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I miei studi di storia gay
 
21 aprile 1866,  Cassazione di Torino: il rapporto omosessuale va comunque punito, anche se la querela è estorta o ritirata

Nel 1865 un giovane sedicenne di Brescia si era recato all'ospedale per aver contratto un morbo le cui modalità di trasmissione non lasciavano spazio a dubbi. Il medico che lo aveva visitato si era subito premurato di informare il direttore del nosocomio sul fatto che il giovane si era ammalato in seguito ad un rapporto omosessuale durante il quale era stato posseduto da un altro uomo.
Si trattava evidentemente di un reato, dal momento che l'articolo 425 del Codice penale puniva gli atti di libidine contro natura che davano scandalo, che portavano a querela o che venivano perpetrati con violenza, prevedendone la pena della reclusione o la condanna ai lavori forzati.
Il direttore dell’ospedale si sentì quindi in dovere di informare l’autorità giudiziaria di quanto accaduto al giovane e subito iniziarono le indagini.
Il primo ostacolo si presentava proprio nell’applicazione dell’articolo 425 del Codice penale, dal momento che se appariva indiscutibile il fatto che era stato commesso un atto di libidine contro natura, altresì era vero che la querela presentata era stata estorta al giovane dall’autorità inquirente e comunque non vi era seguito un pubblico scandalo.
Il giudice istruttore cercò in tutti i modi di convincere il ragazzo a presentare una querela ed a fare il nome della persona con la quale aveva avuto il rapporto omosessuale che lo aveva infettato.
Forse per aumentare la pressione psicologica sul ragazzo, venne convocato anche il padre e da lì a poco fu arrestato il ventisettenne Paterio Palma, bresciano, di professione muratore.
Il 19 dicembre presso la Corte d’Assise di Brescia si celebrò il processo che condannava il Palma a tre anni di reclusione, pena che l’imputato considerava ingiusta poiché egli riteneva che la querela nei suoi confronti fosse stata estorta al giovane, il quale, probabilmente, non aveva nessuna intenzione di denunciare l’amico.
Fino al 1859, solo pochi anni prima, in Lombardia vigeva il codice penale asburgico, il quale, per punire gli atti di libidine contro natura si rifaceva al paragrafo129 e non prevedeva la necessità di querela da parte della persona offesa, elemento però necessario per procedere in base all’articolo 425 del nuovo Codice penale sardo.
Paterio Palma si rivolse quindi alla Corte di Cassazione di Torino, che si riunì in seduta il 21 aprile 1866 sotto la presidenza del giudice Bonacci.
Per prima cosa venne lanciato al Palma un chiaro messaggio che gli faceva notare come, dopotutto, la sentenza era stata mite, dal momento che, volendo, si sarebbe potuta dimostrare l’aggravante della violenza fisica nei confronti del giovane sedicenne: “Atteso che nella fattispecie il ricorrente era accusato di avere a sfogo di libidine contro natura e con violenza abusato di un giovine sedicenne; e quel turpe fatto accompagnato dalle identiche circostanze di tempo e di luogo enunciate nell'atto di accusa rimase accertato dai risultamenti del dibattimento e dalla deliberazione dei giudici del fatto, escluso solamente il concorso della violenza.
Che perciò la disformità tra l'accusa e la dichiarazione dei giurarti non versa altrimenti sull'essenza del fatto imputato, ma bensì sopra una sua qualità accidentale, sicché il fatto rimane pur sempre l'identico, salva una modificazione puramente estrinseca, d'altronde favorevole all'accusato.
Che dunque la Corte d'Assise eliminata anche la violenza, doveva giudicare come fece, secondo le emergenze verificatesi nel dibattimento inerentemente alla querela presentata dall'autorità giudiziaria sia tanto dal giovinetto offeso quanto dal padre di lui, querela della quale si fa espressa menzione nei motivi della sentenza di rinvio e nel corpo dell'atto d'accusa”[i].
I giudici stabilirono anche che non sarebbe stata rilevante la consenzialità del giovane: “Che del rimanente se e fino a qual punto il predetto giovine potesse ritenersi compartecipe di quell'atto osceno stante l'esclusione della violenza da esso lui denunciata non è argomento da discutersi per la prima volta in sede di Cassazione”[ii].
Per quanto riguardava la presunta estorsione al ragazzo della querela, la Corte informava che il giudice istruttore aveva diritto di invitare il giovane a presentare una denuncia nei suoi confronti, mettendolo al corrente sulla gravità di un reato tanto immorale e sui danni da lui subiti: “Atteso che gli atti della causa fanno fede che il giovine offeso si presentò il 7. Agosto dello scorso anno davanti al Giudice Istruttore non per effetto di una formale citazione intimatagli e molto meno tradottovi in istato d'arresto come imputato di correità, ma di solamente dietro verbale avviso dello stesso giudice che voleva raccogliere informazioni sul fatto già denunciato dal Direttore dell'Ospedale di Brescia per avviare l'istruttoria non ancora intrapresa.
Che compiuta l'esposizione dell'abbominevole fatto ed esaurito per tal modo l'oggetto della sua chiamata, a questo non si arrestò, ma procedette oltre, pel risarcimento dei danni e per la punizione del colpevole.
Atteso ché così essendo la cosa, emerge chiarissimo la comparsa di detto giovine alla presenza del Giudice avergli bensì offerto l'opportunità e l'occasione di porgere una querela, ma non aver potuto esercitare una pressione qualsiasi sulla sua liberà volontà di querelarsi o tacersi”[iii].
La Corte aggiunse inoltre che nell’ipotesi di annullamento della querela del giovane, sarebbe stato sufficiente tenere in considerazione la querela del padre per condannarlo.
Nell’ipotesi poi che il giovane ed a anche il padre avessero deciso di ritirare la querela, il Pubblico Ministero avrebbe comunque potuto procedere contro il Palma, dal momento che l’articolo 425 prevedeva la presentazione di una querela, non il mantenimento della stessa: “A rintuzzare l'assunto del ricorrente basta che la querela si fa e il procedimento e il giudizio ebbero il loro compimento senza che ombra di dubbio si fosse elevata sulla di lei esistenza ed efficacia”[iv]
Il ricorso di Paterio Palma venne così rigettato e l’imputato dovette scontare la pena in prigione.

Vedi la Sentenza
[i] Cfr. Sentenza Corte di Cassazione di Torino, n. 288, 21 aprile 1866
[ii] Idem
[iii] Idem
[iv] Idem

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