TENNESSEE WILLIAMS (1911 - 1983)
di Aridea Fezzi Price - giovedì 14 giugno 2007, 07:00
Confessore e inquisitore al tempo stesso, per mezzo secolo Tennessee Williams
consegnò al diario i pensieri più privati, annotando paure, ossessioni e
contraddizioni, passioni e tormenti che tenterà di ricomporre nelle sue opere.
«Tenere un diario è consuetudine dell’uomo solitario - scriveva -, essa tradisce
i vizi dell’introspezione e dell’isolamento sociale, anche un certo narcisismo».
Ma per lo scrittore costituiva una conferma della «continuità della propria
persona, del legame fra l’io passato e l’io presente, e la confortante certezza
che la disperazione, le sconfitte, le delusioni siano soverchiate da pagine e
pagine di nuove esperienze fino all’estinzione del proprio essere». Fra il 1936
e il 1981, con una sfortunata interruzione di vent’anni, egli trasferì la sua
voce più autentica in una quantità di taccuini riempiti ossessivamente, un po’
ovunque, in America e in Europa.
Inediti fino a oggi, sono ora pubblicati a cura di Margaret Bradham Thornton in
Notebooks - Tennessee Williams (Yale University Press, pagg. 828), un volume
ampiamente annotato che rimarrà il più spontaneo e icastico autoritratto dello
scrittore. Sono pagine in cui parla «di sé a se stesso», in cui assieme alle
virtù - «sono buono, affabile, modesto, comprensivo, tollerante e sensibile» -
riconosce i difetti - «sono egocentrico, di un’introspezione morbosa, sensuale,
miscredente, indolente, pavido, vigliacco». Buttati giù a matita, in uno stile
incurante e diretto, «così, semplicemente come i cattolici parlano al prete
attraverso la grata del confessionale», i pensieri registrano i sentimenti di
inadeguatezza, la solitudine, l’ansia, il panico e l’inquietudine che non gli dà
tregua, «mai, mai in tutta la vita conoscerò il significato della pace».
Ogni sensazione, ogni tensione è annotata con precisione quasi maniacale.
All’inizio sono le emicranie, i giramenti di testa, le ginocchia tremule, le
strane fitte al collo, per non parlare di tutti i sintomi della tubercolosi, che
anticipano una vita di ipocondria. Il bollettino medico continua negli anni,
fino a quando, tormentato dai «demoni blu», come chiama la sua nevrosi, ingoia
ogni sorta di barbiturici e anfetamine, mentre l’alcol lo soccorre già di primo
mattino.
Una cosa soprattutto cerca di annientare in se stesso: il malessere che gli crea
la sua omosessualità, il rimorso per la carenza di «mascolinità». «Devo essere
un uomo e non una lagnosa femminuccia», si esorta. Riflettendo sull’opera di
Shakespeare, scrive: «Scommetto che era un uomo con le palle, e non una dannata
sissy». Obbediente all’educazione puritana della madre, represse i suoi istinti
gay fino ai trent’anni, quando si abbandonò a ogni sorta di eccessi
nell’anonimato di Manhattan, Brooklyn e New Orleans. E appunto di una vita di
eccessi, nel privato e nel lavoro, i diari sono la testimonianza più schietta,
fin dalle prime pagine in cui emerge il giovane idealista che bombarda di
poesie, racconti e commedie i concorsi letterari, che vede nella scrittura la
sola possibilità di sopravvivere all’oppressione di un ambiente familiare
angusto, afflitto dai rancori fra padre e madre e dalla crescente instabilità
mentale dell’adorata sorella Rose, musa delle sue opere più toccanti.
«La mia situazione è così disperata che oggi vedo solo due vie d’uscita: la
morte o il suicidio», scrive nel 1936. Poi si consola commentando gli scrittori
che ammira: «la prosa eccellente» di Cecov, «l’infallibile scintilla» di
Strindberg, «le sfrontate esagerazioni più reali della realtà» di Faulkner, e
infine Joyce: «un raro caso di talento lirico dominato dall’intelletto».
Era nato nel 1911 nel Mississippi col nome di Thomas Lenier Williams, ma nel
1938 lo cambiò in Tennessee Williams, duraturo omaggio al suo legame con il Sud
degli Stati Uniti. E, deciso a sfondare come scrittore, annota nel diario: «la
mia prossima pièce sarà semplice, diretta e terribile - un’immagine del mio
cuore - senza artifici, solo la verità come io la vedo, distorta come io intendo
la distorsione, tenera come lo sono io, sarà tutto me stesso senza occultamenti
o evasioni». Sarà insomma, conclude, «un assalto frontale alla vita, senza paura
e senza vergogna». I personaggi più travolgenti delle sue pièces sono tutte
proiezioni di sé o della sua famiglia, e non a caso gli anni più affascinanti,
in questi diari avvincenti, sono quelli che precedono e accompagnano i suoi due
primi trionfi teatrali, Zoo di vetro (1945) e Un tram che si chiama desiderio
(1947).