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GIOVANNI ANTONIO BAZZI DETTO "IL SODOMA"
di Giovanni Dall'Orto
"Babilonia" n. 146, luglio-agosto 1996, pp. 74-76
Si potrebbe meglio intitolare
"L'occasione perduta del Sodoma" il pur pregevole saggio che Roberto Bartalini
ha appena pubblicato su un pittore noto forse più per il suo soprannome
che per le sue opere: Giovann'Antonio Bazzi, detto "il Sodoma" (1477-1549)
(1).
Un
saggio scrupoloso, documentato, ricco di illustrazioni, attento al più
aggiornato dibattito critico e filologico, e che ha il pregio di fare (alla
buon'ora!) il punto su un artista sin qui studiato meno di quanto meritasse,
anche per colpa del suo imbarazzante soprannome. Ma anche un saggio che
di fronte alla questione che è la ferita sempre aperta per gli studiosi
del Bazzi (la sua omosessualità) sceglie il silenzio imbarazzato
(c'è giusto qualche allusioncina qua e là) evitando la scelta
più logica di fare chiarezza una volta per tutte, trasformando una
buona volta l'omosessualità del Bazzi in un semplice e banale dettaglio
biografico in mezzo a molti altri dettagli.
Bartalini tace, fingendo
di non sapere che la prima cosa che si chiede la gente di fronte al Sodoma
è: "Come mai ha quella razza di soprannome?". Tacendo, Bartolini
svela il suo panico di fronte alla prospettiva di dare (finalmente) la
risposta ovvia e banale che gli avrebbe permesso di tagliar corto con la
questione: "Il Sodoma era chiamato così perché era omosessuale".
Ebbene sì: purtroppo
gli accademici italiani sono ancora follemente omofobi e, ahimè,
lo sono mille volte di più proprio in quei settori, come l'arte,
(sovrap)popolati da ricercatori omosessuali, i quali avendo tutti la coda
di paglia obbligano se stessi e i colleghi (Bartalini incluso) a non discutere
mai ciò che essi stessi hanno terrore a discutere con gli altri.
Fatica sprecata. Il fatto
che nella vita reale il nome del Sodoma conta ancora più dell'opera
è stato brillantemente dimostrato (ammesso che ce ne fosse bisogno)
dalla recensione quasi fantascientifica al libro di Bartalini apparsa su
"La stampa" (2), che si angoscia a spiegare che il Sodoma non era e non
poteva essere un om... quella robaccia lì che il soprannome potrebbe
far pensare. E le testimonianze contrarie? Tutte calunnie e falsità,
ovviamente.
"Fermiamoci noi un attimo
su quel singolare soprannome, che pure gli provocò non pochi guai",
gigioneggia il recensore. "(...) Vasari, nelle Vite, s'impegna a ricoprire
di insulti e di calunnie il meschino pittore, ribattezzato anche "il Mattaccio".
(...) Enzo Carli, (...) avanza [l'ipotesi, NdR] che Sodoma deriverebbe
dal toscanizzarsi del suo intercalare vercellese di "su 'nduma", ovvero
"su andiamo"; od anche "so domà", io so domare, con riferimento
alla sua mania dei palii" (3).
Su 'nduma, so doma': tutto
fuorché "Sodoma"! Quale prova migliore del fatto che una "sana e
robusta costituzione eterosessuale" è requisito obbligatorio per
ottenere il lasciapassare per la cultura eterosessuale, cioè la
sedicente "Cultura senza aggettivi"? ("Senza gli aggettivi" degli altri,
ovviamente: a quelli suoi ci tiene, eccome!).
Sfruttiamola allora noi,
l'occasione, concentrandoci su quanto il saggio di Bartalini ha, diciamo
così, "dimenticato"...
Con un soprannome come quello,
è impossibile non sospettare di gusti omosessuali il Sodoma.
Eppure
da un secolo in qua lo sport preferito dei critici d'arte è proprio,
come
abbiamo visto, escogitare scuse per negare.
Eppure esiste la la testimonianza
esplicita del Vasari sull'origine del suo soprannome: "Era oltre ciò
uomo allegro, licenzioso, e teneva altrui in piacere e spasso, con vivere
poco onestamente; nel che fare, però che [dato che] aveva sempre
attorno fanciulli e giovani sbarbati, i quali amava fuor di modo, si acquistò
il sopranome di Soddoma, del quale, non che si prendesse noia o sdegno,
se ne gloriava, facendo sopra esso stanze e capitoli [composizioni poetiche]
e cantandogli in sul liuto assai commodamente" (4).
Eppure esiste un racconto
(liquidato come "calunnia" da Vallora), sempre del Vasari, della spudoratezza
con cui il Bazzi si faceva bandiera del suo soprannome: "Mentre dunque
che faceva quell'opera, avendo menato seco a Fiorenza un caval barbero,
lo messe a correre il palio di san Barnaba, e come volle la sorte corse
tanto meglio degl'altri, che lo guadagnò.
Onde, avendo i fanciulli
a gridare come si costuma dietro al palio et alle trombe il nome o cognome
del padrone del cavallo che ha vinto, fu dimandato Giovan Antonio che nome
si aveva gridare, et avendo egli risposto Soddoma, Soddoma, i fanciulli
così gridavano.
Ma avendo udito così
sporco nome certi vecchi da bene, cominciarono a farne rumore et a dire:
"Che porca cosa, che ribalderia è questa, che si gridi per la nostra
città così vituperoso nome?". Di maniera, che mancò
poco, levandosi il rumore, che non fu dai fanciulli e dalla plebe lapidato
il povero Soddoma, et il cavallo e la bertuccia che avea in groppa con
esso". (5)
Chiamatela se volete calunnia;
resta il fatto che questa testimonianza mostra che i contemporanei del
Sodoma nulla sapevano delle strane spiegazioni dei critici d'arte odierni:
foss'anche per calunniare, per loro quel nome aveva solo un significato,
bello chiaro e "vituperoso". Spicca ancor di più, a questo punto,
la sfrontatezza, direi quasi "l'orgoglio gay", con cui Bazzi nel 1531 firmò
una dichiarazione dei redditi a Siena con il nome di "Sodoma Sodoma derivatum
M. Sodoma". (6)
Da questo punto di vista
il caso del Bazzi somiglia a quello di Brunetto Latini: se Dante non ci
avesse spifferato che era un sodomita, nessuno si ricorderebbe di lui,
ma poiché Dante accusandolo di sodomia l'ha anche reso celebre,
generazioni di studiosi si sono affannate a negare che fosse sodomita:
una "celebrità" non potrà giammai essere un sozzo frocio,
e viceversa.
Così il Bazzi. Il
Sodoma è un pittore che ci ha sì lasciato alcuni capolavori,
ma che ha anche avuto la sfortuna d'essere contemporaneo di pittori del
taglio di Raffaello, che rendono automaticamente "minori" tutti coloro
che non sono al loro livello (e Bazzi non lo è).
Perciò se oggi il
nome del Sodoma è orecchiato al di fuori delle ristrette cerchie
di storici dell'arte, è soprattutto perché il suo soprannome
lo svela come omosessuale, fatto questo che suscita sempre qualche prurito
ai più. E poiché ciò lo rende in qualche modo "celebre",
scatta allora il riflesso condizionato che spinge gli esperti a negare
a qualsiasi costo l'evidenza...
Ecco ad esempio in qual
modo Enzo Carli, nominato anche nel già citato articolo de "La stampa",
s'arrampica spudoratamente sui vetri per negare l'evidenza: "Incerta e
discussa è l'origine del soprannome "Sodoma" (...): sembra tuttavia
da escludere che alludesse ai costumi dell'artista, il quale, per quanto
di temperamento estroso, bizzarro e spregiudicato, condusse vita moralmente
irreprensibile. (...) Il soprannome (...) era probabilmente <sic!> lo
pseudonimo scherzoso che l'artista aveva adottato, o che gli era stato
imposto, secondo l'uso del tempo, in qualche congrega o accademia, e, secondo
una congettura abbastanza plausibile, sembra che derivasse da un faceto
fraintendimento toscano di un suo intercalare in dialetto piemontese ("su'nduma!"
= orsù, andiamo!)". (7)
Roba da non credere, vero?
E infatti guai a crederci, dato che i documenti storici raccontano tutta
un'altra storia. Cosa significasse in realtà il soprannome del Sodoma
lo svelano in modo inequivocabile due epigrammi latini di un suo contemporaneo,
Eurialo Morandi (secc. XV-XVI) pubblicati nel 1517. Il primo fa parlare
una statua di Lucrezia scolpita dal Sodoma (non pervenutaci):
La bella Venere mi concede
che io diventi viva/
affinché io ti distolga,
o Sodoma, dai teneri ragazzini". (8)
L'altro epigramma, in dialogo
fra la stessa statua e il poeta, è ancora più esplicito:
Il Sodoma è un sodomita
attivo ("Sodoma paedico est"): perché, Lucrezia, ti ha scolpita
in modo che pari viva?"./
"Perché così
userà le mie natiche al posto di quelle di Ganimede". (9)
Dopo questa testimonianza,
appare assai opportuna l'osservazione di Mario Masini: "tutti coloro che
si sono sforzati di purgare la memoria dell'artista della sua mala fama,
non hanno potuto servirsi che di argomentazioni indirette ed astratte,
senza riuscire a documentare l'infondatezza della chiara affermazione del
biografo contemporaneo <Vasari>. (...) Tutti coloro che si sono affannati
a fabbricare una dopo l'altra le ipotesi più bizzarre per spiegare
nei modi più strani e inaccettabili l'origine del nomignolo, hanno
giudicato con un criterio troppo lontano dalla morale di quel tempo". (10)
Credo che discutere oltre
sull'"origine" del soprannome del Sodoma sia, a questo punto, un passatempo
ozioso per omofobi sfaccendati.
Passiamo allora a discutere
delle opere del Bazzi, seguendo Masini che afferma: "Il Sodoma possedeva
una sessualità ardente la quale se fu causa della sua mala fama
costituì anche una fonte inesauribile di energia sublimata dall'estro
geniale. Quando la sua anima trabocca di desiderio escono dal suo pennello
opere eterne; scompaiono allora tutte le sue manchevolezze; egli penetra
le anime, illumina i volti di luce meravigliosa, avvolge le sue creature
di voluttà e di grazia. Egli è il pittore della carne che
freme: è allora che il suo pennello non teme rivali ed egli raggiunge
un grado di sincerità e di realtà che forse non toccò
mai nessun'altro artista tra i più grandi di quel tempo". (11)
Fra le opere che, a detta
di tutti, svelano le tendenze erotiche del pittore, due sono ritenute particormente
rivelatrici.
La
prima è alla Pinacoteca nazionale di Siena: si tratta del Cristo
alla colonna, un affresco strappato di cui rimane solo il torso ignudo.
Anche così si tratta di un capolavoro, plastico e armonioso... e
non solo.
Già nel 1786 il frate
Guglielmo Della Valle così lodava la bellezza e la sensualità
di quest'opera: "Non da altro fonte, se non da estro divino potè
Gio. Antonio trarre una forma così bella, e così sublime;
perché un complesso di parti così armoniose, e seducenti,
non si trova in natura. (...) La figura ha tutti i pregj <sic> della
perfetta gioventù, temperati dalla robustezza della virilità
più fiorita; ogni parte è perfetta nel suo genere, e il tutto
insieme è un cumulo di bellezze, e di perfezioni". (12)
In epoca più recente
Masini confermava il giudizio: "Ecco nel Cristo alla colonna, il dipinto
meraviglioso, esaltata la bellezza umana! Più che il divin Galileo
noi dobbiamo ammirare l'Apollo pagano; strano modo invero di rievocare
la mistica figura di Dio! Nel bellissimo torso ignudo c'è tutta
la perfezione della bellezza maschile, tutto il fascino della giovinezza
ardente, della forza e della grazia; le carni sembrano pulsare sul fondo
delle ombre calde e rosate. Il volto perfetto è soffuso di dolce
languori". (13)
La seconda opera che ha
suscitato i commenti dei più è il celeberrimo San Sebastiano
alla Galleria Palatina di Firenze, nato come stendardo per processione.
L'intento sensuale in questo
quadro è talmente smaccato da essere addirittura eccessivo, rendendo
"morbido, languido, sospiroso" (14) il santo legato ad un albero.
Secondo il solito Masini,
però, "Dove l'inspirazione sessuale assurge ad una vetta sublime
è nel capolavoro del pittore; quel San Sebastiano dipinto sul gonfalone
della confraternita è un inno eterno dove risulta tutto l'influsso
della sessualità nell'arte. Il decurione romano si trasforma in
un meraviglioso adolescente ignudo dolorante pei dardi infitti nelle bellissime
carni, il suo atteggiamento un po' manierato mette in luce le membra perfette
la cui bellezza suscita sensazioni troppo lontane dallo spirito cristiano.
Le braccia delicate, le spalle tondeggianti, le carni tenere e rosate sembrano
fatte per le carezze, non per il martirio (...).
Nell'espressione dello sguardo,
nell'atteggiamento del corpo che si abbandona, nel sospiro che esala dalle
labbra c'è il soffio ardente della sensualità che accarezza
tutte le membra stupende. L'espressione del dolore e dell'amore sono così
fuse insieme che è difficile discernere dove l'una svanisca, dove
l'altra si riveli. E' sorprendente come il Sodoma abbia intuito quello
che la psicologia moderna ha più tardi faticosamnte affermato: i
rapporti intimi e profondi, ma ancora misteriosi, tra l'amore e il dolore.
(15)
Persino il bigotto Carli
ammette: "è stata soprattutto la beltà efebica di questo
<san Sebastiano> a suscitare la fanatica ammirazione del pubblico e
di molti scrittori fino agli inizi di questo secolo e, per contrasto, le
riserve e le severe condanne della critica più recente. Eccessiva
la prima, ma ingiuste anche le seconde, in quanto entrambe insistono soprattutto
sul contenuto patetico della rappresentazione che, se pure incline ad un
certo languido sentimentalismo, si riscatta ampiamente nella mirabile realizzazione
pittorica". (16)
Questo basti, per quanto
riguaarda la pittura. Volendo, resterebbe altro da dire, ad esempio sui
due giovani seminudi sulla destra delle celebri Nozze di Alessandro e Rossana:
uno dei due è infatti probabilmente Efestione (amato da Alessandro)
nel ruolo del paraninfo (cioè l'amico che accompagnava lo sposo
fino alla camera nuziale facendogli luce con le fiaccole). Lo spazio mi
impone però di fermarmi qui.
Spero comunque di aver dimostrato
che la vicenda del Sodoma va al di là dei silenzi imbarazzati o
delle negazioni ipocrite a cui la critica d'arte ci ha fin qui abituati.
[5/6/1996]
NOTE
1) Roberto Bartalini, Le
occasioni del Sodoma, Donzelli editore, Roma 1996, L. 70.000.
2) Marco Vallora, Sodoma,
stravagante ma non licenzioso, "La stampa", 20 aprile 1996.
3) Ibidem.
4) Giorgio Vasari, Le vite
dei più eccellenti pittori, scultori e architetti [prima edizione:
1550], Rizzoli, Milano 1976, vol. 3, p. 964.
5) Giorgio Vasari, Op. cit.,
p. 971.
6) Il testo in Bartalini,
Op. cit, p. 10. Secondo Bartalini (e come dubitarne?) si tratta in realtà
di un falso.
7) Enzo Carli, voce: "Bazzi,
Antonio", in: Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'enciclopedia
Italiana, Roma, vol. 7, 1965, p. 327. Sulla questione del soprannome, non
attestato prima del 1513, vedi anche: Gustavo Frizzoni, Giovanni Antonio
de' Bazzi detto il Sodoma, "Nuova Antologia", XVII 1871, pp. 758-806, alle
pp. 782-785.
8) "Pro statuae Lucretiae
Sodomae": Eurialo Morandi, Epigrammatum libri duo, Semione de Nicolò
Cartolaio, Siena 1516, carte 12recto. Anche in Bartalini, Op. cit.,
p. 138.
Secondo Bartalini (ivi)
statua va qui tradotto con "pittura".
9) Ivi.
10) Mario Masini, Gli immorali
nell'arte: Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma, "Archivio di antropologia
criminale", XXXVI 1915, pp. 129-151 e 257-277 alle pp. 138-139. (Questo
è tutt'ora l'unico testo non reticente sull'omosessualità
del Sodoma).
11) Ibidem, p. 261.
12) Guglielmo Della Valle,
Lettere sanesi, Zempel, Roma 1786, "tomo ultimo", pp. 262-263 (vedine anche
le pp. 230, 234, 242-245).
13) Mario Masini, Op. cit.,
p. 263.
14) Così Federico
Zeri, L'inchiostro variopinto, Longanesi, Milano 1985, p. 133.
15) Mario Masini, Op. cit.,
pp. 263-264.
16) Enzo Carli, Op. cit.,
p. 330.