Pride, 01/2006
MEMORANDA:
Ombre su Cinecittà
(Ermanno Randi, 1920 - 1951)
di Giovanbattista Brambilla
Una
carriera fulminante. Il suo cammino era iniziato sui palcoscenici del varietà.
Fu Anna Magnani che, oculata, notandolo tra i ballerini della sua compagnia,
pensò che quel bel ragazzo potesse avere dei numeri come attore e suggerì di
fargli dire qualche battuta. Finì per recitare nella compagnia di Nino Taranto
ma la guerra troncò la sua carriera. Si arruolò come paracadutista e poi
combatté al seguito dell'Ottava Armata alleata sul fronte di Cassino. Finito il
conflitto iniziò a frequentare l'Accademia d'Arte Drammatica e poi entrò
nell'ambiente cinematografico, riuscendo ad ottenere delle piccole parti. Nel
1947 esordì con Caccia tragica di Giuseppe De Santis, continuò con
L'ebreo errante di Goffredo Alessandrini, a fianco di Vittorio Gassman (con
cui girerà altri due film) e Valentina Cortese. Poi, ottenne un ruolo più
importante, in Anni difficili di Luigi Zampa. Nel 1948, figura in Riso
amaro di De Santis, con Silvana Mangano. Il ruolo che gli dette più fama fu
ne Il fuorilegge di Aldo Vergano nel 1950. Subito dopo girò Lebbra
bianca di Enzo Trapani, con Amedeo Nazzari e in cui era sedotto da un'allora
debuttante Sophia Loren. Divenne un vero divo, nel 1951, con il film Enrico
Caruso: leggenda di una voce di Giacomo Gentilomo, con Gina Lollobrigida e
un altro attore molto "chiacchierato" come Lamberto Picasso. Grazie a questo
successo ebbe un nuovo ruolo, nel patriottico Trieste mia di Mario Costa.
Un fatto inquietante è legato alla fine delle riprese del film, quasi due ore
prima dell'assassinio dell'attore. Il finale prevedeva che il personaggio
interpretato da Randi dovesse morire. La ripresa non venne bene, l'attore era
nervoso e non verosimile. Il regista la fece ripetere un'infinità di volte sul
set costruito a Fiumicino, tirando tardi fino all'alba, senza che la scena fosse
stata girata comme il faut. Una volta tornato nel suo appartamentino a
Roma, in un mezzanino di Via Apulia 2, in zona San Giovanni, alle tre del
mattino trovò il suo convivente trentatreenne Giuseppe Maggiore, nato a Palermo,
ex commerciante di vino e sedicente cantante lirico, furente. Questi non voleva
credere che il ritardo dell'amante fosse dovuto solo a cause di lavoro. Randi
gli rispose con aria annoiata: "Ho sonno lasciami in pace". Fu questa la goccia
che fece traboccare il vaso e Maggiore sparò ben sei colpi di pistola
all'attore, di cui solo tre andarono a segno. Randi si trascinò alla finestra,
vestito in canottiera e con i pantaloni del pigiama di seta, rompendo con un
gomito la finestra e gridando con voce arrochita "Aiuto! Mi stanno ammazzando!".
In quel momento s'udì un settimo colpo di pistola. Giuseppe Maggiore s'era
rivolto l'arma verso se stesso cercando di spararsi al cuore. Testimoni
dell'accaduto furono un giovane straccivendolo e una guardia notturna che
stavano passando lì vicino, attirati dal trambusto. Il portoncino di casa si
aprì e apparve Randi imbrattato di sangue. Barcollante cadde tra le braccia dei
soccorritori mentre con un filo di voce mormorava "Lassù c'è un altro ferito,
andate ad aiutarlo". Lo straccivendolo fermò una macchina di passaggio e
l'attore fu trasportato immediatamente al vicinissimo ospedale. Dopo pochi
minuti vi fu portato pure l'amante, trovato semisvenuto in casa, ferito solo
lievemente. Invece per Randi non ci fu più nulla da fare e con una straziante
agonia morì dopo qualche ora. L'omicida, subito interrogato dal commissario
Maselli, prontamente tirato giù dal letto come nei polizieschi di una volta,
concluse lo spettacolare gay drama con una confessione appassionata. "Non
voleva più vivere con me", disse,"e conduceva una vita scandalosa, sempre a
spasso con altri". Poi consegnò al poliziotto due lettere, una diretta ai
genitori di Randi, l'altra alla questura. Nella prima scrisse: "Ho amato vostro
figlio teneramente e l'ho conosciuto assai più intimamente di voi. Volevo
portarlo sulla retta via ma non ci sono riuscito. Vi chiedo perdono". Nella
seconda lettera l'omicida pregava la polizia di non dare "troppa" pubblicità al
delitto. Le lettere erano già state scritte da almeno due giorni e Maggiore
aveva tentennato non poco nel suo intento delittuoso. Per questo fu formalmente
accusato d' "omicidio premeditato e aggravato". Dalle indagini si scoprì che i
due amanti convivevano nella garçonniere acquistata da Randi da quasi un
anno. Da due erano inseparabili. Gli articoli apparsi sulla stampa dell'epoca
non si risparmiarono certo in giudizi morali quanto in dettagli pruriginosi.
Forse perché la D.C., nel 1951, non poteva ancora imporre capillarmente il suo
strapotere, basato sulla regola di non scrivere cose "sconvenienti" per non
indurre in tentazione di peccato. Persino la rivista cinematografica di vasta
diffusione
popolare
Hollywood, in un bell'articolo di Emilio de' Rossignoli scrisse: Una
passione insana era nata tra i due giovani, ma in seguito i loro rapporti si
erano raffreddati e ultimamente Randi aveva affermato a varie riprese di voler
troncare il morboso legame. Maggiore, chiuso nella cupa morsa del vizio, s'era
opposto, aveva minacciato di morte l'amico, ma Ermanno gli aveva riso in faccia.
Stranamente tutti i giornali riportano come età dell'attore 28 anni, mentre
invece ne aveva già 31, due meno del suo assassino. Si preferiva portare avanti
lo stereotipo del giovinotto, soggiogato da un uomo più anziano e pervertito.
Nelle foto, l'omicida appare come un tipo banale, assolutamente non bello che
dimostra almeno vent'anni di più. Su l'Unità, pochi giorni dopo il
delitto, c'è un articolo dal titolo: L'assassino aveva visto nell'attore una
facile fonte d'infame guadagno. Perquisendo la casa, si scoprì un giornale
in cui Giuseppe Maggiore aveva sottolineato a biro la notizia in cronaca nera di
un delitto di gelosia. Infatti, fu proprio al delitto passionale che il
siciliano cercò d'appellarsi nella sua mente confusa. L'articolo 587 del codice
penale, che ne prevedeva una pena ridotta da 3 a 7 anni di reclusione, è stato
abolito solo nel 1981 e non fu mai applicato per legami omosessuali. Figuriamoci
nel 1951 in cui i gay erano ritenuti degli "anormali" tout-court!
Non si sa come andò a finire la vicenda ma è logico pensare che l'omicida, fu
dichiarato infermo di mente. Eppure, nell'articolo, affiorano altre novità
scavando nel passato degli amanti, naturalmente viste con l'occhio moralistico
dell'epoca, giudicando i gay come esseri disperati, viziosi, meschini e
grifagni. Giuseppe Maggiore, di una ricca famiglia di commercianti vinicoli, in
cerca di facili guadagni senza fatica iniziò a frequentare la "gente del cinema"
(cioè i gay di quell'ambiente), finché: Non
appena ebbe conosciuto il Randi e compreso che cosa l'attore voleva da lui,
colse la palla al balzo ed accettò ben volentieri di diventarne il "segretario
particolare". Da quel momento in poi cominciò a fare una strana vita. La mattina
usciva a fare la spesa, come una brava massaia. Acquistava nei negozi dei
dintorni il pane, la carne, il vino, i dolci per sé e per il Randi. Cucinava.
Lavava la biancheria, stirava, spazzava, rifaceva i letti. Nelle ore di riposo
leggeva Freud e Oscar Wilde, in spagnolo, perché era stato a lungo in Argentina.
E pensare che a Palermo, alcuni anni prima, aveva avuto una fidanzata, una brava
ragazza, che forse ancora si rammarica di essere stata piantata in asso. La
"devozione" del Maggiore per il Randi non era disinteressata. Il danaro
necessario per lo strano "ménage" lo guadagnava l'attore(...)Inoltre il Randi
gli aveva promesso in "dote" un umilissimo spaccio di liquori e di vini
all'ingrosso e al minuto, perché l'avvenire e la vecchiaia fosse tranquilla e
serena! L'avidità di denaro, il vizio più ripugnante, la grettezza e l'ignavia
si mescolavano stranamente nella coscienza dell'ex- commerciante. Egli,
sfruttava spietatamente l'anormalità dell'artista e fremeva di rabbia e di paura
ogni volta che vedeva il Randi perduto dietro ad altre passioncelle fugaci.
Gelosia? Sì, forse(...)Il suo amor proprio era ferito, in quei momenti, ma
soprattutto era il terrore di perdere una fonte di facile lucro che lo agitava e
lo spingeva a fare all'"amico" delle scenatacce furiose. E quando il Randi gli
fece capire di essere stufo di lui, quando cominciò a trascurarlo sempre più a
lungo per altri e si rifiutò di fornirgli il danaro per il negozio promesso, il
Maggiore divenne una belva e concepì il disegno di vendicarsi. Questa è la
storia. Spetterà ora ai giudici trarre con le cifre (tanti anni, tanti mesi,
tante lire di multa) una conclusione dei fatti. Ma sarà ben poca cosa. Il
problema di una corruzione dilagante, che trae incentivo dallo sfacelo di strati
imputriditi della nostra vacillante società.
(L'autore ringrazia l'amico Stefano Bolognini per aver gentilmente donato i due articoli da l'Unità utili per ricordare oggi Ermanno Randi)