fine. Con mia madre si parlò di questa
cosa altre tre volte, molto negativamente. Andiamo dal medico, mi disse,
parliamo con lui, ti faccio dare una cura di ormoni, perché questa
è opera del diavolo […] (11). Nel gruppo misto (eterosessuali e
omosessuali) questi racconti provocano una forte identificazione: tutti
hanno provato qualcosa di simile nella propria vita quando hanno comunicato
una cosa importante di sé, con i genitori, con gli amici, con gli
insegnanti. "Ciascuno, nella sua storia", conclude il dott. Del Favero,
"ha vissuto la difficoltà del passaggio dal nascondimento, di qualunque
tipo sia, al venir fuori" (12). " […] gli eterosessuali vivono la stessa
esperienza. Allora il punto è che crescere significa per ciascuno
di noi fare coming out. Prendere in mano i raggi della propria identità
e dire io sono questo. E' un cammino continuo. Ogni giorno in ambienti
diversi, nella mia crescita diversa, ho bisogno di dire io sono".
4-
"Uno spicchio in più". A questo punto la comunicazione tra omosessuali
ed eterosessuali è aperta. I primi hanno avuto l'opportunità
di essere realmente visibili ai loro coetanei, gli altri hanno avuto l'occasione
di conoscerli al di fuori degli stereotipi e dei luoghi comuni. Le ragazze
e i ragazzi che hanno partecipato a questi incontri hanno potuto sperimentare
la serenità di poter essere se stessi in un gruppo di pari.
Il
titolo di questo film, Nessuno uguale, scaturisce, come i quattro titoli
dei capitoli nei quali è suddiviso, da una frase di un ragazzo che
rivendica per tutti, anche per chi come lui non è omosessuale, il
diritto/bisogno di sentirsi diverso e di poterlo gridare al mondo.
Elemento
linguistico di primaria importanza è l'uso di videoclip all'interno
del film. La musica e i gruppi musicali, infatti, rappresentano un linguaggio
giovanile efficace.
Ritengo
che questo documentario non debba essere ritenuto un manuale di istruzioni
per condurre un'analoga esperienza di gruppo in una classe, ma possa essere
un utile strumento per aprire un dibattito semplice e franco che non affronti
solo la questione dell'orientamento sessuale ma che comprenda, nel suo
complesso, il tema delle differenze. Il tema dell'omosessualità
e della sessualità più in generale, in un certo senso, è
affrontato solo marginalmente, appare, infatti, "come una metafora di un
processo noto a tutti: io mi sento un po’ diverso da voi… come faccio a
dirvelo? Mi amerete ugualmente? O per non rischiare è meglio che
stia zitto? Quale ragazzo o ragazza", si interroga il regista Claudio Cipelletti,
"non ha provato queste impressioni con le modalità assolute e intense
dell'adolescenza, riproponendo il problema mitico della scoperta di sé,
del venir fuori nella famiglia e nella società?"
Proprio
a questo problema una scuola moderna e democratica dovrebbe essere in grado
di contribuire a fornire risposte. Mostrare questo video in classe può
essere un buon punto di partenza. Non si parla, infatti, di una minoranza
distante o di un tema astruso. Al contrario i luoghi di questo video sono
quelli che ognuno conosce, cioè la scuola, le famiglie, la nostra
società nella sua umanità quotidiana, dove vi può
essere dolore e imbarazzo, ma dove questo va affrontato e rispettato.
Sarebbe
auspicabile la nascita di un atteggiamento di collaborazione tra insegnanti,
genitori e studenti, affinché parlare apertamente con i ragazzi
di questo argomento diventi un'opportunità. Perché le differenze,
anziché essere considerate fonte di problemi, divengano una risorsa
per arricchire tutti attraverso l'ascolto dell'altro.
Con
queste parole Claudio Cipelletti conclude l'introduzione al materiale di
accompagnamento del video: "Se anche un solo ragazzo o una sola ragazza
vedendo questo video abbrevierà il tempo della propria sofferenza
trovando un appiglio per dirsi allora esisto anche io, sarà ben
valsa la pena di averlo mostrato" (14).
Note:
(1)
Claudio Cipelletti, Nessuno uguale, materiale di accompagnamento, Italia,
1998.
(2)
Gustavo Pietropolli Charmet , introduzione a Nessuno uguale, di Claudio
Cipelletti, Italia, 1998, p. 5.
(3)
Daniela Benelli , introduzione a Nessuno uguale, di Claudio Cipelletti,
Italia, 1998, p. 4.
(4)
Claudio Cipelletti, Scheda di lettura in Nessuno uguale, materiale di accompagnamento,
di Claudio Cipelletti, Italia, 1998, p. 6.
(5)
Claudio Cipelletti, Nessuno uguale, materiale di accompagnamento, Italia,
1998, p.14.
(6)
ibidem, p.22.
(7)
ibidem, pp.22-23.
(8)
ibidem, p. 26.
(9)
ibidem, pp.26-27.
(10)
ibidem, p.32.
(11)
ibidem, pp.32-33.
(12)
ibidem, p.28.
(13)
ibidem, p.34.
(14)
ibidem, p.11.
5
- Proposte per l'integrazione della programmazione scolastica: idee, progetti
ed esperienze.
Numerose
sono le esperienze di educazione sessuale condotte nelle scuole elementari,
nelle scuole medie inferiori e in quelle superiori. Roberta Giommi e Marcello
Perrotta, psicologi e psicoterapeuti, a conclusione del Convegno dell'Istituto
internazionale di sessuologia, tenutosi a Firenze nel 1997, hanno raccolto
in un volume le testimonianze e i risultati più significativi.
Il
testo nel quale Giommi e Perrotta hanno raccolto contributi e progetti,
Educazione sessuale come prevenzione. Nuovi modelli per la famiglia, la
scuola, i servizi (Edizioni Del Cerro, 1998, Pisa), può essere un
ulteriore e valido strumento di lavoro e di riflessione per educatori,
insegnanti e genitori.
Premessa
di questo lavoro, sostengono Giommi e Perrotta nell'introduzione, è
stata quella di ritenere "l'educazione sessuale come intervento preventivo,
come crescita di una cultura della conoscenza e della differenziazione"
(1). “Sicuramente un modello di attenzione alle problematiche sociali di
convivenza e familiari produrrà come effetto positivo”, sostengono
gli autori, "una riduzione del danno rispetto alla difficoltà della
crescita dei bambini, delle bambine e degli adolescenti”.
A)
L’esperienza della U.s.l. 8 di Arezzo.
Evaristo
Giglio (responsabile dell’educazione alla salute) e Concetta Masciandaro
(psicologo sessuologo) della U.S.L. di Arezzo riportano un’esperienza della
loro struttura verificatasi nel 1990.
L’Unità
Sanitaria Locale di Arezzo, dopo analoghe esperienze avviate in altre
città, e in un periodo storico caratterizzato dalla ricerca di modelli
efficaci per la prevenzione dell’Aids, ha attivato un consultorio dedicato
ai giovani in cui, accanto ai tradizionali obiettivi del consultorio, ci
fossero risposte adeguate agli interrogativi posti dagli adolescenti sulle
tematiche dell’affettività e della sessualità. Il dibattito
culturale, nato da questo importante avvenimento, ha coinvolto, oltre alla
Scuola, anche le famiglie e le varie forze politiche e sociali, producendo
un convegno sull’Affettività in Famiglia e nella Scuola. Questo
momento di riflessione ha rappresentato l’occasione per un valido confronto
tra gli esperti del settore da una parte, e i giovani, i genitori e gli
insegnanti dall’altra ed ha contribuito alla reale attuazione del consultorio
stesso.
Il
raccordo organizzativo tra il momento informativo all’interno della scuola
e l’aggregazione libera e volontaria nello spazio consultoriale pensato
per i giovani, è ampiamente favorito dalla contemporanea presenza
di alcuni operatori dell’équipe (psicologo e ginecologo) in entrambe
le fasi. Questi due momenti, apparentemente distinti, fanno parte integrante
di un progetto unitario che si articola in una fase di educazione alla
salute e in un intervento interdisciplinare nel consultorio. La presenza,
nelle due fasi distinte, degli stessi operatori, assicura all’intero processo
unitarietà del percorso preventivo che inizia con la sensibilizzazione
in seno alle assemblee scolastiche e prosegue, per il giovane utente, nella
struttura consultoriale, nell’ambito di uno spazio specificamente previsto
in cui è favorita l’aggregazione dei gruppi.
A
– Intervento educativo: All’apertura dell’anno scolastico, la struttura
operativa di educazione sanitaria dell’U.S.L. invia alle scuole medie inferiori
e superiori la proposta di intervento educativo relativo alle tematiche
da sviluppare. A seguito delle richieste da parte degli istituti scolastici,
si dà avvio ad un periodo di informazione e di coinvolgimento attivo
degli insegnanti riguardo ai contenuti da trasmettere e alle metodologie
didattico-formative cui fa seguito la rilevazione dei bisogni emergenti
nelle varie classi, attraverso la verbalizzazione diretta delle richieste
oppure mediante strumenti di rilevazione più sofisticati come i
questionari. Questo intervento preliminare è essenziale per la collaborazione
degli insegnanti al progetto e deve inoltre preparare l’operatore ad affrontare
argomenti estremamente delicati come l’interruzione volontaria di gravidanza,
le adozioni problematiche, le tossicodipendenze, l’orientamento sessuale,
gli episodi di violenza sessuale, ecc. In base all’articolazione del programma,
al numero delle classi interessate e alle risorse professionali disponibili
nella U.S.L., la struttura operativa di Educazione Sanitaria elabora un
organigramma e un calendario di interventi per ogni istituto scolastico.
In media vengono stabiliti sei incontri di due ore ciascuno durante l’orario
di lezione per ogni istituto, a cadenza settimanale. Su richiesta gli operatori
sanitari sono disponibili a momenti formativi e/o di aggiornamento per
gli insegnanti. Durante il primo incontro si individuano gli argomenti
da trattare e le aspettative dell’intervento operativo. Gli altri cinque
incontri tratteranno i seguenti temi:
-
definizione della sessualità;
-
anatomia e fisiologia dell’apparato genitale maschile e femminile;
-
i miti e le informazioni antropologiche; i cambiamenti dei costumi sessuali;
-
la riproduzione;
-
varianze e devianze;
-
le malattie a trasmissione sessuale.
B
– Fase consultoriale: il Consultorio Giovani diventa, quindi, uno spazio
naturale che consente ai singoli utenti di esprimere quesiti relativi a
vissuti personali, spesso alla base di ansia e insicurezza nelle relazioni
con i coetanei e con gli adulti. Il consultorio prevede un’apertura settimanale
durante le ore pomeridiane ed offre i seguenti servizi:
-
Accoglienza (gli operatori in questo caso sono intercambiabili);
-
consulenza medica, psicologica, sessuologica per i seguenti temi: contraccezione,
gravidanza, ivg, prevenzione oncologica, disagio affettivo/sessuale, ecc.
In
fase di accoglienza vi è una prima decodifica della domanda e l’intervento
può risultare completo, oppure richiedere l’integrazione consultiva
di altri operatori. Questo secondo intervento può prevedere, in
alcuni casi, l’attivazione di una fase di trattamento che può essere
di breve durata e dunque effettuato in seno al consultorio, o anche espletato
attraverso l’invio ad altre strutture di livello specialistico dell’azienda
sanitaria (ospedale o servizi territoriali del D.S.M., ecc.).
Giglio
e Masciandaro riferiscono i risultati di questa esperienza:
-
crescita progressiva degli utenti verificatasi nei primi quattro anni di
attività del consultorio (circa 400 presenze annue);
-
il numero dei nuovi utenti continua lentamente a crescere e registra, in
media, 8 nuovi utenti al mese;
-
60 utenti frequentano le quattro sedute mensili;
-
i 3/5 dell’utenza accede al consultorio nel primo semestre dell’anno (durante
i mesi estivi alcune sedute vengono sospese);
-
il rapporto femmine/maschi è 4 a 1;
-
ogni utente accede al consultorio in media due volte l’anno;
-
il 65% delle prestazioni sono consulenze psicologiche;
-
il 25% sono prestazioni di prevenzione oncologica (pap test, palpazione
del seno, ecografia pelvica);
-
il 5% riguardano trattamenti psicoterapeutici brevi;
-
il restante 5% sono prestazioni di monitoraggio gravidanza e consulenze
relative ad IVG.
B)
La sessualità e la dimensione degli affetti. Esigenze espresse dalle
allieve di un liceo psicopedagogico di Palermo.
L.
Di Gloria, A.M. Di Vita, M. Garro e V. Granatella del Dipartimento di Psicologia
dell’Università di Palermo, hanno guidato una ricerca-intervento,
scaturita da un’esplicita richiesta di un gruppo di docenti, su un gruppo
di allieve di un liceo palermitano. Nello specifico l’intervento è
stato rivolto a 5 classi, di cui quattro III e una II, frequentate da ragazze
di età compresa tra i 16 e i 18 anni, per un totale di 100 soggetti.
I presupposti teorici alla base di questa ricerca riguardano soprattutto
la sessualità come aspetto fondamentale della vita. La sfera sessuale
rappresenta in ambito scolastico un elemento centrale del vissuto
adolescenziale: cambiamenti fisici, accettazione di Sé e del proprio
corpo, rapporti con l’altro sesso, ecc. Le modificazioni biologiche e psicologiche
dell’adolescente incidono sia nei rapporti con i genitori che con i pari,
con la scuola e con il contesto allargato.
Obiettivo
primario della ricerca degli psicologi del Dipartimento dell’Università
di Palermo è stato, quindi, quello di promuovere attività
di conoscenza, di riflessione e di cambiamento non soltanto in relazione
alla sessualità e ai processi di maturazione, ma anche all’affettività
e ai rapporti interpersonali.
Metodologia
e strumenti di indagine:
l’intervento
è stato strutturato in incontri settimanali, di due ore ciascuno,
in assetto di circle time, allo scopo di creare uno spazio fisico e psicologico
facilitante la comunicazione. La metodologia utilizzata ha previsto: la
proiezione del film “Io ballo da sola” (B.Bertolucci, 1995), seguita dalla
somministrazione di un questionario che ne riproponeva i temi fondamentali
tra cui “la prima volta”, vissuti e concezioni della sessualità
e dell’amore, utilizzo di un diario personale, ecc. Un altro questionario
sulla sessualità, elaborato da Berti Ceroni, Bonini, Ceccarini e
Zani nel 1987, è stato somministrato alle 100 allieve. Altri strumenti
di indagine sono stati, infine, un differenziale semantico sulla parola
“sesso”, un questionario sull’amore e sul corteggiamento proposti da Bazzo
e Del Re (1995) ed una tecnica proiettiva indagante la tipologia del rapporto
madre-figlia. Quest’ultima tecnica si è avvalsa del TAT (Thematic
Apperception Test, di Morgan e Murray del 1937) al fine di elaborare delle
storie a partire dalle tavole 2, 4, 7GF e 8GF, che sono state presentate
con delle frasi stimolo.
Conclusioni:
dai
risultati emerge, in particolar modo, un vissuto di madre protettiva con
alte aspirazioni nei confronti della figlia, soprattutto per quel che attiene
alla sfera privata (matrimonio). Si è potuto rilevare una forte
aspirazione verso il futuro, nei termini di successo e di realizzazione
personale, anche in ruoli tipicamente femminili. Questa aspirazione è
inoltre confermata dalla preminenza della categoria “opposizione”, che
se da un lato testimonia la presenza fondante del rapporto con la madre,
dall’altro evidenzia il bisogno adolescenziale di separarsi da esso. Si
è potuto, inoltre, rilevare che le studentesse che costituivano
il campione in esame, pur riconoscendo le differenze tra i due sessi, appaiono
maggiormente indirizzate a valutare gli aspetti positivi della diversità.
Questo aspetto viene confermato dalle risposte al questionario relativo
all’amore e al corteggiamento. La diversità è presente anche
nell’analisi del testo della IV tavola.
C)
Esperienze di educazione alla sessualità attuate a Pisa e provincia.
Due
docenti, T. Pizzi e C. Vettori, hanno voluto portare il punto di vista
degli insegnanti che, nel contatto quotidiano con gli studenti, hanno rilevato
come siano cambiati rapidamente (soprattutto negli ultimi 10 anni) i bisogni,
gli atteggiamenti e i comportamenti di preadolescenti e adolescenti. Il
bisogno che è stato individuato con maggiore chiarezza consiste
nella richiesta esplicita o implicita all’insegnante di essere un adulto
accogliente e competente, non solo per quel che riguarda la sua disciplina,
ma anche a proposito delle informazioni e del dibattito-confronto sulla
sessualità. Pizzi e Vettori ricordano come, rispetto a questa esigenza
dei giovani, la legislazione sia ancora inesistente, nonostante un’apposita
commissione parlamentare abbia presentato un testo unificato di varie proposte
di leggi per l’introduzione dell’educazione alla sessualità nelle
scuole.
L’educazione
alla salute nella scuola (L.162/90) ha comunque aperto degli spazi finalizzati
ad approfondire i problemi evidenziati dagli studenti. Due esempi: il Progetto
Giovani per le scuole superiori e il Progetto Ragazzi 2000 per le scuole
medie inferiori ed elementari. Con queste premesse e con l’approvazione
del provveditorato agli studi di Pisa e del Collegio dei docenti delle
rispettive scuole, sono stati programmati interventi di educazione sessuale.
Questa attività fa parte di un progetto più ampio di educazione
alla salute (Progetto pluriennale), che si articola in diversi temi, secondo
la fascia di età. Le finalità generali sono:
-
sostenere il processo di crescita che il giovane sta vivendo;
-
favorire la libera espressione e il dialogo in un clima di collaborazione;
-
far emergere le potenzialità personali per accrescere l’autostima.
Nell’affrontare
l’educazione sessuale nelle scuole di appartenenza, per evitare la sovrapposizione
di ruoli che può disorientare gli studenti, gli autori, hanno ritenuto
opportuno curare solo gli aspetti relazionali e socio-affettivi attraverso
esperienze di animazione nel piccolo gruppo, affidando la parte informativa
(anatomia e fisiologia dell’apparato riproduttore, gravidanza, contraccezione,
ecc.) ad esperti esterni.
Per
questo motivo è stata avviata una collaborazione con il Consultorio
Giovani della U.S.L. di Pisa. Le esperienze hanno avuto come destinatari
gruppi di adolescenti incontrati a scuola e fuori dalla scuola e un gruppo
di genitori.
Obiettivo
specifico dell’intervento è stato quello di fornire informazioni
corrette integrando e/o modificando conoscenze già acquisite e favorendo
il confronto nel piccolo gruppo per normalizzare problemi e dubbi.
All’inizio
dell’attività i ragazzi hanno espresso le loro aspettative personali
ed hanno formulato per scritto e in forma anonima dubbi, problemi, curiosità
e richieste di informazioni sulla sessualità. Nell’arco di due mesi,
con cadenza settimanale, si sono svolti incontri di due ore ciascuno, alternando
incontri dedicati all’informazione e incontri di riflessione e confronto
nel piccolo gruppo (massimo 15 partecipanti). La metodologia usata ha previsto
il circle time (per favorire la comunicazione) e i giochi di ruolo che
coinvolgono non solo intellettualmente, ma anche emotivamente (il coinvolgimento
emotivo è funzionale all’apprendimento). Sono state inoltre adoperate
schede predisposte per strutturare i temi e/o sintetizzare un processo.
Prima
esperienza: gruppo composto da 24 ragazzi preadolescenti (13-14 ani) e
da 3 operatori.
Aspettative
dichiarate: conoscere le idee del gruppo, il significato di sessualità,
la sessualità come affettività e genitalità, i sentimenti
collegati alla sessualità; approfondire l’argomento; non arrossire
più parlando di sesso; avere informazioni precise; vivere la sessualità
in modo più sereno; confrontare le proprie idee.
I
ragazzi che hanno partecipato a questa prima esperienza condotta da Pizzi
e Vettori, si sono mostrati in genere attenti e interessati, anche se il
clima era diverso da quello di una normale lezione, per il carattere in
parte ludico dato agli incontri. Le idee espresse testimoniano una ricerca
intensa e personale in un ambito che risulta centrale nella costruzione
dell’identità di ciascuno. La verifica finale del corso ha evidenziato
che: le aspettative sono state soddisfatte, i partecipanti hanno apprezzato
il confronto di opinioni con i loro compagni, gli incontri sono piaciuti
per la spontaneità e la libertà di espressione.
Seconda
esperienza: gruppo composto da 25 ragazzi (adolescenti 15-18 anni) e da
2 operatori.
Aspettative
dichiarate: conoscersi meglio e approfondire l’amicizia con gli altri;
confrontarsi su argomenti tabù; avere più informazioni utili;
soddisfare curiosità personali. Sono emersi questi temi da
approfondire: la difficoltà a parlare di sessualità; le somiglianze
e le differenze anatomiche tra maschi e femmine; la sessualità come
parte della crescita personale; le differenze di atteggiamenti e di comportamenti
tra maschi e femmine; il sesso senza amore; la sessualità prima
del matrimonio, l’imbarazzo nell’affrontare il rapporto; le informazioni
sull’omosessualità; la paura delle malattie sessualmente trasmesse.
I ragazzi hanno seguito gli incontri in modo continuativo ed hanno partecipato,
alcuni attivamente, altri con una comprensibile riservatezza. I partecipanti,
all’inizio un po’ diffidenti, si sono aperti nell’arco di questa breve
esperienza (5 incontri) e hanno mostrato un grande bisogno di parlare ancora
di sessualità e di approfondire temi che non avevano osato proporre
attraverso le domande anonime (più discussione su aborto, omosessualità,
AIDS).
Le
verifiche finali, espresse in forma anonima con le schede predisposte hanno
rilevato che:
-
le aspettative, inizialmente molto alte, erano state in parte o del tutto
soddisfatte;
-
gli incontri avevano consentito una migliore conoscenza reciproca;
-
un buon gradimento aveva ottenuto il confronto sincero e spontaneo;
-
i ragazzi avrebbero preferito un confronto più ampio ed un maggiore
approfondimento su determinati temi.
Gli
autori riferiscono le proprie impressioni a proposito del fatto che i giovani
che si preparano ad agire la sessualità hanno un grande bisogno
di elaborare i loro dubbi e le loro paure e di migliorare le loro conoscenze.
Terza
esperienza: Pizzi e Vettori hanno coordinato un gruppo di docenti che all’interno
di quattro classi III di un istituto medio superiore (15-16 anni)
hanno curato l’aspetto affettivo e relazionale della sessualità.
Ciascun insegnante ha fatto da animatore di un piccolo gruppo (12-15 studenti
al massimo) all’interno della classe. Le aspettative espresse dagli studenti
hanno evidenziato il desiderio di un’intimità affettiva e i condizionamenti
causati dai messaggi sociali (per esempio: la sessualità è
una cosa naturale, la società complica le cose e la rende difficile).
Attraverso le schede anonime sono state richieste informazioni sul concetto
di normalità, sui sentimenti che si vivono nel rapporto sessuale,
sulla contraccezione, sull’omosessualità, sulla masturbazione e
sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse e in particolare
l’AIDS. Le schede di verifica, compilate anonimamente, hanno rilevato che
l’esperienza ha consentito agli adolescenti di essere più consapevoli
dei propri sentimenti e di “scoprire aspetti ignoti della relazione sessuale”.
Si è avuto, inoltre, riscontro positivo dell’utilità degli
incontri con gli esperti e dei gruppi coordinati dagli insegnanti.
Infine
si è constatato che il gruppo ha ricevuto confronto, solidarietà,
sicurezza, ascolto e comprensione.
Gli
autori sono stati in particolar modo colpiti dalla scarsa fiducia che i
giovani hanno negli adulti; dalla personale percezione della solitudine,
e dalla spiccata tendenza a vivere momento per momento.
Quarta
esperienza: due gruppi composti rispettivamente da 16 e 17 genitori.
Le
aspettative dichiarate all’inizio del primo incontro sono state: confrontarsi
fra genitori; avere informazioni su come parlare con i propri figli; risolvere
le conflittualità con i figli; capire meglio il mondo giovanile;
superare certe difficoltà nell’affrontare l’argomento sessualità.
Dal
confronto in gruppo è risultato che i principali sentimenti causati
dalla presa in considerazione della sessualità dei figli sono: partecipazione,
ansia, tenerezza, ricordo, serenità, ecc. Gli argomenti che i genitori
considerano imbarazzanti, come hanno rilevato Pizzi e Vettori, sono, sia
pure con motivazioni diverse, i seguenti. La masturbazione, la gravidanza,
l’omosessualità e il primo rapporto sessuale. Questi argomenti sono
stati trattati ampiamente e sono state fornite le informazioni richieste.
Notevole spazio ha avuto anche la discussione sul tema del primo rapporto
sessuale e dal dibattito è emersa soprattutto la paura del contagio
da virus HIV. I genitori hanno apprezzato questo tipo di intervento organizzato
dalla scuola, anche se hanno ritenuto non esauriente affrontare l’argomento
in soli due incontri. Pizzi e Vettori concludono la descrizione di quest’ultima
esperienza dichiarando di aver constatato che anche i genitori più
attenti e responsabili, si sentono inadeguati a porsi come riferimento
per i propri figli.
D)
L’esperienza del consultorio familiare di Treviso. Individuazione di un
metodo per l’educazione sessuale nelle scuole.
Negli
anni precedenti a questa esperienza condotta da V. Favaron (assistente
sociale), A. Fede (ginecologa) e T. Rando (psicologa), il consultorio di
Treviso ha più volte collaborato con gli istituti scolastici che
hanno richiesto degli interventi. Si è trattato per lo più
di singoli incontri con classi o gruppi di classi (prevalentemente degli
ultimi anni) sollecitati da insegnanti e studenti. Dalle diverse esperienze
gli operatori hanno tratto alcune convinzioni:
a-
il tema è molto sentito dai giovani che, dopo un primo momento di
ritrosia ad esporsi con domande “compromettenti”, si aprono offrendo all’operatore
numerosi spunti di discussione;
b-
il livello di conoscenza sui temi della sessualità risulta modesto;
c-
gli operatori hanno riscontrato un senso di frustrazione in merito a quanto
si sarebbe potuto fare con una maggiore disponibilità di tempo e
con incontri rivolti a piccoli gruppi. Questa sensazione negativa è
stata attenuata dalla constatazione che, dopo questi incontri, aumentava
l’accesso degli studenti coinvolti al consultorio dei giovani.
Queste
valutazioni hanno convinto l’equipe del consultorio ad attuare l’opera
di educazione sanitaria attraverso la mediazione degli insegnanti. Con
questa procedura il programma avrebbe perso quell’alone di misterioso e
di proibito che inevitabilmente si ha quando a presentarlo è l’”esperto”,
poiché viene inserito in un contesto di educazione complessiva svolta
dalla figure istituzionali scolastiche. Si sono dovute registrare alcune
perplessità riguardanti sia la disponibilità degli insegnanti
che riguardo ai tempi necessari affinché i docenti acquisissero
un grado di conoscenza dei temi trattati adeguati alla affidabilità
davanti agli studenti. Per l’attuazione di questo progetto determinante
è stata la collaborazione e la supervisione dell’Istituto Internazionale
di Sessuologia di Firenze, presso il quale hanno completato il loro iter
formativo gli operatori. Gli obiettivi prefissati sono stati:
1-
valutare la disponibilità del gruppo di insegnanti ad entrare nel
merito dei temi delicati legati alla sessualità. L’insegnante, infatti,
osservano Favaron, Fede e Rando, deve fare una serie di riflessioni sulle
proprie competenze, sulla capacità di comunicare, sui propri disagi
e sull’immagine che di sé da ai ragazzi;
2-
presentare i vari temi sulla sessualità come parte integrante di
una più ampia informazione scolastica.
Destinatari
del progetto educativo sono stati gli insegnanti e, limitatamente all’esperienza
condotta nelle scuole elementari, i genitori. Hanno preso parte al programma
cinque gruppi di insegnanti: due delle scuole medie inferiori, uno delle
superiori e due delle scuole elementari. Per altre tre classi delle elementari
la partecipazione è stata anche estesa ai genitori.
Metodologia
del progetto:
1-
Introduzione: il dibattito attuale, l’educazione sessuale nella scuola;
2-
la metodologia: come si organizza l’intervento;
3-
gli operatori: le conoscenze, la consapevolezza, il disagio.
I
contenuti di questo progetto sono:
1-
Il ruolo maschile e femminile, complementarietà positiva;
2-
lo sviluppo dell’apparato genitale maschile e femminile, la pubertà;
3-
vivere la sessualità, la comunicazione corporea e le esperienze;
4-
le motivazioni e le scelte riguardanti la contraccezione.
Sono
stati, inoltre, organizzati tre incontri con relatori esterni sui seguenti
argomenti.
a-
l’adolescente e i suoi “sistemi”;
b-
l’omosessualità;
c-
il rapporto negato: la violenza, nuove paure, nuove soluzioni.
Tutti
gli incontri sono stati caratterizzati da uno sforzo comune per chiarire
i contesti nei quali si realizza il rapporto adulti-ragazzi e le motivazioni
del silenzio che accomuna scuola e famiglia per tutto ciò che riguarda
la sessualità. Al primo incontro è stato somministrato un
questionario di tipo “vero”, “falso”.
Si
è avuta conferma del fatto che nella maggior parte dei casi la riluttanza
a parlare di sessualità ai figli o agli studenti nasce dalla paura
di scoprire i propri limiti e le proprie inadeguatezze nell’ambito della
propria sessualità. Allo stesso tempo la paura di risvegliare nei
ragazzi interessi verso temi “pericolosi” è legata alla consapevolezza
dei propri limiti nella gestione di una corretta educazione sessuale.
Le
verifiche finali sono state effettuate utilizzando questionari anonimi
dai quali è apparso evidente il miglior grado di conoscenza dei
temi trattati. Si è passati da un 40% di risposte sbagliate nel
questionario iniziale ad un irrilevante 2%.
L’analisi
del questionario sulle controattitudini ha evidenziato come alcuni temi
(le perversioni, la violenza, la sessualità degli anziani, l’omosessualità,
la pornografia) siano stati votati, quasi da tutti, come argomenti che
creano disagio.
Da
segnalare, inoltre, che nessuno è riuscito a porre correttamente
su una cartina “muta” dei genitali maschili e femminili i vari nomi degli
organi che erano stati dati a parte. Gli insegnanti coinvolti nel progetto,
hanno dichiarato di aver acquisito più dimestichezza nell’affrontare
con gli studenti alcuni temi “difficili”. Hanno, inoltre, manifestato un
notevole gradimento per l’impostazione e i contenuti del programma, auspicando
una continuazione e un approfondimento dell’esperienza.
E)
Intervento condotto nell'ITC "O. Romero" di Rivoli (Torino) con il coinvolgimento
delle famiglie e degli insegnanti.
In
questo istituto già da tempo si tengono corsi di educazione sessuale
nelle II classi. Questi corsi sono stati di breve durata e gli argomenti
sono stati trattati sotto forma di conversazione a carattere tecnico sulla
fisiologia umana e sui metodi di contraccezione. Molti discorsi sono stati
lasciati in sospeso e gli esperti nutrono dubbi che le informazioni siano
state interpretate in modo corretto dagli studenti. G. Antonioli, ginecologa
ospedaliera e A. Canavera, referente alla Salute per l'ITC "O. Romero",
hanno pensato e realizzato, nell'anno scolastico 1996-1997, un progetto
di educazione sessuale che prende in considerazione l'individuo umano come
l'universo di caratteri somatici, affettivi, intellettuali e sociali secondo
l'indicazione dell'O.M.S..
Le
autrici affermano che per stabilire gli obiettivi del loro intervento hanno
tenuto conto dell'attuale condizione adolescenziale, la quale presenta
un inizio fisiologico precoce, a causa dei miglioramenti di tipo alimentare
e sanitario, e un prolungamento dell'adolescenza, dovuto al protrarsi
degli studi e alle difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro.
Questa situazione "provoca il procrastinarsi del raggiungimento dell'autonomia
affettiva ed economica" (2). E' importante, sostengono Antonioli e Canavera,
fornire gli strumenti necessari per diventare affermativi nella sfera sessuale,
di fronte a sé e agli altri, attraverso la conoscenza approfondita
dello sviluppo umano e del comportamento sessuale fisiologico. E' necessaria
la consapevolezza dei valori che hanno origine dalla sessualità
e che si manifestano nelle relazioni affettive ed emotive con l'altro e
con il gruppo. E' inoltre importante conoscere la sessualità
sia propria, sia altrui, negli aspetti della psiche e del corpo giungendo
così alla cultura del "benessere del piacere" (3).
La
metodologia dell'intervento è stata attuata con la collaborazione
dei docenti di scienze della natura per la preparazione di base di anatomia
e fisiologia, degli operatori del servizio psicologico scolastico, per
la conoscenza dei processi psicologici evolutivi e del preside che ha garantito
il regolare svolgimento del lavoro programmato. I genitori sono stati coinvolti
quale componente educativa essenziale poiché nella nostra società
l'educazione sessuale è tradizionalmente demandata a loro. Il sessuologo
ha completato il gruppo di lavoro come esperto dei problemi specifici.
Gli incontri sono stati svolti secondo una metodologia comune alle classi
interessate, ma la partecipazione diretta degli studenti ha diversificato
l'approfondimento degli argomenti in un contesto dinamico per linguaggio,
pensieri e situazioni. L'attività di gruppo ha facilitato la verbalizzazione
delle esperienze degli studenti e le loro eventuali richieste di chiarimenti.
Questo meccanismo è essenziale affinché il gruppo possa condividere
i problemi emotivi del singolo. Inoltre, nel corso, sono stati utilizzati
diversi questionari per gli adolescenti e per i loro genitori. I questionari
per gli allievi sono strutturati per sondare le conoscenze e per sollecitare
i dubbi e quindi "produrre" domande utili allo svolgimento degli incontri
successivi. I questionari per i genitori hanno soprattutto lo scopo di
richiamare l'attenzione sui temi della sessualità, sensibilizzando
sulle modalità e sugli obiettivi del corso.
Le
classi II coinvolte nell'intervento sono state 8, per un totale di 120
allievi. Le lezioni preparatorie degli insegnanti di scienze hanno avuto
la durata di circa 4 ore. Gli incontri con il sessuologo sono stati tre
di 2 ore ciascuno e ad essi hanno partecipato, oltre gli allievi, un docente
della classe. Il capo di istituto ha partecipato con interventi saltuari
per rafforzare la validità del progetto. Tra i questionari somministrati
agli studenti, anonimi e raggruppati per classe, hanno riscontrato maggior
favore quelli che valutavano il grado di conoscenza. Ad essi ha risposto
il 79% degli studenti. Meno favore hanno riscontrato quelli che valutavano
la capacità di prendere decisioni in campo contraccettivo o quelli
della cura per sé (48%). Il grado di conoscenza è risultato
buono riguardo la fisiologia degli apparati genitali e della riproduzione
(85%); insufficiente riguardo tutte le forme di prevenzione sanitaria (48%).
I
genitori, pur dichiarandosi favorevoli all'educazione sessuale nelle scuole,
hanno espresso disagio nell'essere intervistati (41%); un numero ancora
inferiore (23%) ha risposto a domande relative alla discussione di problemi
sessuali con il proprio figlio. Il 50% ignora l'esistenza dei consultori
familiari e dei centri di ascolto per adolescenti, il 56% acquista saltuariamente
libri e riviste che trattano argomenti sessuali dal punto di vista medico.
L'interesse verso l'educazione sessuale è limitato ad argomenti
che aiutino a tutelare i figli da gravidanze indesiderate e malattie a
trasmissione sessuale. Questo nonostante il 96% dei genitori ha affermato
che la sessualità è una parte bella della vita e deve essere
vissuta in piena libertà. I questionari compilati dai genitori hanno
dimostrato che essi comunicano con difficoltà informazioni ed esperienze
relative all'educazione sessuale sia perché non richieste, sia perché
non conoscono i temi. L'aggiornamento sui problemi della salute in famiglia
spesso non viene affrontato e i genitori demandano alla scuola tutto quanto
è possibile. Approfondire in ambito familiare tutto ciò che
attiene alla sessualità, non viene ancora affrontato con naturalezza
e serenità. Quando la famiglia non è in grado di svolgere
la propria funzione educativa, proietta sulle altre figure educative le
aspettative di formazione.
Come
riferiscono le autrici, molti allievi hanno considerato gli incontri del
corso come occasione di informazione sessuale piuttosto che di educazione
sessuale, questo perché condizionati dalle situazioni socio-culturali
familiari e dalla tendenza a vivere il presente senza proiezione nel futuro.
Particolari
dinamiche di gruppo si sono osservate in alcune classi già segnalate
dai docenti per comportamenti ostili o di trasgressione nei confronti delle
istituzioni. In queste classi gli insegnanti hanno delegato l'impegno educativo
all'esperto, manifestando così l'imbarazzo e le reticenze verso
la sessualità.
Insegnanti
ed esperto, in questi casi, sono stati vissuti come individui aggressori,
reticenti sugli aspetti della sessualità che più turbavano
il gruppo.
Le
risposte degli allievi di queste classi sulla valutazione del corso sono
state caratterizzate da indifferenza o da ostilità, sia riguardo
i contenuti, sia riguardo la figura dell'esperto. In questi casi sarebbe
stata indispensabile la collaborazione tra gli insegnanti, la sessuologa
e la psicologa del servizio scolastico per ridefinire il percorso educativo.
Antonioli
e Canavera hanno constatato che la maggior parte degli adolescenti tende
ad assorbire quello che riguarda il proprio bisogno momentaneo e non ha
una progettualità a medio e lungo termine.
La
scuola deve impegnarsi, sostengono le autrici di questo intervento, nella
progettazione di interventi di educazione alla salute aventi come protagonista
la comunità scolastica, utilizzando tutte le risorse disponibili.
Nella "Carta dei Servizi" (4) a cui si ispirano Antonioli e Canavera, infatti,
è affermata l'importanza del principio di uguaglianza che però
non coincide con l'egualitarismo (l'egualitarismo tutela soltanto i gruppi
sociali e non gli individui). L'applicazione di criteri di uguaglianza
nell'istruzione implica il riconoscimento delle differenze naturali e sociali
degli alunni e il sostegno allo sviluppo delle diverse capacità.
In questo modo gli adolescenti possono raggiungere una corretta intimità
affettiva ed una consapevolezza dei processi psicologici relativi alla
sfera sessuale.
La
progettazione deve riguardare piccoli gruppi (quindi il più possibile
individualizzata), perché gli adolescenti sono un gruppo estremamente
eterogeneo a causa dei livelli diversi di sviluppo sessuale, intellettivo,
affettivo e psicologico. La conoscenza del proprio corpo e della sua biologia
può svilupparsi contemporaneamente alla comprensione della propria
sessualità nell'età in cui si pongono le basi delle scelte
importanti che la riguardano.
Note:
(1)
R. Giommi, M. Perrotta, Educazione sessuale come prevenzione, Edizioni
del cerro, Firenze, 1997, p. 9.
(2)
ibidem, p. 292.
(3)
Y. Baldaro Verde, L'educazione sessuale in rapporto alla coabitazione fisica,
in Sessuologia 93, ed CIC internazionali, 1993.
(4)
Decreto del presidente del Consiglio dei Ministri 716/95. Schema generale
di riferimento della Carta dei servizi scolastici. Gazz. Uff. 15 giugno
1995 n. 138.
6
- Il progetto “Chi sono quella ragazza, quel ragazzo… conoscere per non
discriminare”.
Le
associazioni gay, lesbiche, bisessuali e transessuali italiane svolgono
attività informativa e/o preventiva a proposito della sessualità,
delle malattie sessualmente trasmesse e della discriminazione motivata
dall’orientamento sessuale. Particolare attenzione è riservata al
disagio giovanile e per questo sono pubblicati, da alcuni anni,
interessanti opuscoli informativi.
Il
circolo Azione Gay e Lesbica di Firenze Arci Nuova associazione Finisterrae,
collabora da tempo alla “iniziativa Daphne – contro la violenza alle donne,
ai bambini e agli adolescenti”, realizzata con il contributo della Commissione
europea e in questo ambito ha curato la pubblicazione (negli anni 1998-1999)
di una serie di opuscoli indirizzati in particolar modo agli adolescenti.
Il
primo di questi si intitola “Chi sono quella ragazza, quel ragazzo … conoscere
per non discriminare”. Questo opuscolo è stato elaborato all’interno
di un progetto di informazione e sensibilizzazione contro la violenza subita
da adolescenti gay e lesbiche a causa del loro orientamento sessuale. Secondo
Elena Biagini, Presidente dell’Associazione Azione Gay e Lesbica, può
essere un valido strumento anche per chi “nel proprio lavoro o come volontario/volontaria
è a contatto con adolescenti e preadolescenti, quindi a chi svolge
un qualche ruolo di riferimento adulto per ragazze e ragazzi”(1). Graziella
Bertozzo, fondatrice nel 1989 di Arcigay Donna Nazionale, attivista di
azione Gay e Lesbica e responsabile del progetto Daphne, illustra nell’opuscolo
il significato di questa iniziativa. La realizzazione del progetto, della
durata di un anno, è iniziata nel dicembre 1997 e ha previsto una
serie di azioni atte a far emergere e denunciare le violenze subite dai
giovani gay e dalle giovani lesbiche a vari livelli, per iniziare a sviluppare
una rete europea che individui ed applichi delle strategie di prevenzione
e di difesa.
La
prima fase del progetto ha previsto la ricerca, l’acquisizione e l’analisi
di dati relativi a tali situazioni di violenza e di abuso: è stato
inserito un questionario sulle pagine web di Azione Gay e Lesbica (www.agora.stm.it/gaylesbica.fi),
sono stati contatati i servizi di Telefono Amico Gay e Lesbici attivi in
Italia e nei Paesi partner, è stata effettuata una ricerca bibliografica,
emerografica e in rete.
I
dati raccolti descrivono una situazione ancora più grave di quella
emersa dall’indagine effettuata dall’Ispes nel 1990 (Il sorriso di Afrodite):
il 46% delle risposte denunciano situazioni di discriminazione e il 37%
casi di vere e proprie violenze. Estremamente grave anche il dato che si
riferisce ai tentati suicidi: se il 40% ha pensato di suicidarsi, il 13%
dichiara di avere effettivamente tentato di mettere in atto questo proposito.
Dai dati emersi dalle risposte al questionario immesso su Internet emerge
che più della metà delle persone che hanno subito violenze
in età adolescenziale ne ha parlato con qualcuno solo a distanza
di anni. Sono state effettuate 30 interviste a soggetti individuati tra
insegnanti della scuola media inferiore e superiore, operatori e operatrici
socio-sanitari e operatori e operatrici del movimento GLBT, per rilevare
quale fosse la percezione del fenomeno. Dalla prima parte del progetto
emerge sostanzialmente che la violenza sui gay e sulle lesbiche adolescenti
è un fenomeno estremamente diffuso, ma poco considerato e poco visibile,
come generalmente sono poco considerati e poco visibili i gay e le
lesbiche.
La
seconda fase del progetto è consistita essenzialmente in due corsi
di aggiornamento per insegnanti di scuola media inferiore e superiore e
in quattro corsi di sensibilizzazione rivolti ad operatori socio-sanitari
(medici, psicologi, infermieri, assistenti sociali). Sono stati stampati,
oltre all’opuscolo qui esaminato, 20.000 depliant rivolti alla popolazione
in generale in cui sono contenute alcune informazioni di base.
Il
progetto è terminato nel novembre del 1998 con un workshop con i
partner stranieri e un incontro europeo sul tema “Adolescenza, omosessualità
e violenza” organizzato a Bruxelles. E’ stata occasione per fornire un
significativo contributo allo sviluppo di una “rete” in grado di promuovere
e coordinare, a livello europeo, l’informazione e le azioni sulle misure
di protezione e di prevenzione della violenza e della discriminazione nei
confronti degli adolescenti gay e lesbiche.
A)
Il questionario.
Le
risposte alle 200 domande del questionario diffuso via Internet hanno fornito
interessante materiale all’osservatorio sulla discriminazione, pesante
e pericolosa per l’equilibrio personale, subita dagli adolescenti che incominciano
a percepire il proprio orientamento omosessuale. Proprio nell’età
in cui i ragazzi acquisiscono consapevolezza della propria sessualità
hanno, spesso, come referenti: una famiglia che, rifiutando l’omosessualità,
rifiuta i figli; una scuola impreparata che non li prevede; una struttura
socio-sanitaria che tende a “curare” l’omosessualità anziché
a risolvere le difficoltà per consentire di viverla serenamente.
Le domande sono state rivolte “a lesbiche, gay, transessuali, transgender
o semplicemente a chi non si riconosce pienamente nel modello eterosessuale”
(2). Pur invitando tutti a rispondere, indipendentemente dall’età,
il questionario indagava soprattutto sui vissuti adolescenziali. Predisposto
in due lingue, italiano ed inglese, è rimasto “on-line” per otto
mesi (dal febbraio all’ottobre del 1998). La pagina contenente le domande
è stata aperta circa 1500 volte e sono pervenute circa 900 risposte.
Il 61% di chi ha inviato il questionario ha meno di 31 anni e l’89% è
di sesso maschile. Gli italiani che hanno risposto sono il 33% del campione
complessivo. La rilevante disparità fra il numero delle donne e
quello degli uomini che hanno risposto è analoga a quella di molte
altre indagini sull’omosessualità sia in Italia che all’estero.
Oltre alle consuete considerazioni relative alla maggior riservatezza delle
lesbiche rispetto al proprio vissuto, in questo caso risulta evidente un
minor accesso delle donne alle risorse informatiche.
Tra
gli scopi principali del questionario c’era quello di rilevare eventuali
scopi di violenza a danni di adolescenti omosessuali nonché le modalità,
i luoghi e i responsabili di tali violenze. Il gruppo che ha elaborato
il questionario si è chiesto quale fosse il confine tra la discriminazione
e la violenza ed è giunto alla conclusione che il confine che li
divide è estremamente labile e soggettivo. E’ stato considerato
opportuno lasciare che fosse l’intervistato a scegliere la categoria di
appartenenza degli episodi dolorosi riferiti. Sono state quindi previste
due specifiche sezioni: una aperta dalla domanda “hai subito discriminazioni
a causa del tuo orientamento sessuale?” e l’altra dalla domanda “hai subito
violenza a causa del tuo orientamento sessuale?”. Il 46% ha denunciato
sia episodi di discriminazione che di violenza mentre il 37% episodi di
violenza. Spesso questi episodi si verificano per la prima volta quando
la vittima aveva meno di 18 anni. In entrambe le domande è particolarmente
importante l’indicatore relativo al genere: sia per la discriminazione
che per la violenza, le maggiori segnalazioni vengono da parte delle donne.
Nelle donne, come osserva Graziella Bertozzo, aumenta la difficoltà
a definire la violenza nel proprio vissuto: maggiore è la percentuale
di donne che non è in grado di definire se sia stata vittima o meno
di discriminazione o di violenza. Rispettivamente il 10% e il 4% delle
donne a fronte del 5% del 1% degli uomini. E’ però da notare che
quasi sempre chi “non sa” però compila la parte del questionario
che indaga le forme di discriminazione e di violenza. Questo dato può
essere letto come una conferma del meccanismo che rende difficoltoso assumersi
e rielaborare la violenza subita. Più della metà di chi dichiara
di aver subito violenza in età adolescenziale è riuscito
a parlarne con qualcuno, generalmente il partner, solo a distanza di anni.
Per una percentuale intorno al 20, il questionario è la prima occasione
nella quale si accenna a quanto accaduto. Se i giovani gay subiscono
violenza soprattutto dal gruppo dei pari (compagni di scuola e gruppo di
amici), le giovani lesbiche subiscono aggressioni di vario tipo soprattutto
all’interno della famiglia, e in particolare dalle madri. Negli ultimi
anni è in aumento la violenza nei confronti delle lesbiche all’interno
della scuola, forse perché il lesbismo ha acquisito maggiore visibilità.
Recenti
studi nord americani e quello italiano di Luca Pietrantoni (3) indicano
l’omosessualità come uno dei maggiori fattori di rischio nel suicidio
tra gli adolescenti. Le risposte date al questionario sono una conferma
a questa ipotesi ed aggravano la situazione che già era emersa ne
Il sorriso di Afrodite (1991): se il 40% ha pensato di suicidarsi, il 13%
dichiara di avere tentato di mettere in atto questa intenzione. Pensano
al suicidio soprattutto gli adolescenti tra i 14 e i 16 anni, mentre tentano
di mettere in atto tale proposito soprattutto tra i 16 e i 18 anni.
Il
questionario, nato per indagare un fenomeno, è diventato un’importante
occasione di dialogo per molti gay e lesbiche di ogni parte del modo che,
per la prima volta, hanno raccontato i propri vissuti dolorosi.
Dai
risultati è emersa, inoltre, la necessità di intervenire
per difendere e sostenere fattivamente le lesbiche e i gay adolescenti.
Ritengo che l’introduzione di corsi di educazione alla sessualità
nelle scuole possa costituire un valido contributo per l’avvio di questo
percorso.
VAI
ALLA IV PARTE DELLA TESI DI LAUREA DI MAURO CIOFFARI SULL'OMOSESSUALITA'