pagina web di Enrico Oliari

 
I miei studi di storia gay
 
Corriere della Sera, 21-22 apr 1888
 
IL SENATO IN ALTA CORTE DI GIUSTIZIA
pel processo Pissavini
 
La requisitoria del Pubblico Ministero
Il dibattimento a porte chiuse
 
Presidente Ghiglieri, vice-presidente.
 
(Per dispaccio al Corriere della Sera)
 
Iermattina alle dieci si riprese l’udienza dell’Alta Corte di Giustizia. I senatori presenti giovedì vi erano tutti. Si riprese gli esami dei testi.
Primo interrogato è il Bizzetti, direttore del Corriere di Novara che agì sempre d’accordo col Carotti. Narrò le pratiche del Pissavini per ottenere il silenzio. Disse che assistè all’interrogatorio dei tre ragazzi, fatto nell’ufficio dell’Avvenire.
Colapietro (pubblico ministero) voleva sapere come si propalò la dichiarazione del Pissavini che avrebbe chiesto il trasloco da Novara. Bizzetti rispose ignorarlo.
Dopo si lesse la dichiarazione scritta dal Pissavini. In essa dice che le accuse sono invenzioni; che il colloquio col Savini aveva lo scopo di fargli ottenere un sussidio: col Cagnola di aver parlato sempre in pubblico fuori dal caffè. La dichiarazione averla rilasciata per non far scandali. Aggiunge trattarsi di una macchina montata dal Carotti, che dice suo nemico personale; dal Migliorini perché gli negò il porto d’armi; dal Merati perché gli negò il permesso per un ballo di beneficenza.
Il deputato Cerruti depose molto francamente. Ammise potervi essere esagerazione nelle accuse; ma non negò che si possano ammettere come vere. Disse che aveva consigliato Pissavini a dare querela dal momento che si diceva innocente, ma il Pissavini rispose che non voleva fare scandali.
Abbastanza grave è la deposizione del deputato Parona. Disse che Pissavini aveva una villa poco lungi da Novara, e che questa villa era un centro d’immoralità. Aggiunse che l’estate scorsa consigliò al Ministero di traslocare il Pissavini.
Marzara ex-sindaco di Novara, il medico Villani, il maggiore dei carabinieri fecero deposizioni insignificanti.
Nell’udienza pomeridiana la deposizione che impressionò fu quella della madre del Savini; raccontò come seppe dal figlio l’oscenità di Pissavini. I rimanenti testi furono favorevoli al Pissavini, senza però escludere la sua colpa; trinceraronsi nel dire che non sapevano, che avevano appreso dai giornali, che avevano stimato sempre il Pissavini, che ritenevano si fosse esagerato.
Il procuratore del Re Fontana disse di aver saputo le cose solo due giorni dopo pubblicate; e ne fece rapporto. Crede che lo scandalo lo si sia voluto, esagerando le cose.
Alle 4.30 i testi sono esauriti lasciando l’impressione che la reità del Pissavini era nella convinzione di tutti.
Colapietro fece la requisitoria; parlò per circa un’ora e mezzo. Riassunse le accuse, accennò vagamente ai testi a difesa, poi passò all’esame dei reati. Si basò soprattutto sopra le deposizioni dei ragazzi; delle altre di accusa tenendo poco conto. Riconobbe che la gravità dei fatti poteva esser stata ingrossata dalla voce pubblica; che la passione partigiana poteva aver avuto la parte sua nell’ingrandire le circostanze. Ma disse che la reità del Pissavini non era neppure cosa discutibile, quindi l’Alta Corte doverlo condannare.
- Io, aggiunse, non credo proporre le pene: l’Alta Corte farà quanto crede. Parecchi senatori gridarono: “Lei proponga, la Corte farà quanto crede”.
Allora Colapietro disse potersi applicare due articoli: il 420 e 421 del Codice Penale. Col primo si andrebbe a 18 mesi di carcere; col secondo a 6 anni. “Veda – disse -  la Corte quello che vuol fare”. Accennò poi alla questione di togliere al Pissavini la carica senatoriale, accennando come mezzo da preferirsi quelle degli articoli 26, 162 e 208 della legge comunale e 104 della legge elettorale politica. Concluse dicendo che se il Senato voleva ottenere l’allontanamento del Pissavini doveva metterlo nella sentenza. Dopo ciò la Corte tolse la seduta.
Oggi al tocco si riunisce in Camera di Consiglio per decidere. Vi saranno almeno tre votazioni per appello; una sul quesito: se è reo; una sulla pena; una sulla questione del decadimento da senatore.
Pare che lo si condannerà a sei mesi e alla perdita del grado di senatore.
Giovedì sera Pissavini aveva telegrafato al deputato De Maria di recarsi in Senato a ritirare le dimissioni. Il De Maria naturalmente neppure si mosse.

Vedi "Il senatore Pissavini, già prefetto di Novara, processato a causa del suo amore per i ragazzi".

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