MAURO
CIOFFARI

Università degli studi di Roma "La Sapienza"
Facoltà
di Lettere e Filosofia - Corso di Laurea in Filosofia
L’educazione sessuale nella scuola.
Il modello eterosessuale
e il disagio degli adolescenti omosessuali.
Relatore:
Prof. Lucio Pagnoncelli
Candidato:
Mauro Cioffari - matr. 10100828 (www.maurocioffari.it)
Correlatore:
dott. Emilio Lastrucci
Anno
Accademico 1999-2000
Indice.
Introduzione.
p.4
I
- Educazione alla sessualità. Il percorso storico e le proposte
di legge. p.12
1-
Il dibattito sull'educazione alla sessualità: nascita del concetto
e della disciplina. p.12
2
- La legge 162/90 sulla prevenzione del disagio giovanile e le circolari
ministeriali. p.38
3
- Le proposte di legge sull’informazione e l’educazione sessuale nelle
scuole. p.50
II
- Analisi di un progetto di educazione sessuale. p.59
1-
Azione preventiva e progetti educativi nella scuola. p.59
2
- Programmazione. p.61
3
- Atteggiamenti che facilitano l’apprendimento. p.63
4-
Conoscenze e abilità tecniche. A) Gli insegnanti. B) Gli operatori
sociosanitari. p.68
5
- Rapporti scuola-famiglia. p.72
6
- Counseling. p.73
7
- Percorsi formativi condivisi. p.74
8
- Metodologie per l'educazione sessuale. p.76
9
- Il progetto educativo. p.79
10
- Struttura del programma. A) Dimensione culturale. B) Dimensione biologica.
C) Dimensione relazionale-affettiva. D) Dimensione ludica. E) Dimensione
riproduttiva. p.80
11
- Guida all’attività didattica. P.84
12
- Percorsi tematici specifici del progetto. p.91
III
- Disagio adolescenziale e orientamento sessuale. p.118
1
- Il problema del disagio negli adolescenti omosessuali: autostima, socializzazione
e rendimento scolastico. La psicologia umanistica e il counseling. p.118
2
- Il fenomeno del suicidio giovanile e del fattore omosessualità.
p.134
3
- Cos'è l'omosessualità. p.146
4
- Analisi del video "Nessuno Uguale". p.157
5
- Proposte per l’integrazione della programmazione scolastica: idee, progetti
ed esperienze. A) L’esperienza della U.s.l. 8 di Arezzo. B) La sessualità
e la dimensione degli affetti. Esigenze espresse dalle allieve di un liceo
psicopedagogico di Palermo. C) Esperienze di educazione alla sessualità
attuate a Pisa e provincia. D) L’esperienza del consultorio familiare di
Treviso. Individuazione di un metodo per l’educazione sessuale nelle scuole.
E) Intervento condotto nell'ITC "O. Romero" di Rivoli (Torino) con il coinvolgimento
delle famiglie e degli insegnanti. p.165
6
- Il progetto “Chi sono quella ragazza, quel ragazzo…conoscere per non
discriminare”. A) Il questionario. B) La collaborazione tra insegnanti
ed operatori nel progetto Daphne. C) Testimonianze di disagio dovuto all’orientamento
sessuale. p.184
Conclusioni.
p.195
Bibliografia
tematica. p.202
Filmografia.
p.222
Siti
internet. p.226
Introduzione.
Come
dichiarato nel Piano nazionale per le Pari Opportunità tra gli uomini
e le donne nel sistema scolastico italiano (1993-1995 Ministero della Pubblica
Istruzione, Comitato nazionale Pari Opportunità): "Dire educazione
sessuale significa dire educazione semplicemente: educazione all'identità
personale di genere e al rapporto con l'altra identità. Essa inizia
dai primi giorni di vita attraverso la pienezza e il calore dell'attenzione
e delle prime cure che il bambino e la bambina ricevono e per le quali
cominciano a sviluppare sensazioni, emozioni, sentimenti che evolvono più
tardi nella capacità di amare. La scuola […] ha il compito insostituibile
di accompagnare la crescita dei giovani e delle giovani con una forte intenzionalità
educativa riferita allo sviluppo della loro personalità e alla loro
capacità di entrare in relazione con gli altri valorizzando tutte
le disponibilità e la possibilità di sentire, esprimersi,
realizzarsi".
Più
volte, nel corso della storia, è stato affrontato il discorso dell'introduzione
dell'educazione sessuale nelle scuole. Periodicamente, infatti, si sono
verificate condizioni storiche e sociali che hanno evidenziato la necessità
di introdurre tale insegnamento nei programmi scolastici. La riflessione
storica può rappresentare un presupposto per comprendere l'evoluzione
del dibattito e chiarire le prospettive future.
Nella
prima parte di questo elaborato affronterò l’analisi del dibattito
politico e sociale riguardante l'educazione sessuale nelle scuole italiane,
per poi tracciare le linee di una nuova metodologia da applicare. Attraverso
la consultazione di proposte di legge e di testi specifici farò
una panoramica tra le diverse posizioni.
Nel
1912 l'allora Ministro della Pubblica Istruzione Credaro rispose ad una
interrogazione parlamentare che chiedeva corsi di igiene sessuale per la
prevenzione delle malattie veneree. Nello stesso anno, dopo un significativo
aumento di queste malattie, furono diramate disposizioni precise per la
prevenzione nelle scuole e si cominciò a progettare una legge che
rendesse obbligatoria l'educazione sessuale come informazione sull'igiene
sessuale. In seguito, più volte, si è ritornato a parlare
di educazione sessuale obbligatoria nella scuola, ma soltanto in occasione
di interventi straordinari, volti a limitare epidemie di malattie a trasmissione
sessuale. Le norme varate in queste situazioni d'emergenza furono sempre
e soltanto provvisorie. I mutamenti sociali e culturali, avvenuti dopo
il 1968, hanno contribuito a porre la questione in termini non esclusivamente
sanitari, ma anche di educazione ad una sessualità inserita in uno
sviluppo armonico della personalità. Vari episodi hanno riacceso
la discussione sull'introduzione dell'educazione sessuale nelle scuole
e tra questi l'istituzione dei consultori familiari (legge 405/75), i dibattiti
sulla contraccezione e sulla interruzione volontaria della gravidanza a
seguito della legge 194/78, le più recenti polemiche sulle tecniche
di fecondazione medicalmente assistita e quelle recentissime sul fenomeno
della violenza sessuale e degli abusi nei confronti dei minori.
Altri
fattori hanno recentemente contribuito a rinnovare l'attenzione per questo
argomento:
-
un approccio precoce con la sessualità da parte degli adolescenti;
-
l'insorgere di una nuova ed epocale malattia a trasmissione sessuale come
l'Aids;
-
l'emergere di posizioni laiche come conseguenza dell'attenuarsi di alcuni
radicalismi dopo la caduta delle grandi ideologie;
-
prolungamento dell'adolescenza "reale", causato dalla dipendenza dai genitori
strettamente collegata al nuovo livello degli studi e dalla disoccupazione
giovanile che hanno provocato l'innalzamento dell'età matrimoniale;
-
graduale scoperta della sessualità distinta dalla riproduttività
con la ricerca di valori e di significati nuovi da attribuire alla vita
sessuale e affettiva degli individui;
-
diffusione di pubblicazioni editoriali (carta stampata, supporti audiovisivi,
internet, ecc.) e di campagne pubblicitarie che utilizzano l'erotismo (e
spesso la pornografia) proponendo nuove forme di soddisfazione sessuale
(linee telefoniche erotiche, club, cybersex, ecc.).
Nuovi
stili di vita hanno progressivamente modificato i princìpi, le regole,
i ruoli e i modelli della società tradizionale, senza proporre modelli
e valori sostitutivi per le nuove generazioni. In questo contesto appare
evidente come l'educazione sessuale non è una semplice trasmissione
di informazioni, ma va considerata nello sviluppo globale delle capacità
comunicative e relazionali. E' importante affrontare in modo sistematico
l'educazione sessuale rispetto all'età della crescita e alle agenzie
formative e della vita sociale (scuola, famiglia, ecc.). La scuola e la
famiglia, appunto, debbono farsi carico del problema "educazione sessuale"
con i nodi da sciogliere per una reale attuazione. Bisogna fornire agli
insegnanti un numero sufficiente di proposte metodologiche che li guidino
nella progettazione dell'itinerario educativo. Sono inoltre necessarie
competenze specifiche di tipo socioantropologico, psicopedagogico e didattico.
Per quel che riguarda la famiglia, i genitori spesso sono disorientati
e impreparati alle richieste dei figli. Evidente, quindi, l'importanza
di consentire, attraverso interventi per lo sviluppo di abilità
professionali ed educative, a insegnanti e genitori di svolgere il loro
compito in condizioni ottimali.
E'
opportuno, inoltre, creare collegamenti con quelle istituzioni in grado
di contribuire sostanzialmente allo scopo: consultori familiari, istituzioni
educative, centri di ricerca, gruppi o associazioni socioculturali.
Si
può sviluppare "una teoria generale della sessualità umana
che sia omnicomprensiva dei suoi diversi aspetti e che possa essere in
grado di formulare non solo descrizioni e spiegazioni di carattere scientifico
(fisiologico, biologico, antropologico, psicologico e sociale), ma anche
particolari teorizzazioni di natura più ampia che permettano di
comprendere il significato della sessualità umana, in particolare
nella vita di ognuno" (1).
Negli
ultimi anni, nel nostro Paese, sono emerse proposte educative e formative
che hanno assunto diverse denominazioni a seconda delle accentuazioni che
ogni agenzia intendeva proporre: programmi di "informazione sessuale",
di "educazione contraccettiva", di "educazione/informazione sessuale",
di "educazione sessuale e socioaffettiva".
In
definitiva, nell'espressione "educazione sessuale" sono comprese tutte
queste proposte.
Esaminerò
le proposte di legge più significative: la proposta n.218 del 1996
presentata dall'On. Alberta De Simone (Sinistra Democratica), la proposta
n.1203 del 1996 presentata dall'On. Nichi Vendola (Rifondazione Comunista
- Progressisti) e la proposta n.1722 presentata dall'On. Flavio Rodeghiero
(Lega Nord).
Nella
seconda parte svolgerò l'analisi approfondita di un moderno testo
metodologico per insegnanti dal titolo Educazione sessuale e relazionale-affettiva
di Giuseppe Bazzo e Giorgio Del Re (Edizioni Erickson, Trento, 1997).
Ho
scelto la proposta di Bazzo e Del Re poiché la ritengo particolarmente
accurata e facilmente ed efficacemente realizzabile.
Gli
autori hanno identificato un modello di collaborazione tra scuola e servizi
sociali allo scopo di sottolineare i fondamentali elementi di riferimento
per un progetto comune. Questo progetto dovrebbe favorire negli insegnanti
l’acquisizione delle competenze pedagogiche utili nell’affrontare un percorso
educativo con gli alunni senza escludere, se richiesta, l’interscambiabilità
con gli operatori sociosanitari nella conduzione delle diverse fasi del
programma di educazione sessuale. In quest’ottica si può superare
l’indicazione data dal neuropsichiatra Giovanni Bollea: “l’insegnante
deve essere un medico particolarmente preparato a questo scopo; ciò
dà all’insegnamento tutta un’altra rilevanza scientifica […] (2).
Infatti
Bazzo e Del Re, psicologi della Asl n.10 della Regione Veneto, affermano
come “la presenza di particolari competenze e conoscenze negli operatori
scolastici e sociosanitari possa influenzare notevolmente la qualità
del progetto e la sua riuscita” (3). La sola competenza da parte degli
insegnanti non garantisce risultati soddisfacenti. La scuola deve operare
per una reale multiculturalità che superi l'ostacolo delle differenze.
Nella
terza parte mi occuperò del disagio giovanile e del fenomeno dei
suicidi di molti adolescenti. In merito a questo affronterò quelli
che sono considerati fattori di grande importanza come l’omosessualità
e le difficoltà di autoaccettazione da parte degli adolescenti gay
e lesbiche.
Nelle
società occidentali, influenzate da una concezione morale di tipo
giudaico-cristiana, l'omosessualità è stata spesso tollerata
ma mai accettata. In molti Paesi questa condizione è stata considerata
illegale. Fino alla fine degli anni '50, per esempio, la Gran Bretagna
ha imposto severe sanzioni penali agli omosessuali. Nel 1954 il Wolfenden
Committee fu incaricato dalla Camera dei Lord di studiare e analizzare
queste leggi repressive. Il rapporto, concluso nel 1957 e pubblicato nel
1963 (Great Britain Committee on homosexual offenses and prostitution,
Stein and Day, New York, 1963), sostenne la depenalizzazione degli atti
omosessuali in privato tra adulti consenzienti e fu fortemente critico
circa la convinzione diffusa che l'omosessualità potesse essere
considerata una malattia.
Nel
1961 il regista Basil Dearden destò scalpore nella conservatrice
società inglese con il film Victim che aveva come protagonista un
avvocato sposato ma omosessuale il quale mette in discussione la propria
carriera smascherando una banda di ricattatori. Questo film diede un significativo
contributo alla campagna per l'abolizione delle leggi anti-omosessuali,
facendo riflettere il riluttante pubblico sull'orientamento sessuale e
sull'impossibilità di stabilire cosa fosse la normalità.
Il dibattito apertosi sulla questione omosessuale portò all'abolizione
della legge che puniva l'omosessualità anche quando era praticata
in privato.
Nel
1973, partendo dal rapporto del Wolfenden Committee e prendendo in considerazione
le esortazioni di autorevoli psichiatri come Judd Marmor, l'American Psychiatric
Association decise di derubricare "l'omosessualità egosintonica",
l'omosessualità accettata e vissuta consapevolmente, dal Manuale
Diagnostico e Statistico dei disturbi psichiatrici (DSM).
Nel
1987 l'"omosessualità egodistonica", l'omosessualità che
non è accettata dal soggetto e che è fonte di disagio, venne
depennata come entità diagnostica dalla revisione del DSM - III
- R.
Nel
1993 l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha cancellato
l'omosessualità dall'elenco delle malattie mentali non considerandola
più una patologia ma definendola come una "variante naturale del
comportamento umano". La decisione dell'OMS è il risultato di un
ampio dibattito nel mondo scientifico e nelle associazioni degli psichiatri
e degli psicologi.
Ma
il percorso dell’accettazione dell’omosessualità da parte della
società, così come l’accettazione di tutte le differenze
in generale, non è ancora compiuto.
Il
tasso di violenza contro gay e lesbiche, sia implicita che esplicita, sia
fisica che psicologica, è ancora altissimo. Nell'inchiesta sull'omosessualità
in Italia condotta dall'ISPES nel 1990 con il titolo Il sorriso di Afrodite
e curata da C.Fiore (Ed. Vallecchi Firenze 1991) risulta, infatti, che
un quarto dei maschi e un quinto delle femmine intervistati nel corso della
vita ha subito violenze, aggressioni e ricatti in relazione al proprio
orientamento sessuale. La pressione psicologica è così forte
che il 22% di queste persone ha pensato, almeno una volta, di togliersi
la vita e il 5% ha effettuato almeno un tentativo.
I
modelli sociali significativamente riconosciuti si basano sul presupposto
che la famiglia esclusivamente eterosessuale sia il nucleo centrale sul
quale si fonda ogni società. Chi non rientra in questi modelli non
è accettato e subisce atteggiamenti e comportamenti discriminatori.
L'introduzione dell'educazione alla sessualità nelle scuole può
contribuire all'arricchimento di tali modelli per una "cultura nuova" che
sia in grado di valorizzare le differenze.
Farò
una comparazione fra i testi già citati e i seguenti:
-
Tremblay Pierre J., The Gay, Lesbian, and Bisexual Factor in the Youth
Suicide Problem (Alberta Legislature, Alberta, Usa, 1994).
-
Roberto Del Favero, Maurizio Palomba, Identità diverse (ed.Kappa,
Roma, 1996).
-
Maurizio Palomba, Essere e vivere la diversità (ed. Kappa, Roma,
1999).
Prenderò
in considerazione alcune esperienze di educazione alla sessualità
condotte nelle scuole, riportate a conclusione del convegno dell’Istituto
internazionale di sessuologia tenutosi a Firenze nel 1997, e raccolte nel
testo di Roberta Giommi e Marcello Perrotta Educazione sessuale come prevenzione.
Nuovi modelli per la famiglia, la scuola, i servizi (Edizioni Del Cerro,
1998, Pisa).
All’analisi
di questi testi ho aggiunto quella del video didattico Nessuno uguale (Italia,
1998) regia di Claudio Cipelletti. Questo documento audiovisivo è
stato realizzato in una scuola secondaria superiore di Milano e ha raccolto
le opinioni degli studenti eterosessuali a confronto con altri studenti
omosessuali.
Illustrerò,
inoltre, la pubblicazione Chi sono quella ragazza, quel ragazzo… Conoscere
per non discriminare, realizzata dall'associazione Azione Gay e Lesbica
Arci Nuova Associazione di Firenze all'interno del progetto europeo Daphne.
Note:
(1)
Bianca M., Semeiotica sessuale .Significati e simboli della sessualità
umana, in Rivista di Scienze sessuologiche, vol. VII, n.2, Pontecorboli,
Firenze, 1994, p.34.
(2)
Bazzo G., Del Re G., Educazione sessuale e relazionale-affettiva. Scuola
superiore, Erickson, Trento, 1997, p.12.
(3)
ibidem, p.12.
I
- Educazione alla sessualità. Il percorso storico e le proposte
di legge.
1
- Il dibattito sull'educazione alla sessualità: nascita del
concetto e della disciplina.
Giorgio
Rifelli, Responsabile del Servizio di Sessuologia Clinica del Dipartimento
di Psicologia dell'Università di Bologna, e Corrado Ziglio, ricercatore
presso il Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università
di Bologna, nel loro saggio Per una storia dell'educazione sessuale (ed
La Nuova Italia, Firenze, 1995) affermano che "L'educazione sessuale non
si inventa. Più volte la nostra cultura ha affrontato questa materia
perché periodicamente si sono verificate condizioni storiche e sociali
che hanno evidenziato la necessità di trattarla. La riflessione
storica diventa così presupposto per muoversi dall'attuale ed uscire
dall'invenzione. Spesso invece si pretende di inventare l'educazione sessuale
senza presupporre radici storiche e culturali, ma improvvisando, forse
preoccupati solo di confezionare un prodotto che sia gradito alle agenzie
educative e alle loro ideologie del momento".
Negli
ultimi 100 anni il tema è stato oggetto di attenzione discontinua
che lo ha reso attuale in almeno quattro momenti: alla fine del '800, nel
ventennio fascista, nel '68 e infine negli ultimi due decenni.
Negli
anni del governo Giolitti l’attenzione principale era diretta alla profilassi
venerea. Di fatto, però, quel periodo coincideva con l’attuarsi
di un'ennesima tappa della rivoluzione industriale, con la nascita del
movimento femminista, con la messa in discussione del valore procreativo
e con le prime campagne demografiche. A partire dagli ultimi anni del XIX
secolo l'Italia conobbe il suo primo decollo industriale, "in termini complessivi",
sostiene Vittorio Vidotto, "i progressi realizzati dall'industria italiana
furono più che ragguardevoli […]. Il decollo industriale dell'inizio
del '900 fece sentire i suoi effetti anche sul tenore di vita della popolazione"
(1). Nei primi quindici anni del secolo, infatti, il reddito pro-capite
degli italiani aumentò di quasi il 30% (mentre era rimasto pressocchè
invariato nei precedenti quarant'anni). Questo aumento considerevole consentì
alle famiglie di destinare una quota dei bilanci alle spese per la casa,
per i trasporti, per l'istruzione e per l'acquisto di beni di consumo più
in generale. La qualità della vita degli italiani cominciava a cambiare
di pari passo con lo sviluppo economico. I segni di questo mutamento erano
visibili soprattutto nelle grandi città. La diffusione dell'acqua
corrente nelle case e il miglioramento delle reti fognarie contribuirono
alla forte diminuzione della mortalità da malattie infettive (colera,
tifo, affezioni gastroenteriche) che si verificò soprattutto durante
i primi anni del secolo XIX. Sotto l'impulso della cultura scientifica
positivistica e delle trasformazioni sociali legate all'industrializzazione
e all'urbanesimo, anche la medicina subì un'evoluzione profonda.
Si affermavano, in quegli anni, le teorie igieniste che cercavano le cause
delle malattie e i mezzi per prevenirle non tanto nei singoli individui,
quanto nell'ambiente in cui essi vivevano e nei rapporti reciproci. La
rivoluzione tecnologica e i progressi nella medicina e nell'igiene allungarono
considerevolmente la durata media della vita. Nonostante il calo delle
nascite, verificatosi nei paesi economicamente più avanzati, quindi,
si ebbe un sensibile aumento della popolazione. La tendenza al calo delle
nascite, come osserva Vidotto, "esprimeva un nuovo atteggiamento nei confronti
della vita e dei figli: un atteggiamento svincolato da presunte leggi naturali,
meno soggetto al tradizionale controllo delle norme religiose e orientato
invece a programmare razionalmente la famiglia e il suo futuro". Un ruolo
di grande importanza nel plasmare i lineamenti della nuova società
fu svolto dalla scuola: fu in questo periodo che si cercò di dare
attuazione pratica al principio secondo cui l'istruzione non era un bene
riservato ad una élite sociale, ma costituiva un'opportunità
da cui nessuno doveva essere escluso, un servizio reso alla collettività.
L'epoca che vide il sorgere della società di massa fu anche quella
che registrò l'emergere di una "questione femminile": "a partire
dagli ultimi anni del secolo scorso, l'effetto congiunto dell'industrializzazione
e della spinta verso la democrazia fece si che la questione femminile si
riproponesse con nuova forza. Se in alcuni settori industriali le donne
costituivano già da tempo la maggioranza della popolazione lavoratrice,
furono soprattutto la crescita delle città e lo sviluppo dei servizi
a creare nuove opportunità di occupazione per la manodopera femminile,
facendo salire rapidamente il numero delle segretarie, delle commesse,
delle dattilografe, delle insegnanti" (2).
Il
regime fascista avviò azioni educative di stampo conservatore che
andavano oltre la propaganda per l’incremento della natalità, riconfermando,
attraverso la repressione sessuale, il potere delle istituzioni e dello
Stato sulla vita privata dei cittadini. Il fascismo dedicò un'attenzione
particolare al mondo della cultura e della scuola. La scuola italiana venne
profondamente ristrutturata nel 1923 con la riforma Gentile: una riforma
ispirata ai principi della pedagogia idealistica, che cercava di accentuare
la severità degli studi e sanciva il primato delle discipline umanistiche
su quelle tecniche relegate a una funzione nettamente subalterna. Il regime
una volta consolidatosi, osserva Vidotto, "si preoccupò di fascistizzare
l'istruzione sia attraverso una più stretta sorveglianza sugli insegnanti,
sia attraverso il controllo dei libri scolastici e l'imposizione, nel 1930,
dei testi unici per le elementari. Il tentativo messo in atto dal fascismo
era quello di occupare, insieme allo Stato, anche la società, di
riplasmarla dalle fondamenta facendo leva soprattutto sui giovani". Per
la buona sorte dell'Impero Mussolini intraprese la "battaglia" demografica
con l'obiettivo di far crescere numericamente la popolazione italiana,
portandola in trent'anni da 40 a 60 milioni. Furono varati provvedimenti
economici e amministrativi a favore delle famiglie numerose mentre le madri
prolifiche venivano blandite e lusingate. Si riteneva, inoltre, come ha
osservato George Mosse in Sessualità e Nazionalismo (ed. Laterza,
Bari, 1984) che "le donne italiane, come quelle tedesche, dovessero fare
figli e dare prova di sé come mogli, come madri e come custodi della
vita familiare". Nacque l'Opera Nazionale per la Maternità
e l'Infanzia che doveva assistere le madri e i fanciulli. "Così
quello che era il problema cruciale per l'Italia, la sovrabbondanza della
popolazione, veniva aggravato proprio nel momento in cui si chiudevano
le porte della nostra emigrazione" (3). Grande importanza venne data dal
regime all'educazione fascista della gioventù, per la quale fu creata
l'Opera Nazionale Balilla, che più tardi assunse il nome di Gioventù
Italiana del Littorio. I giovani vennero inquadrati fin dalla prima infanzia
(Figli della Lupa) in formazioni paramilitari che, accanto all'educazione
fisica, alla pratica sportiva e alla vita militare, tendevano alla formazione
fascista delle giovani generazioni, che furono educate al rispetto della
gerarchia, alla fede qusi mistica nelle capacità di guida del "duce",
al culto dei valori "nazionali", al rifiuto di tutte le concezioni politiche
che non fossero quella fascista, all'odio nei confronti dei "sovversivi"
(socialisti e comunisti), al disprezzo delle "democrazie occidentali".
Negli
anni segnati dalla “rivoluzione” del ’68 l’attenzione al problema sessuale
fu soprattutto di tipo pedagogico al fine di favorire la crescita e l’acquisizione
di una identità maschile e femminile in un momento di ridiscussione
totale. Mentre Stato, Famiglia e Scuola subivano attacchi destabilizzanti,
il valore procreativo veniva disgiunto sempre più facilmente da
quello erotico-relazionale. Il concetto di repressione veniva associato
alla sessuofobia e il rapporto uomo-donna era messo in discussione dall’emancipazione
attuata dal movimento femminista. "A partire dagli anni '60 assistiamo
a una sorta di rifiuto ideologico nei confronti di una società accusata
di sostituire allo sfruttamento economico di tipo tradizionale una forma
più subdola e raffinata di dominio (esercitata soprattutto attraverso
la pubblicità e i mass media), di sottoporre gli individui a una
nuova tirannia tecnologica, di sopire i conflitti sociali con la diffusione
di un benessere che si giudicava illusorio (e si riteneva comunque ottenuto
a spese dei popoli poveri del Terzo Mondo)" (4). L'opposizione alla civiltà
consumistica si espresse dapprima in forma di rifiuto delle convenzioni,
di vera e propria fuga dalla civiltà industrializzata (fu il caso
delle comunità hippies, che si diffusero soprattutto negli Stati
Uniti a partire dalla prima metà degli anni '60) e quindi nella
creazione di una cultura alternativa, in cui confluivano pratica della
non-violenza e religiosità orientale (buddismo e induismo), consumo
di droghe leggere e messaggi della nuova musica. In seguito la rivolta
giovanile assunse forme più politicizzate e trovò i suoi
centri propulsori nelle università europee ed americane. Il film
If… di Lindsay Anderson (GB, 1971) è un ritratto abbastanza fedele
di quel periodo. E' descritta la rivolta degli studenti di un college
inglese caratterizzato dalla violenza e dalla repressione di un insegnamento
militaresco. Evidente, fin dal titolo che si riferisce alla poesia "paternalistica"
di Kipling, l'intenzione dissacratoria di Anderson nei confronti del potere
istituzionale e delle convenzioni sociali. In coincidenza con la generale
ondata di contestazione che investì le strutture e i valori della
società "borghese", si verificò un rilancio, in forme nuove
e più radicali, della "questione femminile". Il nuovo femminismo
si contraddistinse per la radicalità degli obiettivi (politicizzazione
del privato, riconoscimento della rilevanza politica di ciò che
avviene nella sfera dei rapporti personali e familiari) e per la novità
dei metodi di lotta: la contestazione di tutti i modelli culturali legati
al "maschilismo", l'esaltazione dei valori tipicamente femminili ("donna
è bello"), l'affermazione del separatismo rispetto agli uomini,
l'autonomia da ogni gruppo politico. Il rifiuto dell'organizzazione tradizionale
(vista come imposizione di una gerarchia tipica del mondo maschile) e l'adozione
del collettivo femminista come principale forma di aggragazione e di militanza.
Le lotte del nuovo femminismo erano tese, da un lato, al conseguimento
di misure legislative per il miglioramento della condizione delle donne
(legalizzazione dell'interruzione volontaria di gravidanza, riforma del
diritto di famiglia, accesso alle nuove professioni); dall'altro alla critica
del modello femminile proposto sia dalla cultura tradizionale, sia da quella
dei mass-media.
Oggi
si ripropone drammaticamente il problema delle malattie a trasmissione
sessuale. La paura della diffusione dell’Aids ha modificato i comportamenti
e quindi l’educazione sessuale torna alla ribalta soprattutto per scopi
profilattici contingenti.
Credo
sia necessario superare questa situazione di emergenza rispettando la persona
nelle sue potenzialità, consentendo ad ognuno di perseguire quei
valori umani della sessualità che rappresentano un momento di crescita,
di responsabilizzazione e di libertà decisionale. All’educazione
della sessualità (collocata nella cultura del “dover essere” e alla
pedagogia del “si deve” e del “non si deve”) va contrapposta l’educazione
alla sessualità (appartenente alla cultura del “poter essere”).
Quest’ultima è riconducibile ad un atteggiamento educativo consapevole
che la sessualità è una possibilità dell’essere umano,
la realizzazione del quale non prevede una meta predefinita ma richiede
la libera e responsabile partecipazione di ognuno per una costruzione che
sarà specifica della persona. Non bisogna muoversi da verità
preconcette o da modelli prefissati ma dalla considerazione delle potenzialità
da sviluppare. La scuola deve essere in grado, attraverso l’educazione
alla sessualità, di fornire strumenti utili alla realizzazione di
sé e non modelli precostituiti.
L’analisi
della nostra storia recente, ricca di movimenti ideologici, politici e
culturali, fornisce indicazioni che possono essere utili ad individuare
gli obiettivi, ad elaborare le strategie e a definire le tecniche di intervento
per un progetto di educazione alla sessualità.
Già
nel 1910 Rodolfo Bettazzi, cattolico integralista, Direttore del Bollettino
della Lega per la Moralità Pubblica e Presidente della Lega contro
la Pornografia, così scriveva: “sarebbe necessario […] dare norme
sicure a quanti vogliono intraprendere l’educazione dei giovani a riguardo
delle cose del sesso ed è quindi opportuno che la questione dell’educazione
sessuale divenga di dominio comune e sia ampiamente discussa” (5). Bettazzi
promosse in Italia il testo dell'abate francese J.Fonssagrives, L'educazione
della purezza, consigli ai genitori e ai maestri, scrivendone l'Introduzione.
Fonssagrives ribadiva il primato della famiglia in tema di educazione sessuale:
"I maestri […] devono sempre comparire di fronte agli allievi […] come
i rappresentanti autorizzati della famiglia […]" (6) e sosteneva che "l'educazione
della purezza" dovesse indirizzarsi all'individuo e mai alla collettività.
La funzione della "rivelazione", infatti, secondo l'abate, era essenzialmente
protettiva e serviva a stabilire un vero e proprio patto tra educando e
educatore che di fatto escludeva tutti gli altri.
Negli
stessi anni Gillet, educatore religioso francese, sosteneva che gli aspetti
scientifici nell'educazione sessuale dovevano essere taciuti: "l'educazione
scientifica della purezza, tanto vantata da certi educatori laici, fra
gli altri da medici, proposta timidamente da certi educatori religiosi,
[…] non essendo accessibile alla maggior parte dei genitori e dei fanciulli,
non potrebbe essere proposta come un metodo necessario e universale" (7).
A
differenza di questi, Marino Venturi, educatore riformista, in un progetto
di educazione sessuale per le scuole elementari, in aperto contrasto con
le tesi conservatrici dell'epoca, sosteneva che "la famiglia […] è
forza d'arresto per il progresso" (8). Per Venturi l'educazione rappresentava
l'unica forza innovatrice e l'educazione sessuale, nello specifico, aveva
grandi responsabilità. L'educazione sessuale "non certo riparerà
tutti i mali, creerà, almeno, nell'uomo, il rispetto verso di sé
e verso la donna; formerà un uomo che dinanzi a certi problemi e
incognite della vita saprà come contenersi, conoscendo le conseguenze
buone e cattive degli atti […]. L'educazione sessuale se non interamente,
in parte certo, modificherà in bene il presente stato di cose" (9).
Anche per Venturi, comunque, meta inevitabile era il matrimonio che tuttavia
doveva essere fondato sul principio dell'amore e non su quello dell'interesse.
Citando una statistica sulla mortalità elaborata in Francia l'autore
arrivava ad affermare che il matrimonio allunga la vita.
Le
pubblicazioni del tempo, quindi, erano ricche di verità pasticciate
e confuse che non riuscivano a fare chiarezza sul "mistero del sesso" al
quale solo gli adulti, la chiesa, la scuola, la scienza e la
famiglia avevano diritto d'accesso.
La
maggior parte della produzione divulgativa era, infatti, dominata dal mondo
medico.
Il
problema della sessualità venne affrontato dalla scienza seguendo
due percorsi paralleli: da un lato gli studi di igiene per la salute individuale
e sociale, dall'altro la ricerca psichiatrica e criminologica.
Raimondo
Vinella, ricercatore italiano, fu uno dei protagonisti del positivismo
medico che riportò l'attenzione sulla sensibilità e sulle
componenti "dell'uomo inferiore" tra cui le passioni e la sessualità.
"L'uomo - scriveva Vinella - anello primario e il più nobile nell'ordine
degli esseri sensibili […] trovò di necessità che lo studio
della morale ha per base la conoscenza dell'uomo fisico, colla cui fiaccola
si scoprono le funzioni della macchina animale" (10). Attraverso gli studi
di questo ricercatore italiano, la sessualità iniziò ad essere
decifrata e definita, divenne oggetto di interesse medico, fu considerata
un problema sul quale riflettere e discutere.
Il
medico conservatore Ferdinando Tonini trasferiva il precettismo riservato
all'educazione morale alla vita sessuale di coppia. In Igiene e fisiologia
del matrimonio il Tonini affrontava diversi capitoli sulla sessualità
soffermandosi particolarmente sulla funzione riproduttiva e sulla descrizione
accurata dei genitali. Non tralasciava di descrivere i presunti pericoli
della masturbazione e consigliava ai genitori un'educazione sessuale impartita
a maschi e femmine separatamente.
Nonostante
tutto il mondo accademico venne poco coinvolto nel problema dell'educazione
sessuale e della sessualità più in generale, limitandosi
ad affrontare il discorso dell'Igiene.
Paolo
Mantegazza, precursore della scienza sessuologica, rappresenta un caso
unico ma non privo di contraddizioni. Diffuse per circa quarant'anni, dal
1870 al 1910, regole di salute fisica e morale attraverso i periodici Igea,
Il medico di casa, e gli annuali Almanacchi di Igiene popolare. Materialista
convinto, ma anche rammaricato per la scomparsa di una genuina religiosità,
condannò l'ipocrisia e con essa il matrimonio: istituzione corrotta.
Pur celebrando il valore riproduttivo della sessualità, Mantegazza
enfatizzava la dimensione del piacere. Simpatizzò apertamente con
le proposte neo-Malthusiane: "Amate e non generate". Nel 1877 con L'Igiene
del nido l'autore, già Professore di Antropologia all'Università
di Firenze, traccia una nuova modalità di approccio al problema
sessuale. Un'igiene sessuale che non si limita più alla sfera genitale
riproduttiva ma guarda all'uomo nella sua globalità, per una cultura
della sessualità.
Clément,
invece, in Igiene coniugale ossia Guida degli sposi indicava le posture
ottimali derivando le proprie teorie da "indiscutibili" verità scientifiche.
Il medico conservatore per sostenere la maggiore longevità dei coniugati
e per indicare le modalità per concepire figli maschi o femmine
si avvaleva di opinioni personali.
L'igiene
sessuale prima e l'educazione sessuale poi occuparono la sfera intima e
personale degli individui, la loro vita privata. Allo stesso modo il colloquio
clinico riuscì ad assumere un forte potere intrusivo.
Il
secondo percorso tracciato dalla ricerca scientifica in materia di sessualità
fu quello clinico. La psichiatria cominciò a indagare i comportamenti
sessuali non sospetti raccogliendo ampie casistiche e le osservazioni
dei casi riscontrati assunsero la dignità del rilievo clinico.
Lo
psichiatra Krafft-Ebing (1840-1912), privilegiando l'ascolto del paziente,
sostenne l'importanza della psichiatria descrittiva che cercava di dedurre
la conoscenza dall'osservazione della realtà. Nell'Introduzione
a Uranismo e prostituzione mascolina di A.Moll, Krafft-Ebing sostenne che
"il pervertito sessuale è un disgraziato e non un criminale; che
non è un profanatore della dignità umana, ma un vero diseredato
della natura maligna". Fu proprio lui a richiamare l'attenzione sulla necessità
di una separazione rigorosa tra la perversione ("manifestazione dell'istinto
sessuale che non concorda con lo scopo assegnato dalla natura, vale a dire
che non concorre alla riproduzione") (11), di cui non è responsabile
il soggetto, e la perversità, di cui è responsabile l'individuo.
Altri
studiosi come Paul Garnier, mossi da scrupoli moralistici,
operarono invece come veri e propri confessori-inquisitori. Quest'ultimo,
in Anomalies sexuelles, enfatizzava il valore delle osservazioni allo scopo
di confermare opinioni precostituite.
Ma
fu l'uso dell'ascolto a modificare gli atteggiamenti riguardo alle perversioni
e a far progredire il sapere.
La
psicopatologia sessuale iniziò ad elaborare un inventario meticoloso
delle condotte sessuali non corrispondenti al coito eterosessuale. Nuove
classificazioni e ipotesi patogeniche trasformarono gradualmente il concetto
di "vizio" in quello di "malattia". Si fece strada la teoria della degenerazione
elaborata dal cattolico Bénédict Augustin Morel (1809-1873)
secondo la quale l'uomo era stato generato come essere perfetto, ma le
malvage abitudini (alcool, droghe, ecc.) e l'insalubrità dell'ambiente
(povertà, alimentazione inadeguata, ecc.) lo rendevano degenerato.
La
teoria della degenerazione dominò per quasi mezzo secolo la riflessione
sulla patologia mentale, sulle anomalie sessuali e sulle personalità
criminali.
Contemporaneamente
la sessualità, legittimata dal suo essere componente privilegiata
della riproduzione, andava emancipandosi dalla misura procreativa.
Havelock
Ellis (1897-1939), medico inglese, con i suoi Studi sulla psicologia del
sesso (1897-1910) partecipò attivamente alla rimozione dei pregiudizi
moralistici. In La funzione di gioco del sesso, sosteneva che "le funzioni
del sesso, per quanto riguarda il loro aspetto psichico ed erotico, hanno
un'importanza assai maggiore di qualsiasi atto di procreazione, [ma] esse
possono anche escluderlo totalmente […]. Per comprendere gli altri scopi
del rapporto sessuale […] dobbiamo superare i motivi coscienti e considerare
la natura della pulsione sessuale, fisica e psichica come radicata nell'organismo
umano" (12). Il sesso quindi, per Ellis, non doveva essere confinato all'area
genitale e la riproduzione era solo una delle sue componenti.
Alle
soglie del Novecento la presenza del sesso, che precedentemente non era
stata esplicitata, assunse una rilevanza notevole: nel sociale, nello studio
delle perversioni, nell'analisi delle nevrosi, nell'infanzia, ma anche
nell'arte e nell'amore.
Assistiamo,
inoltre, alla crisi del concetto di degenerazione sostenuto da Morel. Le
interpretazioni psicoanalitiche delle perversioni e delle nevrosi ridussero,
a partire da quegli anni, le distanze tra soggetti sani e soggetti
malati.
La
psichiatria e la pedagogia cominciarono a raccogliere testimonianze e ad
elaborare ricerche sull'amore e la sessualità tra gli adolescenti.
La riflessione scientifica maturò un sapere che interpretava, elaborava
e verbalizzava tutto ciò che era stato ignorato o confuso e la divulgazione
contribuì alla rapida diffusione delle nuove conoscenze e delle
nuove terminologie.
Nel
1939, per la prima volta in Italia, troviamo nel Dizionario della casa
editrice Ceschina il termine sessualità.
Il
discorso sul sesso sembrava, quindi, dover abbandonare la sfera prettamente
medica per essere recuperato all'interno di una trattazione interdisciplinare.
Nel dibattito culturale la sessualità fu, da allora, un argomento
discusso e trattato ampiamente.
Al
dibattito contribuirono pedagogisti, filosofi e sociologi oltre ai medici
che tuttavia vollero allargare la sfera di discussione.
Fra
questi in particolare ricordiamo Magnus Hirschfeld (1868-1935), tedesco
ed ebreo, che si dedicò specificamente allo studio dell'omosessualità.
Omosessuale egli stesso pubblicò Saffo e Socrate (1896), sua prima
opera, e continuò la sua ricerca sull'orientamento sessuale differenziando
le diverse manifestazioni ed individuando, tra i primi, quello che oggi
chiamiamo transessualismo. La sua ricerca andò di pari passo con
la lotta per la libertà sessuale e fondò, tra l'altro, il
Comitato scientifico umanitario per l'uguaglianza dei diritti per le minoranze
sessuali (1897) e l'Istituto per le scienze sessuali (1919). La sua notorietà
giunse in Italia dopo gli anni '20, anche se le sue opere non vennero tradotte
ad eccezione di qualche capitolo inserito nella Biblioteca dei Curiosi
(La riforma sessuale su base scientifica, Edoardo Tinto, Roma, 1929). Con
l'inizio del nazismo Hirschfeld fu perseguitato in quanto ebreo ed omosessuale
e dovette fuggire a Nizza, mentre in Germania il suo istituto venne chiuso,
le collezioni distrutte e la biblioteca bruciata.
Auguste
Henri Forel (1848-1931), nato nella Svizzera francese, di educazione calvinista,
abbandonò la religione mantenendo l’interesse per gli studi sociali
che lo porteranno a lottare per la questione sessuale, per il miglioramento
dell’assistenza sanitaria, contro l’alcolismo e contro ogni forma di violenza.
La questione sessuale esposta alle persone colte, pubblicata per la prima
volta nel 1907, è il titolo della sua opera sulla sessualità.
I temi trattati sono i più diversi e vanno dalla religione, alla
morale, alla politica, all’economia, all’arte, alla sociologia, all’etnologia,
al diritto, tutti correlati alla vita sessuale. Forel perseguiva l’intento
di trovare alla questione sessuale una soluzione che favorisse benessere
e felicità. L’opera venne pubblicata in Italia fino al 1945 riscuotendo
notevole successo e aprendo un dibattito con i reazionari e i conservatori
che, soprattutto per quel che riguarda il controllo delle nascite e le
critiche al matrimonio e all’immobilismo della chiesa, vedevano in essa
una minaccia all’ordine costituito.
Iwan
Bloch (1872-1922), tedesco, ebreo, medico dermatologo e venereologo, coltivò
particolarmente il suo interesse per la sessualità ritenendola un
argomento da affidare non soltanto ai medici. Fu il primo a sostenere la
necessità di abbandonare il concetto di degenerazione formulato
da Morel e di considerare invece la perversione come una possibilità
di tutte le culture e di tutte le epoche. Bloch sottolineò l’inscindibilità
dell’amore fisico da quello psichico. In accordo con i princìpi
evoluzionistici di Darwin e di Haeckel pensava che l’amore moderno
fosse il risultato del progresso culturale. Il merito maggiore di Bloch
fu quello di avere individuato e proposto una metodologia scientifica multidisciplinare
e integrata per lo studio della vita sessuale. Questa metodologia caratterizzò
una serie di volumi di cui il primo sulla prostituzione, apparso nel 1912,
e il secondo ad opera di Hirschfeld sull’omosessualità, edito nel
1914.
Aldo
Mieli, promotore dopo gli anni ’20 degli studi sessuologici in Italia,
fondò nel 1921 la Società Italiana per lo studio delle Questioni
Sessuali e nello stesso anno la rivista scientifica Rassegna di studi sessuali.
Mieli divulgò nel nostro Paese le opere di Bloch e dobbiamo a lui
l’ipotesi della sessuologia come scienza.
Il
dibattito che si sviluppò un secolo fa attorno alla questione sessuale
e parallelamente alla questione sociale, assunse i toni di una disputa
ideologica. Possiamo constatare notevoli analogie con i temi del nostro
tempo. Come oggi avviene per l’Aids allora divenne urgente il ricorso all'educazione
sessuale per fronteggiare l’emergenza sifilide e fortunatamente qualcuno
sostenne che fosse compito della scuola divulgare le conoscenze, mentre
altri pensavano che si trattasse di un "castigo di Dio". Naturalmente anche
allora la chiesa condannò la contraccezione equiparandola all’omicidio
e denunciando il fenomeno delle "culle vuote", definito addirittura delitto
di "lesa società". Lo scontro ideologico fu acceso anche perché
il positivismo aveva prodotto, in alcuni Paesi europei, delle norme che
stabilivano la laicità della scuola, rendendo facoltativo l’insegnamento
della religione. Spesso, allora come adesso, si faceva confusione tra anticlericalismo
e antireligiosità, scambiando così gli atteggiamenti anticlericali
per atteggiamenti antireligiosi. La cultura laica si opponeva (e si oppone)
all’imposizione della fede religiosa attraverso il potere e la politica,
il clericalismo appunto, e non alla promozione del sentimento religioso.
Il
già citato Marino Venturi, laico e divorzista, sosteneva che il
risanamento sociale dovesse passare attraverso la scuola. L’educazione
sessuale avrebbe avuto il compito di ridurre i danni fisici e morali provenienti
dall’ignoranza e dalla condanna dogmatica. Si cominciò quindi a
parlare di una riforma scolastica che contemplasse l’educazione sessuale.
Nel
1913, dopo un anno dall'introduzione di corsi di Igiene sessuale nelle
scuole da parte del Ministro della Pubblica Istruzione Credaro, il medico
Giovanni Franceschini scrisse Igiene sessuale ad uso dei giovani e delle
scuole, forse il primo testo scolastico sull'argomento. Questo testo venne
espressamente dedicato a Credaro, Ministro della Pubblica Istruzione e
a Teso, Sottosegretario di Stato, i quali per primi intuirono l'importanza
dell'insegnamento dell'igiene sessuale nelle scuole.
Questo
sul versante laico, mentre la risposta del versante cattolico assumeva
toni apocalittici contro i mali del mondo. Il gesuita P.A. Gallerani così
scriveva: “grazie al progresso, molti vizii hanno cambiato nome e vestono
forma leggiadra. Così l’obbrobriosa incontinenza è diventata
un istinto innocente della natura; la ribellione alle autorità legittime
è uno slancio sublime di patriottismo; e l'irregolarità più
sfrontata, che si ride dei dogmi, che si burla dei sacramenti, che si beffa
delle scomuniche, è indipendenza di liberi pensatori […]. Che ha
fatto di più il nostro secolo? Ha mosso guerra a Dio […]. Un grido
orribile si è levato da tutte le parti d'Europa: fuori Dio! Noi
non vogliamo avere a che fare con lui, vogliamo la laicizzazione. Fuori
Dio dall'educazione infantile, fuori dai licei e dalle università,
fuori dai matrimoni, fuori dalla legislazione, fuori dai funerali, dalla
famiglia, dalla società, da ogni cosa […]” (13).
La
serie degli ismi (positivismo, materialismo, evoluzionismo, femminismo,
sensismo, socialismo, ecc.) ha prodotto una costante di affermazioni introduttive
ai saggi scritti da autori che si sono pronunciati per convincere a parlare
o a tacere di sesso. Vastissima è anche la letteratura dell’epoca
che parla di ignoranza prodotta da un sistema tradizionale di educazione
menzognera che “sotto il manto della pudicizia insegna l’ipocrisia” (14).
Era opinione diffusa che il silenzio e l’ignoranza fossero indice di saggezza,
tanto che tra i pedagogisti dell’epoca alcuni aderivano proprio alla “scuola
del silenzio” la quale sosteneva che non era possibile iniziare la gioventù
ai “misteri della vita sessuale […] senza offendere il pudore” (15).
Prevaleva
in quegli anni un’ideologia tesa a bloccare l’inserimento di qualsiasi
programma di educazione sessuale nelle scuole e favorevole ad una retorica
attorno all’amore, al rispetto dell’innocenza del fanciullo e al pudore.
Su
questa linea si muoveva Toth Tihamer, professore all'Università
di Budapest, che invitava a mantenere il mistero tra i fanciulli per tutto
ciò che riguarda la procreazione. "Come sono venuto io sulla terra?
E come vengono al mondo tutti i bambini?" Domanda alla quale - sosteneva
Tihamer - è necessario dare una soddisfacente risposta. Eccola:
"a ciascun essere vivente ha dato una forza, per mezzo della quale esso
può dare da sé la vita ad altri esseri viventi, in una maniera
così misteriosa, che forma sempre un problema insolubile anche per
i più illustri uomini di scienza" (16).
La
questione sessuale era quindi ritenuta una materia scabrosa. Il mondo cattolico
si era chiaramente schierato contro un insegnamento collettivo nella scuola,
ma anche contro la diffusione di informazioni scientifiche attraverso la
stampa o le conferenze pubbliche. Il Teologo Casagrande, in La primavera
della Vita. Trattato pratico di pedagogia generale ad uso dei genitori,
catechisti e maestri, sosteneva che ai bambini si dovesse parlare di un
"regalo del buon Dio" (17). L'insegnamento collettivo dell'educazione sessuale
era poi visto come un pericoloso mezzo per affermare un relativismo culturale
e una pluralità di posizioni razionali. Il libero pensiero era ritenuto,
infatti, il maggiore responsabile dell'attacco alla morale cristiana. La
regola pedagogica proposta da Casagrande può essere riassunta in
queste poche frasi tratte da La primavera della Vita: "Conviene insistere,
facendoli persuasi che tante giovani e tanti giovani, per causa dei vizi,
muoiono anzi tempo o fanno vita infelice, rovinati per sempre e tormentati
da infermità schifose e atroci" (18). Spaventare gli alunni, quindi,
fu il proposito dominante degli educatori confessionali.
Il
Pastore protestante di Filadelfia, Sylvanus Stall, si contraddistinse nell'uso
di pregiudizi sulle malattie che la masturbazione produrrebbe. Nel testo,
di ispirazione divulgativa, dal titolo Quel che il ragazzo deve sapere,
Stall sosteneva che la masturbazione producesse l'idiozia, la morte prematura,
la pazzia, ecc. Tra i rimedi per estirpare questo "vizio dell'impurità",
Stall suggeriva cinture di castità, acqua fredda, letti duri e la
pratica di sport. Non mancano, ovviamente, consigli agli educatori e ai
genitori al fine di impedire agli adolescenti questa viziosa pratica.
Un
punto di svolta contro la masturbazione è rappresentato dall'opera
di Simon Andrea Tissot che nel 1760 scrisse un libro in lingua latina:
De l'onanisme (Dell'onanismo, o saggio delle malattie prodotte dalla masturbazione).
Riprendendo la definizione inventata dal londinese Bekker nel 1710, che
trattava la masturbazione riferendosi a Onan il cui nome si incontra nella
Bibbia nel libro della Genesi, Tissot ha combattuto la masturbazione considerandola
una malattia piuttosto che per motivi morali. Le osservazioni di
Tissot, in realtà, raccolgono tutti i più diffusi pregiudizi
riguardanti la "rea abitudine". Con le sue opere la medicina morale ebbe
un grande sviluppo.
E'
interessante analizzare le soluzioni che medici, educatori e pedagogisti
proponevano, tra la fine del '800 e i primi del '900, per interrompere
la pratica della masturbazione negli adolescenti: ghiaccio, sanguisughe,
amputazioni o menomazioni e cinture di castità. Tra gli studiosi
che si batterono con più forza per l'applicazione di tali metodi
troviamo Haller e Borelli i quali definiscono l'atto sessuale "azione convulsiva
che indebolisce tutto il sistema nervoso". Pregiudizi culturali, consci
o inconsci, influenzarono "gli scienziati che credevano di rincorrere la
pura verità" (19). Con il tempo le pratiche medico/sadiche scomparvero
per lasciare posto ad una letteratura che assumeva le caratteristiche di
analisi sociale e culturale. L'affermazione delle scienze sociali e psicologiche
produsse un importante cambiamento e contribuì a far spostare la
riflessione sulle cause dell'onanismo, piuttosto che sulle "cure".
In
questo contesto si fecero strada tre possibili soluzioni per l'uscita da
questo "vizio": la prima era rappresentata dal matrimonio, la seconda era
la possibilità di rivolgersi al mondo della prostituzione e la terza
era costituita dall'educazione e dall'istruzione.
Da
parte dei cattolici si scatenò, in nome della difesa della legge
di Dio e della morale, un articolato dibattito sulla limitazione delle
nascite e sui mezzi considerati "colpevoli e disonesti" per evitare le
gravidanze. Una presa di posizione rigidissima nei confronti di tutto ciò
che contrastava con la morale e la coscienza le quali non potevano essere,
come invece sostenevano gli evoluzionisti, prodotti della cultura. La morale,
secondo questi, era una morale eterna e tramandata da Dio all'uomo attraverso
le tavole del Sinai. Il francese Monsignor D'Hulst, denunciava le responsabilità
delle teorie del "secolo profano" che avevano condotto alla perdita dei
valori cristiani e al fenomeno preoccupante della denatalità. In
risposta alle analisi di Malthus (Saggio sul principio della popolazione)
sul problema della crescita geometrica della popolazione e della crescita
aritmetica delle risorse alimentari, il cattolico francese proponeva lo
sfruttamento del Terzo Mondo, la difesa dell'ignoranza delle famiglie contadine
e operaie e il rischio per la difesa dei sacri confini della Patria:
"Non è la mortalità che bisogna combattere, è la natalità
che è necessario promuovere. […] se lo stato selvaggio delle tribù
da cui sono abitati [i paesi del Terzo mondo] disonora quelle terre ridenti,
appartiene alla nobile missione della civiltà cristiana di portarvi
la luce morale e di raccogliervi abbondantemente la ricchezza […]. In questo
tempo di follia militare, mentre le nazioni mettono sotto le armi tutti
i loro figli, qual sarà l'avvenire di un popolo il quale diminuisce
di fronte ai nemici che si moltiplicano?" (20).
Da
parte laica le leggi sull'obbligo scolastico (la legge Coppino in Italia
nel luglio del 1877 introdusse l'obbligo dell'istruzione elementare), che
in quegli anni si andavano approvando, rappresentarono una straordinaria
possibilità fornendo ai giovani conoscenze sull'igiene e sulla morale.
In Italia e in Francia, inoltre, l'insegnamento religioso non costituiva
più il fondamento dell'azione educativa: l'istruzione religiosa
era facoltativa. Con la riforma Coppino tra gli insegnamenti indicati
per la scuola elementare non figurava più la religione ed apparivano
invece, per la prima volta, le nozioni dei doveri dell'uomo e del cittadino.
Guaita,
nel Compendio di igiene scolastica per uso delle scuole normali, dei pediatri
e dei maestri, direttrici di asilo, ispettori scolastici, ecc, sosteneva
la popolarizzazione della scienza dell'igiene e l'introduzione di una pedagogia
sessuale. Nonostante l'introduzione di corsi di educazione sessuale trovasse
la contrarietà del mondo cattolico, l'igiene scolastica trovò
la sua affermazione ufficiale in importanti Congressi internazionali: Norimberga
(1904); Londra (1907) e Parigi (1910).
Le
reazioni non si fecero attendere a lungo sia contro l'esclusione dell'educazione
religiosa ("scuola senza Dio") che in opposizione a qualsiasi forma di
educazione sessuale.
Monsignor
D'Hulst analizzò le "tre follie" che il modernismo inaccettabile
aveva generato: l'istruzione del popolo generava una "passione per l'eguaglianza";
l'istruzione generava delinquenza; l'istruzione senza la religione era
diventata la nuova "strage degli innocenti". "Non è mai stato più
grande di adesso il desiderio di insegnare […]. Questo sarebbe un benefizio
se la passione dell'eguaglianza non trascinasse tutte le famiglie a ricercare
per la generazione crescente uno stesso livello di cultura […]. Il livello
della cultura popolare si è leggermente elevato […], il livello
morale si è abbassato […]. Un vento di follia passa da qualche tempo
sul mondo. Si sono contentati di allontanare la religione dall'insegnamento
pubblico. La scuola, hanno detto, resterà neutra" (21).
L'abate
francese Fonssagrives riteneva che solo all'interno di una scuola di ispirazione
cattolica si poteva prevedere un eventuale programma di educazione sessuale.
Con lui Toniollo che definì il sistema di scuola laico di Stato
e l'educazione sessuale, impartita in forma obbligatoria, una "minaccia
universale".
Bettazzi
arrivò ad assumere un atteggiamento denigratorio nei confronti di
una scuola nella quale "i programmi non ispirano che il gelo e l'indifferenza
e danno all'ambiente scolastico l'impronta di cosa arida e scettica da
cui esula ogni sana idealità dove spesso gli insegnanti […] tollerano
e insegnano l'immoralità" (22).
In
molti Paesi si affermava, gradualmente, attraverso riforme legislative,
un processo di coeducazione (maschi e femmine nelle stesse classi). Da
parte cattolica questa novità poteva apparire come un pericoloso
preludio per la realizzazione di un programma di educazione sessuale nelle
scuole.
Il
dibattito si inasprì e i tentativi di introdurre l'educazione sessuale
nelle scuole fallirono. Altra sorte attendeva i corsi di Igiene. Si sviluppò,
infatti, una ricca letteratura per l'infanzia e per l'adolescenza volta
a fornire conoscenze igieniche e pratiche di pulizia. Di Parravicini sono
il Giannetto, del 1862, e il Manuale di pedagogia ad uso delle madri,
de' maestri, dei Direttori ed ispettori scolastici e delle autorità
amministrative d'Italia, pubblicato nel 1886. L'autore sottolinea l'importanza
di impartire alle classi popolari conoscenze igieniche di base, ma si raccomanda
di reprimere nei giovani la sensualità, tenendoli nell’ignoranza,
affinché l'opera educativa ottenesse i risultati attesi.
Appare
utile, al fine di una comprensione del dibattito culturale che si ebbe
in quegli anni, ricordare la posizione di Marino Venturi in merito all'educazione
sessuale rivolta alle giovani donne e sull'istruzione più in generale.
La teoria dell'educatore riformista toscano contrastava chiaramente con
la cultura diffusa del tempo secondo la quale privare la donna della maternità
equivaleva a toglierle lo scopo di esistere; l'educazione delle adolescenti
doveva avere come obiettivo la futura maternità; allevare una fanciulla
era educare una futura madre; per una sposa cristiana il suo unico pensiero
doveva essere il piacere dello sposo.
L'applicazione
della legge Coppino motivò, a vari anni di distanza, il varo di
nuovi programmi per la scuola elementare (settembre 1888), strutturata
in cinque anni, dovuti al positivista Aristide Gabelli. "Spirito scientifico
per una scuola laica e critica", queste furono le principali caratteristiche
dell'importante riforma. Con Baccelli nel 1894 venne reintrodotta
la funzione del sentimento religioso e del sentimento del dovere. L'Ottocento
si chiuse con esiti deludenti e senza svolte significative per la scuola
elementare.
L'età
di Giolitti fu segnata dal fenomeno dell'industrializzazione e della crescita
civile e democratica. La legge Orlando del 1904 introdusse, per la prima
volta nella scuola primaria, la formazione delle classi miste e la legge
Daneo-Credaro del 1911, di ispirazione democratica e riformista, affermò
l'avocazione delle scuole elementari allo Stato. Le amministrazioni comunali
in molti casi non erano state in grado di garantire un’istruzione ispirata
ai principi del laicismo e del liberismo riformista.
Per
quanto riguarda la scuola secondaria nel 1905 il Ministro Bianchi nominò
una commissione d'inchiesta. La proposta più significativa fu quella
dell'unificazione dei corsi inferiori degli istituti tecnici e dei licei
per costituire un corso secondario inferiore unitario in alternativa alla
V e VI elementare (corso popolare della legge Orlando). Solo al termine
del corso secondario inferiore gli alunni avrebbero potuto scegliere tra
gli istituti tecnici e i licei.
Durante
il fascismo il Ministro Gentile, muovendo da posizioni liberal conservatrici
realizzò, attraverso i decreti del 1923, la riforma dell'intero
sistema scolastico italiano. Si assistette ad un’accentuazione monocratica
e gerarchica dei poteri del Ministro, dell'Ispettore scolastico, del Direttore
didattico; all’introduzione del latino come sbarramento (meritocratico,
ma fondamentalmente di classe) nelle scuole inferiori; all’innalzamento
dell'obbligo al quattordicesimo anno di età; alla trasformazione
della sezione fisico/matematica dell'Istituto tecnico in Liceo Scientifico;
alla realizzazione dell'Istituto Magistrale; all’istituzione per gli esami
di maturità di commissioni esterne.
Giuseppe
Lombardo Radice, chiamato alla direzione generale dell'istruzione elementare,
dal 1922 al 1924, realizzò una riforma liberale della scuola primaria.
I suoi programmi reintroducevano l'insegnamento della religione, ma sviluppavano
anche le attività artistico espressive (canto, disegno, ecc.). Per
quanto riguarda la scuola secondaria è da notare il principio della
supremazia degli studi classici che avrebbero dovuto preparare la classe
dirigente del Paese. Anche in questo caso l'educazione sessuale era praticamente
assente salvo la trattazione di corsi di igiene personale.
Con
i Patti Lateranensi del febbraio del 1929, stipulati tra lo Stato italiano
e la Chiesa cattolica, l'insegnamento della dottrina cristiana cattolica
veniva ad essere considerato "fondamento e coronamento dell'istruzione
pubblica" mentre le possibilità di introdurre corsi di educazione
sessuale si allontanavano definitivamente. Alla fine degli anni '30 vennero
approvati provvedimenti a sostegno delle scuole private: nel 1938 con il
Ministro Bottai, venne riconosciuto accanto a quello del pareggiamento,
l'istituto della parifica delle scuole private da parte dello Stato.
Importanti
furono i programmi per la scuola elementare del 1945. Nutriti di spirito
democratico introdussero l'educazione morale, civile e fisica. Animati
dallo spirito dell'educazione attiva e progressiva durarono, purtroppo,
solo un decennio.
Con
l'approvazione della Costituzione italiana (Articolo 7) venne sancito il
riconoscimento del Concordato, mentre gli articoli 33 e 34 definivano l'istruzione
obbligatoria di 8 anni, l'istituzione da parte della Repubblica di scuole
statali per tutti gli ordini e gradi e il diritto dei privati ad
istituire scuole "senza oneri per lo Stato".
L'estromissione
delle sinistre dal Governo (1947) e la rottura dell'unità sindacale
aprirono la strada all'egemonia democristiana sull'educazione. Contro l'invadenza
clericale alle forze laiche e di sinistra non rimase che una politica di
tipo difensivo che durerà fino all'instaurarsi della politica di
centro/sinistra. I programmi didattici per la scuola elementare del 1955
rappresentarono il frutto di questa egemonia politica e culturale che arriverà
fino agli anni della riforma Falcucci (12 febbraio 1985).
Con
la legge del 31 dicembre 1962 veniva istituita la scuola media unica statale,
come scuola di completamento dell'obbligo previsto dalla Costituzione.
Nel 1977 si arrivò all'abolizione delle elementari conoscenze del
latino previste per la seconda classe della media inferiore e del suo insegnamento
facoltativo previsto per la terza.
La
legge del 22 settembre 1999 sulla riforma dei cicli scolastici è
conseguente ad altri importanti provvedimenti quali la riforma degli esami
di Stato per le scuole secondarie superiori, l'introduzione dell'autonomia
scolastica, l'elevazione dell'obbligo ai 15 anni d'età. La riforma
dei cicli, fortemente voluta dal Ministro Luigi Berlinguer, può
rappresentare un'opportunità per il rinnovo dei programmi scolastici.
Ma a questa riforma è necessario dare rapidamente un seguito. Per
ora, infatti, conosciamo soltanto il "guscio vuoto" della nuova scuola.
Per i programmi bisognerà attendere ancora alcuni mesi. La crisi
del Governo D'Alema, dopo le elezioni regionali del 16 aprile 2000, ha
comportato l'attribuzione dell'incarico di Ministro della Pubblica Istruzione
a Tullio de Mauro. Al nuovo Ministro spetta il difficile compito di completare
questa lunga transizione della scuola italiana verso modelli più
moderni e competitivi con una didattica aggiornata, una nuova organizzazione,
contenuti riformati e l'uso sempre più diffuso delle nuove tecnologie.
In questa scuola riformata l'educazione sessuale dovrà necessariamente
trovare il suo spazio e la sua dignità.
Note:
(1)
A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, L'età contemporanea, ed.
Laterza, Roma-Bari, 1993, p.446.
(2)
ibidem, p.553.
(3)
A. Desideri, Storia e storiografia, ed. G.D'Anna, Messina-Firenze, 1989,
p.176.
(4)
A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, L'età contemporanea, ed.
Laterza, Roma-Bari, 1993 p.1143.
(5)
Rodolfo Bettazzi, Moralità, ed. Buffetti, Treviso, 1910.
(6)
J. Fonssagrives, L'educazione della purezza, consigli ai genitori e ai
maestri, ed. Desclée, Roma, 1910, p.80.
(7)
P.Gillet, L'educazione della purezza. Innocenza e ignoranza, ed. Desclée-Paravia,
Roma, 1913, pp.39-40.
(8)
M. Venturi, L'insegnamento sessuale. Sua pratica attuazione nelle scuole,
Soc.Ed.Neo-Malthusiana, Firenze, 1913, pp.11-16.
(9)
ibidem, p.20. (10)
(10)
R. Vinella, Saggio di direzione e cura fisico-morale dell'uomo, Tramanter,
Napoli, 1836, pp.9-10.
(11)
R. von Krafft-Ebing, Introduzione a A. Moll, Uranismo e prostituzione mascolina,
Capaccini, Roma, 1897, p.3.
(12)
H. Ellis, La funzione del gioco del sesso, in Amore e tabù sessuali,
Newton Compton, Roma, 1974, pp.81-82.
(13)
P.A. Gallerani, Il contravveleno religioso. Lettere ad uno studente di
Università utilissime anche alle signorine istruite, tipografia
Pontificia ed Arcivescovile dell’Immacolata Concezione, Modena, 1912, pp.460
– 462.
(14)
P.Foà, Introduzione a S. Stall, Quel che il giovane marito deve
sapere, STEN, Torino, 1914, p.262.
(15)
Th. G. Kornig, L’igiene della castità, Bocca, Torino, 1908, p.169.
(16)
T. Tihamer, Giovinezza pura, Libreria Emiliana Editrice, Venezia, 1928,
pp. 23-25
(17)
V. Casagrande, La primavera della Vita. Trattato pratico di pedagogia generale
ad uso dei genitori, catechisti e maestri, Giovanni Galla Editore, Vicenza,
1922, p. 197.
(18)
ibidem, p.199.
(19)
S.J. Gould, Intelligenza e pregiudizio. Le pretese scientifiche del razzismo,
Editori Riuniti, Roma, 1985, p. 135.
(20)
Monsignor D'Hulst, Conferenze di Nostra Signora di Parigi, vol.IV, Quaresima
1894, Piero Marietti Editore Libraio, tipografo pontificio della Sacra
Congregazione di Riti e delle Caria Arcivescovile di Torino, p.69.
(21)
Monsignor D'Hulst, Conferenze di Nostra Signora di Parigi, vol.IV, Quaresima
1894, Piero Marietti Editore Libraio, tipografo pontificio della Sacra
Congregazione di Riti e delle Caria Arcivescovile di Torino, pp. 116-117.
(22)
R. Bettazzi, Purezza! Ai giovani cristiani. Conferenze tenute in un ritiro
spirituale di giovani, Libreria Editrice Internazionale, Torino, 1915,
p.81
2
- La legge 162/90 sulla prevenzione del disagio giovanile e le circolari
ministeriali.
L’Organizzazione
Mondiale della Sanità, nel definire il concetto attuale di salute,
prevede il superamento del vecchio concetto di salute come “assenza di
malattia” sostituendolo con quello di salute come “equilibrio psichico,
fisico e sociale”.
Credo
che un moderno progetto di promozione della salute rivolto alla scuola
dovrebbe tener conto della comunicazione tra ragazzi e insegnanti, tra
ragazzi e genitori e infine tra genitori e insegnanti, avvalendosi della
collaborazione di esperti che già operano sul territorio.
Il
contesto scolastico, infatti, induce negli adolescenti una identificazione
in "soggetti distinti" dagli adulti in tutti i ruoli che vivono: in famiglia,
a scuola, nella società. La comunicazione tra questi "soggetti distinti"
e il mondo che li circonda è fondamentale per la crescita personale
di ogni individuo poiché una vita armoniosa e piena è direttamente
proporzionale alla qualità delle relazioni interpersonali.
La
mancanza di un adeguato contesto comunicativo può creare un malessere
che si esplica con disagio, aggressività, difficoltà relazionale
e di confronto, frustrazioni, ribellioni e isolamenti, comportando talvolta
una compensazione nella direzione della introversione o, peggio, dell’uso
di sostitutivi (fumo, alcol, droghe).
L’adolescente
vive un periodo di transizione che comporta un graduale passaggio dalla
dipendenza dagli adulti (con identificazioni infantili) ad una identità
autonoma orientata alla critica e alla progettualità personale.
La
salute, in quanto equilibrio fisico-sociale-psicologico-morale, investe
in pieno il contesto relazionale degli adolescenti poiché si manifesta
come processo dinamico che implica stato psicologico, idee, sentimenti,
convinzioni e culture personali.
Un
intervento di prevenzione primaria nei confronti del disagio psicologico
in generale, con particolare attenzione a quello in età adolescenziale,
ritengo debba migliorare la capacità di rapporto e di comunicazione
dei soggetti, favorire il benessere e rafforzare il riconoscimento dell’identità,
l’accettazione di sé e delle pulsioni sentimentali e sessuali, il
confronto con i coetanei e gli adulti (insegnanti e genitori). La finalità
principale di tale intervento è quindi il rafforzamento delle potenzialità
positive individuali.
L’ambito
scolastico è tradizionalmente il terreno più fertile per
un’efficace azione preventiva poiché in esso interagiscono i tre
sistemi di riferimento per il bambino e per l’adolescente: il gruppo dei
pari, gli insegnanti e i genitori.
Esperienze
di questo tipo, in particolare lezioni riguardanti più strettamente
l’educazione sessuale, rappresentano fatti straordinari inseriti in percorsi
sperimentali: si contano esperienze solo nell’1,9% delle materne, nel 2,5%
delle elementari, nel 7,5% delle medie inferiori e nel 6,6% delle scuole
medie superiori (1). La pedagogista Maria Corda Costa, in una intervista
rilasciata a Giulio Benedetti sul Corriere della Sera del 21 novembre
1997, ha affermato: “Gli insegnanti, come al solito, si sono arrangiati
con risultati positivi. Anche di fronte ad un impegno dei genitori non
molto assiduo. La comunicazione di massa, invece, ha esercitato una influenza
diseducativa. Per fortuna, diversamente da ciò che appare sullo
schermo, dove il sesso è pervasivo, la gente non vive nei letti,
ma lavora. Non facciamoci illusioni, il problema è complesso” (2).
Con
la legge 162/90 è stato affidato alle Scuole di ogni ordine e grado
il compito di prevenire l’insorgenza dei fenomeni di disagio e di
cosiddetta “devianza minorile”.
Il
Ministero della Sanità e il Ministero della Pubblica Istruzione
si sono impegnati affinché questa legge venga applicata concretamente
fornendo strumenti, mezzi ed opportunità agli operatori scolastici,
agli studenti e alle loro famiglie.
Grazie
a questa legge sono nati, nel corso dell’ultimo decennio, il “Progetto
Giovani”(circolare del Ministero della Pubblica Istruzione n.241, del 2
agosto 1991), le iniziative “20 studenti”, i Centri di Informazione e Consulenza,
per le scuole superiori; il “Progetto Ragazzi 2000” (circolare del Ministero
della Pubblica Istruzione n.240, del 2 agosto 1991) nelle scuole medie
inferiori; il “Progetto Genitori” ed il “Progetto Arcobaleno” per le scuole
materne.
Contemporaneamente
si è formata una rete di referenti che operano all’interno delle
singole scuole, dei Provveditorati agli Studi, delle Sovrintendenze Scolastiche
Regionali e del Ministero della Pubblica Istruzione, con il compito di
promuovere, coordinare e organizzare, ai diversi livelli, le attività,
che nel loro insieme, prendono il nome di Educazione alla Salute.
L’Educazione
alla Salute è diventata così un elemento fondante e trasversale
della vita scolastica, nell’ambito della quale vengono affrontati i problemi
attinenti al benessere psico-fisico dell’alunno, per poter contrastare
i vari aspetti in cui può manifestarsi il "disagio giovanile".
Notevole
impegno ed attenzione sono posti all’aggiornamento e alla formazione dei
Capi d’Istituto e dei Docenti affinché possano acquisire ed accrescere
diverse o più approfondite abilità professionali che portano
a progettare e a programmare l’apprendimento inteso come strutturazione
della situazione formativa.
In
numerose scuole le attività di Educazione alla Salute hanno assunto
importanza crescente.
L’Educazione
alla Salute, dove è organizzata, ha dato la possibilità di
trattare argomenti che di solito le materie curriculari non prevedono,
ha reso fattibili delle esperienze che andavano al di là del curriculare,
al di là dei consueti programmi ministeriali. Nei primi anni ‘90
si sono affrontati temi quali l’educazione sessuale, la prevenzione delle
tossicodipendenze, dell'alcolismo, e del tabagismo e la prevenzione dell’AIDS.
Temi importanti e attuali affrontati soprattutto dal punto di vista
sanitario e quindi da esperti di settore. La trattazione di questi argomenti
ha suscitato un discreto interesse tra i giovani ma ritengo che non abbia
sufficientemente inciso sui loro comportamenti. La scuola inizialmente
ha promosso attività di prevenzione, per contenere, come recita
la circolare ministeriale 240/91, "le patologie che i giovani si autoprocurano
alla ricerca di un sollievo che li liberi da forme di disagio paradossalmente
prodotte da quella stessa società del benessere, che pure ha sconfitto
tante miserie e malattie". Ma la stessa circolare specifica, oltre il concetto
di prevenzione, quegli ambiti entro i quali è possibile ideare e
proporre progetti: il primo riguarda il "perseguimento dell'identità
personale", ovvero l'educazione fisica, sanitaria e alimentare, l'educazione
sessuale, la lotta contro la dispersione scolastica, le attività
di orientamento professionale e sociale; il secondo riguarda la solidarietà
familiare, amicale e sociale, ovvero l'educazione ai diritti umani e alla
pace, alla cooperazione e allo sviluppo, all'integrazione fra diversi al
rispetto per l'ambiente. Da questi due ambiti è nato un nuovo concetto
del "sistema scuola": i diversi servizi rivolti alla prevenzione sono stati
integrati con quelli rivolti alla tutela della salute della persona, sono
stati stilati i protocolli di intesa tra istituzioni che hanno responsabilità
in materia di prevenzione del disagio giovanile ed enti.
E’
necessario, oggi, attivare metodologie preventive più coinvolgenti,
capaci di motivare gli studenti. Gli interventi precedenti, infatti, erano
soprattutto limitati a collaborazioni volontaristiche. Con le "Linee guida
per gli interventi di educazione alla salute e di prevenzione delle infezioni
da Hiv nella scuola", pubblicate nell'autunno del 1992, i Ministeri della
Pubblica Istruzione e della Sanità hanno iniziato a preoccuparsi
espressamente del benessere dei ragazzi. Questi documenti fanno espressamente
riferimento al concetto di salute promosso dall'Organizzazione Mondiale
della Sanità, in base al quale, come già abbiamo detto, per
salute si intende non solo l'assenza di malattia, ma lo stato di benessere
fisico, psichico e sociale dell'individuo. Complessivamente questo documento
può essere giudicato positivamente in quanto ha introdotto un nuovo
concetto, ma è necessario ricordare che l'occasione per regolamentare
il lavoro congiunto di scuola e servizi sanitari è stata fornita
da un argomento come la "minaccia" Aids. Questi provvedimenti, suggeriti
in un clima di emergenza e terrore, hanno rischiato di sollecitare difese
eccessive, quasi fobiche, e di rafforzare il ruolo dell'intervento puramente
informativo.
Un
equilibrato approccio educativo in materia sessuale deve necessariamente
proporre informazioni riguardo a comportamenti preventivi, ma è
anche opportuno che favorisca, oltre alla salute fisica, l'armonia psicologica
e quindi la serenità della persona, evitando di associare sessualità
e malattia.
La
Direttiva Ministeriale n.463 del 26 novembre 1998 (3) indica il percorso
da intraprendere per uscire da questo approccio "medicalizzato".
Nel
corso degli ultimi anni si è passati, quindi, dal concetto sanitario
di prevenzione ad un concetto di educazione e promozione della salute in
senso globale, comprendente la sfera psichica ed emotiva.
Per
prevenire il disagio giovanile sono stati istituiti laboratori teatrali,
sono state formate redazioni per il giornale d’Istituto, sono state organizzate
giornate ecologiche, sono stati aperti sportelli informativi, si è
dato ampio spazio alla creatività e all’espressività.
Pur
essendo cambiato il significato di educazione alla salute, pur avendo fatto
grossi passi avanti e trovandosi in linea con il significato di salute
suggerito dall’O.M.S., è utile elaborare nuovi progetti e esperienze.
La
Direttiva Ministeriale riguardante il nuovo piano per gli interventi di
educazione alla salute e prevenzione delle tossicodipendenze ha riconosciuto
l’utilità delle precedenti esperienze che sono servite a sensibilizzare,
a "rompere il ghiaccio", a far vivere ai ragazzi e alle ragazze la scuola
in modo più positivo. L’obiettivo perseguito è stato quello
di consolidare una cultura della prevenzione formativa facendo ricorso
a metodi d’insegnamento capaci di valorizzare sistematicamente gli aspetti
cognitivi e sociali, affettivi e relazionali di qualsiasi apprendimento,
come si legge nella sintesi conclusiva del lavoro della commissione dei
"saggi" istituita dal Ministro della Pubblica Istruzione.
Il
nuovo piano per gli interventi, elaborato dal Ministero della Pubblica
Istruzione, detta i criteri guida a cui attenersi per ottenere i finanziamenti
dei progetti e prevede:
1)
Collegialità: la gestione dei progetti deve essere condivisa da
tutte le componenti scolastiche rappresentate negli organi collegiali;
2)
Protagonismo: indispensabile la collaborazione attiva degli alunni;
3)
Globalità: attenzione all'insieme dei bisogni psicofisici e relazionali
degli alunni;
4)
Organicità e incisività: iniziative sistematiche, non episodiche,
che abbiano un carattere di incisività nel contesto scolastico;
5)
Ordinarietà: iniziative inserite nella quotidianità della
vita scolastica;
6)
Trasversalità: connessione tra le varie discipline;
7)
Interistituzionalità: collegamento con enti ed agenzie formative;
8)
Verificabilità e processualità: predeterminazione dei modi
e dei tempi di verifica e di valutazione.
Nel
programma d’istituto, nel quale ciascuna scuola deve esplicitare in modo
chiaro la propria offerta formativa, trovano così organico collegamento
gli interventi di educazione alla salute, quelli volti a prevenire la dispersione
scolastica e a favorire l’orientamento ed il recupero scolastico nonché
le attività complementari ed integrative. Questi interventi dovrebbero
essere finalizzati alla crescita della persona, alla valorizzazione delle
differenze di ogni tipo, a promuovere l’appartenenza dei giovani alle istituzioni
e, soprattutto nella scuola superiore, a sostenere la loro partecipazione
ai processi di cambiamento effettivo della scuola attraverso il ruolo dei
comitati studenteschi, della consulta provinciale degli studenti e delle
loro associazioni.
Sulla
base degli obiettivi da raggiungere, il piano degli interventi, proposto
dal Ministro Berlinguer, prevede i seguenti programmi : a) Studentesse
e studenti. Non si parlerà più di “Progetto Arcobaleno”,
“Progetto Ragazzi”, “Progetto Giovani”, ecc., la denominazione per tutti
i gradi di scuola sarà la stessa. La novità consiste nel
porre attenzione alla promozione di metodologie attive di insegnamento
e di apprendimento utilizzando strategie più coinvolgenti sul piano
relazionale, impostando i programmi affinché corrispondano alle
esigenze di contemporaneità e di conoscenza della realtà
esterna. Questo modo di "fare scuola" aiuterà gli allievi a capire
di più se stessi e il mondo che li circonda, a responsabilizzarsi,
a riuscire a compiere scelte consapevoli (naturalmente in proporzione alla
fascia di età di appartenenza); b) Centri di informazione e consulenza
(C.I.C) e proposte “20 studenti”. I C.I.C., istituiti in questi anni, hanno
avuto organizzazioni molto diverse tra loro e quindi hanno assunto differenti
caratteristiche (sportelli informativi, di orientamento, sedi di colloqui
con psicologi, con docenti interessati, sedi di organizzazione di attività
ricreative, espressive, sportive). Queste attività hanno messo in
evidenza gli effettivi bisogni degli studenti e le difficoltà a
perseguire obiettivi concreti o a realizzare le attività proposte.
I
C.I.C., così come vengono proposti nel nuovo piano, assumono in
maniera più forte l’aspetto di snodo tra interno ed esterno. Sono
strutture capaci di recepire il "clima" interno e di ricercare all’esterno
supporti e collaborazioni e, viceversa, capaci di percepire la realtà
locale esterna e promuovere azioni di collegamento. Risulta evidente la
grande opportunità che ogni scuola superiore ha; c) Famiglia.
Il "Progetto Genitori" viene sostituito dal “Programma Famiglia". La novità
sta nel coinvolgere nel programma di prevenzione i genitori ed i familiari
degli allievi delle scuole di ogni grado. Questa apertura tiene conto di
come il contesto familiare, i ruoli e i tempi dei genitori in questi
anni siano cambiati. La famiglia è invitata a collaborare attivamente
con la scuola per aiutare il bambino/l’adolescente nel suo processo di
crescita; d) Formazione del personale scolastico. Questa parte del piano
è da ritenersi la più importante: la formazione è
destinata a dirigenti scolastici, docenti e personale ATA e si prefigge
obiettivi molto alti. L’educazione alla salute non coinvolgerà più
solo il referente, ma più docenti che dovranno, collaborando con
le famiglie, ricercare i fattori di rischio e i fattori protettivi nella
realtà che circonda gli allievi. Dovranno riflettere sulle strategie
di comunicazione in classe, "formarsi riguardo all’impiego di elementi
del curriculum da utilizzare nello svolgimento delle normali attività
scolastiche, con finalità di prevenzione", dovranno essere attivati
training di vario tipo che hanno come finalità quella di porre l’attenzione
all’allievo come soggetto principale della scuola.
e)
Monitoraggio. L’esigenza di attivare, a livello nazionale, iniziative di
monitoraggio sui progetti e sulle attività indicate comporta la
necessità di fornire strumenti alle scuole e agli uffici scolastici
per monitorare le attività realizzate ed analizzare i percorsi formativi
degli studenti in modo da disporre di elementi di conoscenza sull’efficacia,
sull’efficienza e sul grado di integrazione reciproca dei programmi realizzati.
La proposta contenuta nella Direttiva Ministeriale n. 463 del 26 novembre
1998, prevede nell’ambito di tale rilevazione:
a)
attività di educazione alla salute e prevenzione delle tossicodipendenze;
b)
attività di orientamento;
c)
corsi di formazione e aggiornamento;
d)
iniziative complementari ed attività integrative;
e)
attività di contrasto dell’abbandono scolastico.
Condizioni
necessarie per l’attuazione della Direttiva sono: un’indagine sulle aree
metropolitane e una ricerca sulle possibilità di attuazione.
In
collaborazione con il Dipartimento per gli Affari Sociali, con gli IRRSAE
(Istituti Regionali per la Ricerca, la Sperimentazione e l'Aggiornamento
Educativi) e con gli enti locali, dovrà essere realizzata un’indagine
“per costruire mappe del disagio giovanile nella aree metropolitane allo
scopo di consentire una migliore finalizzazione delle risorse disponibili
ed attuare interventi perequativi” (4). Allo scopo di realizzare un valido
modello pedagogico per prevenire e contrastare i fenomeni di devianza e
il coinvolgimento dei giovani nella criminalità organizzata si effettuerà
una ricerca sullo stato delle “educazioni” (alla salute, ambientale, stradale,
alimentare, alla legalità, ecc.).
Il
Ministro conclude la Direttiva stabilendo che entro tre mesi dalla disponibilità
delle risorse assegnate, i provveditori agli studi dovranno trasmettere
ai suoi uffici l’elenco delle scuole, di ogni ordine e grado, i rispettivi
finanziamenti accordati e i criteri di valutazione che hanno informato
le scelte del Comitato Tecnico Provinciale.
La
scuola oltre a veder confermato il suo ruolo di agente di formazione e
di promozione dell'apprendimento ha colmato, nel corso degli ultimi decenni,
consistenti lacune sociali, trasformandosi in agente di socializzazione
e accudimento. L'inefficacia dell'approccio puramente informativo ha sollecitato
i docenti a rispondere ad esigenze nuove.
A
fronte di una formazione di tipo specialistico per materia curriculare,
viene sempre più richiesta l'attivazione di azioni socio-educative
di tipo trasversale.
Come
sostiene Tom Peters, "al leggere, scrivere e far di conto è stato
aggiunto l'obiettivo di scelte di responsabilità verso se stessi
ed il prossimo, sottolineando continuamente l'opportunità di offrire
delle scelte ed abituare i ragazzi ad imparare, gettando le basi per una
cultura della formazione permanente" (5). E così oggi "chi guarda
dall'esterno", come sostiene Anna Maria Liguori in una recente indagine
condotta da La Repubblica , "può vedere le due facce del pianeta
scuola: da una parte i programmi istituzionali, affidati agli insegnanti
e alla struttura organizzativa tradizionale e dall'altra i diversi progetti
che la scuola persegue. Il più delle volte con successo" (6). La
scuola come servizio ha portato alla necessità di coniugare in modo
nuovo competenze informative, formative e d'ascolto.
L'educazione
sessuale è attualmente una delle richieste più sentite e
frequenti da parte degli adolescenti, e la scuola, ponendosi l'obiettivo
di dare risposte a queste richieste, ha l'occasione di servire la collettività
nel senso più proprio del termine.
Roberta
Giommi, docente di Teoria della coppia e di Educazione sessuale, direttrice
dell'Istituto Internazionale di Sessuologia di Firenze, in un articolo
pubblicato sul supplemento Salute de La Repubblica del 7 settembre 2000,
in sei punti ha elencato i motivi e i metodi più significativi per
introdurre l'educazione sessuale nelle scuole:
1
- l'educazione sessuale è la risposta adulta ad una necessità
evolutiva dei bambini e degli adolescenti;
2
- un atteggiamento arretrato fa confondere il mistero della sessualità,
scoperto da soli, con il bisogno di ricevere informazioni e di confrontare
curiosità ed emozioni;
3
- nessun adulto rinuncerebbe mai a dialogare su igiene ed educazione alimentare,
mentre c'è silenzio ed incompetenza intorno all'atto sessuale, alla
scoperta del piacere, all'amore;
4
- è doveroso aprire uno spazio di dialogo competente senza affidare
l'educazione sessuale alla pornografia e all'industria negativa del sesso;
5
- per i genitori: l'educazione sessuale non è girare nudi per casa
e lasciare aperta la porta del bagno. Educare alla sessualità significa
sedersi accanto ai figli per commentare un' immagine, un libro, un film
e far nascere le domande;
6
- per gli insegnanti: occuparsi di educazione sessuale vuol dire partecipare
a corsi di formazione, apprendere notizie tecniche di sessuologia, farsi
affiancare dagli esperti che svolgono una funzione importantissima.
Note:
(1)
Giulio Benedetti, Educazione sessuale obbligatoria, da Cronache Italiane,
Corriere della sera, 3 marzo 1998.
(2)
Giulio Benedetti, Noi insegnanti siamo d’accordo, ma da soli non ce la
faremo: occorrono esperti, da Cronache Italiane, Corriere della sera, 21
novembre 1997.
(3)
Direttiva Ministeriale n. 463 del 26 novembre 1998, Ministero della Pubblica
Istruzione.
(4)
ibidem.
(5)
Tom Peters, Al di là dell'eccellenza, Franco Angeli Editore, Milano,
1991.
(6)
Anna Maria Liguori, Lezioni di vita sana. I progetti scolastici, da La
Repubblica - Salute del 7 settembre 2000.
VAI
ALLA SECONDA PARTE DELLA TESI DI LAUREA DI MAURO CIOFFARI