Marguerite Yourcenar (1903-1987) [pseud. di
Marguerite de Crayencour]
L'Eco di Bergamo, 14 giu 07
MARGUERITE YOURCENAR LA MEMORIA COME ROMANZO
Melzi d'Eril ricostruisce la vicenda biografica a 20 anni dalla morte «Per lei
lo scrittore doveva identificarsi col personaggio storico»
«Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente
non vedremo mai più… Cerchiamo di entrare nella morte a occhi aperti». Un
romanzo à rebours, le Memorie di Adriano , in cui il punto di vista «adatto» è
uno sguardo retrospettivo, da un ormai quasi intervenuto distacco: «Incomincio a
scorgere il profilo della mia morte. Come un pittore si colloca davanti a un
orizzonte e sposta senza posa il cavalletto a destra, poi a sinistra, avevo
finalmente trovato il punto di vista del libro», annota, negli illuminanti
Taccuini di appunti che si accompagnano al suo libro più fortunato, Marguerite
Yourcenar. «Prendere un'esistenza nota, compiuta, definita – per quanto possano
mai esserlo – dalla Storia, in modo da abbracciarne con un solo sguardo l'intera
traiettoria; anzi, meglio, cogliere il momento in cui l'uomo che ha vissuto
questa esistenza la pesa, la esamina, e, per un istante, è in grado di
giudicarla».
Non sappiamo se anche lei, giusto vent'anni fa, il 17 dicembre 1987 (era nata in
Belgio nel 1903), sia entrata nella morte a occhi aperti, o come abbia compiuto
quell'ultimo viaggio. Di certo, per tutta la vita, fu viaggiatrice appassionata
e instancabile, nello spazio e nel tempo, nella geografia del mondo e delle
idee: dall'impero già in decadenza del secondo secolo d.C. al Rinascimento
dell'alchimista, medico e filosofo Zénon dell'Opera al nero . Di Marguerite
Yourcenar (il suo vero era Marguerite Cleenewerck de Crayencour; anagrammò il
cognome in Yourcenar «viaggiatrice nel tempo e nello spazio» si è occupata
specificatamente, nel ventennale dalla morte, Francesca Melzi d'Eril, docente di
Letteratura francese all'Università di Bergamo, che alla scrittrice belga ha
dedicato un libro (Dans le laboratoire de Marguerite Yourcenar , Schena Editore/Presses
de l'Université de Paris Sorbonne, 2001) e diversi articoli.
Professoressa, la Yourcenar iniziò a viaggiare prestissimo.
«Sì: rimasta orfana di madre alla nascita, viaggiò con suo padre fin dagli anni
dell'infanzia e dell'adolescenza. Quando non poteva accompagnarla personalmente,
questi ordinava, a chi si prendeva cura della bambina, di portarla a visitare i
luoghi celebri di Parigi o di altre città dove soggiornavano. Da parte sua, il
padre, che curò tutta la sua formazione culturale vagabondando per l'Europa, ne
guidava le letture, che rappresentarono il primo grande viaggio di Marguerite di
Crayencour (Yourcenar è l'anagramma del cognome che la scrittrice coniò per sé,
ndr.): dapprima Virgilio, Omero, la “Legenda Aurea” di Jacopo da Varagine (“Mon
éducation historique et esthétique a commencé là”, dichiarò lei stessa); per
proseguire con Cervantes, Montaigne, Molière, Flaubert, sino a Proust che
leggerà nel 1927 e che non abbandonerà più. E inoltre i viaggi “reali”: Nizza,
Mentone, Montecarlo, Antibes, l'Inghilterra, la Svizzera…».
Poi gli Stati Uniti.
«Nel 1939 il “California”, partito da Bordeaux, la depone nel porto di New York.
La Yourcenar ha 36 anni. Da questo momento la sua vita sarà diversa. Non sarà
più la vagabonda degli anni '30. Dal 1939 al 1979 vivrà una specie di esilio, in
un Paese che le rimarrà sempre culturalmente piuttosto estraneo, la cui lingua
non sarà mai la “sua” lingua. Negli Stati Uniti vivrà con una compagna, Grace
Frick, e si concederà lunghi intermezzi, a partire dal 1951, in Europa per
rivedere i luoghi di un tempo e quelli dove si muovevano i protagonisti delle
sue opere».
Il trasferimento negli Stati Uniti fu anche dettato dal fatto che aveva ottenuto
un insegnamento in una Università americana.
«Al Sarah Lawrence College. Un incarico che non lasciò segno. Non sembra che la
Yourcenar abbia molto amato l'insegnamento e, di conseguenza, non fu con ogni
probabilità una docente apprezzata e seguita. Dopo aver abitato in vari luoghi,
insieme a Grace Frick, cercherà una casa nel Maine, a Mount Desert, ove
trascorrere la maggior parte del tempo. La casa prese il nome di “Petite
Plaisance” e oggi contiene la ricchissima libreria della Yourcenar ed è
visitabile in alcuni periodi dell'anno. Nel 1952 il grande successo e, da
allora, una vita dedita alla scrittura, alle letture, alla corrispondenza. È
noto inoltre il suo amore per la natura, i cani, la difesa delle foche, la
sensibilità verso i problemi ecologici del pianeta. Infine l'insediamento, come
prima donna, tra gli “immortels” dell'Académie Française».
Nel '79 muore Grace Frick.
«Fra quell'anno e il 1986, quando, a New York, in seguito a una polmonite ultimo
esito dell'Aids, muore anche Jerry Wilson (compagno delle sua peregrinazioni
dopo la scomparsa della Frick; ndr), la Yourcenar ritroverà il suo spazio
prediletto, quello del viaggio. E viaggiò fino alla fine, anche se, negli ultimi
tempi, a causa della malattia, il desiderio si era affievolito tanto da farle
dire: “On ne meurt que de chagrin” (Non si muore che di tristezza, ndr.)».
Poi ci sono i viaggi nella storia. Come si potrebbe definire il metodo della
Yourcenar?
«Lo definisce lei stessa nei “Carnets” sulla composizione delle “Memorie di
Adriano”: “Ai nostri giorni – scrive – il romanzo storico non può che immergersi
in un tempo ritrovato, una presa di possesso di un mondo interiore”. Il metodo:
«Tout apprendre, tout lire, s'informer de tout» (Tutto apprendere, tutto
leggere, informarsi di tutto); e quindi “cercare di rendere la loro vita a
questi volti di pietra”, “cercare di leggere un testo del II secolo con gli
occhi, con l'anima, con i sensi del II secolo; […] cercare di distruggere quegli
strati che si sono accumulati fra noi e loro”. Qualunque cosa si faccia, ammette
la Yourcenar, “si ricostruisce un monumento a modo proprio ma perlomeno è già
molto se si impiegano pietre autentiche”».
Come vedeva il rapporto fra storia e romanzo?
«Trovava abbastanza strano fare una distinzione fra storico e romanziere. Lo
storico non è obbligato a penetrare nell'interiorità di una persona per farla
rivivere. Il romanziere deve cercare di identificarsi il più possibile con il
personaggio storico e eliminare dalla sua descrizione tutte le conoscenze di cui
questi non poteva disporre. Il romanzo storico è presa di possesso di un mondo
interiore facendo il “silenzio in se stessi”, facendo “tacere il proprio
pensiero”. Per questo la Yourcenar ha dato la parola all'imperatore in persona.
Nella redazione dei “Mémoires”, la Yourcenar ha cercato di abolire la distanza
che la separava da un uomo del II secolo. In un saggio pubblicato anni dopo il
romanzo, “Le Temps ce grand sculpteur”, ella considera il tempo come il vero
scultore che imprime all'opera d'arte la sua bellezza profonda, cosicché il
lavoro dell'artista diventa quasi trascurabile. Naturalmente questa sua
concezione del romanzo storico potrebbe – alla luce, ad esempio, di quanto ci ha
insegnato la Scuola degli Annales in Francia – essere messa in discussione».
Oltre che nell'Impero del II secolo la Yourcenar viaggiò nell'Europa del
Rinascimento, della Riforma, tra Leonardo, Paracelso, Erasmo da Rotterdam,
Copernico, Cardano.
«Nel primo capitolo della prima parte (“La vita errante”, ndr) dell'“Opera al
nero”: “le Grand Chemin”, i due viaggiatori, Zenone e il cugino Henri Maximilien,
dopo lunga discussione, prendono strade diverse. «Vado verso le Alpi – disse
Henri Maximilien. Io – disse Zénon – verso i Pirenei». E aggiunge: «La vita mura
i folli e apre un pertugio ai saggi. Di là dalle Alpi, l'Italia. Di là dai
Pirenei, la Spagna. Da una parte il Paese di Pico, dall'altra quello di Avicenna.
[…] Chi sarà tanto insensato da morire senza aver fatto per lo meno il giro del
proprio carcere? Lo vedi, fratel Henry, sono davvero un pellegrino. La strada è
lunga, ma io sono giovane».
Vincenzo Guercio
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Hospes comesque
Corpo, facchino dell'anima, in cui sperare forse
sarebbe vano, amato corpo, più che non amarti;
cuore in un vivente ciborio trasmutato;
bocca senza fine tesa alle più nuove esche.
Mari dove si può vogare, sorgenti dove si può bere;
frumento e vino misti al banchetto rituale;
alibi del sonno, dolce cavità nera;
inseparabile terra offerta a tutti i nostri passi.
Aria che mi colmi di spazio e di equilibrio;
brividi lungo i nervi; spasmi di fibra in fibra;
occhi sull'immenso vuoto per poco tempo aperti.
Corpo, vecchio mio compagno, noi moriremo insieme.
Come non amarti, forma a cui io somiglio,
se è nelle tue braccia che stringo l'universo?
Ragazza
Le tue mani calde, morbide scintille,
vanamente sfiorano la mia solitudine;
il tuo piacere non è per me che un compito;
il disdegno presiede ai miei favori
Il frutto banale dove diamo morsi
pende al recinto dell'abitudine;
trucco male la mia ebetudine
del fresco carminio di abbandoni.
Senza che io avverta la tua forza,
non stringe che un'assente la tua smania;
il cuore sogna distratto o s'addormenta.
Come una fanciulla i suoi denari,
sul confine del cielo, alcova d'oro,
i miei occhi pensosi contano gli astri.
Ermafrodito
Compimento unico e doppia voluttà,
la sua delizia immobile è al centro delle cose;
sessi, spirito e carne, effetti brevi, lunghe cause,
il multiplo instabile si fissa nell'unità
In questo frantumarsi che è la realtà,
gli esseri divisi in lui si ricompongono;
il dolce mostro perfetto s'è steso sulle rose;
il desiderio è scultore, e il piacere scolpito.
La felicità si riassume nella sua carne liscia e dura;
il bel marmo allungato non è che un bacio che dura;
sette note congiunte hanno fuso due accordi.
E chiudendo i suoi occhi di penombra e di fiamma,
nel tenero abbraccio di un dio che sarebbe donna,
propone al desiderio l'enigma del suo corpo.