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I miei studi di storia gay
 
21 aprile 1866,  Cassazione di Torino contro Palma Paterio
  
n. 288
r. 27
In nome di S. M. Vittorio Emanuele II
 
Re d’Italia
 
La corte di Cassazione sedente in Torino
 
Sezione Penale
 
Composta dai Signori
 
Bonacci_______________Presidente
Lanterzi_______________ Consigliere
Camerana_______________   “
Basegno________________   “
Bertarelli________________   “
Baroni_________________    “
P. Lacidi_______________    “
 
Ha pronunciato la seguente
   
sentenza
 
Sul ricorso
di

Palma Paterio, esposto dell'Ospedale di Brescia, d'anni 28, muratore, dimorante in detta città, detenuto; per l'annullamento della sentenza pronunciata il diciannove dicembre mille ottocento sessanta cinque dalla Corte d'Assise del Circolo di Brescia, colla quale in applicazione degli articoli 425, 684, 96 e 72 del Codice Penale egli venne condannato alla pena del carcere per anni tre, all'emenda dei danni, e nelle spese, siccome colpevole, col concorso di circostanze attenuanti, del reato preveduto e represso dal citato art.o 425. per avere nel 31. luglio dello scorso anno, a sfogo di libidine, abusato contro natura, senza però far uso di violenza, di un giovinetto di anni 16. che rimase pregiudicato nella salute per essergli stato comunicato il morbo di cui il Palma era infetto.
La Corte di Cassazione
Sentita in pubblica udienza la relazione del ricorso, della sentenza e degli atti relativi, fatta dal Signor Consigliere Baroni;
Sentito il Signor Pozzi sostituto Procuratore Generale nelle sue conclusioni contrarie alla domanda del ricorrente; non essendo comparso all'udienza il difensore officioso Avvocato Richelmy, che ha dichiarato in atti di riportarsi ai mezzi sviluppati nel ricorso
Sul primo mezzo desunto all'articolo 50. del cessato Codice di Procedura Penale perché il ricorrente era accusato di un atto di libidine contro natura commesso con violenza, ma non già dello stesso atto operato senza violenza, che per l'articolo 425. del Codice Penale non può riguardarsi e punirsi come reato se non quando sia intervenuto scandalo o vi sia stata querela, e la sentenza e l'atto d'accusa non sono fondati sul motivo dello scandalo o della querela. Ora esclusa dai giurati la violenza trattavasi di un fatto nuovo non indicato nell'atto d'accusa sul quale la Corte d'Assise non poteva pronunciare.
Atteso che la disposizione dell'invocato articolo 505. non si può applicare che ai fatti nuovi non menzionati nell'accusa ed emersi dallo svolgimento dell'orale discussione sui quali la legge vieta assolutamente alla Corte di statuire affinché l'accusato non sia vittima di una sorpresa ed abbia invece il tempo e l'agio di preparare e di far valere i mezzi di difendersi.
Che secondo la concorde dottrina e la costante giurisprudenza, quelli soltanto si reputano fatti nuovi nel senso del citato art.o 505. che non si rannodano di veruna guisa, ma sono del tutto estranei al fatto che forma il soggetto dell'accusa e costituiscono un reato distinto ed essenzialmente differente.Che per lo contrario tali non possono considerarsi que' fatti risultati dal dibattimento i quali non sono che modificazioni del fatto stesso dell'accusa o veramente non sono che circostanze della medesima azione ad essa strettamente congiunta per ragione di tempo, di luogo, e di persona; perocché in tal caso il fatto comunque rivestito di un nuovo carattere e di una diversa criminalità, non cessa di essere identico; non si introduce una novella accusa, ma si continua la primitiva modificata unicamente nelle circostanze e non nel fondo; e l'accusato non può allegare veruna sorpresa.
Atteso che nella fattispecie il ricorrente era accusato di avere a sfogo di libidine contro natura e con violenza abusato di un giovine sedicenne; e quel turpe fatto accompagnato dalle identiche circostanze di tempo e di luogo enunciate nell'atto di accusa rimase accertato dai risultamenti del dibattimento e dalla deliberazione dei giudici del fatto, escluso solamente il concorso della violenza.
Che perciò la disformità tra l'accusa e la dichiarazione dei giurarti non versa altrimenti sull'essenza del fatto imputato, ma bensì sopra una sua qualità accidentale, sicché il fatto rimane pur sempre l'identico, salva una modificazione puramente estrinseca, d'altronde favorevole all'accusato.
Che dunque la Corte d'Assise eliminata anche la violenza, doveva giudicare come fece, secondo le emergenze verificatesi nel dibattimento inerentemente alla querela presentata dall'autorità giudiziaria sia tanto dal giovinetto offeso quanto dal padre di lui, querela della quale si fa espressa menzione nei motivi della sentenza di rinvio e nel corpo dell'atto d'accusa.
Sul secondo mezzo tratto dalla violazione degli articoli 29, 100, 104, 108. e 116 del detto Codice di Procedura e da conseguente falsa applicazione dell'art.o 425. del Codice Penale; dacché supposto anche che la Corte potesse pronunciare sul fatto anzi detto, non poteva poi attribuire la qualità giuridica di querela alla deposizione del giovine che si pretendeva offeso, perché non fu spontanea, ma fatta dietro l'intimidatagli citazione a comparire perché egli denunciò un'insussistente reato di azione pubblica per mascherare un reato di azione privata di cui egli medesimo potesse essere responsabile, e perché la supposta querela sarebbe in ogni caso mancante del sostanziale requisito voluto dal detto art.o 116. vale a dire dell'avvertimento che il Giudice Istruttore doveva dare al querelante della facoltà di desistere.
Atteso che gli atti della causa fanno fede che il giovine offeso si presentò il 7. Agosto dello scorso anno davanti al Giudice Istruttore non per effetto di una formale citazione intimatagli e molto meno tradottovi in istato d'arresto come imputato di correità, ma di solamente dietro verbale avviso dello stesso giudice che voleva raccogliere informazioni sul fatto già denunciato dal Direttore dell'Ospedale di Brescia per avviare l'istruttoria non ancora intrapresa.
Che compiuta l'esposizione dell'abbominevole fatto ed esaurito per tal modo l'oggetto della sua chiamata, a questo non si arrestò, ma procedette oltre, pel risarcimento dei danni e per la punizione del colpevole.
Atteso ché così essendo la cosa, emerge chiarissimo la comparsa di detto giovine alla presenza del Giudice avergli bensì offerto l'opportunità e l'occasione di porgere una querela, ma non aver potuto esercitare una pressione qualsiasi sulla sua liberà volontà di querelarsi o tacersi.
Che posta anche un momento la possibilità di appuntare di qualche difetto la querela del figlio, quella che fu data dal padre in forza della podestà a lui competente sulla persona del figlio minore basterebbe a termini del citato art.o 205 del citato codice di procedura penale a servire di legittima base all'iniziamento ed al progresso del giudizio e alla punizione del colpevole.
Che del rimanente se e fino a qual punto il predetto giovine potesse ritenersi compartecipe di quell'atto osceno stante l'esclusione della violenza da esso lui denunciata non è argomento da discutersi per la prima volta in sede di Cassazione.
A rintuzzare l'assunto del ricorrente basta che la querela si fa e il procedimento e il giudizio ebbero il loro compimento senza che ombra di dubbio si fosse elevata sulla di lei esistenza ed efficacia.
Che da ultimo l'avvertenza da farsi dal Giudice istruttore al querelante sulla facoltà di desistere a senso dell'art.o 116. del cessato Codice di Procedura Penale ha questo scopo di far conoscere all'offeso che il giudizio, come non poté cominciare, così non avrebbe ragione di essere continuato se non per effetto della sola e persistente volontà.
Che sifatto scopo verrebbe meno e la prescritta tornerebbe superflua ove si trattasse nella specie si tratta di un'azione da non potersi bensì proporre in base della querela della parte lesa ma che una volta proposta entra nel dominio del P. M. il quale facendola sua avrebbe diritto a proseguirla, quand'anche piacesse all'offeso di desistere e ritirarsi dal giudizio.
Che in ogni caso poi la predetta avvertenza non è imposta dalla legge sotto pena di nullità.
Che posta in sede l'esistenza e l'efficacia della più volte ricordata querela, egli è chiaro che non furono violate le disposizioni degli Articoli del Codice di Procedura Penale nel ricorso invocati, e che la corte fece una retta applicazione dell'ultima parte dell'ultima dell'art.o 425. del Codice Pen.
Per questi motivi
Rigetta il ricorso di Palma Paterio e lo condanna nelle spese.
Fatta e pronunciata in pubblica udienza a Torino il ventin'Aprile milleottocento sessantasei.
 
(seguono le firme dei membri della corte).


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