§ 6. I principi cristiani
di santità e sacralità ed il loro approccio con quelli di
purezza e di impurità tipici del giudaismo
Vorrei richiamare inoltre
l’attenzione su quattro concetti che, rivisitati in chiave politica ed
ideologica, sia nel contesto giudaico che in quello cristiano, risultarono
importanti per entrambe le comunità e saranno non solo gli elementi
che le potranno contraddistinguere, bensì anche quei settori della
loro produzione culturale con i quali discerneranno il giusto dall’ingiusto,
ciò che deve essere accettato e ciò che deve essere aborrito.
Mi riferisco ai concetti
di: sacro e santità, da un lato, e di puro ed impuro, dall’altro.
Il termine di santità
è fondato sul concetto di santità di Dio, e presenta due
aspetti: dal punto di vista rituale, è interpretato come «santità»
materiale di cose, eventi e persone che sono in rapporto con il culto o
con prescrizioni e pratiche relative alla ricerca ed ottenimento della
purità.
Di conseguenza, all’interno
della storia della salvezza d’Israele, il termine è interpretato
come santità personale, intendendola sia come risultato del rapporto
che si ha con Dio, che è Santo, sia con l’elezione del popolo, che
è un atto di possesso da parte di Dio verso tutti gli eletti ed
attraverso i doveri che l’elezione comporta, grazie al dono della Torah
e della Tavola dei Dieci Comandamenti.
Jahveh, ma anche il Dio
dei cristiani, è santo in quanto possiede gli attributi della trascendenza,
dell’inaccessibilità, che ispirano il timore religioso.
In tal senso la sua santità
è trasmissibile a ciò che gli è vicino ed a ciò
che gli è consacrato: luoghi, templi, oggetti, sacerdoti.
Le persone ottengono il
crisma della santità in quanto membri di una entità collettiva
e soggetti che servono da esempio agli altri riguardo all’ottemperanza
della Legge.
E mentre in ambiente giudaico
santità personale (intesa come purità rituale) ed osservanza
della Legge sono inscindibili, con il messaggio di Cristo prima e di Paolo
successivamente, i due elementi sono separati e modificati, con il fine
di ottenere non l’ottemperanza alle prescrizioni vetero testamentarie,
bensì una modificazione interiore dell’anima, scevra dalle rigide
e formali pratiche cultuali e purificatrici.
Per il cristiano, santità
si ricollega ad universalismo, alla visione dell’uomo proiettato, nella
sua funzione salvifica, nel mondo (o per lo meno di quello allora conosciuto),
che, con la sequela Christi, ridimensiona la sua identità nel rischio
dell’imminente fine del tempo.
Per Paolo è santo
non solo chi è battezzato, ma anche colui che tenta la riconciliazione
con Dio, già operata con il simbolismo della croce da Gesù
e dalla giustificazione per fede di ciò che avviene nel mondo.
I doni come la sapienza,
la fede, le guarigioni, i miracoli, la profezia e la varietà delle
lingue sono un’anticipazione della comunione escatologica con Dio.
La liberazione dalle passioni
e dai negotia saeculi è identificabile come un valido preliminare
non solo allo studio assiduo ed alla profonda comprensione del Verbo, bensì
anche per raggiungere lo stadio della santità e della perfezione
in quel itinerarium mentis in Deum che gli apostoli cristiani vollero far
conoscere ai nuovi adepti.
Il santo è colui
che lotta le proprie passioni, vincendo, contro le forze del male, la caducità
del mondo, e si serve di forme più o meno accentuate d’ascesi alimentare
e sessuale, e reinveste il premio conseguito su coloro che a lui si rivolgono.
A tale idea di santità
si ricollega quella ancor più delicata di sacro e sacralità.
Quella del sacro è diventata una categoria interpretativa per definire
non più le caratteristiche di personaggi, luoghi o momenti storici
peculiari di questa o quella religione, bensì per interrogarsi sulla
natura stessa del fenomeno religioso, giacché la religione (popolare,
rivelata) ha la necessità di «incontrarsi» con il sacro.
Il sacro è la fonte
inesauribile da cui attinge la vita religiosa nelle molteplicità
delle sue manifestazioni.
Le religioni, per manifestarsi,
hanno bisogno di dinamicità, di un elemento positivo che contrasti
con il suo opposto, dell’epifania di una potenza opposta al tabù,
elemento negativo della sacralità.
Il sacro è una pulsione
da controllare, incanalare per trasformarla e dirigerla tanto ai livelli
alti quanto a quelli del suo opposto, e cioè gli elementi profani.
Nella dicotomia fra sacro
e profano s’inserisce la riflessione sugli ultimi due elementi concettuali
da me richiamati: il puro e l’impuro.
Le religioni basate sulle
concezioni del tabù rituale e della sua eliminazione corporale,
individuale e collettiva, conseguono al loro interno il principio dell’auto-conservazione
e, nei casi più estremi, dell’auto-segregazione.
Il massimo grado di impurità
lo si cagiona con la contaminazione con i cadaveri, e richiede il massimo
grado di purificazione che si protrarrà per sette giorni ed è
realizzata con l’acqua del Tempio.
L’impurità, che si
trasmette anche per contatto, colpisce non solo le persone, ma anche gli
animali, i quali, secondo un elenco ed un rituale prefissato, dovranno
essere selezionati od esclusi dalla propria alimentazione.
Per gli uomini sono ritenuti
impuri elementi come le escrezioni del corpo e le imperfezioni fisiche
(sordità, paralisi) e la polluzione notturna e diurna (attraverso
lo sperma).
Per le donne, le mestruazioni
ed i sette giorni successivi al parto.
Trascorso tale periodo e
conseguita la purificazione del corpo, a loro saranno aperte le porte della
sinagoga.
Mezzo di purificazione è
l’acqua «viva», cioè non stagnante, e secondo il grado
di impurità e di santità, i tempi, le modalità e la
quantità di esposizione del proprio corpo ai periodi e processi
di purificazione è molto eterogenea.
Nel primo giudaismo ci si
attenne severamente alle prescrizioni relative al puro ed all’impuro, che
avevano valore per i sacerdoti ed i leviti, mentre la prassi rituale era
basata sulla distinzione fra puro ed impuro come presupposto per difendersi
nei confronti del circostante mondo pagano, che non conosceva il rigido
ritualismo e la severa osservanza in uso presso i giudei.
Solo il moderno e contemporaneo
giudaismo, sviluppatosi al di fuori d’Israele, ha modificato e ristretto
l’elenco dei riti, e non per assimilazione alle culture dei paesi nei quali
si erano rifugiati i suoi seguaci, bensì per migliorare le condizioni
igieniche e salutari dei nuovi luoghi conosciuti.
L’unica fonte biblica, e
neo-testamentaria nello specifico, che può suggerire una forma di
tolleranza e di comprensione per coloro che praticano l’omoerotismo sia
per loro natura, sia perché costretti dalle situazioni di schiavitù
nelle quali sono stati relegati od abbandonati, è fornita dai Vangeli,
e più precisamente dal Vangelo secondo Matteo.
In tal caso si parla non
di pederasti, bensì di eunuchi, dei soggetti evirati ed incaricati
di custodire la casa e di badare all’igiene delle donne, come peraltro
s’intuisce dall’etimo del termine, che è un’unione fra il sostantivo
greco euné, che significa letto, ed il verbo échein, custodire.
Ma la vera differenza consiste
fra quanto sostenuto nella Vecchia Legge e quello che invece si trova scritto
nel Vangelo.
Nel mondo antico eunuco
era il termine più conosciuto e diffuso per voler intendere, alludere
e/o biasimare la condotta e la pratica omosessuale e gli omosessuali stessi.
Il Vecchio Testamento, nel
Deuteronomio, asseriva al riguardo quanto segue.
“Colui che ha gli organi
genitali infranti o tagliati, non entri a far parte della comunità
del Signore.”
All’eunuco era anche associato
il travestito, l’effeminato, il soggetto passivo nel rapporto sessuale
omoerotico, lo schiavo nella casa del dominus e, nei casi più estremi,
il reietto ed il soggetto da deridere.
E prima ancora di condannare
l’eunuco, la Bibbia ammonisce su un altro comportamento tipico dei popoli
mesopotamici ed egizi, che gli ebrei prima ed i giudei dopo criticavano,
prescrivendo.
“La donna non si metterà
un indumento da uomo né l’uomo indosserà una veste da donna;
perché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore tuo
Dio.”
Gesù, al contrario,
saprà fornire una predicazione di gran lunga più profonda
e delicata sul piano umano.
Nel Vangelo, il passo contestato,
ma mai ascoltato dalle gerarchie ecclesiastiche, riguardava proprio il
pronunciamento più importante del Messia nei riguardi del matrimonio
e degli eunuchi.
Dopo che i discepoli gli
chiesero consigli su quale sarebbe il comportamento più adatto per
un uomo che sia stato tradito dalla propria moglie, egli rispose loro di
seguire la legge mosaica e di ripudiarla.
Ma, ancora insistenti, sul
loro ruolo maritale, essi continuarono con argomenti che, interpretati
letteralmente, cercano di conciliare i precetti della legge mosaica, già
interiorizzati da secoli nella cultura ebraica, con le parabole evangeliche
riguardo all’umiltà ed al rispetto fra i coniugi, esortando Cristo
sia i mariti che le moglie ad una maggiore comprensione e non all’atto
impulsivo del ripudio.
«Gli dissero i discepoli:
“Se tale è la condizione dell’uomo rispetto alla moglie, non conviene
sposarsi.” Egli disse loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro
ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati
così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi
eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il
regno dei Cieli. Chi può capire, capisca.”
Non
tutti possono sposarsi, in virtù delle loro condizioni fisiche e
sessuali (eunuchi, quindi omosessuali, per nascita, o perché evirati
dagli uomini), ma a questi non è negato il Regno dei Cieli.
I teologi cattolici, da
Sant’Agostino fino ai giorni nostri, non lo hanno mai ascoltato.
Lo sviluppo storico sociale dell’Ecclesia cristiana con i testi della letteratura apologetica e dopo l’Editto di Costantino I il Grande
§ 1. La letteratura cristiana successiva all’epoca dell’Apostolato di Paolo e le sue invettive ai rapporti sessuali sodomitici
La tradizione teologica cristiana
affrontò, con seria opposizione, l’argomento dell’omoerotismo non
solo soffermandosi su quanto sostenuto nel Vecchio Testamento, bensì
anche prestando attenzione alle abitudini sessuali e comportamentali dei
popoli pagani e lasciandosi influenzare anche da quei testi che, in una
fase successiva, furono definiti apocrifi.
Timorosi di non adempiere
a quanto Mosè professò agli ebrei e che i cristiani, in parte,
accolsero, e sicuri delle loro pratiche rituali, preservandosi di emulare
le usanze alimentari semitiche, le comunità seguaci del Vangelo
riconobbero come vere le affermazioni sostenute nell’apocrifa Lettera di
Barnaba, la quale, nonostante sia piena di confusioni e di pregiudizi zoologici,
influenzò e convinse i primi rappresentanti della Patristica affinché
si dissertasse contro l’omoerotismo.
Tale Epistola, composta
intorno al I secolo d.C., commentò alcuni passi levitici per giustificare
il disprezzo e l’ostilità verso il sesso non procreativo in generale.
Essa si trova inserita,
nonostante sia ritenuta apocrifa, nel Codex Sinaiticus, il più antico
codice manoscritto della Bibbia, ed avallò le curiose credenze ebraiche,
greche e romane sulla iena, la lepre e la donnola.
Barnaba (o chi per lui),
considerando il contesto morale e rigido e intriso di superstizioni in
cui agiva e scriveva (quello giudaico sotto dominazione romana), intendeva
realizzare un’esegesi biblica per conoscere quanto accade in natura, o,
meglio, nel mondo animale, al fine di convincere gli uomini di non imitare
quanto succede in quel mondo e quanto, nello specifico, compiono questi
tre emblematici e simbolici animali.
La proibizione mosaica di
mangiare determinati animali è giustificata dal rischio di contaminazioni
e d’impurità, ma è anche associata al compimento di diversi
peccati di natura sessuale che si possono compiere mangiando la loro carne.
Così troviamo scritto
nell’Epistola barnabea.
“ 1. Mosè disse:
non mangerai la lepre. Perché? Per non diventare, egli disse, un
molestatore di ragazzi né per essere trasformato in questa. Infatti
alla lepre cresce ogni anno una nuova apertura anale, cosicché quanti
anni essa ha vissuto, tanti buchi anali possiede.
2. Neppure mangerai la iena,
egli disse, per non diventare un adultero o un seduttore, né per
diventare come loro. Perché? Perché quest’animale cambia
il sesso ogni anno e un anno è maschio e l’altro è femmina.
3. Ed egli giustamente disprezzava
anche la donnola. Non diventerai, egli disse, come questa che noi sentiamo
commettere atti impuri con la bocca, né ti congiungerai con quelle
donne che hanno commesso atti illeciti con la bocca impura. Infatti quest’animale
concepisce attraverso la bocca.”
Al di là delle curiose
osservazioni dichiarate in quel testo, Barnaba non fu il primo né
a credere né a proferire quanto sopra scritto.
Già prima di lui,
Aristotele, Ovidio, Plinio il Giovane e Plutarco diffusero e resero pubblici
ed “universali” miti e leggende sulla iena cangiante il sesso ogni anno
e sul parto orale praticato dalla donnola.
Le comunità ebraiche
e cristiane, pur ritenendo di dover definire quale potesse essere, per
il loro presente ed il loro futuro, l’unica corretta vita e pratica sessuale,
e volendo scardinare ed opporsi alla tradizione pedagogica pagana (greca
e romana nello specifico) condivisero con questa tali superstizioni.
I rapporti sessuali devono
essere praticati con rispetto, riservatezza e senza sfrenatezze, per assurgere,
caso per caso, alla prospettiva enunciata e rivelata da Dio agli uomini.
Ma perché partire
dall’epistola barnabea? Perché essa rappresentò per i primi
Padri della Chiesa la fonte d’ispirazione per le invettive contro i rapporti
sessuali fra persone dello stesso sesso.
La fase di passaggio più
incisiva sul piano dottrinale si avrà, però, solo a partire
dal IV secolo, periodo in cui, con le Costituzioni apostoliche ,
si applicheranno, in seno alle comunità cristiane, i precetti sessuali
mosaici.
Non si adottarono le usanze
alimentari ebraiche, bensì la concezione, poi definita “regola alessandrina”,
che i rapporti sessuali devono essere indirizzati alla procreazione per
essere morali.
Perché alessandrina?
Perché il primo Padre della Chiesa era un tale Clemente di Alessandria
il quale, nel suo testo patristico più importante dal titolo Paedagogus,
professava i contenuti della nuova pedagogia cristiana, opposta a quella
ebraica, romana e greca.
E nel trattare l’omosessualità,
i suoi rimproveri erano basati sulle argomentazioni «zoologiche»
di Barnaba.
Secondo le credenze dei
naturalisti del tempo, le iene maschio si montavano regolarmente a vicenda
per praticare il coito, cambiavano sesso ogni anno e se ne deduceva che,
mangiandole, si poteva rischiare di diventare come loro.
Quindi, contaminarsi e divenire,
per sempre, impuri. E qual era la pena per chi, con dolo ed intenzione,
si contaminava e diventava impuro disobbedendo a tali precetti?
Ciò che nel linguaggio
cristiano si definiva e si definisce ancora oggi excommunicatio, cioè
l’espulsione dalla comunità. E ciò accadeva anche in ambiente
giudaico.
Su queste basi la Chiesa
ha cominciato a fondare le sue dottrine per delegittimare sul piano sociale
e morale e religioso l’omosessualità.
Per quanto curiose esse
possano apparire ai lettori contemporanei, le leggende sui tre animali,
di cui sopra, persistettero per tutto il Medio Evo, e furono avallate dal
trattato che raccolse aneddoti fantastici, più o meno accurati,
della tradizione zoologica ed etologica pagana, realizzando così
un’opera di “scienze” naturali letta fino al XVII secolo: il Physiologus.
Con il Paedagogus di Clemente
s’indirizzavano i cristiani al delicato problema della corretta pedagogia
infantile e dell’età matura, in un contesto in cui si praticava
lo struprum cum pueris a Roma e l’antica pederastia in Grecia.
Con il Physiologus, al contrario,
la morale sessuale cristiana trovava la sua legittimazione, nella prospettiva
delle scienze naturali, contemplando i vari aspetti del comportamento animale.
Avendo influenzato ogni
popolazione ed essendo stato tradotto in tutte le lingue volgari europee
e persino in arabo, esso servì da manuale di zoologia, da mezzo
di devozione popolare e, nella sua accezione e nel suo utilizzo più
esteso, da mezzo d’intrattenimento.
La connessione tra le leggende
sulla sessualità animale e la legge mosaica è così
affrontata.
“La legge dice: “Non mangerai
la donnola né alcunché di simile.” Il Physiologus ha scritto
che essa possiede tali caratteristiche: la femmina riceve il maschio nella
bocca, diventa gravida e partorisce dalle orecchie.
La legge dice: “Non mangerai
la iena né alcunché di simile.” Il Physiologus ha scritto
di essa che è maschio-femmina; che è una volta maschio e
una volta femmina. Perciò è un animale impuro per il suo
cambiamento di sesso.
Non devi, quindi, diventare
come la iena, prendendo prima la natura maschile e quella femminile; questo,
egli dice, è il rimprovero che faceva il Santo apostolo
quando parlava di «un uomo che fa con un altro ciò che è
indecente.» ”
Il nuovo assetto cristiano,
rivolto interamente alla condanna dell’omosessualità, si espresse
soffermandosi su due principi: l’associazione fra il comportamento sessuale
nel mondo animale e quello del mondo umano, e la pratica dello schiavismo
dei bambini.
In ultima istanza, fu affrontata
anche l’associazione omosessualità-paganesimo, e le obiezioni generali
dei moralisti e dei teologi cristiani avevano uno specifico scopo, che
vedremo successivamente.
Era costume tipico dell’antichità
vendere i bambini indesiderati al mercato degli schiavi, e lo stesso Clemente
ci riferisce che essi erano abbelliti e ricoperti di profumi per essere
meglio venduti.
Gli scrittori cristiani
erano turbati non solo dal costume schiavistico, bensì anche dal
rischio d’incesto e di violenze sul bambino e sul pericolo che avrebbero
potuto essere indirizzati alla strada della prostituzione.
In tal senso l’intero sistema
economico dell’antichità pagana, e di preciso quello dell’economia
schiavistica infantile e non, è stato esecrato dalla cultura cristiana,
e l’abbandono dei bambini era interpretato come la manifestazione d’immoralità,
d’ingiustizia e di ricerca di un edonismo senza regole.
Tutti elementi sentiti come
mali sociali, come mali in sé, come mali di una società peccatrice
nel suo insieme, che gradualmente focalizza ed ingigantisce le sue abitudini
per poi consentirne la pratica tanto ai ceti alti quanto a quelli umili
ed indigenti della stessa.
Il cristianesimo si è
sviluppato in un contesto ricco di precetti che asserivano l’obbedienza
e l’osservanza di quanto esplicitamente rivelato nei testi Sacri.
Nella sua versione greco-romana
si è invece dovuto confrontare, ereditandone in parte alcuni elementi,
con le tarde versioni dei principi della filosofia platonica ed aristotelica
e stoica, e proprio in quest’ultimo caso ha dovuto recepire gli iniziali
concetti di “natura ideale” e di “natura” in senso generale.
Ma si è dovuto scontrare
anche con tutto ciò che in quelle società si praticava e
che il cristianesimo, ricco erede della tradizione giudaica e stoica ha
severamente (e sbrigativamente e laconicamente) esecrato: il prestare denaro
a interesse; i rapporti sessuali durante il periodo mestruale; l’impreziosirsi
con i gioielli; il tingersi i capelli; radersi il volto e depilarsi; l’utilizzo,
da parti degli uomini, di parrucche o dei capelli lunghi; il lavarsi con
irregolarità; il servizio nello stato o nell’esercito; il lavoro
manuale nei giorni festivi; il rapporto sessuale anale ed orale sia fra
uomini che fra uomo e donna.
Tutti atti sociali che i
Padri della Chiesa, per pregiudizio personale e per interpretazione letterale
e rigida della Bibbia, decisero di abolire e reprimere.
Nel III secolo d.C. Clemente
asseriva che: “Praticare atti sessuali per altro scopo che non sia quello
di far figli equivale a far violenza alla natura.”
Pur tuttavia, mentre nella
filosofia greca e romana per natura s’intendevano le caratteristiche personali
di un soggetto, fondamentalmente innate, il cristianesimo, professante
l’idea di una palingenesi finale e di riconciliazione con il Creatore,
al concetto di natura applicò quello d’eticità e d’imposizione
di un rigido canone di correttezza negli atti umani, in un’accezione assoluta
ed insistendo sull’inerranza del testo biblico.
Per capire come la Chiesa
e la comunità cristiana siano diventate il fulcro dell’intera attività
economica e “giuridica” europea post-imperiale, della produzione del pensiero
filosofico e teologico, è forse necessario soffermarsi, non in maniera
prolissa, sullo sviluppo storico-sociale della stessa.
§ 2. Breve storia politico-religiosa del cristianesimo fino all’Editto di Milano del 313 d.C.
In una prima fase, fra il
II ed il III secolo d.C., si diffuse nella classe senatoriale romana e
nei palazzi imperiali dell’epoca di Settimio Severo un simbolico sincretismo
religioso fra il paganesimo ed il culto orientale ed egizio del Dio Sole,
delle processioni dedicate ad Iside ed Osiride.
Il tutto fu facilmente strumentalizzato
per rendere ancora più autorevole ed autoritaria e temibile la figura
dell’Imperatore, identificando quest’ultimo con il Dio Sole dispensatore
d’illuminazione e di bontà e del senso della giustizia celeste.
Ne seguì la promulgazione
di due importanti riforme: con la prima all’Italia furono revocati i privilegi
ad essa concessa nell’età augustea, fino a sottoporla all’organizzazione
del proconsole Caracalla.
La seconda riguardava i
diritti civili: con la c.d. Constitutio Antoniniana, conosciuta anche con
il nome di Editto di Caracalla, si estese la cittadinanza romana a tutti
i cittadini liberi dell’Impero.
Il messaggio cristiano,
in realtà, scardinava il principio dell’identificazione fra l’uomo
(sia esso imperatore, magistrato, senatore, giureconsulto, sacerdote, ecc.)
e Dio, e con la predicazione dell’umiltà e dell’eguaglianza sociale
e materiale fra gli uomini contribuì ad incrementare la situazione
di “anarchia militare” nella quale si trovava l’Impero.
La delusione e la rabbia
della popolazione di ricchezza media e medio alta e delle masse popolari
erano sfogate attraverso le persecuzioni e la repressione, rivelatesi comunque
inefficaci e fittizie, di coloro che destabilizzavano le già fragili
fondamenta di Roma imperiale: i cristiani.
E proprio sotto l’epoca
successiva, quella degli imperatori Decio (250-254) e Valeriano (257-258),
si consolidarono le organizzazioni strutturali e gerarchiche della Chiesa
Cattolica che, nonostante i contrasti dottrinari, erano pienamente condivise
ed accolte: i vescovi nelle capitali, i metropoliti nelle province, i patriarchi
nelle capitali e la formazione costante e necessaria dei sinodi e dei concili.
Sotto la persecuzione di
Decio si poté assistere alle prime manifestazioni di pubblici sacrifici
e martiri ed uccisioni pubbliche dei cristiani, ma anche alla scelta di
molti di essi che, abiurando, scelsero l’impero ed il paganesimo: essi
furono chiamati lapsi.
I vescovi di Roma pretendevano
ottenere il primato giurisdizionale e morale del Papato sull’Impero per
tutte quelle cause in cui erano ritenuti colpevoli gli appartenenti alla
comunità cattolica, ma con Valeriano furono uccisi i due esponenti
di tale convinzione: San Cipriano ed il papa Stefano I.
La fase del IV secolo è
quella che maggiormente ci riguarda.
Con l’ascesa al trono di
Diocleziano e la divisione in quattro zone dell’impero (definita Tetrarchia),
Roma cessava di essere di fatto, ma non di diritto, la capitale ed il centro
dell’Impero, approfondendo il distacco fra Oriente ed Occidente.
Le crisi economiche da un
lato e la politica riformatrice dall’altro autorizzarono Diocleziano, con
l’emanazione di quattro editti, a promuovere la più violenta persecuzione
che dovette subire il cristianesimo, fra il 303 ed il 304 d.C., ma che,
a causa del fallimento e degli alti costi sociali e militari che comportò,
indusse l’imperatore all’abdicazione nell’anno successivo.
L’Impero prese coscienza
dell’inutilità e della viltà della sua opera anticristiana,
ed, arresosi, consentì ai cristiani di sforzarsi per precisare e
fissare il contenuto della propria fede e di rapportarsi con le altre religioni
e di custodire le tendenze nuove che al suo interno si stavano manifestando.
Nel 313 d.C. l’imperatore
Costantino con il giureconsulto Licinio promulgò l’Editto di Milano,
ed il cristianesimo fu riconosciuto come religio licita, privilegiandolo
al paganesimo tradizionale.
In virtù dei possedimenti
che Costantino donò alla Chiesa, quest’ultima inaugurerà
il primo passo dell’epoca del potere temporale dei Papi.
E grazie all’opera di codificazione
di Teodosio e dei suoi editti del 380 e del 392, quella cristiana divenne
religio imperii, facendo così nascere il cosiddetto impero romano-cristiano.
Si sviluppò una forte
esigenza interna alla Chiesa di distinguere tra l’età apostolica
e quella patristica, cioè dei Padri della Chiesa.
All’età della rivelazione
e della scrittura, a quella degli Apostoli e della loro predicazione e
della canonizzazione del Nuovo Testamento, è fatta succedere quella
dell’elaborazione dottrinale.
Lo scopo fu quello di frenare
e contrastare ogni individuale tentativo di accrescere il contenuto della
rivelazione evangelica e di ogni sua arbitrale interpretazione, per trovare
un terreno oggettivo di riflessione, d’analisi e d’accettazione comune.
Si profilarono le basi di
ciò che fu definita “era costantiniana”, che si caratterizzò
per la formazione di uno stato cristiano, nel quale le leggi civili e penali
traggono ispirazione dalle norme morali evangeliche, e con l’azione sanzionatoria
e coercitiva dell’Imperium sono pienamente protette.
Le gerarchie ecclesiastiche
diedero la loro garanzia all’Imperatore di subordinarsi alla volontà
di quest’ultimo, ma anche di concedergli la legittimazione religiosa del
suo operato ed il consenso del ceto rurale ed urbano convertito.
Di quest’accordo erano ulteriormente
artefici ed ideatori i vescovi, i quali, provenendo da quella classe sociale
ricca e nobiliare che fornì all’impero le alte magistrature, furono
insigniti e rivestiti di compiti civili.
La Chiesa, così mondanizzata,
nonostante le opposizioni interne che si manifestarono con il sorgere del
monachesimo, poteva affrontare la sua missione salvifica, attribuendo all’Imperatore
il ruolo di “vescovo esterno”, il quale deve assicurare l’ortodossia e
l’unità dell’ecclesia, intesa come la riunione, per iniziativa di
Dio, di coloro che professano la fede cristiana.
Ma ciò che contribuì,
sul piano storico e politico, al radicarsi, in Occidente, del ruolo di
guida spirituale e morale della Chiesa e del cristianesimo, fu quanto accadde
alla fine del V secolo.
Con la caduta, nel 476 d.C.,
dell’Impero romano d’Occidente, tre conseguenze dovette subire la storia
europea.
La separazione politica
dell’Occidente dall’autorità dell’Imperatore che s’identifica con
l’Oriente bizantino, che fa del greco la propria lingua ufficiale; i contrasti
politici, economici e territoriali fra la Chiesa e i poteri laici furono
mascherati e risolti con acute dispute teologiche e dottrinarie.
Ed, infine, la nota più
importante: il vuoto di potere lasciato dall’Impero sarà colmato
dall’organizzazione e dall’autorità della Chiesa, la quale si fondava
ancora su un sistema di elezione popolare dei vescovi, cioè delle
cariche più alte ma subordinate al Papa, potendo così riscuotere
ed attirare su di sé le simpatie e le energie di tutte quelle genti
europee che non tolleravano la rigida struttura dell’impero.
E mentre in Oriente, con
il diffondersi della cultura del c.d. cesaropapismo, l’Imperatore diveniva
il capo indiscusso nel dirimere le controversie teologiche, in Occidente
la Chiesa consolidava il suo futuro primato del Vescovo di Roma e della
nomina, con modalità egualitarie e democratiche, degli alti prelati
per condannare le eresie ed omogeneizzare le dottrine.
Si costituì così
un canone scritturistico uniforme, un credo comune e liturgie ruotanti
intorno al battesimo ed all’eucarestia.
Le dispute teologiche del cattolicesimo sulla sessualità «contro natura»: da Sant’Agostino al sorgere dell’XI secolo
§ 1. Premessa
L’elaborazione delle dottrine
in seno al cristianesimo si sviluppò, in una prima fase, per difendere
la neonata comunità ecclesiastica dalla persecuzione contro di essa
mossa dal potere imperiale romano e per delegittimare le numerose eresie
che in essa sorsero.
Tale difesa, promossa dalla
scuola apologetica del II secolo d.C., affermava la priorità del
cristianesimo sulle altre religioni pagane, ritenute idolatre ed idolatre
in quanto politeiste, soffermandosi sulla concezione per cui i cristiani,
e solo loro, possiedono il concetto di Dio derivante dalla considerazione
della natura.
Ma per organizzare, sul
piano teoretico, in un valido e riconosciuto sistema di idee il messaggio
neotestamentario, il cristianesimo afferma la propria continuità
con la filosofia greca e si pone come ultima parusia escatologica della
stessa, riconfermando il suo ruolo di religione universale e salvifica.
La retorica cristiana, intrisa
di simboliche affermazioni esoteriche, consisteva nel professare la dottrina
del passaggio fra Vecchio e Nuovo Testamento operata dalla figura del Cristo,
della sua crocifissione e della sua resurrezione per redimere, di fronte
e nei confronti del Padre, i peccati dell’umanità.
Dalla filosofia greca si
lasciarono ispirare dagli Stoici, con riguardo alla condotta dell’uomo
ed alla sua funzione nel mondo, e dai neoplatonici, per voler affrontare
l’idea di Dio, della Natura e della loro manifestazione nel mondo sensibile,
prima ancora che in quello ultraterreno.
Il periodo di tale produzione
dottrinale è quello della Patristica, ovvero sia dei Padri della
Chiesa, coloro che sono considerati gli scrittori cristiani dell’antichità
la cui opera, successiva a quella dei padri apostolici e di quelli apologetici,
è stata accettata dalla Chiesa e sancita come unico fondamento del
pensiero cristiano.
Non è estremamente
importante in quest’ambito discutere sul sistema filosofico patristico
e su tutti i suoi problemi teologici.
Ma dei quattro di cui s’interessarono
tanto i padri apostolici del I secolo, quanto gli apologisti del secolo
successivo, ci occuperemo del terzo, in quanto ritenuto il più delicato
e risolto, nell’ambito della Patristica, da Sant’Agostino, ovvero sia il
libero arbitrio.
Gli altri tre riguardavano,
nell’ordine: 1) la Trinità; 2) l’Incarnazione e la natura di Cristo;
3) il rapporto fra Fede e Ragione.
Dopo aver ereditato dal
neoplatonismo il concetto di Logos inteso come il Verbo, ed averlo associato
ed applicato all’idea di Dio ed alla sua emanazione sull’universo, la Patristica
riconobbe che il Verbo è presente in tutti gli uomini, ed attraverso
di esso si ottiene quella mediazione fra Dio e l’uomo che le religioni
pagane realizzavano con l’ausilio dei culti misterici e dei riti propiziatori
ed iniziatici.
Il cristianesimo, al contrario,
risolse la questione della presenza di Dio nel mondo con la dottrina dell’incarnazione
di Dio in Cristo, e della doppia natura, umana e divina, di quest’ultimo.
Il Logos della cultura greca
diviene quel Verbo che si è fatto carne di cui parla l’unico dei
quattro vangeli che si ritiene profondamente ispirato da quella cultura:
il Vangelo secondo Giovanni, il quale, a differenza degli altri tre, ha
voluto spiegare, sotto il manto di una filosofia ermetica e poco teoretica,
la natura di Cristo in quanto manifestazione della Ragione e del Pensiero
di Dio.
Da ciò si deduce
che in tutti gli uomini è presente il Logos, cioè la ragione
ed il pensiero di Dio.
Nel senso che non solo tutti
gli uomini possono sentire e tentare di conoscere Dio, bensì, ed
è questa la novità più importante e rivoluzionaria
rispetto al paganesimo, Dio è in tutti, è dentro tutti gli
esseri viventi che pullulano la terra e le acque.
L’intero sistema teologico
della parusia divina si può leggere chiaramente nel prologo del
Vangelo giovanneo, il quale così argomenta.
«In principio era
il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio….In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini…Venne fra la sua gente, ma i suoi non
l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di
diventare figli di Dio…E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo
a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazie e di verità…Perché la legge fu data per mezzo
di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù
Cristo»
I conflitti della volontà
e nella volontà dell’uomo e nell’uomo, il male fisico, morale, le
malattie, le sofferenze ed i tormenti dell’animo umano diventano la conseguenza
del peccato originario e della non accettazione del Cristo.
La vita interiore e la sua
formazione spirituale, che possono realizzarsi all’interno di qualsiasi
produzione culturale umana, nel cristianesimo agostiniano si risolvono
in questi termini: la libertà è propria della volontà
e non della ragione, perché mentre la ragione conosce il male e
l’ingiusto, la volontà li respinge, essendo autonoma rispetto alla
ragione, ma ad essa, intimamente, legata.
Pertanto, la volontà
è arbitrale ma è anche libera solo quando non compie il male.
Dopo il peccato originale, la volontà, per redimersi e rinforzarsi,
è diventata bisognosa della grazia divina.
Nella misura in cui l’uomo
cerca di vivere rettamente avvalendosi delle sole sue forze, senza l’aiuto
della grazia divina, cade nel peccato, poiché crede nell’esistenza
del secondo e lo pratica.
Amando Dio e gli uomini
e le cose in funzione di Dio, si ottiene la charitas Dei.
L’amore di sé e verso
il mondo delle cose e della materia e della carne e dei suoi piaceri genera,
al contrario, la cupiditas, tanto biasimata anche dai moralisti latini
dell’epoca repubblicana.
Amare sé e gli uomini
non secondo il giudizio degli uomini, bensì secondo il giudizio
di Dio.
In questa forte dicotomia,
che troverà la sua dissertazione emblematica nella divisione metafisica
(che può essere letta anche in chiave politologica) del vivere degli
uomini e del loro destino in due distinte città, quella terrena
e quella di Dio o celeste, si riscontra la conflittualità interna
agli uomini i cui unici tentativi per dirimerla consistono nell’affidarsi
al messaggio evangelico ed alla grazia e carità divina.
§ 2. Sant’Agostino, ovvero come il pensiero teologico delle origini si dimostrò chiaramente detrattore dell’omosessualità
L’essenza dell’uomo è,
per il vescovo d’Ippona, l’amore, ma non l’eros greco, passionale e che
sconvolge l’animo con la cupidigia ed il desiderio del corpo (o per lo
meno così lo interpretarono i cristiani), bensì con il c.d.
agapé cristiano.
L’amore dei cristiani e
del cristianesimo in senso esteso, definito dai Padri della Chiesa, per
l’appunto, con il termine greco agapé, consiste nell’affetto, nella
dedizione dello spirito e del pensiero da uomo ad uomo, a condizione di
reciprocità all’interno della comunità dei fedeli.
Ma amare chi? E che cosa?
E come?
Nonostante il suo brocardo:
ama, et fac quod vis, esistono due testi agostiniani in cui da un lato
si ritiene ci sia un accenno all’amore omoerotico che egli provò
per il suo amico, e dall’altro v’è presente un’esplicita condanna.
Ricorrono però solo
le espressioni e le congetture di un animo sofferente, dedito all’ascetismo
culturale ed all’esaltazione dei principi della castità e dell’amor
in Deum.
Causa del peccare e ragioni
sufficienti per non peccare sono chiaramente indicate da Agostino nel dodicesimo
capitolo della Città di Dio, sostenendo che l’uomo, nell’intero
arco della sua esistenza, deve esperire e scegliere fra due percorsi simbolici,
che sono fra di loro opposti ed in costante contrasto: o vivere secondo
le esigenze della carne ed indebolire l’anima e disgregare il rapporto
che ha con l’Essere, cioè con Dio; o trascorrere la propria vita
rendendo saldo e stabile il legame con lo Spirito e con le Sacre Scritture.
Quella del peccato non è
da intendersi come causa efficiente, e che quindi perfeziona l’animo, bensì
come causa deficiente, quindi esso non è la realizzazione delle
tre facoltà dell’anima umana su cui disserta Agostino, vale a dire
la memoria, l’intelligenza e la volontà, bensì una defezione
da tutte le tre parti del nostro animo.
Si rinuncia a ciò
che è sommo per accordarsi e convivere con ciò che è
inferiore. Il male, la menzogna ed il peccato in generale ed il loro compimento
sono non provenienti da Dio, bensì non-sostanziali, accidenti dei
comportamenti umani. Il male è il negativo, il non-essere e non
appartiene all’ordine della natura delle cose.
All’argomentazione metafisica
ed ontologica del male e del peccato, Agostino associa i sofismi teologici
ai quali le creature di Dio dotate di intelletto e volontà devono
rapportarsi: «non posse peccare, sed posse non peccare» e «non
potest non peccare».
L’anima, contrastante con
se stessa, si fa carnale, e provvede a cagionare il vizio, poiché
non solo dal corpo dipende la malvagità della stessa
Pertanto, essendo il male
il non-essere, permane sempre un fondo di bontà nell’anima che rende
possibile il riscatto e la salvezza.
L’antinomia e l’alterità
fra anima e corpo è inoltre spiegata da Agostino con la domanda
retorica per cui come spiegare che gli angeli ribelli si fecero demoni
e lottarono contro gli angeli buoni seguaci di Dio, pur tuttavia essendo
essi, in quanto angeli, sprovvisti di corpo?
L’anima quindi persuade
e sconvolge il corpo, e non il contrario.
In questo caso s’inserisce
il discorso sui piaceri sessuali che il corpo ricerca, e non a caso Agostino
ne parla in quel libro che, più degli altri, riflette, con un linguaggio
a tratti onirico e da anacoreta, sulla condizione umana e sul significato
dell’esistenza: le Confessioni.
In tutta la Patristica (ed
in tal senso si può riscontrare la sua radice stoica e neoplatonica)
si può riscontrare un costante rifiuto dell’erotismo come esperienza
umana positiva.
E non solo l’omoerotismo,
bensì tutte le dimensioni dell’erotismo umano e del piacere dei
sensi sono esecrati.
Il principio, sostenuto
dal caposcuola dell’Apologetica, Giustino Martire, era: «O ci sposiamo
per far figli o, rifiutando il matrimonio, viviamo in continenza per il
resto della nostra vita.»
Ciò induceva gli
uomini ad amare con discrezione, e non con l’istinto. Ma poteva essere
ciò sufficiente?
Agostino aggiunse: «Ciò
che il cibo rappresenta per il mantenimento dell’uomo, così il sesso
per quello della razza, e nessuno dei due esiste senza qualche piacere
della carne. Ma se questo piacere è moderato ed indirizzato dai
freni della temperanza solo all’uso naturale, non lo si può chiamare
lussuria.»
L’approccio che si propone
è quindi inquadrabile in forma funzionalistica: la natura, Dio,
hanno assegnato agli uomini gli organi sessuali in funzione dell’attività
procreativa ed eterosessuale.
La legge di natura è
in sé stabile e perenne ed immutabile, ma come giudica Agostino
le ovvie varietà della condizione umana?
L’intero corpus letterario
agostiniano è colmo di richiami neo e vetero testamentari, ed è
composto con linguaggio soave ed ascetico, ma ciò che più
sorprende è il modo poco eufemistico e pieno di disprezzo con cui
disserta sui “vizi di Sodoma” ed i molles, gli effeminati.
Solo tre testi richiamo
all’attenzione, per poi passare alla trattazione dei documenti conciliari
ed ecclesiastici del IV e V secolo (coevi parzialmente ad Agostino) che
nella storia e tradizione teologica cattolica costituiscono le nuove fonti
sull’argomento qui dedotto, anche se di oscura interpretazione.
Il primo testo qui proposto,
la Città di Dio, diviso in 22 libri, fu composto fra il 413 ed il
426, quando, dopo il sacco di Roma ad opera dei Goti nel 410, si rifugiò
in Africa Pelagio, e si riaccendevano contro i cristiani le accuse di essere
la causa della rovina dell’Impero.
Agostino, grazie alla confutazione,
che lo vide vincente, del pensiero pelagiano, intraprese le mosse per la
sua interpretazione dell’historia humanae vitae, che gli consentì
di ottenere, da parte della Chiesa, l’epiteto di «Dottore della Chiesa».
Agostino vuole così
ribaltare l’accusa contro i cristiani mostrando la superiorità intrinseca
del Cristianesimo rispetto al corso delle vicende storiche.
Riconoscendo il valore della
grazia divina e dimostrando che la storia è tutta un’esaltazione
della Provvidenza divina e dei suoi disegni, torna ad argomentare sul libero
arbitrio fornendo le basi teologiche che più di mille anni dopo
influenzarono il pensiero del primo riformatore: Lutero.
La libertà dell’uomo
è conciliabile con la prescienza divina poiché Dio prevede
la nostra volontà e la prevede appunto come volontà caratterizzante
del nostro animo, e non come una parte negativa dello stesso.
Il valore salvifico e meritorio
delle opere dell’uomo svolge la funzione di attribuire l’uomo interamente
alla grazia divina.
Attraverso le opere dell’ingegno
e della manualità e riconoscendo la funzione carismatica della Chiesa
l’uomo, sul piano morale, con il battesimo e sulla solidale conoscenza
e condivisione del peccato d’Adamo, volge la propria coscienza verso l’alto,
verso Dio, e non verso i beni inferiori, divenendo concupiscente.
Da ciò deriva l’accettazione
dell’idea della predestinazione che, pur coinvolgendo profondamente il
destino degli uomini, non inficia la libertà di agire e di servire
il Signore e di praticare e prodigare il bene.
Contro coloro che vedevano
nella catastrofe dell’Impero anche quella della religione cristiana divenuta,
con l’Editto di Tessalonica, religio imperii, Agostino propone ed elabora
la dottrina della «città celeste» e della «città
terrena»: esse, nella misura in cui sono confuse in questo mondo,
risentono l’una delle vicende dell’altra, ma non sono coinvolte in un unico
destino.
Agostino, così facendo,
vuole fornire ai cristiani la coscienza dell’originalità della loro
comunità, della sua destinazione eterna ed oltremondana.
La contrapposizione, rivolta
in sede metafisica, è tra due categorie storiche ed ideali: la Chiesa
e l’Impero da un lato, ma anche l’amor Dei e l’amor sui dall’altro (fondatore,
peraltro, della città terrestre è, per Agostino, Caino: questo
spiega tutto!).
La vera felicità
è solo nella città celeste, la quale raccoglie l’umanità
pellegrina sulla terra e sarà compiuta quando Dio sarà omnia
in omnibus e gli uomini saranno sollevati dal posse non peccare al non
posse peccare.
Ma chi sono questi peccatori?
Sono gli effeminati, i sodomiti, i maschi che conoscono l’ardore dei corpi
e la concupiscenza di e con altri maschi?
Agostino risponde, nonostante
i destini escatologici e millenaristici di cui è intrisa l’opera,
secondo uno schema sintetico e forse anche prestabilito nel canone biblico.
«Che cosa si deve
pensare di bene dei loro riti compiuti nel buio, quando sono tanto detestabili
quelli che si offrono alla luce? D’altronde se la vedano loro che cosa
fare di nascosto mediante gli evirati e gli effeminati ma non hanno potuto
tenere nascosti questi individui così miseramente mutilati e così
sconciamente dissoluti. Conosciamo le rappresentazioni che si compiono
sulla scena ma in essa non è mai entrato un evirato o un effeminato,
sia pure nel coro delle cortigiane. Di che razza sono dunque questi misteri
alla cui esecuzione la sacralità ha scelto individui che persino
il lascivo costume delle attrici non ha ammesso?»
In questo caso Agostino
giudica negativamente non la semplice ritualità templare pagana,
bensì l’intero assetto religioso dell’antichità, dove la
partecipazione era poco egualitaria, perché riservata solo alle
classi agiate e politicamente forti. Ma non solo questo!
Nell’antichità si
potevano consultare e chiedere consigli ed accattivarsi la volontà
della moltitudine di dèi mediante sacrifici di animali e festeggiando,
durante l’intero arco dell’anno, più di una divinità.
In tal modo si creavano
i presupposti per ciò che le tre religioni monoteiste più
importanti della storia dell’umanità (ebraismo, cristianesimo, islamismo)
hanno sempre voluto contrastare: l’idolatria.
Ritenuta l’idolatria una
manifestazione della dispersione dell’idea di Dio, unico Ente ed unica
Essenza trascendentale, venerare dèi, ninfe, semidei, statue e Pizie
delfiche, rendeva gli uomini dissenzienti dai principi tipicamente autoritativi
delle religioni rivelate.
Ma a questi riti, soprattutto
nell’antichità greca, partecipavano anche coloro che Agostino definisce
effeminati, quindi persone dissolute le quali, per il loro comportamento
lascivo, non possiedono il senso del sacro e del pudore.
Alle iniziali congetture
agostiniane fa seguito una critica alla concezione della natura da parte
dei pagani.
«Ma questi riti hanno
determinate interpretazioni fisiologiche, come essi dicono, cioè
di concetti naturali. Però noi in questa disputa non indaghiamo
sulla fisiologia ma sulla teologia e cioè non sul concetto di natura
ma di Dio. […] Gli uomini nascono appunto dalla terra, quindi la terra
è loro madre. Tuttavia comunque interpretino e rapportino alla natura
i misteri della Madre degli dèi, è certo che non è
secondo natura ma contro natura che i maschi siano considerati di sesso
femminile. Questo male, questo crimine, questo obbrobrio hanno in quei
misteri un proprio compito, mentre nell’umana delinquenza vengono confessati
soltanto fra i tormenti.»
Rievocando la critica tipica
del cristianesimo del periodo dell’Apologia e della Patristica nei confronti
dei miti greci e romani, intrisi d’erotismo e di libertà sessuale,
dove dèi ed eroi si concedevano le più rapide avventure sessuali,
sotto forma di uomini e di animali, Agostino, citando il passo biblico
che narra le intenzioni di Dio rivelate ad Abramo sul futuro che a quest’ultimo
Egli ha riservato, rievocherà la fine di Sodoma ed il destino simbolico
che tutti i peccatori avranno.
«Abramo diverrà
un grande e numeroso popolo e in lui saranno benedetti tutti i popoli della
terra. Anche qui con grande brevità e completezza si preannunciamo
le due discendenze: il popolo d’Israele secondo la razza, tutti i popoli
secondo la fede.»
Subito dopo aggiunge la
sua interpretazione del passo biblico di Sodoma, asserendo le sue ansie
millenaristiche ed escatologiche.
«Dopo questa promessa
e dopo che Lot era stato fatto uscire da Sodoma, tutto il territorio della
città depravata fu incendiato da una pioggia di fuoco che veniva
dal cielo, perché in essa gli atti carnali fra maschi aveva introdotto
un costume più accreditato della liceità di quegli atti che
le norme morali consentono. Il castigo fu un saggio del futuro giudizio
divino. Difatti la proibizione, a coloro che venivano salvati dagli angeli,
di guardare indietro, suggerisce esclusivamente che non si deve tornare
con la coscienza al vecchio tenore di vita, di cui il rigenerato dalla
grazia si spoglia, se intendiamo sfuggire all’ultimo giudizio.»
Dopo la sua nomina a vescovo
della città africana d’Ippona, Agostino si dedicò con grande
operosità all’attività pastorale e al magistero ecumenico,
e proprio dal 396 al 400 scrive il suo capolavoro letterario, composto
da 13 libri, di cui i primi nove sono di chiara ispirazione e con continui
riferimenti autobiografici: le Confessioni.
Superata la fase delle polemiche
contro le dottrine di Mani ed aver deciso di abbandonare il manicheismo,
Agostino, nel periodo della pax religiosa vive in quella Cartagine romana
i cui costumi licenziosi sconvolgono il suo quarantacinquenne animo pudico.
«Giunsi a Cartagine,
e dovunque intorno a me rombava la voragine degli amori peccaminosi. Non
amavo ancora, ma amavo di amare e con più profonda miseria mi odiavo
perché non ero abbastanza misero. Amoroso d’amore, cercavo un oggetto
d’amare e odiavo la sicurezza, la strada esente da tranelli. Amare ed essere
amato mi riusciva più dolce se anche del corpo della persona amata
potevo godere. Così inquinavo la polla dell’amicizia con le immondizie
della concupiscenza. Fui amato, raggiunsi di soppiatto il nodo del piacere
e mi avvinsi giocondamente con i suoi dolorosi legami, ma per subire i
colpi dei flagelli arroventati della gelosia, dei sospetti, dei timori,
dei furori, dei litigi.»
Ciò che maggiormente
sorprende non sono solo gli accenni all’amore in parte ricambiato ed il
fraseggiare elegante ed idilliaco (nonostante trasmetta ansia e sconforto),
bensì il fatto che questi sentimenti Agostino, sebbene lo angosciassero
e non ne comprendeva la genesi, li provava per il suo amico, come egli
stesso ci riferisce.
«In quegli anni, all’inizio
de mio insegnamento nella città natale, mi ero fatto un amico, che
la comunanza dei gusti mi rendeva assai caro. Non c’è vera amicizia,
se non quando l’annodi tu fra persone a te strette col vincolo dell’amore
diffuso nei nostri cuori ad opera dello Spirito Santo che ci fu dato. Con
me ormai la mente del giovane errava, e il mio cuore non poteva fare a
meno d lui. Quando eccoti arrivare alle spalle dei tuoi fuggiaschi, Dio
delle vendette e fonte insieme di misericordie, che ci rivolgi a te in
modi straordinari, eccoti strapparlo a questa vita dopo un anno appena
che mi era amico, a me dolce più di tutte le dolcezze della mia
vita di allora.»
Ma questi altri due passi
sono ancora più eloquenti, che ci riferiscono di un Agostino piangente.
«L’angoscia avviluppò
di tenebre il mio cuore. Ogni oggetto su cui posavo lo sguardo era morte.
Chiedevo alla mia anima perché fosse triste e perché mi conturbasse
tanto, ma non sapeva darmi alcuna risposta. E se le dicevo: «Spera
in Dio», a ragione non mi ubbidiva, poiché l’uomo carissimo
che aveva perduto era più reale e buono del fantasma in cui era
sollecitata a sperare. Soltanto le lacrime mi erano dolci e presero il
posto del mio amico tra i conforti del mio spirito.»
Al misterioso conforto del
pianto e di fronte ad una necessaria (anche se risolta in sede teologica)
volontà di razionalizzare la vita e la morte, dalla partenza per
Cartagine e dal fuggire la sua città natale, Tagaste, non ne trasse
utilità alcuna.
«Ero infelice, e infelice
è ogni animo avvinto d’amore alle cose mortali. Solo quando la loro
perdita lo strazia, avverte l’infelicità, di cui però era
preda anche prima della loro perdita. Piangevo amarissimamente, e riposavo
nell’amarezza. Avrei voluto mutarla, ma non avrei voluto perderla in sua
vece. Non so se avrei accettato di fare anche per lui come Oreste e Pilade,
i quali, secondo la tradizione, se non è un’invenzione, avrebbero
accettato uno per l’altro di morire almeno insieme, essendo per loro peggio
della morte il vivere separati. In me era sorto un sentimento indefinibile
decisamente contrario a questo, ove la noia, gravissima, della vita, in
me si associava al timore della morte. Bene fu definito da un tale il suo
amico la metà dell’anima sua. Io sentii che la mia anima e la sua
erano state un’anima sola in due corpi; perciò la vita mi faceva
orrore, poiché non volevo vivere a mezzo, e perciò forse
temevo di morire, per non far morire del tutto chi avevo molto amato.»
A tutta l’ampia dissertazione
e confessione di tutti i suoi strani sentimenti, il tremore dell’animo
ed il nervosismo che ne derivava nel pensare all’amico, Agostino fa seguire
le sue considerazioni sulla stabilità della legge di natura e sulle
possibili varietà delle quali è composta, ma anche di ciò
che oggi noi definiamo devianze, mentre il vescovo d’Ippona apostrofava
con l’epiteto di discordanza.
Nel terzo libro delle Confessioni,
dopo aver confutato i precetti dell’erotismo pagano, sostiene che per amare
non ci siano tempi e luoghi definiti, ma…
«C’è forse
un tempo o un luogo in cui sia ingiusto amare Dio con tutto il cuore e
tutta l’anima e tutta la mente e amare il prossimo come te stesso? Dunque
si devono detestare e punire dappertutto e sempre i vizi contrari alla
natura, per esempio i vizi dei sodomiti, che se pure tutti i popoli della
terra li praticassero, la legge divina li coinvolgerebbe in una medesima
condanna per il loro misfatto, poiché non ha creato gli uomini per
fare un tale uso di se stessi. E’ infatti una violazione del vincolo che
deve sussistere tra noi e Dio la contaminazione della natura medesima,
di cui egli è l’autore, per una passione perversa. Quanto alle azioni
che sono viziose perché contravvengono alla usanze umane, si devono
evitare, uniformandosi alla diversità delle usanze stesse: la discordanza
infatti di qualsiasi parte col tutto è una deformità. Ma
quando è Dio stesso a dare un ordine contrario a un’usanza o a un
patto qualsiasi, bisogna metterlo in pratica, anche se in quel luogo non
fu mai praticato; e se fu trascurato, bisogna restaurarlo, se non fu stabilito,
bisogna stabilirlo.»
Gli elementi della società
che Agostino definisce essere “contra naturam” sono tali non perché
vadano contro l’intero sistema del mondo dei sensi e della ragione, bensì
perché la loro natura è deviata rispetto a quella della maggioranza.
L’idea di natura agostiniana
non è astratta, al di là del reale e di quanto l’uomo possa
immaginare.
Fedele alla prospettiva
teologica dell’immanenza e del manicheismo, egli crede non solo all’esistenza
di un Bene tangibile ed osservabile e di un Male metafisico (al di là
della natura, per l’appunto), bensì sostiene anche la dottrina della
presenza di Dio in ciascun essere umano e della salvezza del cristiano
che confessa i suoi peccati.
E nel caso dei molles, gli
effeminati, il peccato è doppiamente valutato: contro ciò
che Dio ha impartito agli uomini, rivelandolo ai suoi profeti, e contro
l’ordo naturalis, un ordine non rigido e coercitivo, ma che certamente
coarta le coscienze per indirizzarle verso il Vero ed il Giusto.
In una visione dualista
e dicotomica della vita, delle proprie passioni e dei propri sentimenti
com’era presente in Agostino, l’alterità uomo-donna, maschio-femmina,
essere umano-animale era interpretata come essenza della varietà
del Creato e della sua molteplicità.
Nel rapporto sessuale ed
amoroso uomo-uomo, donna-donna ( di quest’ultimo, in particolare, solo
San Paolo parlò in Rm 1:26-27) manca l’elemento di differenziazione,
e la conseguente omogeneità è criticata anche sotto un punto
di vista demografico: la legittimazione giuridica, teologica e morale dell’omosessualità
comporterebbe l’estinzione della razza umana.
Ed in chiave biblico-teologica
la liceità e la liberalizzazione dei rapporti fra persone dello
stesso sesso è interpretata come disobbedienza al precetto di Jahvè:
crescite et multiplicamini et replete terram.
Appellandosi a verità
rivelate, ad una religione salvifica che crede nel perdono e nel reinserimento
sociale del reo, il teologo d’Ippona non cita i passi apocalittici e paolini
sull’omoerotismo, cercando di fornire lo stesso la sua opinione contraria.
Nella storia della Chiesa
cattolica sia le dissertazioni agostiniane, che quelle a lui successive,
serviranno a trasformare l’apostolato ecumenico e clericale da umile e
servile accondiscendenza alle volontà imperiali romane ad unica
risorsa intellettuale e disciplinare dell’Europa dell’Alto e Basso Medio
Evo.
Un ultimo intervento del
vescovo d’Ippona sarà utile portare all’attenzione per comprendere
quali ansie e quali problemi possano sorgere non nell’ambito dei rapporti
sessuali liberi non matrimoniali (e quindi non permessi implicitamente),
bensì fra coniugi i quali, ovviamente, possono sempre essere colti
dai desideri della concupiscenza.
Nel testo intitolato De
Nuptiis et Concupiscentia, diviso in due libri, Agostino, dopo aver risposto,
nel primo, ai doveri della procreazione ed aver invitato la donna e l’uomo
al pudore dei loro corpi e non alla lascivia tipica dei pagani, sentenziò
quanto segue.
«Secondo l’opera di
Dio che ci creò, in dannazione siamo caduti per colpa di Adamo,
ed è anche vero che siamo stati generati per via della sua unione
carnale con la prima donna, non farete ciò che disse l’Apostolo
sugli improbi: un delitto naturale è comportarsi ad uso delle femmine,
un uso che ha esacerbato i desideri contrariando la natura, e maschi con
maschi operarono atti di turpitudine.
Uso
coniugale, e quindi naturale, per volontà ed intelligenza, è
prendere il membro per procreare, affinché si possano mescere due
sessi diversi, e solo diversi devono essere. Altre parti del corpo, che
non sono state create per generare, sono usate da entrambi i coniugi con
le meretrici, e questa è cosa non di cui lodarsi, ma di cui incolparsi.
Ed anche come dice l’Apostolo, i maschi sconvolsero l’uso naturale del
loro membro e lo usarono con altri maschi, e commisero atti fra i più
immondi e scellerati, che sono anche illeciti per la legge di Dio.»
Sic et simpliciter!
§ 3. I primi documenti conciliari ed ecumenici dedicati all’omoerotismo
La Chiesa e la teologia cristiana
avevano ben altro su cui riflettere dopo la caduta dell’Impero romano.
Pur tuttavia, ci sono rimasti
due documenti conciliari del IV secolo che la comunità episcopale
cattolica volle redigerli e trasmetterli come canoni per un corretto uso
della sessualità in generale, sebbene non trattino in maniera assoluta
e specifica l’omoerotismo.
Si tratta del Concilio di
Elvira del 305 e di quello, più controverso, di Ancyra del 314.
La città spagnola
di Elvira ospitò i vescovi in sede conciliare, i quali erano ancora
ispirato dalle Costituzioni Apostoliche, e costoro decisero di criminalizzare,
nel canone 71, tutti coloro che contaminavano i ragazzi, rifiutando ai
rei la comunione anche in punto di morte.
I termini non sono casuali:
coloro che contaminano sono i c.d. paidofthorêseis, i rapitori dei
fanciulli già presenti nella Didaché, reso nella versione
latina con “non puerum violaveris”.
Nel canone 71 si legge:
«Stupratoribus puerorum, nec in fine dandam esse communionem.»
Il Concilio considerava
l’età di 14 anni ciò che, con linguaggio contemporaneo, definiamo
essere l’età del consenso, e biasimava anche la seduzione ed il
corteggiamento pubblico e privato fra uomini e fra uomini e ragazzi.
In tal senso la Chiesa volle
recepire ed attuare, sul piano pastorale, la Legge Giulia di epoca imperiale.
Il secondo Concilio, quello
di Ancyra, città della Galazia, tenutosi nel 314, vide la presenza
di 18 vescovi, venuti da quasi tutte le province asiatiche come la Frigia,
la Bitinia, la Cappadocia e la Palestina.
Era necessaria una restaurazione
della vita dei cristiani, dopo aver ottenuto, l’anno precedente, con l’Editto
di Milano, l’attributo di religio licita in Imperium.
Furono quindi decretati
venticinque canoni, di cui i primi nove regolarono il caso dei lapsi che
tornarono ad abbracciare la fede cristiana.
Altri disciplinarono la
vita dei chierici, altri ancora l’adulterio e la prostituzione, imponendo
apposite penitenze annuali.
I canoni 16 e 17 apposero
penitenze nei casi di bestialità, intesa come rapporto sessuale
fra uomini ed animali, di pederastia ed abbandono della ragione, come recitava
il testo greco del Concilio.
Rimembrando quanto stabilito
nel Levitico, la bestialità era colpita con la penitenza di 15 anni.
La pederastia era invece
associata tanto alla bestialità quanto alla perdita della ragione,
dato che nel testo i pederasti sono indicati con il termine alogheusamenoi,
coloro che hanno abbandonato il senno.
Ed il Concilio impose pene
severissime per gli atti omosessuali: esse andavano dall’esclusione per
15 anni dai sacramenti, per i penitenti sotto i 20 anni e non sposati,
all’esclusione fino alla morte per coloro che sono spostati od abbiano
un’età superiore ai 50 anni.
Tutti gli atti e documenti
elaborati presero il nome di penitenziali, cioè di raccolte di penitenze
che i confessori dovevano assegnare per i peccati, e servirono sia da guida
a preti incerti sulle penitenze appropriate, che come sforzo di uniformare
la severità delle pene.
Lo scopo era allora, e sarà
sempre nel corso dei secoli, quello di specificare la penitenza per ogni
peccato che il prete poteva sentire in confessionale.
Nonostante la necessaria
opera di classificazione che la Chiesa volle realizzare dei mali e dei
peccati umani, essa si trovò a fronteggiare problemi molto più
seri.
E dovendo radicarsi politicamente
ed economicamente nella struttura sociale europea, professò, ed
imponendoli, il celibato e la castità per i membri del clero.
Grazie all’opera dottrinaria
dei Padri della Chiesa ed alla donazione di Costantino, la Chiesa poteva
fondare le basi del suo potere temporale, ed i reali problemi sorsero non
solo quando si diffusero le prime eresie cristologiche, bensì anche
quando essa si dovette scontrare con i costumi dei popoli barbarici, ed
in particolare con i Visigoti.
Questi ultimi, infatti,
furono gli unici, insieme ai Longobardi, ad accettare le strutture gerarchiche
del defunto Impero di Roma, e ne adottarono i principi giuridici realizzando
un’opera sincretica fra tradizione barbarica, messaggio cristiano e diritto
tardo romano.
I visigoti, dopo la loro
assimilazione nei centri urbani ispanici nel VI secolo, decisero di abiurare
al paganesimo nel 589, quando le famiglie dominanti dei visigoti sposarono
il cattolicesimo per promuovere una maggiore unione con la maggioranza
cattolico-romana della penisola iberica, poiché appartenevano in
precedenza ad una minoranza che professava la fede nell’arianesimo, ritenuta
eretica dalla Chiesa nel 325 con il Concilio di Nicea.
Associatisi con la Chiesa,
questa utilizzò la loro capacità di imporre il conformismo
ai membri della società visigotica e l’assuefazione nei confronti
della rigida struttura gerarchica e militare.
La Chiesa non cooperò
con tutte le azioni dei visigoti in terra spagnola, ma volle intervenire
solo su due questioni ampiamente documentate nella loro legislazione: il
tema degli ebrei e quello dei sodomiti.
Le prime opposizioni del
più importante ecclesiastico spagnolo del tempo, Sant’Isidoro di
Siviglia, erano sferzate contro gli sforzi dei visigoti di obbligare gli
ebrei a convertirsi al cristianesimo, giacché ritenuti deicidi.
Nei confronti dei fedeli
di Jahvè fu scritto: «Che i giudei non facciano uso della
pratica della circoncisione.»
La Chiesa, in una fase di
maggior consolidamento politico-istituzionale e politico-territoriale,
e sotto diretto ordine della monarchia, emanò una legislazione ecclesiastica
solo sul secondo argomento, quello della sodomia, che fu poi inclusa nel
Codex delle leggi visigotiche.
Risalente al VII secolo,
il decreto conciliare stabilì la degradazione degli ordini sacri
e l’esilio per gli ecclesiastici dichiarati colpevoli di sodomia e la scomunica,
mentre per i laici la punizione consisteva in 100 frustate e l’esilio.
Con l’intervento della monarchia,
la legge ecclesiastica fu subordinata a quella civile e l’intera punizione
fu estesa sia ai laici che agli ecclesiastici, senza distinzione di status.
La legge visigotica stabiliva
quanto segue: «Fra le altre cose, tuttavia, deve essere estirpato
con severità quel crimine osceno del concubinaggio fra maschi, i
quali compiono azioni orrende e macchiano la grazia della vita onesta e
provocano l’ira del cielo inducendo Dio alla vendetta.»
Molti storici si sorpresero
per la crudeltà del testo giuridico, ma sostennero che esso servì
anche agli altri popoli barbarici, fra i quali franchi e longobardi, per
legiferare sull’argomento.
A partire dal IX secolo,
su ispirazione dell’opera giustinianea e grazie al consolidamento del Sacro
Romano Impero, ogni area europea possedeva un codice di leggi, volendo
in tal modo redigere su adulterio, incesto, matrimonio, rapporti fra status
di membro del clero e status di laico, e gli unici accenni dell’imperatore
Carlo Magno riguardarono un’esortazione alla vita ed alla castità
dei monaci, ritenuta come la più grande speranza di salvezza per
tutti i cristiani, implorando loro di preservarsi dai mali della carne.
Sebbene l’ossessione della
Chiesa di scoprire i colpevoli del reato di sodomia (fossero essi etero
o gay) fosse sempre più presente nella mente di Papi e Vescovi e
sempre più diffusa dal populus Dei, all’omosessualità fu
dedicata una rapida attenzione dal papa Gregorio III nell’VIII secolo,
specificando che: «Se una donna con un’altra abbia raggiunto il coito,
ella va punita con la penitenza di 160 giorni. Per gli effeminati, la penitenza
è di un anno.»
La Chiesa, tuttavia, considerava
anche coloro che erano inconsapevoli della gravità del vizio, arrivando
ad impartire ai penitenti i digiuni per 3 anni solamente.
Il principio della penitenza
era, nella sua forma dottrinale, collegato al periodo della quaresima,
composta di 40 giorni.
Alla sofferenza di Cristo
si riconduce l’idea di un metro di valutazione universale, e per quanto
tempo egli patì nel Deserto, tanto tempo dovrà pentirsi ed
essere umiliato l’uomo viziato.
Quella del digiuno era peraltro
una pena comune nel Medio Evo, e, pur cambiando da luogo a luogo, essa
consisteva nella limitazione della quantità e qualità di
cibo, astenendosi dal consumarlo per periodi di tempo specifici.
Dedicandosi alla pratica
confessionale, vescovi e sacerdoti gerarchicamente minori avrebbero potuto
conoscere quanto accadeva nelle coscienze dei fedeli, riuscendo così
a controllarne le scelte ed a influenzare i loro comportamenti, consapevoli
e forti nell’essere l’unica classe sociale istruita ed alfabetizzata.
La maggioranza dei monaci
medievali seguiva i canoni della regola di San Benedetto, e pertanto regolavano
la loro esistenza legandosi ai voti del celibato e della castità,
sforzandosi di prevenire qualsiasi attività sessuale.
Da questa prevenzione interiore
ne derivò, nell’ambito della Chiesa sia primitiva sia medievale,
un’ostilità verso l’erotismo ed il sesso in sé.
§ 4. Il risveglio culturale europeo nel passaggio dal X all’XI secolo
Il clero regolare, che viveva
seguendo i precetti della regola di cui sopra, doveva attenersi a specifiche
misure cautelative durante la notte.
Tutti i monaci, vecchi e
giovani, dormivano nella stessa stanza con il letto dell’abate in centro,
una luce doveva rimanere accesa nel dormitorio durante tutta la notte,
i monaci dovevano essere vestiti ed i giovani novizi dovevano essere mischiati
con i vecchi e non avevano il permesso di dormire fianco a fianco.
Sebbene la poesia omosessuale
abbia avuto, simbolicamente, come ideale amoroso, la relazione tra magister
e discipulus, ripristinando la figura dell’amore greco, e realizzando proprio
con quest’ultimo un parallelo letterario, teologi e clero regolare non
consentivano che proprio coloro che erano e si professano i seguaci della
castità e dell’umiltà evangelica avrebbero macchiato la propria
anima con i piaceri della carne e della concupiscenza fra maschi.
La Chiesa cercò sempre
di limitare che all’interno dei monasteri si praticassero atti sessuali,
ed intervenne a partire dal X secolo per modificare l’usanza dell’oblazione
ai monasteri da parte dei genitori dei loro figli, dato che ciò
avrebbe avuto come risultato la presenza di fanciulli ed adolescenti insicuri
in luoghi dove monaci, vecchi e giovani, erano in continuo contatto, mostrando
l’uno interesse verso l’altro.
Un elemento erotico studiato
(ed esecrato) della poesia omosessuale medievale fu riscontrato nell’età
carolingia.
L’Imperatore era appassionato
alla vita monastica, allo studio della classicità greca e latina
che era compiuto e svolto con grande passione ed attenzione al loro interno.
Ma era proprio lo studio
della classicità, l’aver ritrovato codici e manoscritti di Virgilio
e Platone, ad aver influenzato la produzione poetica dei monaci.
Ispirandosi all’amore fra
Alessi e Coridone che Virgilio cantò nella seconda Ecloga, alla
corte di Carlo Magno si formò un gruppo d’amici ecclesiastici presieduto
dal diacono Alcuino il quale, ammirando l’opera di restaurazione culturale
e l’intenzione di recuperare gli antichi manoscritti compiuta dal più
brillante studioso dell’epoca, Teodulfo d’Orléans, scrisse un breve
componimento la cui intensità amorosa e spirituale è tutta
rivolta a Teodulfo con devozione e dolcezza.
Ma i cristiani, siano essi
facenti parte del clero o laici, coscienti dell’errore in cui sono caduti,
vivono con rimorso la propria esperienza sentimentale, e gli unici rimedi
esperiti sono il celibato e la castità, pur di frenare e talvolta
dimenticare la propria ardente passione.
Le definizioni più
critiche ed influenti nei confronti del rapporto pederastico furono scarse
ed intrise d’indifferenza per tutto l’Alto Medio Evo, perché l’intero
clima intellettuale, sia in ambito teologico che filologico, non solo era
ambivalente nel considerare e pronunciarsi politicamente contro l’omoerotismo,
bensì cessò di occuparsene in quanto principalmente interessato
al consolidamento del ruolo della gerarchia ecclesiastica in territorio
europeo.
In un contesto che disistimava
tale tipo di relazioni amorose e sessuali, la letteratura prodotta all’interno
dei monasteri diveniva il luogo ideale, il cantuccio per sfogare privatamente
le proprie emozioni che le istituzioni laiche ed ecclesiastiche o bandivano,
o punivano od ignoravano.
La produzione conciliare
e normativa dall’epoca carolingia al sorgere del nuovo millennio si caratterizzò
per il modo indifferente con cui trattò l’argomento, e la sua stessa
indifferenza trova le sue spiegazioni nei nuovi orientamenti della teologia
cattolica prescolastica, che era più interessata all’analisi critica
delle Scritture ed alla concettualizzazione, in chiave fideistica, di alcuni
principi fondamentali in essa contenuti.
Le reazioni più incisive
furono rivolte contro l’edonismo ellenistico e la licenziosità dei
costumi sessuali pagani, ma la condizione economica e produttiva che va
dall’VIII al X secolo ha influenzato l’intero assetto politico e normativo
degli stati europei del tempo.
L’Europa ha dovuto ereditare
il diritto e l’economia imperiale romane, e su queste si conformarono sia
gli stati barbarici, sia quelli cristiani.
E nonostante l’opera unificatrice
di Carlo Magno, il Vecchio Continente rimaneva ancorato agli schemi produttivi
di un sistema economico agricolo, in cui le città, piccole e chiuse
alle comunicazioni verso l’esterno, mantenevano un solido e costante rapporto
con la campagna, assistendo al fenomeno della ruralizzazione ed allo spostamento
in massa delle popolazioni verso zone sicure e protette, piuttosto che
concentrarsi nelle città che rischiavano di essere spesso soggiogate
e vittime di incursioni barbariche.
A tali condizioni economiche
e sociali se ne associò un’altra, più intrigante sul piano
del metafisico e più abile nel coartare le coscienze: il millenarismo
ed il timore della fine del mondo nel passaggio epocale fra il 999 e l’anno
1000.
Le tensioni sociali si acutizzarono
proprio in quella fase di passaggio, ma nonostante le ricche superstizioni
e le coattive letture dell’Apocalisse giovannea, l’Europa risorse in modo
rinvigorito e lanciando se stessa nel percorso dell’urbanizzazione tipica
dei secoli X-XIV.
Sebbene fossero ancora vive
e presenti le tendenze del monachesimo ascetico, l’economia europea subì
un’espansione tale che superò la stabilità dell’epoca post-carolingia
delle istituzioni laiche, ed alle innovazioni tecnologiche sul piano della
produzione agricola si unì il fattore più complesso e, forse,
talvolta, il più rischioso: la crescita demografica.
Abbandonando monotone e
solitarie campagne, per i nuovi uomini del “nuovo” Medio Evo recarsi in
città significava assaporare il senso, mai conosciuto, della libertà
di movimento.
Piccole e grandi città
dell’Italia centro settentrionale, della Francia e del Sacro Romano Impero
divennero liberi comuni e, pur essendo scarsamente democratiche, si reggevano
su una forte convinzione di autogoverno, e gli abitanti, pur essendo divisi
in fazioni e corporazioni cittadine, svilupparono una coscienza collettiva
ed individuale di indipendenza dal potere regio ed ecclesiastico.
Si emanciparono culture
distinte ed originali sia nell’Europa settentrionale che in quella meridionale,
coeve alla rinascita dei maggiori centri urbani, e la nuova letteratura,
sia teologica che non, discusse nuovi argomenti.
La nuova teologia puntò
sull’amore divino ed umano, mentre gli scritti popolari si lasciarono coinvolgere
non solo da tutti gli aspetti dell’erotismo umano, ma anche dai sentimenti
romantici e dall’edonismo bacchico e spensierato dei Carmina Burana e dalla
nobile passione dell’amante cavalleresco per signore lontane, seguendo
i principi dell’amore cortese.
Le crociate e la reconquista
spagnola servirono per portare i cristiani, belligeranti in nome della
Croce, in diretto contatto con l’Islam.
Ma non solo con l’Islam
dei muezzin e del Ramadan, bensì anche con quell’Islam che, grazie
all’opera colta d’Averroè, d’Abulafia e d’Avicenna, fece conoscere
all’Europa Aristotele, la sapienza della gnosi greca e la ricchezza filosofica
tardo ecclesiastica.
La Chiesa si lasciò
solo parzialmente influenzare da tale approccio e preferì ereditare
e trasformare, nel linguaggio del divino e del metafisico, gli scritti
scientifici aristotelici, e così aggiornare e rinnovare la classe
monastica ed il clero regolare per indurli a studiare quanto sostenuto
dal Filosofo.
Tale iniziativa servirà
non solo a realizzare una nuova visione cosmogonica e cosmologica (che
resistette fino a Galilei e Copernico), bensì anche a rafforzare
le tendenze della nuova corrente di pensiero di Santa Romana Chiesa: la
Scolastica.
In questa delicata fase
di passaggio dall’età carolingia a quella post-millenaristica, l’Impero
ed il Papato non riescono a definire correttamente i limiti dei loro poteri.
Lo Stato ed il diritto si
adeguano ad una constitutio germanica e barbarica, basandosi sulla fedeltà
personale dell’Imperatore, sull’autorità dei missi dominici, di
conti e di marchesi, sulle assemblee episcopali e sui Capitularia e sul
principio del particolarismo giuridico, in conseguenza del quale ognuno
ha il diritto di essere giudicato dalla legge della città e nazione
alle quali appartiene.
Per l’Imperatore franco
o germanico, richiamarsi al cristianesimo caratterizza il fondamento del
suo ruolo istituzionale, e la sua missione sarà quella dell’Advocatus
Ecclesiae, difensore delle ragioni della Chiesa e delle virtù rivelate.
E proprio Carlo Magno esortò
vescovi, diaconi ed abati a realizzare nuove scuole nelle quali si insegnassero
le principali forme culturali dell’epoca.
Egli stesso diede l’esempio
della costituzione delle scholae palatinae, cioè di palazzo, nelle
città di residenza imperiale: Chartres, Aix-la-Chapelle, Fulda e
Reichenau.
Nell’età carolingia
acquista il suo assetto caratteristico la c.d. “società feudale”,
composita ed eterogenea e multiforme.
Rigida, gerarchica, piramidale,
essa vide alla sommità il vescovo e l’Imperatore e subito dopo i
grandi feudatari, i valvassori ed all’ultimo livello i servi della gleba.
Grazie all’istituto imperiale
della commendatio, tutti i vari gradi dell’organizzazione sociale erano
uniti al vertice.
Ma con la trasformazione
urbana dei secoli XI e XII, l’introduzione dell’immunità e l’ampliamento
dei privilegi, diritto privato e diritto pubblico mancarono delle loro
precise differenze attuative.
I feudi divennero ereditari
e la società, che cominciò a frazionarsi a cause delle lotte
fra gli imperatori e della ribellione dei grandi feudatari e della lotta
per le investiture, si costituì su un insieme di comunità
isolate e chiuse in se stesse, raccolte attorno al castello anche in epoca
“urbanizzata”, e si fondò su un complesso di usi e di costumi incerti
e diversi fra loro, tramandati oralmente e fondate sulla tradizione.
E proprio la tradizione
orale della cultura, ove per tradizione si intende il tramandare, è
a fondamento della società medievale.
Il signore feudale insieme
all’auctoritas ecclesiastica sono il simbolo e l’incarnazione della tradizione.
L’intero sistema giuridico
trovò la sua espressione ed esplicazione in ciò che si chiama
droit coutumier.
Il diritto delle consuetudini
e, meglio ancora, le consuetudini come fonti del diritto privato e pubblico,
penale e commerciale e della speculazione forense.
Ma non solo questo sorprende,
bensì il diverso assetto che le scienze umane, siano esse filosofiche,
teologiche od altro, trovarono per la loro divulgazione nel mondo medievale.
Una collocazione alla quale
si assoggettarono fin quando non si formularono i primi principi della
ricerca empirica con l’utilizzo del metodo sperimentale, nel mondo moderno,
con Galilei, Cartesio, Leibniz e Pascal.
Tutte le discipline scientifiche
erano ritenute, secondo il più importante dottore della prima Scolastica,
San Pier Damiani, ancelle della teologia, e la filosofia in modo particolare.
Tutto il pensiero politico
medievale si concretizzò nella disputa fra il primato dell’Impero
e quello del Papato.
Ma lo scontro non era solo
istituzionale, bensì colpiva i due luoghi simbolici della cultura
medievale: il castello del feudatario e la Chiesa, con i suoi monasteri
e conventi.
Il primo è produttore
di forza e del “diritto laico”, luogo di amministrazione delle ricchezze
terrene.
Ma i veri luoghi di produzione
letteraria, umanistica in senso esteso, sono esclusivamente monasteri e
conventi.
In essi nascono le prime
scholae monastiche, a cui seguono le scuole episcopali ed a partire dal
XIII secolo le scuole di corporazioni, nominate studia, da cui si origineranno
le università.
Dalla costituzione di tutte
queste ampie categorie di scholae deriva il termine Scolastica, con cui
si indica la filosofia medievale, che si autodestina sia alla preparazione
filologica dei chierici, sia alla comprensione della verità rivelata
e dei contenuti della fede.
Il termine scholasticus
indicava il magister nelle “arti liberali”, sia del trivio (grammatica,
logica e retorica), sia del quadrivio (geometria, aritmetica, astronomia
e musica) e, con l’istituzione degli studia, si ottenne la figura del maestro
di filosofia e di teologia.
Questo principio gerarchico
ed ordinato domina e presiede anche l’organizzazione della cultura: le
artes, ognuna con le sue regulae, si dispongono su di un sistema piramidale,
cominciando dalla grammatica, e tutte insieme sono le ancillae del sapere
più elevato, la teologia, quindi la conoscenza di Dio.
Il magister deve avere a
fondamento del suo tramandare e del suo insegnare la tradizione ecumenica
cattolica, e l’auctoritas, con le sue riflessioni teologiche, costituisce
il fulcro delle sue lezioni.
L’auctoritas per eccellenza
è la parola di Dio, quindi le Sacre Scritture.
Accanto all’auctoritas principale
si vedono gradatamente emergere un’innumerevole varietà di auctoritates,
ma le più importanti riguardano la tradizione apostolica, ecclesiastica,
conciliare, i Padri della Chiesa ed i filosofi antichi i cui libri ottennero
l’imprimatur accademico e clericale.
Ogni ars ed ogni disciplina
divennero fonti di studio propedeutico, fra le varie auctoritates si verificarono
divergenze, ma l’insegnamento originario e principale consisteva nel legere
auctoritates, cioè la lettura (lectio, per l’appunto) di una auctoritas,
con lo scopo di imprimere bene nella memoria tutto il testo, penetrandone
la dottrina, meditando sullo spiritus, il significato più profondo
della littera e, al culmine di tale attività intellettuale, si colloca
la ratio, la discussione delle questioni, esaminando quanto l’autore abbia
voluto dire.
L’esplicazione di tale attività
furono i commentaria, le glossae, le quaestiones disputatae ed i quod libeta,
e la forma più alta degli scritti medievali sarà rappresentata
dagli Opuscola e dalle Summae, queste ultime di carattere generale.
La riflessione e l’insegnamento
dell’epoca della Scolastica vogliono orientarsi non alla scoperta di nuove
verità, bensì solo alla comprensione della verità
che è già stata data dalle Scritture, dalle definizioni dogmatiche
e dalle dottrine dei Padri della Chiesa.
La filosofia, theologiae
ancilla, non è più intesa come ricerca autonoma e libera
né come sforzo per tradurre razionalmente il contenuto della fede.
Il problema centrale della
Scolastica è quello dei rapporti fra fede e ragione, tra verità
rivelata e filosofia.
La Chiesa e la tradizione
religiosa, che in una prima fase assunsero come valida l’eredità
neoplatonica ed agostiniana tendente alla ricerca dell’identità
fra ragione e fede, dopo il XIII secolo, grazie all’opera tomistica, necessariamente
dovette distinguere i metodi, i compiti ed i contenuti fra di esse, lasciando
emergere ciò che San Tommaso definì essere la regula fidei
ed il pensare con assentimento : nei casi in cui fede e ragione giungano
a contrastarsi, la ragione è sottoposta alle conclusioni della fede.
Non esiste una doppia verità,
e dato che fede e ragione hanno una comune origine e non potendovi essere
dissidio fra di loro, la ragione ha il compito di scoprire le sue proprie
verità e di confutare le dottrine contrarie non ad essa, bensì
alla fede, indagando le ragioni di quest’ultima e dimostrando le verità
che ne costituiscono il contenuto della fede.
Come conciliare dunque due
diverse esigenze umane, quelle che si ispirano alla ricerca del significato
metafisico dell’idea di Dio e della sua manifestazione nel mondo materiale
e quelle che, al contrario, richiedono all’uomo stesso di disciplinare
i propri comportamenti per indirizzarle a tutto ciò che è
materia, senso, corpo, desiderio e proiettarle in rapporto con il messaggio
cristiano?
Ma un autore della classicità
greca fu caro alla teologia cattolica medievale, letto e commentato da
San Tommaso e, a differenza del trattamento riservato agli altri filosofi
pagani, egli non subì la messa all’Indice dei libri proibiti da
parte della Chiesa.
Si tratta di Platone, il
quale si interessò ai problemi dell’anima e dell’animo e del rapporto
fra psiche e corpo quando dedicò un suo dialogo, il Fedone, alla
questione dell’immortalità dell’anima e del corretto comportamento
che deve seguire il corpo materiale ed imperfetto per consentire all’anima,
immateriale e perfetta e trascendente, di liberarsi del suo guscio e potersi
ricongiungere con la divinità creatrice.
Platone, riletto negli Studia
dell’età della Scolastica, sostenne, con un linguaggio armonioso,
ciò a cui, dopo Sant’Agostino, l’intera trattazione filosofica medievale,
sia mistica ed ascetica sia razionale, si ispirò per spiegare ai
cristiani che, non corrompendo il corpo ed i sensi, l’anima può
vivere serena e non soffrire.
Il filosofo di Atene, attraverso
le parole ed i personaggi simbolici del defunto Socrate e di Fedone, sosteneva,
nel 386 a.C., quanto segue.
Fedone : «E, allora,
stando così le cose, non è il corpo destinato a dissolversi
e l’anima, invece, a restare indissolubile o giù di lì?»
Socrate: «Certo, come
no?
Socrate: «Se essa
si distacca pura dal corpo, senza tirarsene dietro gli impacci, dato che
durante la vita, nulla ha voluto avere in comune con esso ma anzi lo ha
fuggito ed è rimasta tutta raccolta in sé…dunque, se questa
è la sua condizione, non se ne andrà verso quel luogo che
le si addice, verso l’invisibile, verso il divino, l’immortale, l’intelligibile,
dove, una volta giunta, sarà felice, libera dall’errore, dalla malvagità,
dalla paura, dalle selvagge passioni, da tutti gli altri mali dell’uomo
e dove potrà trascorrere tutto il tempo avvenire…Se, invece, l’anima
si separa dal corpo contaminata e impura perché è vissuta
con esso in stretto rapporto, servendolo e amandolo e condividendone le
passioni e i desideri, ritenendo per vero solo ciò che era corporeo,
cioè quello che si può toccare, vedere, bere, mangiare e
usare per i piaceri d’amore e odiando, invece, e fuggendo impaurita ciò
che ai nostri occhi è oscuro e invisibile, ciò che si può
percepire solo con il pensiero e comprendere mediante la filosofia, un’anima
così fatta, ripeto, credi tu che si possa sciogliere dal corpo pura
e tutta raccolta in sé?…Non credi, invece, che sarà tutta
pervasa da quell’elemento corporeo che, per la familiarità con il
corpo di cui ella ha condiviso l’esistenza, per quel suo vivergli premurosamente
insieme, le si è come connaturato?»