GIOVANNI TESTORI (1923 - 1993)
Lui-Guidemagazine
di dicembre 2004
DOSSIER
Un ricordo di Giovanni Tesori (1923-1993)
DIGNITA' DI UN "PECCATORE"
L'immaginario omoerotico nel teatro di un grande artista cattolico
di Roberto Schena
Un omosessuale che preferì la religione ai movimenti di liberazione sessuale.
Non amò né la sinistra, né il "popolo gay". Eppure, portò
come nessun altro l'omosessualità a teatro, scandalizzando schiere di
benpensanti. Un personaggio che i gay non possono e non devono dimenticare.
Scrittore e soprattutto drammaturgo grandissimo, tuttavia difficilissimo da
trattare. Giovanni Testori rappresenta infatti il massimo avvicinamento della
cultura cattolica a un'idea laica della vita, ma solo nel ventennio che va da
papa Giovanni XXIII a Paolo VI (1958-1978), salvo compiere notevoli passi
indietro con l'avvento dell'ultraconservatore Wojtyla e presentarsi
pubblicamente come un omosessuale "peccatore", quasi un eretico
pentito.
In realtà, Testori non si è mai
tradito, nemmeno gli è mai stata domandata un'abiura. Semplicemente, non ama il
laicismo. Non crede nei "movimenti della liberazione" prodotti in
quegli anni inquieti, quando tutte le istituzioni erano sottoposte a continua
contestazione. Più precisamente, durante gli anni '60 e '70 non vede una nuova
civiltà avanzare con i cortei
tenuti ogni sabato da decine di migliaia di giovani con l'effige di Che Guevara,
condotti a frequenti scontri di piazza; non approva il marxismo dilagante di
allora, anzi, lo teme, lo denuncia, vi si oppone con tutte le sue forze. Non
vede nelle conquiste laiche del divorzio e dell'aborto un avanzamento sociale. E
non cede a nessun "pifferaio magico", nemmeno ai più osannati
intellettuali interpellati dai media. Testori preferisce percorrere il suo tempo
a bordo di una sorta d'ambulanza lanciata controcorrente a sirene spiegate,
proprio là dove tutti pensano sia sbagliato andare.
Giustamente considerato uno dei massimi scrittori e drammaturgi italiani del
'900, resta sempre fedele alla "tradizione", al popolo, al
cristianesimo millenario. Odia l'assenza di spiritualità nelle nuove
generazioni, il loro materialismo pratico e ideologico, odia soprattutto le
rivoluzioni, anche se poi egli stesso ne introduce con convinzione una nei temi
teatrali, nello stile. Non è certo un autore che può essere rappresentato in
parrocchia; è a buon diritto cattolicissimo, ma quasi tutte le sue opere
restano troppo imbarazzanti per prelati e comuni fedeli, dato l'uso
spregiudicato del linguaggio e il ricorso al nudo maschile integrale. Eppure,
con la comparsa del movimento gay sulla scena mondiale, non cede all'incanto
della liberazione sessuale: fornendo un'enorme prova d'umiltà, non c'è nulla
nell'omosessualità del grande scrittore che possa essere ricondotto a un senso
anche minimo dell'orgoglio, né personale, né tanto meno pubblico. E nemmeno
dell'autostima.
Si direbbe, invece, che per Testori la sua omosessualità sia soltanto un mezzo
per misurare tutta la lontananza da Dio, perfino quanto sia possibile
precipitare nella degradazione. D'altra parte, il problema del rapporto con Dio
è posto da Testori in modo estremamente drammatico: per Testori l'offesa a Dio,
l'insulto a Dio è una costante del comportamento di ognuno e lo choc che egli
vuole provocare tramite la sua testimonianza letteraria e teatrale tocca ogni
genere di relazione. Non c'è nulla di omofobo, nulla da ricondurre alla
condanna ecclesiastica dell'omosessualità. Se egli fosse stato eterosessuale
avrebbe dipinto con toni analoghi anche questo tipo di orientamento. In realtà,
nella sua opera non si salva mai nessuno: la famiglia, l'amicizia, la politica,
la tecnologia, le relazioni interiori, individuali e sociali, tutto è
infernale. L'Autore trasmette il senso più profondo dell'errore, vuole mostrare
tutta la distanza fra il divino e la sua creatura. Agli uomini non resta che
chiedere perdono e sperare nella salvezza di Cristo.
Si comprendono quindi il suo contraddittorio interesse per la cultura laica, il
rifiuto di aderire alla sinistra, l'adesione a Comunione e liberazione nel
periodo woytjlano, gli articoli polemici diretti a una sinistra "globalista",
che crede di sapere tutto e di poter offrire una risposta a chiunque. A Testori
piace la chiesa perché, a suo dire, a differenza delle ideologie, non spaccia
illusioni, non altera la cognizione del dolore, non promette la felicità. Non
almeno su questa terra.
Tutto questo non gli ha certo impedito di frequentare, finché ne ha avuto le
forze, molte decine d'uomini e di bei ragazzi, di cui andava pazzo, come egli
stesso ha candidamente confessato in un'intervista poco prima di passare a
miglior vita.
Testori è un vero e proprio caso letterario, da inquadrare nell'isolamento
degli intellettuali omosessuali. La sua enorme forza poetica, letteraria e
teatrale, ha contenuti decisamente moderni e "scandalosi": egli è
stato il primo autore gay italiano a portare, con grande coraggio,
l'omosessualità sulla scena, in un periodo in cui, soprattutto a cavallo degli
anni '50-'70, non solo tutti gli stati socialisti perseguitavano gli
intellettuali omosessuali rinchiudendoli o nei lager o in manicomio, ma l'intera
sinistra europea, socialista e comunista, era fortemente omofoba, possibilmente
ancora più moralista e bigotta delle chiese cristiane, protestante, ortodossa o
cattolica che fosse. E quanto più la sinistra era radicale, perentoria nei
principi materialisti, tanto più manifestava il suo odio per la cosiddetta
"libera coscienza sessuale", che poi in pratica era esclusivamente di
rinforzo eterosessuale.
A differenza di Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti, che non cessarono mai di
sperare nell'evoluzione della sinistra, aiutati in questo dalla frequentazione
degli ambienti letterari e artistici della capitale e di Cinecittà in
particolare, Testori rimase sempre a Milano, dove i circoli intellettuali più
evoluti erano invece legati al cattolicesimo degli umili e del dialogo,
illuminato da Cesare Beccaria, dai fratelli Verri e Alessandro Manzoni, in una
Lombardia che aveva espresso i due papi del Concilio Vaticano II, Roncalli (bergamasco)
e Montini (bresciano). Quando all'inizio degli anni '70, per reazione al
dilagare del marxismo, nascerà Comunione e liberazione, le cose non sono molto
cambiate nella sinistra; Pasolini compie fatiche sovrumane per tentare di farle
comprendere gli errori macroscopici in cui sta cadendo, soprattutto riguardo il
pensiero sulle relazioni sessuali; Pasolini era allora aiutato in pratica dal
solo partito radicale.
Alla sua morte, nel 1975, la sinistra socialista, comunista ed extraparlamentare
era ancora in massima parte terribilmente conformista e omofoba. E i suoi
detrattori più noti di allora erano nomi che oggi non dicono più nulla.
Scomparsi dalla storia.
Testori, che prova grande ammirazione per Pasolini, resta profondamente scosso
dalla sua morte violenta; in uno straziante, splendido, articolo di
commemorazione (che pubblichiamo in queste pagine) si identificherà in quello
che, a suo avviso, resta il dato biografico più drammatico del regista
friulano: la solitudine.
Sesso e religione
SCANDALOSO AUTORE
Testori e Pasolini sono i due autori che hanno più subito interventi censori
Da tutti i suoi testi - che difatti offrono ancora oggi numerosi spunti
scandalosi per i benpensanti - emerge con netta chiarezza che Testori sapeva
benissimo cosa significasse recarsi a cercare qualcuno la notte nei parchi o nei
cessi, innamorasi perdutamente di un individuo del proprio sesso, dedicarsi al
sesso anche nei modi più sfrenati, giocare con il pene o con l'ano del partner,
con il reciproco sperma. E decine sono i suoi disegni di nudo, anche
"osceno", per non parlare del linguaggio "scurrile" che
accompagna intere decine di pagine.
Anzi. L'immaginario omosessuale entra pesantemente in parecchi testi. Come nota
Francesco Gnerre, Testori e Pier Paolo Pasolini sono i due autori che hanno più
subito interventi censori. La dicotomia fra ciò che lo scrittore è e quello
che scrive è quindi solo apparente. Proprio vivendo fino in fondo la sua
omosessualità e potendola così descrivere gli è stato possibile raggiungere
la fama e diventare un autore tanto apprezzato. Di certo, non poteva
"odiare" la ragione della sua fortuna e anche se scomparve prima che
si parlasse di unioni civili, non ebbe scrupoli di coscienza nel nominare il suo
compagno, Alain Toubas, erede universale. Come al solito, tutte le biografie
ufficiali tendono a rimuovere la sua omosessualità.
Testori fece scandalo per aver introdotto personaggi gay in "La Gilda del
Mac Mahon " (1959) e nella censuratissima pièce teatrale
"L'Arialda" (1960). Nelle rime "Nel tuo sangue" c'è una
serie di riferimenti sessuali al Cristo in croce. Addirittura ci sono splendide
allusioni a una fellatio praticata da Giovanni a Cristo:
"S'è avvicinato al Tuo ventre
T'ha sfiorato,
baciato
Cosa volevi di più?
Nessuno
è stato amato così".
E ancora:
"Se ti chiedessi
di stringerti a me
d'aprire la bocca
incrostata di sangue;
se Ti chiamassi
come si chiama un amante,
resteresti,
fuggiresti da me?
Rispondi.
Non è una diffida.
E' l'ultimo dado da trarre,
è l'ultima sfida".
Testori fu sempre inspiegabilmente protetto dalla Chiesa. Anche quando
realizzava piccanti esposizioni pittoriche con ritratti di giovanotti muscolosi
nudi, primi piani ingigantiti di chiappe aperte ed enormità anatomiche con
titoli quali "Composizione" o "Studio", la chiesa, almeno
ufficialmente, non ha mai avuto nulla da ridire. Davanti all'arte sa ancora
tacere.
Chi è Giovanni Testori
UNA VITA AVVENTUROSA
Fu scrittore, drammaturgo, pittore, critico d'arte, poeta, regista, attore
.
Giovanni Testori, nato il 12 maggio del 1923 a Novate Milanese, già
a 17 anni collabora ad alcune riviste con articoli di critica d'arte
contemporanea. Nasce una stretta amicizia con i pittori di Corrente, tra cui
Guttuso, Morlotti, Treccani e Cassinari.
Spetta a Vittorini il merito di averlo lanciato come scrittore, pubblicando nel
1954 la sua prima opera di narrativa, "Il dio di Roserio". Segue il
ciclo de "I Segreti di Milano" che si apre con le due raccolte di
racconti
"Il ponte della Ghisolfa" e "La Gilda del Mac Mahon", in cui
il 31enne critico d'arte Testori, racconta una Milano periferica, povera e
umana.
Gli anni 60 sono segnati dal sodalizio con Luchino Visconti: tre racconti de
"Il ponte della Ghisolfa" costituiscono l'ossatura della sceneggiatura
di "Rocco e i suoi Fratelli". Al nome del Piccolo Teatro invece è
legato il primo grande esordio come drammaturgo: "La Maria Brasca" fu
portata in scena nel 1960 con la regia di Mario Missiroli e una straordinaria
Franca Valeri. Visconti gli curerà poi la regia di due opere:
"L'Arialda" (1960), e "La Monaca di Monza" (1967). Fu
proprio lo scandalo per la presunta oscenità de L'Arialda a far conoscere
Testori al grande pubblico. L'allora presidente della provincia di Milano era
perfino sceso in campo per chiedere a gran voce di proibire la rappresentazione,
contestata da fascisti e bigotti.
Gli anni 70 si aprono al Salone Pier Lombardo: Franco Parenti, a partire dal
1972, porta in scena la trilogia degli Scarrozzanti (Ambleto, Macbetto ed Edipus)
e i "Promessi sposi alla prova", con regia di André Ruth Shammah.
Nel 1977 la morte della madre segna l'inizio di una nuova fase, segnata dal
monologo "Conversazione con la morte", portato in scena dallo stesso
Testori l'anno seguente. L'incontro con la Compagnia dell'Arca di Forlì porterà
alla messa in scena di "Interrogatorio a Maria (1978)", "Factum
Est (1981)" e "Post Hamlet (1983)".
Dal 1975 inizia la collaborazione con il Corriere della Sera: dopo alcuni
articoli di critica d'arte ed editoriali d'argomento etico, Testori prende il
posto di Pasolini come commentatore controcorrente e dal 1978 è responsabile
della pagina artistica.
Gli anni 80 sono invece nel segno di Franco Branciaroli: con l'attore e con il
regista Emanuele Banterle, Testori fonda la Compagnia degli Incamminati.
Tra i momenti culminanti del rapporto Testori-Branciaroli c'è "In exitu
(1988)", con la memorabile rappresentazione alla Stazione Centrale di
Milano e "Verbò (1989)", testo basato sull'intreccio del rapporto
Rimbaud-Verlaine, andato in scena al Piccolo Teatro con Branciaroli e lo stesso
Testori. Nel 1991 si ammala di un tumore che lo costringe per molti mesi in
ospedale,
fino alla morte avvenuta il 16 marzo 1993. Tra le ultime opere, "I Tre
lai", sorta di testamento letterario, in cui l'autore dipinge in tre
monologhi (sorta di terna dantesca) la vita di Cleopatra, Erodiade e la Madonna.
Un articolo del 1975
A RISCHIO DELLA VITA
Così Giovanni Tesori commentò Pasolini
di Giovanni Testori
Sull'atroce morte di Pasolini s'è scritto tutto; ma sulle ragioni per cui
egli non ha potuto non andarle incontro, penso quasi nulla. Cosa lo spingeva, la
sera o la notte, a volere e a cercare quegli incontri? La risposta è complessa,
ma può agglomerarsi, credo, in un solo nodo e in un solo nome: la coscienza e
l'angoscia dell'essere diviso, dell'essere soltanto una parte dl un'unità che,
dal momento del concepimento, non è più esistita; insomma, la coscienza e
l'angoscia dell'essere nati e della solitudine che fatalmente ne deriva. La
solitudine, questa cagna orrenda e famelica che ci portiamo addosso da quando
diventiamo cellula individua e vivente e che pare privilegiare coloro che, con
un aggettivo turpe e razzista, si ha l'abitudine di chiamare
"diversi".
Allora, quando il lavoro è finito (e, magari, sembra averci ammazzati per non
lasciarci più spazio altro che per il sonno e magari neppure per quello);
quando ci si alza dai tavoli delle cene perché gli amici non bastano più;
quando non basta più nemmeno la figura della madre (con cui, magari, s'è
ingaggiata, scientemente o incoscientemente, una silenziosa lotta o intrico
d'odio e d'amore) e si resta lì, soli, prigionieri senza scampo, dentro la
notte che è negra come il grembo da cui veniamo e come il nulla verso cui
andiamo, comincia a crescere dentro di noi un bisogno infinito e disperante di
trovare un appoggio, un riscontro; di trovare un "qualcuno"; quel
"qualcuno" che ci illuda, fosse pure per un solo momento, dl poter
distruggere e annientare quella solitudine; di poter ricomporre quell'unità
lacerata e perduta.
Gli occhi, quegli occhi; la bocca, quella bocca; i capelli, quei capelli; il corpo, quel corpo; e l'inesprimibile ardore che ogni essere giovane
sprigiona da sé, come se in esso la coscienza di quella divisione non fosse ancora avvenuta, come se lui, proprio lui, fosse l'altra parte che da sempre
ci è mancata e ci manca. Mettere dl fronte a queste disperate possibilità e a queste disperate speranze il pericolo, fosse pure quello della morte, non
ha senso. Io penso che non s'abbia neppure il tempo per fare d" questi miseri calcoli; tanto violento è il bisogno di riempire quel vuoto e di
saldare o almeno fasciare quella ferita.
Del resto, chi potrebbe segnalarci che dentro quegli occhi, dentro quella bocca, quei capelli e quel corpo, si nasconde un assassino? Nella mutezza
del cosmo queste segnalazioni non arrivano; e anche se arrivassero, torno a ripetere che il bisogno di vincere quell'angoscia risulterebbe ancora più
forte e ci vieterebbe d'intendere. Si parte; e non si sa dove s'arriva. Per sere e sere, una volta avvenuto l'incontro, l'illusione riprecipita in se
stessa. Ma nella liberazione fisica s'è ottenuta una sorta di momentanea requie; o pausa; o riposo. La sera seguente tutto riprende; giusto come
riprende il buio della notte. E così gli anni passano.
La distanza dal punto in cui l'unità perduta è diventata coscienza si fa
sempre maggiore, mentre sempre minore diventa quella che ci separa dal
reingresso finale nella "nientità" della morte; e dalle sue
implacabili interrogazioni. Le ombre, allora, s'allungano; più difficile si
rende la possibilità che quell'incontro infinite volte cercato, finalmente si
verifichi; più difficile, ma non meno febbricitante e divorante. La vicinanza
della morte chiama ancora più vita; e questo più o troppo di vita che
cerchiamo fuori di noi, in quegli incontri, in quegli occhi, in quelle
labbra, non fa altro che avvicinare ulteriormente la fine. Così chi ha voluto
veramente e totalmente la vita può trovarsi più presto degli altri dentro le
mani stesse della morte che ne farà strazio e ludibrio. A meno che il dolore
non insegni la "via crucis" della pazienza. Ma è una cosa che il
nostro tempo concede? E a prezzo di quali sacrifici, dl quali attese o di
quali terribili e sanguinanti trasformazioni o assunzione di quegli occhi e di
quelle labbra?