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NAZISMO (continua)

 

 

ARTICOLI SUL NAZISMO E L'OMOSESSUALITA'

 

In questa pagina:
- Gli omosessuali vittime del nazismo potranno essere risarciti - Corriere della Sera,  20 set 01

- L'altro olocausto: La persecuzione degli omosessuali - La Nuova Sardegna, 11 mar 03


Corriere della Sera,  20 set 01

 

Gli omosessuali vittime del nazismo potranno essere risarciti

 

Lo ha annunciato ieri a Berlino dall'organizzazione internazionale per l'emigrazione (Iom). Sinora questo gruppo di vittime era rimasto escluso dagli indennizzi.


BERLINO - Gli omosessuali vittime del nazismo potranno essere risarciti Anche gli omosessuali vittime del regime nazista potranno essere risarciti, secondo quanto annunciato ieri a Berlino dall'organizzazione internazionale per l'emigrazione (Iom). Sinora questo gruppo di vittime era rimasto escluso dagli indennizzi: avranno tempo sino al 31 dicembre per presentare domanda.
Si stima che gli omosessuali sopravvissuti sarebbero circa 2.000.


La Nuova Sardegna, 11 mar 2003

 

L'altro Olocausto


La persecuzione degli omosessuali


I nazisti internarono migliaia di cittadini tedeschi e li sottoposero a crudeli esperimenti

di Paolo Merlini

C'è un aspetto dell'Olocausto del quale si parla poco e che in parte è dimenticato. È di dimensioni molto più contenute rispetto allo sterminio degli ebrei - alcune decine di migliaia di vittime contro i sei milioni della Shoah -, riguarda per lo più cittadini tedeschi e solo di recente ha attirato l'interesse degli storici. Tra i dodici milioni di uomini che morirono nei campi di sterminio (oltre gli ebrei furono uccisi zingari, prigionieri russi, Testimoni di Geova e disabili) e fra i pochi che riuscirono a salvarsi, c'erano anche gli omosessuali, "categoria sociale" che l'ideologia nazista considerava contraria ai principi - "etici" e, secondo quel modo di vedere, scientifici - che erano alle base dei fondamenti della razza ariana. Il simbolo che li identificava nei campi di concentramento era un triangolo rosa, che sostituì i segni di riconoscimento che inizialmente distinguevano questi prigionieri: una fascia gialla ad un braccio con una «A» al centro (dove la lettera stava per la parole tedesca Arschficker, sodomita) o un numero, 175.
Quel numero corrispondeva all'articolo del codice penale, in vigore già con l'unificazione della Germania nel 1871, che perseguiva l'omosessualità e stabiliva la perdita dei diritti civili. Un anno dopo la presa del potere, Hitler si adoperò per l'inasprimento di questa norma, prevedendo la condanna ai lavori forzati sino a dieci anni e appunto la deportazione in campi di concentramento. Nel 1936 venne costituito l'Ufficio centrale per la lotta all'omosessualità e all'aborto. L'accostamento tra i due «mali» spiega chiaramente il motivo della persecuzione, al di là di un atteggiamento "etico" dei nazisti e dello stesso Hitler nei confronti dell'omosessualità, atteggiamento pur segnato da una forte ambiguità. L'aborto infatti limitava la crescita demografica della nazione e dunque era un ostacolo al cammino verso la «razza ariana»; gli omosessuali erano un altro ostacolo, perché non procreavano. Questa circostanza, enunciata a chiare lettere tra le ragioni che portarono alla nascita dell'Ufficio, fa venire alla luce un altro aspetto: i nazisti si accanirono solo contro gli omosessuali maschi, non presero neppure in considerazione (se non in pochissimi casi isolati) l'omosessualità femminile.
Per capire il rapporto tra nazismo e omosessualità è utile qualche elemento sulla società tedesca e in particolare su quella berlinese prima dell'avvento del nazismo, nel ventennio dal 1910 al 1930. Al di là dell'esistenza dell'articolo 175, infatti, l'omosessualità era, in particolare nella capitale, sostanzialmente tollerata. Anzi, si assisteva a un fenomeno che potrebbe essere definito, con le parole di oggi, una sorta di «outing», venire allo scoperto. Proprio a Berlino già nel 1914 furono censiti quaranta locali frequentati abitualmente da gay e da lesbiche (il più noto era L'Eldorado), esistevano diversi periodici di ispirazione omosessuale e addirittura una casa editrice. L'articolo 175 nei fatti a Berlino non veniva applicato, e questa sostanziale tolleranza si andava diffondendo in altre città tedesche. La persecuzione cominciò proprio nel 1933, un mese dopo l'ascesa al potere di Hitler, con la chiusura dei locali di ritrovo, colpevoli di «minacce all'ordine pubblico».
Poco dopo viene devastata la principale casa editrice omosessuale e il suo proprietario, Adolf Brand, è costretto a nascondersi. Il 6 maggio 1933 è la volta dell'Istituto di Sessuologia: la sede viene distrutta e l'intera biblioteca data alle fiamme con un rogo in piazza dei libri, in perfetto stile «Fahrenheit 451». Si salva dall'arresto il suo direttore, il medico e psicologo Magnus Hirschfeld, fondatore del Comitato Scientifico Umanitario, che teorizza l'uguaglianza sociale degli omosessuali ed è sorto proprio per l'abolizione dell'articolo 175. Un movimento che poi confluirà nella Lega per i Diritti Umani che nel 1933 contava 48.000 iscritti nell'intera Germania.
Da questi momento prendono il via gli internamenti nei campi. Tra il '33 e il '45 sessantamila persone saranno processate per la violazione del 175. Circa diecimila furono rinchiuse nei campi, le altre finirono nelle prigioni comuni o perdettero i diritti civili. Il numero dei morti nei campi viene calcolato in settemila persone, per soppressione o per stenti: i nazisti credevano infatti che alcuni omosessuali potessero «guarire». E che la cura migliore fosse sottoporli a lavori durissimi in cave o attività simili, per ritemprare la mascolinità perduta. Lavori spesso inutili, come trasportare a mani nude cumuli di neve da una parte all'altra del campo.
Si è già detto dell'atteggiamento ambiguo dei nazisti verso l'omosessualità. La conferma arriva dal fatto che furono perseguitati solo i gay tedeschi, e si conoscono rarissimi casi nei paesi occupati. I nazisti distinguevano tra «cause ambientali» e «omosessualità abituale». Nel secondo caso, la consideravano una sorta di malformazione genetica, un «male incurabile». Nel primo invece erano convinti che si potesse tentare la strada della riabilitazione, dunque attraverso lavori forzati, castrazione e altri crudeli esperimenti pseudoscientifici. Un pioniere in questo campo fu un medico danese delle SS, Karl Vernaet. Aveva realizzato un preparato a base di ormoni e riteneva che avrebbe potuto «guarire» i gay. Vernaet divideva gli omosessuali in tre categorie, che riportiamo di seguito testualmente: «incalliti (che amano lavorare a maglia o ricamare); irrequieti (che oscillano tra virilità e indifferenza omosessuale); problematici (recuperabili sotto l'aspetto psicologico)». Fu proprio la prima categoria ad essere vittima degli esperimenti, che consistevano nell'incidere la cute dell'addome e nell'inserirvi una dose massiccia di testosterone, che sarebbe dovuta essere sufficiente per un anno. Nel giro di tre settimane morì l'ottanta per cento delle persone sottoposte a questa macabra terapia. È superfluo dire che il restante 20% non «guarì».
Ancora sull'ambiguità dei nazisti riguardo all'omosessualità. Si è spesso insistito sull'omosessualità latente o meno di molti gerarchi, a partire dallo stesso Hitler. La stessa estetica del nazismo è, se si vuole, fortemente misogina, basata com'era su concetti quali il culto dell'attività militare e di un cameratismo esasperato. E la donna, elemento che forse disturbava questa visione del mondo ma comunque è indispensabile per la procreazione, era sostanzialmente una fattrice necessaria al cammino verso la razza ariana.
Lo stesso Hitler, fino al '34, ebbe vicino a sé gay dichiarati, e spesso la loro omosessualità venne utilizzata dai detrattori come pretesto per lotte di potere che con il sesso poco avevano a che fare. È il caso di Ernst Rohm, omosessuale dichiarato, capo delle temibili SA, la formazione paramilitare che tanta parte ebbe nell'ascesa di Hitler. Il potere delle SA, che già nel '34 meditavano una «seconda rivoluzione» e dunque confliggevano con i delicati equilibri che si andavano formando nel governo della Germania, finì in quella che è passata alla storia come «la notte dei lunghi coltelli», il 30 giugno 1934, quando Rohm e i suoi luogotenenti, circa cento persone, vennero uccisi in un agguato con l'inganno.
La triste vicenda degli omosessuali tedeschi rivela anche aspetti paradossali. Alla fine della guerra infatti i prigionieri con il triangolo rosa non riacquistarono la libertà: con uguale discriminazione, gli alleati li considerarono criminali comuni e non ciò che realmente erano, vittime della persecuzione nazista. Finirono in carcere in base alle condanne che li avevano portati in prigione prima e nei campi dopo; e in molti casi il periodo trascorso nei lager non venne calcolato come pena scontata, ma nel computo si fece riferimento solo al periodo effettivamente trascorso in cella.
L'articolo 175 restò in vigore nel codice penale della Repubblica federale tedesca sino al 1969. E l'Italia? Dileggiati o umiliati dalle camicie nere, mandati al confino o diffidati, gli omosessuali italiani non patirono però la stessa tragica sorte dei gay tedeschi. Anche perchè le norme antiomosessuali, incluse nell'elaborazione del Codice Rocco, furono stralciate durante la stesura. Ma non era un segno di tolleranza: più semplicemente il Regime affermava che nell'Italia fascista gli omosessuali proprio non esistevano, o erano così pochi da non giustificare una legge.


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