PAGINA WEB DI ENRICO OLIARI
TESI SULL'OMOSESSUALITA' (continua)

MAURO CIOFFARI

Università degli studi di Roma "La Sapienza"

Facoltà di Lettere e Filosofia - Corso di Laurea in Filosofia
 

L’educazione sessuale nella scuola.

Il modello eterosessuale e il disagio degli adolescenti omosessuali.


Relatore: Prof. Lucio Pagnoncelli
Candidato: Mauro Cioffari - matr. 10100828 (www.maurocioffari.it)
Correlatore: dott. Emilio Lastrucci

Anno Accademico 1999-2000
Indice.
Introduzione. p.4
I - Educazione alla sessualità. Il percorso storico e le proposte di legge. p.12
1- Il dibattito sull'educazione alla sessualità: nascita del concetto e della disciplina. p.12
2 - La legge 162/90 sulla prevenzione del disagio giovanile e le circolari ministeriali. p.38
3 - Le proposte di legge sull’informazione e l’educazione sessuale nelle scuole. p.50
II - Analisi di un progetto di educazione sessuale. p.59
1- Azione preventiva e progetti educativi nella scuola. p.59
2 - Programmazione. p.61
3 - Atteggiamenti che facilitano l’apprendimento. p.63
4- Conoscenze e abilità tecniche. A) Gli insegnanti. B) Gli operatori sociosanitari. p.68
5 - Rapporti scuola-famiglia. p.72
6 - Counseling. p.73
7 - Percorsi formativi condivisi. p.74
8 - Metodologie per l'educazione sessuale. p.76
9 - Il progetto educativo. p.79
10 - Struttura del programma. A) Dimensione culturale. B) Dimensione biologica. C) Dimensione relazionale-affettiva. D) Dimensione ludica. E) Dimensione riproduttiva. p.80
11 - Guida all’attività didattica. P.84
12 - Percorsi tematici specifici del progetto. p.91
III - Disagio adolescenziale e orientamento sessuale. p.118
1 - Il problema del disagio negli adolescenti omosessuali: autostima, socializzazione e rendimento scolastico. La psicologia umanistica e il counseling. p.118
2 - Il fenomeno del suicidio giovanile e del fattore omosessualità. p.134
3 - Cos'è l'omosessualità. p.146
4 - Analisi del video "Nessuno Uguale". p.157
5 - Proposte per l’integrazione della programmazione scolastica: idee, progetti ed esperienze. A) L’esperienza della U.s.l. 8 di Arezzo. B) La sessualità e la dimensione degli affetti. Esigenze espresse dalle allieve di un liceo psicopedagogico di Palermo. C) Esperienze di educazione alla sessualità attuate a Pisa e provincia. D) L’esperienza del consultorio familiare di Treviso. Individuazione di un metodo per l’educazione sessuale nelle scuole. E) Intervento condotto nell'ITC "O. Romero" di Rivoli (Torino) con il coinvolgimento delle famiglie e degli insegnanti. p.165
6 - Il progetto “Chi sono quella ragazza, quel ragazzo…conoscere per non discriminare”. A)  Il questionario. B) La collaborazione tra insegnanti ed operatori nel progetto Daphne. C) Testimonianze di disagio dovuto all’orientamento sessuale. p.184
Conclusioni. p.195
Bibliografia tematica. p.202
Filmografia. p.222
Siti internet. p.226

Introduzione.
Come dichiarato nel Piano nazionale per le Pari Opportunità tra gli uomini e le donne nel sistema scolastico italiano (1993-1995 Ministero della Pubblica Istruzione, Comitato nazionale Pari Opportunità): "Dire educazione sessuale significa dire educazione semplicemente: educazione all'identità personale di genere e al rapporto con l'altra identità. Essa inizia dai primi giorni di vita attraverso la pienezza e il calore dell'attenzione e delle prime cure che il bambino e la bambina ricevono e per le quali cominciano a sviluppare sensazioni, emozioni, sentimenti che evolvono più tardi nella capacità di amare. La scuola […] ha il compito insostituibile di accompagnare la crescita dei giovani e delle giovani con una forte intenzionalità educativa riferita allo sviluppo della loro personalità e alla loro capacità di entrare in relazione con gli altri valorizzando tutte le disponibilità e la possibilità di sentire, esprimersi, realizzarsi".
Più volte, nel corso della storia, è stato affrontato il discorso dell'introduzione dell'educazione sessuale nelle scuole. Periodicamente, infatti, si sono verificate condizioni storiche e sociali che hanno evidenziato la necessità di introdurre tale insegnamento nei programmi scolastici. La riflessione storica può rappresentare un presupposto per comprendere l'evoluzione del dibattito e chiarire le prospettive future.
Nella prima parte di questo elaborato affronterò l’analisi del dibattito politico e sociale riguardante l'educazione sessuale nelle scuole italiane, per poi tracciare le linee di una nuova metodologia da applicare. Attraverso la consultazione di proposte di legge e di testi specifici farò una panoramica tra le diverse posizioni.
Nel 1912 l'allora Ministro della Pubblica Istruzione Credaro rispose ad una interrogazione parlamentare che chiedeva corsi di igiene sessuale per la prevenzione delle malattie veneree. Nello stesso anno, dopo un significativo aumento di queste malattie, furono diramate disposizioni precise per la prevenzione nelle scuole e si cominciò a progettare una legge che rendesse obbligatoria l'educazione sessuale come informazione sull'igiene sessuale. In seguito, più volte, si è ritornato a parlare di educazione sessuale obbligatoria nella scuola, ma soltanto in occasione di interventi straordinari, volti a limitare epidemie di malattie a trasmissione sessuale. Le norme varate in queste situazioni d'emergenza furono sempre e soltanto provvisorie. I mutamenti sociali e culturali, avvenuti dopo il 1968, hanno contribuito a porre la questione in termini non esclusivamente sanitari, ma anche di educazione ad una sessualità inserita in uno sviluppo armonico della personalità. Vari episodi hanno riacceso la discussione sull'introduzione dell'educazione sessuale nelle scuole e tra questi l'istituzione dei consultori familiari (legge 405/75), i dibattiti sulla contraccezione e sulla interruzione volontaria della gravidanza a seguito della legge 194/78, le più recenti polemiche sulle tecniche di fecondazione medicalmente assistita e quelle recentissime sul fenomeno della violenza sessuale e degli  abusi nei confronti dei minori.
Altri fattori hanno recentemente contribuito a rinnovare l'attenzione per questo argomento:
- un approccio precoce con la sessualità da parte degli adolescenti;
- l'insorgere di una nuova ed epocale malattia a trasmissione sessuale come l'Aids;
- l'emergere di posizioni laiche come conseguenza dell'attenuarsi di alcuni radicalismi dopo la caduta delle grandi ideologie;
- prolungamento dell'adolescenza "reale", causato dalla dipendenza dai genitori strettamente collegata al nuovo livello degli studi e dalla disoccupazione giovanile che hanno provocato l'innalzamento dell'età matrimoniale;
- graduale scoperta della sessualità distinta dalla riproduttività con la ricerca di valori e di significati nuovi da attribuire alla vita sessuale e affettiva degli individui;
- diffusione di pubblicazioni editoriali (carta stampata, supporti audiovisivi, internet, ecc.) e di campagne pubblicitarie che utilizzano l'erotismo (e spesso la pornografia) proponendo nuove forme di soddisfazione sessuale (linee telefoniche erotiche, club, cybersex, ecc.).
Nuovi stili di vita hanno progressivamente modificato i princìpi, le regole, i ruoli e i modelli della società tradizionale, senza proporre modelli e valori sostitutivi per le nuove generazioni. In questo contesto appare evidente come l'educazione sessuale non è una semplice trasmissione di informazioni, ma va considerata nello sviluppo globale delle capacità comunicative e relazionali. E' importante affrontare in modo sistematico l'educazione sessuale rispetto all'età della crescita e alle agenzie formative e della vita sociale (scuola, famiglia, ecc.). La scuola e la famiglia, appunto, debbono farsi carico del problema "educazione sessuale" con i nodi da sciogliere per una reale attuazione. Bisogna fornire agli insegnanti un numero sufficiente di proposte metodologiche che li guidino nella progettazione dell'itinerario educativo. Sono inoltre necessarie competenze specifiche di tipo socioantropologico, psicopedagogico e didattico. Per quel che riguarda la famiglia, i genitori spesso sono disorientati e impreparati alle richieste dei figli. Evidente, quindi, l'importanza di consentire, attraverso interventi per lo sviluppo di abilità professionali ed educative, a insegnanti e genitori di svolgere il loro compito in condizioni ottimali.
E' opportuno, inoltre, creare collegamenti con quelle istituzioni in grado di contribuire sostanzialmente allo scopo: consultori familiari, istituzioni educative, centri di ricerca, gruppi o associazioni socioculturali.
Si può sviluppare "una teoria generale della sessualità umana che sia omnicomprensiva dei suoi diversi aspetti e che possa essere in grado di formulare non solo descrizioni e spiegazioni di carattere scientifico (fisiologico, biologico, antropologico, psicologico e sociale), ma anche particolari teorizzazioni di natura più ampia che permettano di comprendere il significato della sessualità umana, in particolare nella vita di ognuno" (1).
Negli ultimi anni, nel nostro Paese, sono emerse proposte educative e formative che hanno assunto diverse denominazioni a seconda delle accentuazioni che ogni agenzia intendeva proporre: programmi di "informazione sessuale", di "educazione contraccettiva", di "educazione/informazione sessuale", di "educazione sessuale e socioaffettiva".
In definitiva, nell'espressione "educazione sessuale" sono comprese tutte queste proposte.
Esaminerò le proposte di legge più significative: la proposta n.218 del 1996 presentata dall'On. Alberta De Simone (Sinistra Democratica), la proposta n.1203 del 1996 presentata dall'On. Nichi Vendola (Rifondazione Comunista - Progressisti) e la proposta n.1722 presentata dall'On. Flavio Rodeghiero (Lega Nord).
Nella seconda parte svolgerò l'analisi approfondita di un moderno testo metodologico per insegnanti dal titolo Educazione sessuale e relazionale-affettiva di Giuseppe Bazzo e Giorgio Del Re (Edizioni Erickson, Trento, 1997).
Ho scelto la proposta di Bazzo e Del Re poiché la ritengo particolarmente accurata e facilmente ed efficacemente realizzabile.
Gli autori hanno identificato un modello di collaborazione tra scuola e servizi sociali allo scopo di sottolineare i fondamentali elementi di riferimento per un progetto comune. Questo progetto dovrebbe favorire negli insegnanti l’acquisizione delle competenze pedagogiche utili nell’affrontare un percorso educativo con gli alunni senza escludere, se richiesta, l’interscambiabilità con gli operatori sociosanitari nella conduzione delle diverse fasi del programma di educazione sessuale. In quest’ottica si può superare l’indicazione data dal neuropsichiatra  Giovanni Bollea: “l’insegnante deve essere un medico particolarmente preparato a questo scopo; ciò dà all’insegnamento tutta un’altra rilevanza scientifica […] (2).
Infatti Bazzo e Del Re, psicologi della Asl n.10 della Regione Veneto, affermano come “la presenza di particolari competenze e conoscenze negli operatori scolastici e sociosanitari possa influenzare notevolmente la qualità del progetto e la sua riuscita” (3). La sola competenza da parte degli insegnanti non garantisce risultati soddisfacenti. La scuola deve operare per una reale multiculturalità che superi l'ostacolo delle differenze.
Nella terza parte mi occuperò del disagio giovanile e del fenomeno dei suicidi di molti adolescenti. In merito a questo affronterò quelli che sono considerati fattori di grande importanza come l’omosessualità e le difficoltà di autoaccettazione da parte degli adolescenti gay e lesbiche.
Nelle società occidentali, influenzate da una concezione morale di tipo giudaico-cristiana, l'omosessualità è stata spesso tollerata ma mai accettata. In molti Paesi questa condizione è stata considerata illegale. Fino alla fine degli anni '50, per esempio, la Gran Bretagna ha imposto severe sanzioni penali agli omosessuali. Nel 1954 il Wolfenden Committee fu incaricato dalla Camera dei Lord di studiare e analizzare queste leggi repressive. Il rapporto, concluso nel 1957 e pubblicato nel 1963 (Great Britain Committee on homosexual offenses and prostitution, Stein and Day, New York, 1963), sostenne la depenalizzazione degli atti omosessuali in privato tra adulti consenzienti e fu fortemente critico circa la convinzione diffusa che l'omosessualità potesse essere considerata una malattia.
Nel 1961 il regista Basil Dearden destò scalpore nella conservatrice società inglese con il film Victim che aveva come protagonista un avvocato sposato ma omosessuale il quale mette in discussione la propria carriera smascherando una banda di ricattatori. Questo film diede un significativo contributo alla campagna per l'abolizione delle leggi anti-omosessuali, facendo riflettere il riluttante pubblico sull'orientamento sessuale e sull'impossibilità di stabilire cosa fosse la normalità. Il dibattito apertosi sulla questione omosessuale portò all'abolizione della legge che puniva l'omosessualità anche quando era praticata in privato.
Nel 1973, partendo dal rapporto del Wolfenden Committee e prendendo in considerazione le esortazioni di autorevoli psichiatri come Judd Marmor, l'American Psychiatric Association decise di derubricare "l'omosessualità egosintonica", l'omosessualità accettata e vissuta consapevolmente, dal Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi psichiatrici (DSM).
Nel 1987 l'"omosessualità egodistonica", l'omosessualità che non è accettata dal soggetto e che è fonte di disagio, venne depennata come entità diagnostica dalla revisione del DSM - III - R.
Nel 1993 l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha cancellato l'omosessualità dall'elenco delle malattie mentali non considerandola più una patologia ma definendola come una "variante naturale del comportamento umano". La decisione dell'OMS è il risultato di un ampio dibattito nel mondo scientifico e nelle associazioni degli psichiatri e degli psicologi.
Ma il percorso dell’accettazione dell’omosessualità da parte della società, così come l’accettazione di tutte le differenze in generale, non è ancora compiuto.
Il tasso di violenza contro gay e lesbiche, sia implicita che esplicita, sia fisica che psicologica, è ancora altissimo. Nell'inchiesta sull'omosessualità in Italia condotta dall'ISPES nel 1990 con il titolo Il sorriso di Afrodite e curata da C.Fiore (Ed. Vallecchi Firenze 1991) risulta, infatti, che un quarto dei maschi e un quinto delle femmine intervistati nel corso della vita ha subito violenze, aggressioni e ricatti in relazione al proprio orientamento sessuale. La pressione psicologica è così forte che il 22% di queste persone ha pensato, almeno una volta, di togliersi la vita e il 5% ha effettuato almeno un tentativo.
I modelli sociali significativamente riconosciuti si basano sul presupposto che la famiglia esclusivamente eterosessuale sia il nucleo centrale sul quale si fonda ogni società. Chi non rientra in questi modelli non è accettato e subisce atteggiamenti e comportamenti discriminatori. L'introduzione dell'educazione alla sessualità nelle scuole può contribuire all'arricchimento di tali modelli per una "cultura nuova" che sia in grado di valorizzare le differenze.
Farò una comparazione fra i testi già citati e i seguenti:
- Tremblay Pierre J., The Gay, Lesbian, and Bisexual Factor in the Youth Suicide Problem (Alberta Legislature, Alberta, Usa, 1994).
- Roberto Del Favero, Maurizio Palomba, Identità diverse (ed.Kappa, Roma, 1996).
- Maurizio Palomba, Essere e vivere la diversità (ed. Kappa, Roma, 1999).
Prenderò in considerazione alcune esperienze di educazione alla sessualità condotte nelle scuole, riportate a conclusione del convegno dell’Istituto internazionale di sessuologia tenutosi a Firenze nel 1997, e raccolte nel testo di Roberta Giommi e Marcello Perrotta Educazione sessuale come prevenzione. Nuovi modelli per la famiglia, la scuola, i servizi (Edizioni Del Cerro, 1998, Pisa).
All’analisi di questi testi ho aggiunto quella del video didattico Nessuno uguale (Italia, 1998) regia di Claudio Cipelletti. Questo documento audiovisivo è stato realizzato in una scuola secondaria superiore di Milano e ha raccolto le opinioni degli studenti eterosessuali a confronto con altri studenti omosessuali.
Illustrerò, inoltre, la pubblicazione Chi sono quella ragazza, quel ragazzo… Conoscere per non discriminare, realizzata dall'associazione Azione Gay e Lesbica Arci Nuova Associazione di Firenze all'interno del progetto europeo Daphne.

Note:
(1) Bianca M., Semeiotica sessuale .Significati e simboli della sessualità umana, in Rivista di Scienze sessuologiche, vol. VII, n.2, Pontecorboli, Firenze, 1994, p.34.
(2) Bazzo G., Del Re G., Educazione sessuale e relazionale-affettiva. Scuola
      superiore, Erickson, Trento, 1997, p.12.
(3) ibidem, p.12.

I - Educazione alla sessualità. Il percorso storico e le proposte di legge.
1 - Il dibattito sull'educazione alla  sessualità: nascita del concetto e della disciplina.
Giorgio Rifelli, Responsabile del Servizio di Sessuologia Clinica del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Bologna, e Corrado Ziglio, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università di Bologna, nel loro saggio Per una storia dell'educazione sessuale (ed La Nuova Italia, Firenze, 1995) affermano che "L'educazione sessuale non si inventa. Più volte la nostra cultura ha affrontato questa materia perché periodicamente si sono verificate condizioni storiche e sociali che hanno evidenziato la necessità di trattarla. La riflessione storica diventa così presupposto per muoversi dall'attuale ed uscire dall'invenzione. Spesso invece si pretende di inventare l'educazione sessuale senza presupporre radici storiche e culturali, ma improvvisando, forse preoccupati solo di confezionare un prodotto che sia gradito alle agenzie educative e alle loro ideologie del momento".
Negli ultimi 100 anni il tema è stato oggetto di attenzione discontinua che lo ha reso attuale in almeno quattro momenti: alla fine del '800, nel ventennio fascista, nel '68 e infine negli ultimi due decenni.
Negli anni del governo Giolitti l’attenzione principale era diretta alla profilassi venerea. Di fatto, però, quel periodo coincideva con l’attuarsi di un'ennesima tappa della rivoluzione industriale, con la nascita del movimento femminista, con la messa in discussione del valore procreativo e con le prime campagne demografiche. A partire dagli ultimi anni del XIX secolo l'Italia conobbe il suo primo decollo industriale, "in termini complessivi", sostiene Vittorio Vidotto, "i progressi realizzati dall'industria italiana furono più che ragguardevoli […]. Il decollo industriale dell'inizio del '900 fece sentire i suoi effetti anche sul tenore di vita della popolazione" (1). Nei primi quindici anni del secolo, infatti, il reddito pro-capite degli italiani aumentò di quasi il 30% (mentre era rimasto pressocchè invariato nei precedenti quarant'anni). Questo aumento considerevole consentì alle famiglie di destinare una quota dei bilanci alle spese per la casa, per i trasporti, per l'istruzione e per l'acquisto di beni di consumo più in generale. La qualità della vita degli italiani cominciava a cambiare di pari passo con lo sviluppo economico. I segni di questo mutamento erano visibili soprattutto nelle grandi città. La diffusione dell'acqua corrente nelle case e il miglioramento delle reti fognarie contribuirono alla forte diminuzione della mortalità da malattie infettive (colera, tifo, affezioni gastroenteriche) che si verificò soprattutto durante i primi  anni del secolo XIX. Sotto l'impulso della cultura scientifica positivistica e delle trasformazioni sociali legate all'industrializzazione e all'urbanesimo, anche la medicina subì un'evoluzione profonda. Si affermavano, in quegli anni, le teorie igieniste che cercavano le cause delle malattie e i mezzi per prevenirle non tanto nei singoli individui, quanto nell'ambiente in cui essi vivevano e nei rapporti reciproci. La rivoluzione tecnologica e i progressi nella medicina e nell'igiene allungarono considerevolmente la durata media della vita. Nonostante il calo delle nascite, verificatosi nei paesi economicamente più avanzati, quindi, si ebbe un sensibile aumento della popolazione. La tendenza al calo delle nascite, come osserva Vidotto, "esprimeva un nuovo atteggiamento nei confronti della vita e dei figli: un atteggiamento svincolato da presunte leggi naturali, meno soggetto al tradizionale controllo delle norme religiose e orientato invece a programmare razionalmente la famiglia e il suo futuro". Un ruolo di grande importanza nel plasmare i lineamenti della nuova società fu svolto dalla scuola: fu in questo periodo che si cercò di dare attuazione pratica al principio secondo cui l'istruzione non era un bene riservato ad una élite sociale, ma costituiva un'opportunità da cui nessuno doveva essere escluso, un servizio reso alla collettività. L'epoca che vide il sorgere della società di massa fu anche quella che registrò l'emergere di una "questione femminile": "a partire dagli ultimi anni del secolo scorso, l'effetto congiunto dell'industrializzazione e della spinta verso la democrazia fece si che la questione femminile si riproponesse con nuova forza. Se in alcuni settori industriali le donne costituivano già da tempo la maggioranza della popolazione lavoratrice, furono soprattutto la crescita delle città e lo sviluppo dei servizi a creare nuove opportunità di occupazione per la manodopera femminile, facendo salire rapidamente il numero delle segretarie, delle commesse, delle dattilografe, delle insegnanti" (2).
Il regime fascista avviò azioni educative di stampo conservatore che andavano oltre la propaganda per l’incremento della natalità, riconfermando, attraverso la repressione sessuale, il potere delle istituzioni e dello Stato sulla vita privata dei cittadini. Il fascismo dedicò un'attenzione particolare al mondo della cultura e della scuola. La scuola italiana venne profondamente ristrutturata nel 1923 con la riforma Gentile: una riforma ispirata ai principi della pedagogia idealistica, che cercava di accentuare la severità degli studi e sanciva il primato delle discipline umanistiche su quelle tecniche relegate a una funzione nettamente subalterna. Il regime una volta consolidatosi, osserva Vidotto, "si preoccupò di fascistizzare l'istruzione sia attraverso una più stretta sorveglianza sugli insegnanti, sia attraverso il controllo dei libri scolastici e l'imposizione, nel 1930, dei testi unici per le elementari. Il tentativo messo in atto dal fascismo era quello di occupare, insieme allo Stato, anche la società, di riplasmarla dalle fondamenta facendo leva soprattutto sui giovani". Per la buona sorte dell'Impero Mussolini intraprese la "battaglia" demografica con l'obiettivo di far crescere numericamente la popolazione italiana, portandola in trent'anni da 40 a 60 milioni. Furono varati provvedimenti economici e amministrativi a favore delle famiglie numerose mentre le madri prolifiche venivano blandite e lusingate. Si riteneva, inoltre, come ha osservato George Mosse in Sessualità e Nazionalismo (ed. Laterza, Bari, 1984) che "le donne italiane, come quelle tedesche, dovessero fare figli e dare prova di sé come mogli, come madri e come custodi della vita familiare".  Nacque l'Opera Nazionale per la Maternità e l'Infanzia che doveva assistere le madri e i fanciulli. "Così quello che era il problema cruciale per l'Italia, la sovrabbondanza della popolazione, veniva aggravato proprio nel momento in cui si chiudevano le porte della nostra emigrazione" (3). Grande importanza venne data dal regime all'educazione fascista della gioventù, per la quale fu creata l'Opera Nazionale Balilla, che più tardi assunse il nome di Gioventù Italiana del Littorio. I giovani vennero inquadrati fin dalla prima infanzia (Figli della Lupa) in formazioni paramilitari che, accanto all'educazione fisica, alla pratica sportiva e alla vita militare, tendevano alla formazione fascista delle giovani generazioni, che furono educate al rispetto della gerarchia, alla fede qusi mistica nelle capacità di guida del "duce", al culto dei valori "nazionali", al rifiuto di tutte le concezioni politiche che non fossero quella fascista, all'odio nei confronti dei "sovversivi" (socialisti e comunisti), al disprezzo delle "democrazie occidentali".
Negli anni segnati dalla “rivoluzione” del ’68 l’attenzione al problema sessuale fu soprattutto di tipo pedagogico al fine di favorire la crescita e l’acquisizione di una identità maschile e femminile in un momento di ridiscussione totale. Mentre Stato, Famiglia e Scuola subivano attacchi destabilizzanti, il valore procreativo veniva disgiunto sempre più facilmente da quello erotico-relazionale. Il concetto di repressione  veniva associato alla sessuofobia e il rapporto uomo-donna era messo in discussione dall’emancipazione attuata dal movimento femminista. "A partire dagli anni '60 assistiamo a una sorta di rifiuto ideologico nei confronti di una società accusata di sostituire allo sfruttamento economico di tipo tradizionale una forma più subdola e raffinata di dominio (esercitata soprattutto attraverso la pubblicità e i mass media), di sottoporre gli individui a una nuova tirannia tecnologica, di sopire i conflitti sociali con la diffusione di un benessere che si giudicava illusorio (e si riteneva comunque ottenuto a spese dei popoli poveri del Terzo Mondo)" (4). L'opposizione alla civiltà consumistica si espresse dapprima in forma di rifiuto delle convenzioni, di vera e propria fuga dalla civiltà industrializzata (fu il caso delle comunità hippies, che si diffusero soprattutto negli Stati Uniti a partire dalla prima metà degli anni '60) e quindi nella creazione di una cultura alternativa, in cui confluivano pratica della non-violenza e religiosità orientale (buddismo e induismo), consumo di droghe leggere e messaggi della nuova musica. In seguito la rivolta giovanile assunse forme più politicizzate e trovò i suoi centri propulsori nelle università europee ed americane. Il film If… di Lindsay Anderson (GB, 1971) è un ritratto abbastanza fedele di quel periodo. E' descritta  la rivolta degli studenti di un college inglese caratterizzato dalla violenza e dalla repressione di un insegnamento militaresco. Evidente, fin dal titolo che si riferisce alla poesia "paternalistica" di Kipling, l'intenzione dissacratoria di Anderson nei confronti del potere istituzionale e delle convenzioni sociali. In coincidenza con la generale ondata di contestazione che investì le strutture e i valori della società "borghese", si verificò un rilancio, in forme nuove e più radicali, della "questione femminile". Il nuovo femminismo si contraddistinse per la radicalità degli obiettivi (politicizzazione del privato, riconoscimento della rilevanza politica di ciò che avviene nella sfera dei rapporti personali e familiari) e per la novità dei metodi di lotta: la contestazione di tutti i modelli culturali legati al "maschilismo", l'esaltazione dei valori tipicamente femminili ("donna è bello"), l'affermazione del separatismo rispetto agli uomini, l'autonomia da ogni gruppo politico. Il rifiuto dell'organizzazione tradizionale (vista come imposizione di una gerarchia tipica del mondo maschile) e l'adozione del collettivo femminista come principale forma di aggragazione e di militanza. Le lotte del nuovo femminismo erano tese, da un lato, al conseguimento di misure legislative per il miglioramento della condizione delle donne (legalizzazione dell'interruzione volontaria di gravidanza, riforma del diritto di famiglia, accesso alle nuove professioni); dall'altro alla critica del modello femminile proposto sia dalla cultura tradizionale, sia da quella dei mass-media.
Oggi si ripropone drammaticamente il problema delle malattie a trasmissione sessuale. La paura della diffusione dell’Aids ha modificato i comportamenti e quindi l’educazione sessuale torna alla ribalta soprattutto per scopi profilattici contingenti.
Credo sia necessario superare questa situazione di emergenza rispettando la persona nelle sue potenzialità, consentendo ad ognuno di perseguire quei valori umani della sessualità che rappresentano un momento di crescita, di responsabilizzazione e di libertà decisionale. All’educazione della sessualità (collocata nella cultura del “dover essere” e alla pedagogia del “si deve” e del “non si deve”) va contrapposta l’educazione alla sessualità (appartenente alla cultura del “poter essere”). Quest’ultima è riconducibile ad un atteggiamento educativo consapevole che la sessualità è una possibilità dell’essere umano, la realizzazione del quale non prevede una meta predefinita ma richiede la libera e responsabile partecipazione di ognuno per una costruzione che sarà specifica della persona. Non bisogna muoversi da verità preconcette o da modelli prefissati ma dalla considerazione delle potenzialità da sviluppare. La scuola deve essere in grado, attraverso l’educazione alla sessualità, di fornire strumenti utili alla realizzazione di sé e non modelli precostituiti.
L’analisi della nostra storia recente, ricca di movimenti ideologici, politici e culturali, fornisce  indicazioni che possono essere utili ad individuare gli obiettivi, ad elaborare le strategie e a definire le tecniche di intervento per un progetto di educazione alla sessualità.
Già nel 1910 Rodolfo Bettazzi, cattolico integralista, Direttore del Bollettino della Lega per la Moralità Pubblica e Presidente della Lega contro la Pornografia, così scriveva: “sarebbe necessario […] dare norme sicure a quanti vogliono intraprendere l’educazione dei giovani a riguardo delle cose del sesso ed è quindi opportuno che la questione dell’educazione sessuale divenga di dominio comune e sia ampiamente discussa” (5). Bettazzi promosse in Italia il testo dell'abate francese J.Fonssagrives, L'educazione della purezza, consigli ai genitori e ai maestri, scrivendone l'Introduzione. Fonssagrives ribadiva il primato della famiglia in tema di educazione sessuale: "I maestri […] devono sempre comparire di fronte agli allievi […] come i rappresentanti autorizzati della famiglia […]" (6) e sosteneva che "l'educazione della purezza" dovesse  indirizzarsi all'individuo e mai alla collettività. La funzione della "rivelazione", infatti, secondo l'abate, era essenzialmente protettiva e serviva a stabilire un vero e proprio patto tra educando e educatore che di fatto escludeva tutti gli altri.
Negli stessi anni Gillet, educatore religioso francese, sosteneva che gli aspetti scientifici nell'educazione sessuale dovevano essere taciuti: "l'educazione scientifica della purezza, tanto vantata da certi educatori laici, fra gli altri da medici, proposta timidamente da certi educatori religiosi, […] non essendo accessibile alla maggior parte dei genitori e dei fanciulli, non potrebbe essere proposta come un metodo necessario e universale" (7).
A differenza di questi, Marino Venturi, educatore riformista, in un progetto di educazione sessuale per le scuole elementari, in aperto contrasto con le tesi conservatrici dell'epoca, sosteneva che "la famiglia […] è forza d'arresto per il progresso" (8). Per Venturi l'educazione rappresentava l'unica forza innovatrice e l'educazione sessuale, nello specifico, aveva grandi responsabilità. L'educazione sessuale "non certo riparerà tutti i mali, creerà, almeno, nell'uomo, il rispetto verso di sé e verso la donna; formerà un uomo che dinanzi a certi problemi e incognite della vita saprà come contenersi, conoscendo le conseguenze buone e cattive degli atti […]. L'educazione sessuale se non interamente, in parte certo, modificherà in bene il presente stato di cose" (9). Anche per Venturi, comunque, meta inevitabile era il matrimonio che tuttavia doveva essere fondato sul principio dell'amore e non su quello dell'interesse. Citando una statistica sulla mortalità elaborata in Francia l'autore arrivava ad affermare che il matrimonio allunga la vita.
Le pubblicazioni del tempo, quindi, erano ricche di verità pasticciate e confuse che non riuscivano a fare chiarezza sul "mistero del sesso" al quale solo gli adulti, la chiesa, la scuola, la scienza  e la  famiglia avevano diritto d'accesso.
La maggior parte della produzione divulgativa era, infatti, dominata dal mondo medico.
Il problema della sessualità venne affrontato dalla scienza seguendo due percorsi paralleli: da un lato gli studi di igiene per la salute individuale e sociale, dall'altro la ricerca psichiatrica e criminologica.
Raimondo Vinella, ricercatore italiano, fu uno dei protagonisti del positivismo medico che riportò l'attenzione sulla sensibilità e sulle componenti "dell'uomo inferiore" tra cui le passioni e la sessualità. "L'uomo - scriveva Vinella - anello primario e il più nobile nell'ordine degli esseri sensibili […] trovò di necessità che lo studio della morale ha per base la conoscenza dell'uomo fisico, colla cui fiaccola si scoprono le funzioni della macchina animale" (10). Attraverso gli studi di questo ricercatore italiano, la sessualità iniziò ad essere decifrata e definita, divenne oggetto di interesse medico, fu considerata un problema sul quale riflettere e discutere.
Il medico conservatore Ferdinando Tonini trasferiva il precettismo riservato all'educazione morale alla vita sessuale di coppia. In Igiene e fisiologia del matrimonio il Tonini affrontava diversi capitoli sulla sessualità soffermandosi particolarmente sulla funzione riproduttiva e sulla descrizione accurata dei genitali. Non tralasciava di descrivere i presunti pericoli della masturbazione e consigliava ai genitori un'educazione sessuale impartita a maschi e femmine separatamente.
Nonostante tutto il mondo accademico venne poco coinvolto nel problema dell'educazione sessuale e della sessualità più in generale, limitandosi ad affrontare il discorso dell'Igiene.
Paolo Mantegazza, precursore della scienza sessuologica, rappresenta un caso unico ma non privo di contraddizioni. Diffuse per circa quarant'anni, dal 1870 al 1910, regole di salute fisica e morale attraverso i periodici Igea, Il medico di casa, e gli annuali Almanacchi di Igiene popolare. Materialista convinto, ma anche rammaricato per la scomparsa di una genuina religiosità, condannò l'ipocrisia e con essa il matrimonio: istituzione corrotta.  Pur celebrando il valore riproduttivo della sessualità, Mantegazza enfatizzava la dimensione del piacere. Simpatizzò apertamente con le proposte neo-Malthusiane: "Amate e non generate". Nel 1877 con L'Igiene del nido l'autore, già Professore di Antropologia all'Università di Firenze, traccia una nuova modalità di approccio al problema sessuale. Un'igiene sessuale che non si limita più alla sfera genitale riproduttiva ma guarda all'uomo nella sua globalità, per una cultura della sessualità.
Clément, invece, in Igiene coniugale ossia Guida degli sposi indicava le posture ottimali derivando le proprie teorie da "indiscutibili" verità scientifiche. Il medico conservatore per sostenere la maggiore longevità dei coniugati e per indicare le modalità per concepire figli maschi o femmine si avvaleva di opinioni personali.
L'igiene sessuale prima e l'educazione sessuale poi occuparono la sfera intima e personale degli individui, la loro vita privata. Allo stesso modo il colloquio clinico riuscì ad assumere  un forte potere intrusivo.
Il secondo percorso tracciato dalla ricerca scientifica in materia di sessualità fu quello clinico. La psichiatria cominciò a indagare i comportamenti sessuali non sospetti  raccogliendo ampie casistiche e le osservazioni dei casi riscontrati assunsero la dignità del rilievo clinico.
Lo psichiatra Krafft-Ebing (1840-1912), privilegiando l'ascolto del paziente, sostenne l'importanza della psichiatria descrittiva che cercava di dedurre la conoscenza dall'osservazione della realtà. Nell'Introduzione a Uranismo e prostituzione mascolina di A.Moll, Krafft-Ebing sostenne che "il pervertito sessuale è un disgraziato e non un criminale; che non è un profanatore della dignità umana, ma un vero diseredato della natura maligna". Fu proprio lui a richiamare l'attenzione sulla necessità di una separazione rigorosa tra la perversione ("manifestazione dell'istinto sessuale che non concorda con lo scopo assegnato dalla natura, vale a dire che non concorre alla riproduzione") (11), di cui non è responsabile il soggetto, e la perversità, di cui è responsabile l'individuo.
Altri studiosi come Paul Garnier,  mossi da scrupoli  moralistici, operarono invece come veri e propri confessori-inquisitori. Quest'ultimo, in Anomalies sexuelles, enfatizzava il valore delle osservazioni allo scopo di confermare opinioni precostituite.
Ma fu l'uso dell'ascolto a modificare gli atteggiamenti riguardo alle perversioni e a far progredire il sapere.
La psicopatologia sessuale iniziò ad elaborare un inventario meticoloso delle condotte sessuali non corrispondenti al coito eterosessuale. Nuove classificazioni e ipotesi patogeniche trasformarono gradualmente il concetto di "vizio" in quello di "malattia". Si fece strada la teoria della degenerazione elaborata dal cattolico Bénédict Augustin Morel (1809-1873) secondo la quale l'uomo era stato generato come essere perfetto, ma le malvage abitudini (alcool, droghe, ecc.) e l'insalubrità dell'ambiente (povertà, alimentazione inadeguata, ecc.) lo rendevano degenerato.
La teoria della degenerazione dominò per quasi mezzo secolo la riflessione sulla patologia mentale, sulle anomalie sessuali e sulle personalità criminali.
Contemporaneamente la sessualità, legittimata dal suo essere componente privilegiata della riproduzione, andava emancipandosi dalla misura procreativa.
Havelock Ellis (1897-1939), medico inglese, con i suoi Studi sulla psicologia del sesso (1897-1910) partecipò attivamente alla rimozione dei pregiudizi moralistici. In La funzione di gioco del sesso, sosteneva che "le funzioni del sesso, per quanto riguarda il loro aspetto psichico ed erotico, hanno un'importanza assai maggiore di qualsiasi atto di procreazione, [ma] esse possono anche escluderlo totalmente […]. Per comprendere gli altri scopi del rapporto sessuale […] dobbiamo superare i motivi coscienti e considerare la natura della pulsione sessuale, fisica e psichica come radicata nell'organismo umano" (12). Il sesso quindi, per Ellis, non doveva essere confinato all'area genitale e la riproduzione era solo una delle sue componenti.
Alle soglie del Novecento la presenza del sesso, che precedentemente non era stata esplicitata, assunse una rilevanza notevole: nel sociale, nello studio delle perversioni, nell'analisi delle nevrosi, nell'infanzia, ma anche nell'arte e nell'amore.
Assistiamo, inoltre, alla crisi del concetto di degenerazione sostenuto da Morel. Le interpretazioni psicoanalitiche delle perversioni e delle nevrosi ridussero, a partire da quegli  anni, le distanze tra soggetti sani e soggetti malati.
La psichiatria e la pedagogia cominciarono a raccogliere testimonianze e ad elaborare ricerche sull'amore e la sessualità tra gli adolescenti. La riflessione scientifica maturò un sapere che interpretava, elaborava e verbalizzava tutto ciò che era stato ignorato o confuso e la divulgazione contribuì alla rapida diffusione delle nuove conoscenze e delle nuove terminologie.
Nel 1939, per la prima volta in Italia, troviamo nel Dizionario della casa editrice Ceschina il termine sessualità.
Il discorso sul sesso sembrava, quindi, dover abbandonare la sfera prettamente medica per essere recuperato all'interno di una trattazione interdisciplinare. Nel dibattito culturale la sessualità fu, da allora, un argomento discusso e trattato ampiamente.
Al dibattito contribuirono pedagogisti, filosofi e sociologi oltre ai medici che tuttavia vollero allargare la sfera di discussione.
Fra questi in particolare ricordiamo Magnus Hirschfeld (1868-1935), tedesco ed ebreo, che si dedicò specificamente allo studio dell'omosessualità. Omosessuale egli stesso pubblicò Saffo e Socrate (1896), sua prima opera, e continuò la sua ricerca sull'orientamento sessuale differenziando le diverse manifestazioni ed individuando, tra i primi, quello che oggi chiamiamo transessualismo. La sua ricerca andò di pari passo con la lotta per la libertà sessuale e fondò, tra l'altro, il Comitato scientifico umanitario per l'uguaglianza dei diritti per le minoranze sessuali (1897) e l'Istituto per le scienze sessuali (1919). La sua notorietà giunse in Italia dopo gli anni '20, anche se le sue opere non vennero tradotte ad eccezione di qualche capitolo inserito nella Biblioteca dei Curiosi (La riforma sessuale su base scientifica, Edoardo Tinto, Roma, 1929). Con l'inizio del nazismo Hirschfeld fu perseguitato in quanto ebreo ed omosessuale e dovette fuggire a Nizza, mentre in Germania il suo istituto venne chiuso, le collezioni distrutte e la biblioteca bruciata.
Auguste Henri Forel (1848-1931), nato nella Svizzera francese, di educazione calvinista, abbandonò la religione mantenendo l’interesse per gli studi sociali che lo porteranno a lottare per la questione sessuale, per il miglioramento dell’assistenza sanitaria, contro l’alcolismo e contro ogni forma di violenza. La questione sessuale esposta alle persone colte, pubblicata per la prima volta nel 1907,  è il titolo della sua opera sulla sessualità. I temi trattati sono i più diversi e vanno dalla religione, alla morale, alla politica, all’economia, all’arte, alla sociologia, all’etnologia, al diritto, tutti correlati alla vita sessuale. Forel perseguiva l’intento di trovare alla questione sessuale una soluzione che favorisse benessere e felicità. L’opera venne pubblicata in Italia fino al 1945 riscuotendo notevole successo e aprendo un dibattito con i reazionari e i conservatori che, soprattutto per quel che riguarda il controllo delle nascite e le critiche al matrimonio e all’immobilismo della chiesa, vedevano in essa una minaccia all’ordine costituito.
Iwan Bloch (1872-1922), tedesco, ebreo, medico dermatologo e venereologo, coltivò particolarmente il suo interesse per la sessualità ritenendola un argomento da affidare non soltanto ai medici. Fu il primo a sostenere la necessità di abbandonare il concetto di degenerazione formulato da Morel e di considerare invece la perversione come una possibilità di tutte le culture e di tutte le epoche. Bloch sottolineò l’inscindibilità dell’amore fisico da quello psichico. In accordo con i princìpi evoluzionistici di Darwin e di Haeckel  pensava che l’amore moderno fosse il risultato del progresso culturale. Il merito maggiore di Bloch fu quello di avere individuato e proposto una metodologia scientifica multidisciplinare e integrata per lo studio della vita sessuale. Questa metodologia caratterizzò una serie di volumi di cui il primo sulla prostituzione, apparso nel 1912, e il secondo ad opera di Hirschfeld sull’omosessualità, edito nel 1914.
Aldo Mieli, promotore dopo gli anni ’20 degli studi sessuologici in Italia, fondò nel 1921 la Società Italiana per lo studio delle Questioni Sessuali e nello stesso anno la rivista scientifica Rassegna di studi sessuali. Mieli divulgò nel nostro Paese le opere di Bloch e dobbiamo a lui l’ipotesi della sessuologia come scienza.
Il dibattito che si sviluppò un secolo fa attorno alla questione sessuale e parallelamente alla questione sociale, assunse i toni di una disputa ideologica. Possiamo constatare notevoli analogie con i temi del nostro tempo. Come oggi avviene per l’Aids allora divenne urgente il ricorso all'educazione sessuale per fronteggiare l’emergenza sifilide e fortunatamente qualcuno sostenne che fosse compito della scuola divulgare le conoscenze, mentre altri pensavano che si trattasse di un "castigo di Dio". Naturalmente anche allora la chiesa condannò la contraccezione equiparandola all’omicidio e denunciando il fenomeno delle "culle vuote", definito addirittura delitto di "lesa società". Lo scontro ideologico fu acceso anche perché il positivismo aveva prodotto, in alcuni Paesi europei, delle norme che stabilivano la laicità della scuola, rendendo facoltativo l’insegnamento della religione. Spesso, allora come adesso, si faceva confusione tra anticlericalismo e antireligiosità, scambiando così gli atteggiamenti anticlericali per atteggiamenti antireligiosi. La cultura laica si opponeva (e si oppone) all’imposizione della fede religiosa attraverso il potere e la politica, il clericalismo appunto, e non alla promozione del sentimento religioso.
Il già citato Marino Venturi, laico e divorzista, sosteneva che il risanamento sociale dovesse passare attraverso la scuola. L’educazione sessuale avrebbe avuto il compito di ridurre i danni fisici e morali provenienti dall’ignoranza e dalla condanna dogmatica. Si cominciò quindi a parlare di una riforma scolastica che contemplasse l’educazione sessuale.
Nel 1913, dopo un anno dall'introduzione di corsi di Igiene sessuale nelle scuole da parte del Ministro della Pubblica Istruzione Credaro, il medico Giovanni Franceschini scrisse Igiene sessuale ad uso dei giovani e delle scuole, forse il primo testo scolastico sull'argomento. Questo testo venne espressamente dedicato a Credaro, Ministro della Pubblica Istruzione e a Teso, Sottosegretario di Stato, i quali per primi intuirono l'importanza dell'insegnamento dell'igiene sessuale nelle scuole.
Questo sul versante laico, mentre la risposta del versante cattolico assumeva toni apocalittici contro i mali del mondo. Il gesuita P.A. Gallerani così scriveva: “grazie al progresso, molti vizii hanno cambiato nome e vestono forma leggiadra. Così l’obbrobriosa incontinenza è diventata un istinto innocente della natura; la ribellione alle autorità legittime è uno slancio sublime di patriottismo; e l'irregolarità più sfrontata, che si ride dei dogmi, che si burla dei sacramenti, che si beffa delle scomuniche, è indipendenza di liberi pensatori […]. Che ha fatto di più il nostro secolo? Ha mosso guerra a Dio […]. Un grido orribile si è levato da tutte le parti d'Europa: fuori Dio! Noi non vogliamo avere a che fare con lui, vogliamo la laicizzazione. Fuori Dio dall'educazione infantile, fuori dai licei e dalle università, fuori dai matrimoni, fuori dalla legislazione, fuori dai funerali, dalla famiglia, dalla società, da ogni cosa […]” (13).
La serie degli ismi (positivismo, materialismo, evoluzionismo, femminismo, sensismo, socialismo, ecc.) ha prodotto una costante di affermazioni introduttive ai saggi scritti da autori che si sono pronunciati per convincere a parlare o a tacere di sesso. Vastissima è anche la letteratura dell’epoca che parla di ignoranza prodotta da un sistema tradizionale di educazione menzognera che “sotto il manto della pudicizia insegna l’ipocrisia” (14). Era opinione diffusa che il silenzio e l’ignoranza fossero indice di saggezza, tanto che tra i pedagogisti dell’epoca alcuni aderivano proprio alla “scuola del silenzio” la quale sosteneva che non era possibile iniziare la gioventù ai “misteri della vita sessuale […] senza offendere il pudore” (15).
Prevaleva in quegli anni un’ideologia tesa a bloccare l’inserimento di qualsiasi programma di educazione sessuale nelle scuole e favorevole ad una retorica attorno all’amore, al rispetto dell’innocenza del fanciullo e al pudore.
Su questa linea si muoveva Toth Tihamer, professore all'Università di Budapest, che invitava a mantenere il mistero tra i fanciulli per tutto ciò che riguarda la procreazione. "Come sono venuto io sulla terra? E come vengono al mondo tutti i bambini?" Domanda alla quale - sosteneva Tihamer - è necessario dare una soddisfacente risposta. Eccola: "a ciascun essere vivente ha dato una forza, per mezzo della quale esso può dare da sé la vita ad altri esseri viventi, in una maniera così misteriosa, che forma sempre un problema insolubile anche per i più illustri uomini di scienza" (16).
La questione sessuale era quindi ritenuta una materia scabrosa. Il mondo cattolico si era chiaramente schierato contro un insegnamento collettivo nella scuola, ma anche contro la diffusione di informazioni scientifiche attraverso la stampa o le conferenze pubbliche. Il Teologo Casagrande, in La primavera della Vita. Trattato pratico di pedagogia generale ad uso dei genitori, catechisti e maestri, sosteneva che ai bambini si dovesse parlare di un "regalo del buon Dio" (17). L'insegnamento collettivo dell'educazione sessuale era poi visto come un pericoloso mezzo per affermare un relativismo culturale e una pluralità di posizioni razionali. Il libero pensiero era ritenuto, infatti, il maggiore responsabile dell'attacco alla morale cristiana. La regola pedagogica proposta da Casagrande può essere riassunta in queste poche frasi tratte da La primavera della Vita: "Conviene insistere, facendoli persuasi che tante giovani e tanti giovani, per causa dei vizi, muoiono anzi tempo o fanno vita infelice, rovinati per sempre e tormentati da infermità schifose e atroci" (18). Spaventare gli alunni, quindi, fu il proposito dominante degli educatori confessionali.
Il Pastore protestante di Filadelfia, Sylvanus Stall, si contraddistinse nell'uso di pregiudizi sulle malattie che la masturbazione produrrebbe. Nel testo, di ispirazione divulgativa, dal titolo Quel che il ragazzo deve sapere, Stall sosteneva che la masturbazione producesse l'idiozia, la morte prematura, la pazzia, ecc. Tra i rimedi per estirpare questo "vizio dell'impurità", Stall suggeriva cinture di castità, acqua fredda, letti duri e la pratica di sport. Non mancano, ovviamente, consigli agli educatori e ai genitori al fine di impedire agli adolescenti questa viziosa pratica.
Un punto di svolta contro la masturbazione è rappresentato dall'opera di Simon Andrea Tissot che nel 1760 scrisse un libro in lingua latina: De l'onanisme (Dell'onanismo, o saggio delle malattie prodotte dalla masturbazione). Riprendendo la definizione inventata dal londinese Bekker nel 1710, che trattava la masturbazione riferendosi a Onan il cui nome si incontra nella Bibbia nel libro della Genesi, Tissot ha combattuto la masturbazione considerandola una malattia piuttosto che  per motivi morali. Le osservazioni di Tissot, in realtà, raccolgono tutti i più diffusi pregiudizi  riguardanti la "rea abitudine". Con le sue opere la medicina morale ebbe un grande sviluppo.
E' interessante analizzare le soluzioni che medici, educatori e pedagogisti proponevano, tra la fine del '800 e i primi del '900, per interrompere la pratica della masturbazione negli adolescenti: ghiaccio, sanguisughe, amputazioni o menomazioni e cinture di castità. Tra gli studiosi che si batterono con più forza per l'applicazione di tali metodi troviamo Haller e Borelli i quali definiscono l'atto sessuale "azione convulsiva che indebolisce tutto il sistema nervoso". Pregiudizi culturali, consci o inconsci, influenzarono "gli scienziati che credevano di rincorrere la pura verità" (19). Con il tempo le pratiche medico/sadiche scomparvero per lasciare posto ad una letteratura che assumeva le caratteristiche di analisi sociale e culturale. L'affermazione delle scienze sociali e psicologiche produsse un importante cambiamento e contribuì a far spostare la riflessione sulle cause dell'onanismo, piuttosto che sulle "cure".
In questo contesto si fecero strada tre possibili soluzioni per l'uscita da questo "vizio": la prima era rappresentata dal matrimonio, la seconda era la possibilità di rivolgersi al mondo della prostituzione e la terza era costituita dall'educazione e dall'istruzione.
Da parte dei cattolici si scatenò, in nome della difesa della legge di Dio e della morale, un articolato dibattito sulla limitazione delle nascite e sui mezzi considerati "colpevoli e disonesti" per evitare le gravidanze. Una presa di posizione rigidissima nei confronti di tutto ciò che contrastava con la morale e la coscienza le quali non potevano essere, come invece sostenevano gli evoluzionisti, prodotti della cultura. La morale, secondo questi, era una morale eterna e tramandata da Dio all'uomo attraverso le tavole del Sinai. Il francese Monsignor D'Hulst, denunciava le responsabilità delle teorie del "secolo profano" che avevano condotto alla perdita dei valori cristiani e al fenomeno preoccupante della denatalità. In risposta alle analisi di Malthus (Saggio sul principio della popolazione) sul problema della crescita geometrica della popolazione e della crescita aritmetica delle risorse alimentari, il cattolico francese proponeva lo sfruttamento del Terzo Mondo, la difesa dell'ignoranza delle famiglie contadine e operaie e il rischio per la  difesa dei sacri confini della Patria: "Non è la mortalità che bisogna combattere, è la natalità che è necessario promuovere. […] se lo stato selvaggio delle tribù da cui sono abitati [i paesi del Terzo mondo] disonora quelle terre ridenti, appartiene alla nobile missione della civiltà cristiana di portarvi la luce morale e di raccogliervi abbondantemente la ricchezza […]. In questo tempo di follia militare, mentre le nazioni mettono sotto le armi tutti i loro figli, qual sarà l'avvenire di un popolo il quale diminuisce di fronte ai nemici che si moltiplicano?" (20).
Da parte laica le leggi sull'obbligo scolastico (la legge Coppino in Italia nel luglio del 1877 introdusse l'obbligo dell'istruzione elementare), che in quegli anni si andavano approvando, rappresentarono una straordinaria possibilità fornendo ai giovani conoscenze sull'igiene e sulla morale. In Italia e in Francia, inoltre, l'insegnamento religioso non costituiva più il fondamento dell'azione educativa: l'istruzione religiosa era facoltativa.  Con la riforma Coppino tra gli insegnamenti indicati per la scuola elementare non figurava più la religione ed apparivano invece, per la prima volta, le nozioni dei doveri dell'uomo e del cittadino.
Guaita, nel Compendio di igiene scolastica per uso delle scuole normali, dei pediatri e dei maestri, direttrici di asilo, ispettori scolastici, ecc, sosteneva la popolarizzazione della scienza dell'igiene e l'introduzione di una pedagogia sessuale. Nonostante l'introduzione di corsi di educazione sessuale trovasse la contrarietà del mondo cattolico, l'igiene scolastica trovò la sua affermazione ufficiale in importanti Congressi internazionali: Norimberga (1904); Londra (1907) e Parigi (1910).
Le reazioni non si fecero attendere a lungo sia contro l'esclusione dell'educazione religiosa ("scuola senza Dio") che in opposizione a qualsiasi forma di educazione sessuale.
Monsignor D'Hulst analizzò le "tre follie" che il modernismo inaccettabile aveva generato: l'istruzione del popolo generava una "passione per l'eguaglianza"; l'istruzione generava delinquenza; l'istruzione senza la religione era diventata la nuova "strage degli innocenti". "Non è mai stato più grande di adesso il desiderio di insegnare […]. Questo sarebbe un benefizio se la passione dell'eguaglianza non trascinasse tutte le famiglie a ricercare per la generazione crescente uno stesso livello di cultura […]. Il livello della cultura popolare si è leggermente elevato […], il livello morale si è abbassato […]. Un vento di follia passa da qualche tempo sul mondo. Si sono contentati di allontanare la religione dall'insegnamento pubblico. La scuola, hanno detto, resterà neutra" (21).
L'abate francese Fonssagrives riteneva che solo all'interno di una scuola di ispirazione cattolica si poteva prevedere un eventuale programma di educazione sessuale. Con lui Toniollo che definì il sistema di scuola laico di Stato e l'educazione sessuale, impartita in forma obbligatoria, una "minaccia universale".
Bettazzi arrivò ad assumere un atteggiamento denigratorio nei confronti di una scuola nella quale "i programmi non ispirano che il gelo e l'indifferenza e danno all'ambiente scolastico l'impronta di cosa arida e scettica da cui esula ogni sana idealità dove spesso gli insegnanti […] tollerano e insegnano l'immoralità" (22).
In molti Paesi si affermava, gradualmente, attraverso riforme legislative,  un processo di coeducazione (maschi e femmine nelle stesse classi). Da parte cattolica questa novità poteva apparire come un pericoloso preludio per la realizzazione di un programma di educazione sessuale nelle scuole.
Il dibattito si inasprì e i tentativi di introdurre l'educazione sessuale nelle scuole fallirono. Altra sorte attendeva i corsi di Igiene. Si sviluppò, infatti, una ricca letteratura per l'infanzia e per l'adolescenza volta a fornire conoscenze igieniche e pratiche di pulizia. Di Parravicini sono il Giannetto, del 1862, e il  Manuale di pedagogia ad uso delle madri, de' maestri, dei Direttori ed ispettori scolastici e delle autorità amministrative d'Italia, pubblicato nel 1886. L'autore sottolinea l'importanza di impartire alle classi popolari conoscenze igieniche di base, ma si raccomanda di reprimere nei giovani la sensualità, tenendoli nell’ignoranza, affinché l'opera educativa ottenesse i risultati attesi.
Appare utile, al fine di una comprensione del dibattito culturale che si ebbe in quegli anni, ricordare la posizione di Marino Venturi in merito all'educazione sessuale rivolta alle giovani donne e sull'istruzione più in generale. La teoria dell'educatore riformista toscano contrastava chiaramente con la cultura diffusa del tempo secondo la quale privare la donna della maternità equivaleva a toglierle lo scopo di esistere; l'educazione delle adolescenti doveva avere come obiettivo la futura maternità; allevare una fanciulla era educare una futura madre; per una sposa cristiana il suo unico pensiero doveva essere il piacere dello sposo.
L'applicazione della legge Coppino motivò, a vari anni di distanza, il varo di nuovi programmi per la scuola elementare (settembre 1888), strutturata in cinque anni, dovuti al positivista Aristide Gabelli. "Spirito scientifico per una scuola laica e critica", queste furono le principali caratteristiche dell'importante riforma. Con  Baccelli  nel 1894 venne reintrodotta la funzione del sentimento religioso e del sentimento del dovere. L'Ottocento si chiuse con esiti deludenti e senza svolte significative per la scuola elementare.
L'età di Giolitti fu segnata dal fenomeno dell'industrializzazione e della crescita civile e democratica. La legge Orlando del 1904 introdusse, per la prima volta nella scuola primaria, la formazione delle classi miste e la legge Daneo-Credaro del 1911, di ispirazione democratica e riformista, affermò l'avocazione delle scuole elementari allo Stato. Le amministrazioni comunali in molti casi non erano state in grado di garantire un’istruzione ispirata ai principi del laicismo e del liberismo riformista.
Per quanto riguarda la scuola secondaria nel 1905 il Ministro Bianchi nominò una commissione d'inchiesta. La proposta più significativa fu quella dell'unificazione dei corsi inferiori degli istituti tecnici e dei licei per costituire un corso secondario inferiore unitario in alternativa alla V e VI elementare (corso popolare della legge Orlando). Solo al termine del corso secondario inferiore gli alunni avrebbero potuto scegliere tra gli istituti tecnici e i licei.
Durante il fascismo il Ministro Gentile, muovendo da posizioni liberal conservatrici realizzò, attraverso i decreti del 1923, la riforma dell'intero sistema scolastico italiano. Si assistette ad un’accentuazione monocratica e gerarchica dei poteri del Ministro, dell'Ispettore scolastico, del Direttore didattico; all’introduzione del latino come sbarramento (meritocratico, ma fondamentalmente di classe) nelle scuole inferiori; all’innalzamento dell'obbligo al quattordicesimo anno di età; alla trasformazione della sezione fisico/matematica dell'Istituto tecnico in Liceo Scientifico; alla realizzazione dell'Istituto Magistrale; all’istituzione per gli esami di maturità di commissioni esterne.
Giuseppe Lombardo Radice, chiamato alla direzione generale dell'istruzione elementare, dal 1922 al 1924, realizzò una riforma liberale della scuola primaria. I suoi programmi reintroducevano l'insegnamento della religione, ma sviluppavano anche le attività artistico espressive (canto, disegno, ecc.). Per quanto riguarda la scuola secondaria è da notare il principio della supremazia degli studi classici che avrebbero dovuto preparare la classe dirigente del Paese. Anche in questo caso l'educazione sessuale era praticamente assente salvo la trattazione di corsi di igiene personale.
Con i Patti Lateranensi del febbraio del 1929, stipulati tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, l'insegnamento della dottrina cristiana cattolica veniva ad essere considerato "fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica" mentre le possibilità di introdurre corsi di educazione sessuale si allontanavano definitivamente. Alla fine degli anni '30 vennero approvati provvedimenti a sostegno delle scuole private: nel 1938 con il Ministro Bottai, venne riconosciuto accanto a quello del pareggiamento, l'istituto della parifica delle scuole private da parte dello Stato.
Importanti furono i programmi per la scuola elementare del 1945. Nutriti di spirito democratico introdussero l'educazione morale, civile e fisica. Animati dallo spirito dell'educazione attiva e progressiva durarono, purtroppo, solo un decennio.
Con l'approvazione della Costituzione italiana (Articolo 7) venne sancito il riconoscimento del Concordato, mentre gli articoli 33 e 34 definivano l'istruzione obbligatoria di 8 anni, l'istituzione da parte della Repubblica di scuole statali  per tutti gli ordini e gradi e il diritto dei privati ad istituire scuole "senza oneri per lo Stato".
L'estromissione delle sinistre dal Governo (1947) e la rottura dell'unità sindacale aprirono la strada all'egemonia democristiana sull'educazione. Contro l'invadenza clericale alle forze laiche e di sinistra non rimase che una politica di tipo difensivo che durerà fino all'instaurarsi della politica di centro/sinistra. I programmi didattici per la scuola elementare del 1955 rappresentarono il frutto di questa egemonia politica e culturale che arriverà fino agli anni della riforma Falcucci (12 febbraio 1985).
Con la legge del 31 dicembre 1962 veniva istituita la scuola media unica statale, come scuola di completamento dell'obbligo previsto dalla Costituzione. Nel 1977 si arrivò all'abolizione delle elementari conoscenze del latino previste per la seconda classe della media inferiore e del suo insegnamento facoltativo previsto per la terza.
La legge del 22 settembre 1999 sulla riforma dei cicli scolastici è conseguente ad altri importanti provvedimenti quali la riforma degli esami di Stato per le scuole secondarie superiori, l'introduzione dell'autonomia scolastica, l'elevazione dell'obbligo ai 15 anni d'età. La riforma dei cicli, fortemente voluta dal Ministro Luigi Berlinguer, può rappresentare un'opportunità per il rinnovo dei programmi scolastici. Ma a questa riforma è necessario dare rapidamente un seguito. Per ora, infatti, conosciamo soltanto il "guscio vuoto" della nuova scuola. Per i programmi bisognerà attendere ancora alcuni mesi. La crisi del Governo D'Alema, dopo le elezioni regionali del 16 aprile 2000, ha comportato l'attribuzione dell'incarico di Ministro della Pubblica Istruzione a Tullio de Mauro. Al nuovo Ministro spetta il difficile compito di completare questa lunga transizione della scuola italiana verso modelli più moderni e competitivi con una didattica aggiornata, una nuova organizzazione, contenuti riformati e l'uso sempre più diffuso delle nuove tecnologie. In questa scuola riformata l'educazione sessuale dovrà necessariamente trovare il suo spazio e la sua dignità.

Note:
(1) A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, L'età contemporanea, ed. Laterza, Roma-Bari, 1993, p.446.
(2) ibidem, p.553.
(3) A. Desideri, Storia e storiografia, ed. G.D'Anna, Messina-Firenze, 1989, p.176.
(4) A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, L'età contemporanea, ed. Laterza, Roma-Bari, 1993 p.1143.
(5) Rodolfo Bettazzi, Moralità, ed. Buffetti, Treviso, 1910.
(6)  J. Fonssagrives, L'educazione della purezza, consigli ai genitori e ai maestri, ed. Desclée, Roma, 1910, p.80.
(7) P.Gillet, L'educazione della purezza. Innocenza e ignoranza, ed. Desclée-Paravia,      Roma, 1913, pp.39-40.
(8)  M. Venturi, L'insegnamento sessuale. Sua pratica attuazione nelle scuole, Soc.Ed.Neo-Malthusiana, Firenze, 1913, pp.11-16.
(9)  ibidem,  p.20. (10)
(10)  R. Vinella, Saggio di direzione e cura fisico-morale dell'uomo, Tramanter, Napoli, 1836, pp.9-10.
(11)  R. von Krafft-Ebing, Introduzione a A. Moll, Uranismo e prostituzione mascolina, Capaccini, Roma, 1897, p.3.
(12)  H. Ellis, La funzione del gioco del sesso, in Amore e tabù sessuali, Newton Compton, Roma, 1974, pp.81-82.
(13)  P.A. Gallerani, Il contravveleno religioso. Lettere ad uno studente di Università utilissime anche alle signorine istruite, tipografia Pontificia ed Arcivescovile dell’Immacolata Concezione, Modena, 1912, pp.460 – 462.
(14)  P.Foà, Introduzione a S. Stall, Quel che il giovane marito deve sapere, STEN, Torino, 1914, p.262.
(15)  Th. G. Kornig, L’igiene della castità, Bocca, Torino, 1908, p.169.
(16)  T. Tihamer, Giovinezza pura, Libreria Emiliana Editrice, Venezia, 1928, pp. 23-25
(17)  V. Casagrande, La primavera della Vita. Trattato pratico di pedagogia generale ad uso dei genitori, catechisti e maestri, Giovanni Galla Editore, Vicenza, 1922, p. 197.
(18)  ibidem, p.199.
(19)  S.J. Gould, Intelligenza e pregiudizio. Le pretese scientifiche del razzismo, Editori Riuniti, Roma, 1985, p. 135.
(20)  Monsignor D'Hulst, Conferenze di Nostra Signora di Parigi, vol.IV, Quaresima 1894, Piero Marietti Editore Libraio, tipografo pontificio della Sacra Congregazione di Riti e delle Caria Arcivescovile di Torino, p.69.
(21)  Monsignor D'Hulst, Conferenze di Nostra Signora di Parigi, vol.IV, Quaresima 1894, Piero Marietti Editore Libraio, tipografo pontificio della Sacra Congregazione di Riti e delle Caria Arcivescovile di Torino, pp. 116-117.
(22)  R. Bettazzi, Purezza! Ai giovani cristiani. Conferenze tenute in un ritiro spirituale di giovani, Libreria Editrice Internazionale, Torino, 1915, p.81

2 - La legge 162/90 sulla prevenzione del disagio giovanile e le circolari ministeriali.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel definire il concetto attuale di salute, prevede il superamento del vecchio concetto di salute come “assenza di malattia” sostituendolo  con quello di salute come “equilibrio psichico, fisico e sociale”.
Credo che un moderno progetto di promozione della salute rivolto alla scuola dovrebbe tener conto della comunicazione tra ragazzi e insegnanti, tra ragazzi e genitori e infine tra genitori e insegnanti, avvalendosi della collaborazione di esperti che già operano sul territorio.
Il contesto scolastico, infatti, induce negli adolescenti una identificazione in "soggetti distinti" dagli adulti in tutti i ruoli che vivono: in famiglia, a scuola, nella società. La comunicazione tra questi "soggetti distinti" e il mondo che li circonda è fondamentale per la crescita personale di ogni individuo poiché una vita armoniosa e piena è direttamente  proporzionale alla qualità delle relazioni interpersonali.
La mancanza di un adeguato contesto comunicativo può creare un malessere che si esplica con disagio, aggressività, difficoltà relazionale e di confronto, frustrazioni, ribellioni e isolamenti, comportando talvolta una compensazione nella direzione della introversione o, peggio, dell’uso di sostitutivi (fumo, alcol, droghe).
L’adolescente vive un periodo di transizione che comporta un graduale passaggio dalla dipendenza dagli adulti (con identificazioni infantili) ad una identità autonoma orientata alla critica e alla progettualità personale.
La salute, in quanto equilibrio fisico-sociale-psicologico-morale, investe in pieno il contesto relazionale degli adolescenti poiché si manifesta come processo dinamico che implica stato psicologico, idee, sentimenti, convinzioni e culture personali.
Un intervento di prevenzione primaria nei confronti del disagio psicologico in generale, con particolare attenzione a quello in età adolescenziale, ritengo debba migliorare la capacità di rapporto e di comunicazione dei soggetti, favorire il benessere e rafforzare il riconoscimento dell’identità, l’accettazione di sé e delle pulsioni sentimentali e sessuali, il confronto con i coetanei e gli adulti (insegnanti e genitori). La finalità principale di tale intervento è quindi il rafforzamento delle potenzialità positive individuali.
L’ambito scolastico è tradizionalmente il terreno più fertile per un’efficace azione preventiva poiché in esso interagiscono i tre sistemi di riferimento per il bambino e per l’adolescente: il gruppo dei pari, gli insegnanti e i genitori.
Esperienze di questo tipo, in particolare lezioni riguardanti più strettamente l’educazione sessuale, rappresentano fatti straordinari inseriti in percorsi sperimentali: si contano esperienze solo nell’1,9% delle materne, nel 2,5% delle elementari, nel 7,5% delle medie inferiori e nel 6,6% delle scuole medie superiori (1). La pedagogista Maria Corda Costa, in una intervista rilasciata a Giulio Benedetti sul Corriere della Sera del  21 novembre 1997, ha affermato: “Gli insegnanti, come al solito, si sono arrangiati con risultati positivi. Anche di fronte ad un impegno dei genitori non molto assiduo. La comunicazione di massa, invece, ha esercitato una influenza diseducativa. Per fortuna, diversamente da ciò che appare sullo schermo, dove il sesso è pervasivo, la gente non vive nei letti, ma lavora. Non facciamoci illusioni, il problema è complesso” (2).
Con la legge 162/90 è stato affidato alle Scuole di ogni ordine e grado il compito di prevenire l’insorgenza dei fenomeni di  disagio e di cosiddetta “devianza minorile”.
Il Ministero della Sanità e il Ministero della Pubblica Istruzione si sono impegnati affinché questa legge venga applicata concretamente fornendo strumenti, mezzi ed opportunità agli operatori scolastici, agli studenti e alle loro famiglie.
Grazie a questa legge sono nati, nel corso dell’ultimo decennio, il “Progetto Giovani”(circolare del Ministero della Pubblica Istruzione n.241, del 2 agosto 1991), le iniziative “20 studenti”, i Centri di Informazione e Consulenza, per le scuole superiori; il “Progetto Ragazzi 2000” (circolare del Ministero della Pubblica Istruzione n.240, del 2 agosto 1991) nelle scuole medie inferiori; il “Progetto Genitori” ed il “Progetto Arcobaleno” per le scuole materne.
Contemporaneamente si è formata una rete di referenti che operano all’interno delle singole scuole, dei Provveditorati agli Studi, delle Sovrintendenze Scolastiche Regionali e del Ministero della Pubblica Istruzione, con il compito di promuovere, coordinare e organizzare, ai diversi livelli, le attività, che nel loro insieme, prendono il nome di Educazione alla Salute.
L’Educazione alla Salute è diventata così un elemento fondante e trasversale della vita scolastica, nell’ambito della quale vengono affrontati i problemi attinenti al benessere psico-fisico dell’alunno, per poter contrastare i vari aspetti in cui può manifestarsi il "disagio giovanile".
Notevole impegno ed attenzione sono posti all’aggiornamento e alla formazione dei Capi d’Istituto e dei Docenti affinché possano acquisire ed accrescere diverse o più approfondite abilità professionali che portano a progettare e a programmare l’apprendimento inteso come strutturazione della situazione formativa.
In numerose scuole le attività di Educazione alla Salute hanno assunto importanza crescente.
L’Educazione alla Salute, dove è organizzata, ha dato la possibilità di trattare argomenti che di solito le materie curriculari non prevedono, ha reso fattibili delle esperienze che andavano al di là del curriculare, al di là dei consueti programmi ministeriali. Nei primi anni ‘90 si sono affrontati temi quali l’educazione sessuale, la prevenzione delle tossicodipendenze, dell'alcolismo, e del tabagismo e la prevenzione dell’AIDS. Temi importanti e attuali  affrontati soprattutto dal punto di vista sanitario e quindi da esperti di settore. La trattazione di questi argomenti ha suscitato un discreto interesse tra i giovani ma ritengo che non abbia sufficientemente inciso sui loro comportamenti. La scuola inizialmente ha promosso attività di prevenzione, per contenere, come recita la circolare ministeriale 240/91, "le patologie che i giovani si autoprocurano alla ricerca di un sollievo che li liberi da forme di disagio paradossalmente prodotte da quella stessa società del benessere, che pure ha sconfitto tante miserie e malattie". Ma la stessa circolare specifica, oltre il concetto di prevenzione, quegli ambiti entro i quali è possibile ideare e proporre progetti: il primo riguarda il "perseguimento dell'identità personale", ovvero l'educazione fisica, sanitaria e alimentare, l'educazione sessuale, la lotta contro la dispersione scolastica, le attività di orientamento professionale e sociale; il secondo riguarda la solidarietà familiare, amicale e sociale, ovvero l'educazione ai diritti umani e alla pace, alla cooperazione e allo sviluppo, all'integrazione fra diversi al rispetto per l'ambiente. Da questi due ambiti è nato un nuovo concetto del "sistema scuola": i diversi servizi rivolti alla prevenzione sono stati integrati con quelli rivolti alla tutela della salute della persona, sono stati stilati i protocolli di intesa tra istituzioni che hanno responsabilità in materia di prevenzione del disagio giovanile ed enti.
E’ necessario, oggi, attivare metodologie preventive più coinvolgenti, capaci di motivare gli studenti. Gli interventi precedenti, infatti, erano soprattutto limitati a collaborazioni volontaristiche. Con le "Linee guida per gli interventi di educazione alla salute e di prevenzione delle infezioni da Hiv nella scuola", pubblicate nell'autunno del 1992, i Ministeri della Pubblica Istruzione e della Sanità hanno iniziato a preoccuparsi espressamente del benessere dei ragazzi. Questi documenti fanno espressamente riferimento al concetto di salute promosso dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, in base al quale, come già abbiamo detto, per salute si intende non solo l'assenza di malattia, ma lo stato di benessere fisico, psichico e sociale dell'individuo. Complessivamente questo documento può essere giudicato positivamente in quanto ha introdotto un nuovo concetto, ma è necessario ricordare che l'occasione per regolamentare il lavoro congiunto di scuola e servizi sanitari è stata fornita da un argomento come la "minaccia" Aids. Questi provvedimenti, suggeriti in un clima di emergenza e terrore, hanno rischiato di sollecitare difese eccessive, quasi fobiche, e di rafforzare il ruolo dell'intervento puramente informativo.
Un equilibrato approccio educativo in materia sessuale deve necessariamente proporre informazioni riguardo a comportamenti preventivi, ma è anche opportuno che favorisca, oltre alla salute fisica, l'armonia psicologica e quindi la serenità della persona, evitando di associare sessualità e malattia.
La Direttiva Ministeriale n.463 del 26 novembre 1998 (3) indica il percorso da intraprendere per uscire da questo approccio "medicalizzato".
Nel corso degli ultimi anni si è passati, quindi, dal concetto sanitario di prevenzione ad un concetto di educazione e promozione della salute in senso globale, comprendente la sfera psichica ed emotiva.
Per prevenire il disagio giovanile  sono stati istituiti laboratori teatrali, sono state formate redazioni per il giornale d’Istituto, sono state organizzate giornate ecologiche, sono stati aperti sportelli informativi, si è dato ampio spazio alla creatività e all’espressività.
Pur essendo cambiato il significato di educazione alla salute, pur avendo fatto grossi passi avanti e trovandosi in linea con il significato di salute suggerito dall’O.M.S., è utile elaborare nuovi progetti e esperienze.
La Direttiva Ministeriale riguardante il nuovo piano per gli interventi di educazione alla salute e prevenzione delle tossicodipendenze ha  riconosciuto l’utilità delle precedenti esperienze che sono servite a sensibilizzare, a "rompere il ghiaccio", a far vivere ai ragazzi e alle ragazze la scuola in modo più positivo. L’obiettivo perseguito è stato quello di consolidare una cultura della prevenzione formativa facendo ricorso a metodi d’insegnamento capaci di valorizzare sistematicamente gli aspetti cognitivi e sociali, affettivi e relazionali di qualsiasi apprendimento, come si legge nella sintesi conclusiva del lavoro della commissione dei "saggi" istituita dal Ministro della Pubblica Istruzione.
Il nuovo piano per gli interventi, elaborato dal Ministero della Pubblica Istruzione, detta i criteri guida a cui attenersi per ottenere i finanziamenti dei progetti e prevede:
1) Collegialità: la gestione dei progetti deve essere condivisa da tutte le componenti scolastiche rappresentate negli organi collegiali;
2) Protagonismo: indispensabile la collaborazione attiva degli alunni;
3) Globalità: attenzione all'insieme dei bisogni psicofisici e relazionali degli alunni;
4) Organicità e incisività: iniziative sistematiche, non episodiche, che abbiano un carattere di incisività nel contesto scolastico;
5) Ordinarietà: iniziative inserite nella quotidianità della vita scolastica;
6) Trasversalità: connessione tra le varie discipline;
7) Interistituzionalità: collegamento con enti ed agenzie formative;
8) Verificabilità e processualità: predeterminazione dei modi e dei tempi di verifica e di valutazione.
Nel programma d’istituto, nel quale ciascuna scuola deve esplicitare in modo chiaro la propria offerta formativa, trovano così organico collegamento gli interventi di educazione alla salute, quelli volti a prevenire la dispersione scolastica e a favorire l’orientamento ed il recupero scolastico nonché le attività complementari ed integrative. Questi interventi dovrebbero essere finalizzati alla crescita della persona, alla valorizzazione delle differenze di ogni tipo, a promuovere l’appartenenza dei giovani alle istituzioni e, soprattutto nella scuola superiore, a sostenere la loro partecipazione ai processi di cambiamento effettivo della scuola attraverso il ruolo dei comitati studenteschi, della consulta provinciale degli studenti e delle  loro  associazioni.
Sulla base degli obiettivi da raggiungere, il piano degli interventi, proposto dal Ministro Berlinguer, prevede i seguenti programmi : a) Studentesse e studenti. Non si parlerà più di “Progetto Arcobaleno”, “Progetto Ragazzi”, “Progetto Giovani”, ecc., la denominazione per tutti i gradi di scuola sarà la stessa. La novità consiste nel  porre attenzione alla promozione di metodologie attive di insegnamento e di apprendimento utilizzando strategie più coinvolgenti sul piano relazionale, impostando i programmi affinché corrispondano alle esigenze di contemporaneità e di conoscenza della realtà esterna. Questo modo di "fare scuola" aiuterà gli allievi a capire di più se stessi e il mondo che li circonda, a responsabilizzarsi, a riuscire a compiere scelte consapevoli (naturalmente in proporzione alla fascia di età di appartenenza); b) Centri di informazione e consulenza (C.I.C) e proposte “20 studenti”. I C.I.C., istituiti in questi anni, hanno avuto organizzazioni molto diverse tra loro e quindi hanno assunto differenti caratteristiche (sportelli informativi, di orientamento, sedi di colloqui con psicologi, con docenti interessati, sedi di organizzazione di attività ricreative, espressive, sportive). Queste attività hanno messo in evidenza gli effettivi bisogni degli studenti e le difficoltà a perseguire obiettivi concreti o a realizzare le attività proposte.
I C.I.C., così come vengono proposti nel nuovo piano, assumono in maniera più forte l’aspetto di snodo tra interno ed esterno. Sono strutture capaci di recepire il "clima" interno e di ricercare all’esterno supporti e collaborazioni e, viceversa, capaci di percepire la realtà locale esterna e promuovere azioni di collegamento. Risulta evidente la grande opportunità che ogni scuola superiore ha;  c) Famiglia. Il "Progetto Genitori" viene sostituito dal “Programma Famiglia". La novità sta nel coinvolgere nel programma di prevenzione i genitori ed i familiari degli allievi delle scuole di ogni grado. Questa apertura tiene conto di come il contesto familiare,  i ruoli e i tempi dei genitori in questi anni siano cambiati. La famiglia è invitata a collaborare attivamente con la scuola per aiutare il bambino/l’adolescente nel suo processo di crescita; d) Formazione del personale scolastico. Questa parte del piano è da ritenersi la più importante: la formazione è destinata a dirigenti scolastici, docenti e personale ATA e si prefigge obiettivi molto alti. L’educazione alla salute non coinvolgerà più solo il referente, ma più docenti che dovranno, collaborando con le famiglie, ricercare i fattori di rischio e i fattori protettivi nella realtà che circonda gli allievi. Dovranno riflettere sulle strategie di comunicazione in classe, "formarsi riguardo all’impiego di elementi del curriculum da utilizzare nello svolgimento delle normali attività scolastiche, con finalità di prevenzione", dovranno essere attivati training di vario tipo che hanno come finalità quella di porre l’attenzione all’allievo come soggetto principale della scuola.
e) Monitoraggio. L’esigenza di attivare, a livello nazionale, iniziative di monitoraggio sui progetti e sulle attività indicate comporta la necessità di fornire strumenti alle scuole e agli uffici scolastici per monitorare le attività realizzate ed analizzare i percorsi formativi degli studenti in modo da disporre di elementi di conoscenza sull’efficacia, sull’efficienza e sul grado di integrazione reciproca dei programmi realizzati. La proposta contenuta nella Direttiva Ministeriale n. 463 del 26 novembre 1998, prevede nell’ambito di tale rilevazione:
a) attività di educazione alla salute e prevenzione delle tossicodipendenze;
b) attività di orientamento;
c) corsi di formazione e aggiornamento;
d) iniziative complementari ed attività integrative;
e) attività di contrasto dell’abbandono scolastico.
Condizioni necessarie per l’attuazione della Direttiva sono: un’indagine sulle aree metropolitane e una ricerca sulle possibilità di attuazione.
In collaborazione con il Dipartimento per gli Affari Sociali, con gli IRRSAE (Istituti Regionali per la Ricerca, la Sperimentazione e l'Aggiornamento Educativi) e con gli enti locali, dovrà essere realizzata un’indagine “per costruire mappe del disagio giovanile nella aree metropolitane allo scopo di consentire una migliore finalizzazione delle risorse disponibili ed attuare interventi perequativi” (4). Allo scopo di realizzare un valido modello pedagogico per prevenire e contrastare i fenomeni di devianza e il coinvolgimento dei giovani nella criminalità organizzata si effettuerà una ricerca sullo stato delle “educazioni” (alla salute, ambientale, stradale, alimentare, alla legalità, ecc.).
Il Ministro conclude la Direttiva stabilendo che entro tre mesi dalla disponibilità delle risorse assegnate, i provveditori agli studi dovranno trasmettere ai suoi uffici l’elenco delle scuole, di ogni ordine e grado, i rispettivi finanziamenti accordati e i criteri di valutazione che hanno informato le scelte del Comitato Tecnico Provinciale.
La scuola oltre a veder confermato il suo ruolo di agente di formazione e di promozione dell'apprendimento ha colmato, nel corso degli ultimi decenni, consistenti lacune sociali, trasformandosi in agente di socializzazione e accudimento. L'inefficacia dell'approccio puramente informativo ha sollecitato i docenti a rispondere ad esigenze nuove.
A fronte di una formazione di tipo specialistico per materia curriculare, viene sempre più richiesta l'attivazione di azioni socio-educative di tipo trasversale.
Come sostiene Tom Peters, "al leggere, scrivere e far di conto è stato aggiunto l'obiettivo di scelte di responsabilità verso se stessi ed il prossimo, sottolineando continuamente l'opportunità di offrire delle scelte ed abituare i ragazzi ad imparare, gettando le basi per una cultura della formazione permanente" (5). E così oggi "chi guarda dall'esterno", come sostiene Anna Maria Liguori in una recente indagine condotta da La Repubblica , "può vedere le due facce del pianeta scuola: da una parte i programmi istituzionali, affidati agli insegnanti e alla struttura organizzativa tradizionale e dall'altra i diversi progetti che la scuola persegue. Il più delle volte con successo" (6). La scuola come servizio ha portato alla necessità di coniugare in modo nuovo competenze informative, formative e d'ascolto.
L'educazione sessuale è attualmente una delle richieste più sentite e frequenti da parte degli adolescenti, e la scuola, ponendosi l'obiettivo di dare risposte a queste richieste, ha l'occasione di servire la collettività nel senso più proprio del termine.
Roberta Giommi, docente di Teoria della coppia e di Educazione sessuale, direttrice dell'Istituto Internazionale di Sessuologia di Firenze, in un articolo pubblicato sul supplemento Salute de La Repubblica del 7 settembre 2000, in sei punti ha elencato i motivi e i metodi più significativi per introdurre l'educazione sessuale nelle scuole:
1 - l'educazione sessuale è la risposta adulta ad una necessità evolutiva dei bambini e degli adolescenti;
2 - un atteggiamento arretrato fa confondere il mistero della sessualità, scoperto da soli, con il bisogno di ricevere informazioni e di confrontare curiosità ed emozioni;
3 - nessun adulto rinuncerebbe mai a dialogare su igiene ed educazione alimentare, mentre c'è silenzio ed incompetenza intorno all'atto sessuale, alla scoperta del piacere, all'amore;
4 - è doveroso aprire uno spazio di dialogo competente senza affidare l'educazione sessuale alla pornografia e all'industria negativa del sesso;
5 - per i genitori: l'educazione sessuale non è girare nudi per casa e lasciare aperta la porta del bagno. Educare alla sessualità significa sedersi accanto ai figli per commentare un' immagine, un libro, un film e far nascere le domande;
6 - per gli insegnanti: occuparsi di educazione sessuale vuol dire partecipare a corsi di formazione, apprendere notizie tecniche di sessuologia, farsi affiancare dagli esperti che svolgono una funzione importantissima.

Note:
(1)  Giulio Benedetti, Educazione sessuale obbligatoria, da Cronache Italiane, Corriere della sera, 3 marzo 1998.
(2)  Giulio Benedetti, Noi insegnanti siamo d’accordo, ma da soli non ce la faremo: occorrono esperti, da Cronache Italiane, Corriere della sera, 21 novembre 1997.
(3) Direttiva Ministeriale n. 463 del 26 novembre 1998, Ministero della Pubblica Istruzione.
(4) ibidem.
(5) Tom Peters, Al di là dell'eccellenza, Franco Angeli Editore, Milano, 1991.
(6) Anna Maria Liguori, Lezioni di vita sana. I progetti scolastici, da La Repubblica - Salute del 7 settembre 2000.

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