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I miei studi di storia gay
 
28 febbraio 1884,  Due gay condannati ... per rumori molesti

Era il 1883 quando due giovani omosessuali, chiusi in una stanza d’albergo a Genova a godersi la loro intimità, furono denunciati e processati per “reati contro natura”, ai quali seguì “pubblico scandalo”.
Le cronache storiche riportano di molti omosessuali condannati per tali reati, ma ciò che rende particolare il caso dei due ragazzi liguri è che il tutto scaturì dal fatto non di essere visti, ma di essere sentiti nei loro dialoghi da un ospite dell’albergo che alloggiava nella camera attigua.
Quest’ultimo, certo di aver pizzicato i due rei in flagrante, chiamò la cameriera che a sua volta avvertì il proprietario dell’albergo e quindi le autorità di pubblica sicurezza.
Il 12 giugno dello stesso anno si tenne a Genova il processo di primo grado, dove i due imputati vennero condannati a tre anni di carcere.
Data però l’incredibilità del fatto di essere perseguiti sulla base delle testimonianze di chi udì dei dialoghi, ma non vide il rapporto sessuale, i due, Luigi De Barbieri e Antonio Marchese, decisero di ricorrere al giudizio di secondo grado, ma la Corte d’Appello genovese, riunitasi il 31 luglio, confermò tuttavia la sentenza.
Il reato contestato era il 425 del Codice penale del Regno di Sardegna, il quale recitava: “Qualunque atto di libidine contro natura, se sarà commesso con violenza, nei modi e nelle circostanze prevedute dagli articoli 489 e 490, sarà punito colla reclusione non minore di anni sette, estensibile ai lavori forzati a tempo; se non vi sarà stata violenza, ma vi sarà intervenuto scandalo o vi sarà stata querela, sarà punito colla reclusione, e potrà la pena anche estendersi ai lavori forzati per anni dieci, a seconda dei casi”.
L’Italia era stata unificata da poco e si sarebbe dovuto attendere il 1889 per avere il primo codice penale nazionale, il “Codice Zanardelli”, che, tra l’altro, abrogò l’articolo che condannava i reati “contro natura”.
Nel frattempo era applicato il codice penale del Regno di Sardegna, ma, fatto curioso, ne erano esclusi i territori dell’ex Regno delle Due Sicilie.
Il De Barbieri sentiva comunque di essere vittima di una palese ingiustizia e delegò il suo avvocato a ricorrere alla Corte di cassazione di Torino.
Il tempo d’attesa fu relativamente breve: pochi mesi dopo, il 28 febbraio 1884, il presidente della Corte Rossi poteva già rigettare il ricorso, con una sentenza che, vista con gli occhi di oggi, può apparire curiosa.
La difesa mirava a dimostrare la non violazione, da parte dell’imputato, dell’articolo 425, sia perché il rapporto avvenne in un luogo privato, sia perché, non essendoci stata penetrazione fra i due imputati, si trattava di un tentato reato contro natura e non della sua attuazione (articolo 323 del codice di procedura penale).
“Il fatto avvenne”, disse il difensore “in una camera chiusa per modo che altri non si poteva entrare e quindi non poteva aver caso di parlarse di scandalo, poiché il fatto era accaduto in un luogo privato, ove era escluso il concetto della pubblicità. La corte dunque confuse i termini della questione, perché se l’albergo era pubblico, non lo erano le stanze assegnate a chi aveva preso alloggio in esse: cotesto errore cagionò un’erronea soluzione e trasse con se la violazione dell’articolo 425 precitato e reso nella sentenza per diffetto di motivazione”.
L’avvocato di Luigi De Barbieri passò quindi a mettere in discussione la sentenza di secondo grado, sostenendo “la violazione ulteriore dell’articolo 323 n. 3 del codice di procedura penale, perché mentre era stato dedotto come motivo d’appello  che tutt’al più sarebbesi trattato di reato tentato e non mai di reato consumato e mentre la resultanza della causa dimostra che l’atto sodomitico non fu compiuto,  la corte con una motivazione troppo laconica ed incerta, condannò il De Barbieri omettendo completamente di giudicare sul motivo sovraccennato”.
La Corte di cassazione motivò il rigetto del ricorso sostenendo che “l’articolo 425 punisce l’atto contro natura a prescindere dal pubblico o privato. Vi fu scandalo in quanto quel fatto fu avvertito per discorsi fra il ricorrente e l’altra persona (Il Marchese, ndr) da un altro che ha affittato in attigua stanza  e dai quali potè comprendere l’atto turpissimo  che fra essi si commetteva  e si determinò ad avvisare la cameriera e il padrone per farli cessare, come avvenne, facendo questi intervenire, a proposito, il delegato di pubblica sicurezza: onde è chiaro che per quel fatto costituisse offesa al senso morale di chi lo conobbe, si verificò lo scandalo a cui accenna l’articolo 425 sopra citato e che la Corte poteva rettamente aver avuto luogo”.
Lo scandalo ci fu, quindi, ma mancava di stabilire se si trattò di reato commesso o di reato tentato: “… la Corte di questa questione si occupò quando disse che dalla resultanza della causa era provato che l’atto di libidine compiuto dai due imputati e così anche dal ricorrente presentava gli estremi del reato di cui all’articolo 425 del codice penale e così del reato consumato; che se cotesto motivo fu espresso in modo assai succinto, ciò vuolsi attribuire all’essere già assodato per la costante giurisprudenza di questa Corte suprema e sì pure che quella di Firenze, che non solo l’atto sodomitico, ma qualunque atto inteso a cercare un compiacimento carnale al di fuori delle vie naturali, ed esercitare sopra persona dello stesso, o di diverso sesso, costituisce atto di libidine contro natura, quand’anche non susseguito da completo sfogo carnale, in quanto la legge non ha stabilito quali siano gli atti che costituiscono le varie fasi della esecuzione di sifatto reato e poiché nel caso la Corte ritenesse che il ricorrente introdusse il suo membro virile nell’ano del Marchese, e quindi che l’atto stesso fosse consumato, un sifatto giudizio, rimosso al criterio del giudice di merito, non può, in difetto di più questa disposizione di legge, essere contestato”.   
 
...

n. 185
8134
In nome di S. M. Umberto I
 
Per grazia di Dio  e per volontà della Nazione
 
Re d’Italia
 
La corte di Cassazione sedente in Torino
 
Sezione Penale
 
Composta dai Signori
 
Rossi__________________ff di Presidente
Parini_________________ Consigliere
Verga_________________   “
Schacchetti____________   “
Rovasenda_____________   “
Pomodoro_____________    “
Verdobbio_____________    “
 
Ha pronunciato la seguente
   
sentenza
 
Sul ricorso
di

De Barbieri Luigi fu Antonio e di Rosa Picastro, nato a Genova il 2 novembre 1852, ivi residente, indicato nella fede di nascita per De Barbieri Casagrande e nel resto come sopra, celibe, contro la sentenza della Corte di Genova proposita addì 31 luglio 1883, con la quale fu, con le maggiori spese, confermata quella del Tribunale di detta città in data 12 giugno dello stesso anno, che, quale colpevole, con circostanze attenuanti, di atti di libidine contro natura, lo condannò alla pena di tre anni di carcere computato il sofferto e solidalmente con altro alla spesa.
La Corte
Intesa la relazione della causa, fatta dal Consigliere Signor Parini ed intesa la conclusione del Sostituto Procuratore Generale Signor Castelli contrarie alla domanda.
Ritenuto che nell’interesse del ricorrente si sono proposti due mezzi di annullamento e così:
1 – Violazione dell’articolo 425 del Codice penale e del 323 di quello di procedura penale: il fatto avvenne in una camera chiusa per modo che altri non vi poteva entrare e quindi non poteva aver caso di parlarse di scandalo poiché il fatto era accaduto in luogo privato, ov’era escluso il concetto della pubblicità.
La Corte dunque  confuse i termini della questione poiché se l’albergo era pubblico, non lo era la stanza assegnata a chi aveva preso alloggio in essa:cotesto errore cagionò un’erronea soluzione della questione e trasse con se la violazione dell’articolo 425 precitato e rese nulla la sentenza per difetto di motivazione.
2 – Violazione ulteriore dell’articolo 323 n. 3 del Codice di procedura penale, perché mentre era stato dedotto come motivo d’appello che tutt’al più sarebbesi trattato di reato tentato e non mai di reato consumato e mentre la resultanza della causa dimostra che l’atto sodomitico non fu compiuto,  la corte con una motivazione troppo laconica ed incerta, condannò il De Barbieri omettendo completamente di giudicare sul motivo sovraccennato.
Attesochè a torto, col primo mezzo, il ricorrente confuse la impugnata sentenza perché abbia ritenuto  che in ordine dell’atto di libidine contro natura si fosse verificato scandalo, mentre quel fatto avvenne in una stanza chiusa, sia pure di un Albergo luogo accessibile ad ogni persona, imperocché l’articolo 425  del Codice penale non richiegga che lo scandalo sia pubblico, e la sentenza, indipendentemente dalla pubblicità dell’albergo, ha ritenuto che quel fatto fu avvertito per discorsi tra il ricorrente e l’altra persona da un altro che stava in attigua stanza e dai quali poté comprendere l’atto turpissimo che fra essi si commetteva  e si determinò ad avvisare la cameriera e il padrone per farli cessare, come avvenne, facendo questi intervenire, a proposito, il delegato di pubblica sicurezza: onde è chiaro che per quel fatto costituisse offesa al senso morale di chi lo conobbe, si verificò lo scandalo a cui accenna l’articolo 425 sopra citato e che la Corte poteva rettamente aver avuto luogo;
Attesochè, quanto al secondo mezzo non sussista la pretesa ammissione di giudicare sulla questione se il fatto, di cui il ricorrente fu ritenuto colpevole, costituisse un reato tentato, poiché la Corte di questa questione si occupò quando disse che dalla risultanza della causa era provato che l’atto di libidine compiuto dai due imputati e così anche dal ricorrente presentava gli estremi del reato di cui all’articolo 425 del codice penale e così del reato consumato; che se cotesto motivo fu espresso in modo assai succinto, ciò vuolsi attribuire all’essere già assodato per la costante giurisprudenza di questa Corte suprema e sì pure che quella di Firenze, che non solo l’atto sodomitico, ma qualunque atto inteso a cercare un compiacimento carnale al di fuori delle vie naturali, ed esercitare sopra persona dello stesso, o di diverso sesso, costituisce atto di libidine contro natura, quand’anche non susseguito da completo sfogo carnale, in quanto la legge non ha stabilito quali siano gli atti che costituiscono le varie fasi della esecuzione di sifatto reato e poiché nel caso la Corte ritenesse che il ricorrente introdusse il suo membro virile nell’ano del Marchese, e quindi che l’atto stesso fosse consumato, un sifatto giudizio, rimosso al criterio del giudice di merito, non può, in difetto di più questa disposizione di legge, essere contestato
Per tutti questi motivi
Rigetta il ricorso di De Barbieri Luigi contro la sentenza della Corte d’Appello di Genova in data 31 trentuno luglio 1883 milleottocentoottantatre della quale si tratta e lo condanna al pagamento di Lire centocinquanta di multa e alle spese.
Così pronunciato in pubblica udienza in Torino il Ventotto del mese di febbraio milleottocentoottantaquattro.
 
(seguono le firme dei membri della corte).

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