PROCESSI A BRESCIA CONTRO I SODOMITI
di Stefano Bolognini
Fra le prime notizie sulla
lotta alla sodomia a Brescia si riscontrano sugli Statuti Bresciani del
1483.[1] In particolare il paragrafo 75 rende noto l' atteggiamento
delle autorità nei confronti dei sodomiti:
"Chi avrà insozzato
una donna o un maschio, intendendo commettere sodomia, sia bruciato col
fuoco, ma il passivo sia punito e castigato oppure sia assolto ad arbitrio
del signor podestà e del suo tribunale, dopo aver considerato la
qualità del delitto e delle persone e la sua età.[2]"
Nel 1499 scoppia «come una bomba»[3] il caso «di tre sacerdoti assatanati accusati d'eresia, apostasia di Cristo, pratiche diaboliche ed orgiastiche».[4] Don Ermanno di Breno avrebbe incontrato presso il Passo del Tonale un diavolo dal nome biblico di Roboamo cui avrebbe donato lo sperma perché ne facesse unguenti. Non è chiaro come lo scambio sia avvenuto, ma sarebbe interessante ricostruire quella vicenda. Il processo all'eretico fu affidato ad Antonio Cavazza (1481-1531) un patrizio veneto. Lo stesso Cavazza è ricordato in una satira popolare raccolta dal cronista Pandolfo Nassino come affetto da sifilide. Pettegolezzi feroci affermano che il Cavazza condividesse «fraternamente ed ambiguamente con i suoi canonici il peso dell'affezione venerea».[5] L'inquisitore chiese alla Serenissima la sospensione del processo e la Repubblica Veneta ordinò al giudice Cavazza di non procedere. Dopo questa ingiunzione lo scandalo venne insabbiato. I contorni di questo caso sono ancora da chiarire, ma è evidente quanto il sospetto di sodomia all'epoca fosse oggetto di scandalo e satira.
Altro esempio di lotta all'eresia
e in particolare alla sodomia è il processo del 1550 al monaco Francesco
Calcagno condannato a morte, ventiduenne, per molte affermazioni blasfeme
alcune delle quali in esaltazione all'omosessualità. Negli atti
del processo, pubblicati qualche anno fa,[6] si legge fra l'altro:
"Giorno 7 febbraio 1550.
È comparso messer Giovanni Antonio de Savarisi, cittadino eminente
e abitante di Brescia, e ha sporto denuncia al reverendo signore vicario
episcopale, e al suo ufficio, contro: Il prete Francesco dei Calcagni apostata
abitante a Brescia nella contrada aromataria de barbisino, già professo
[frate che ha preso i voti] nel monastero di Santa Eufemia.
1 Primo ha ditto che non
ge [ci] fu mai Christo, et che quello Christo che cossì è
ditto dale persone, era homo carnale, et che conosceva spesse volte carnalmente
[aveva spesso rapporti sessuali con] S. Gioanni, et che lo teneva per cinedo;[7]
2 Item [parimenti] ha detto
che l'hostia, et calice sonno tutte cianze [chiacchere], et che non crede
niente che li sia dentro Domenedìo;
3 Item ha detto che un bel
culo era el suo Altare, la sua messa, l'hostia, calice, et la patena;
4 Item che adora più
presto [più volentieri] un bel putto carnalmente conoscendolo, che
Domenedio;
5 Item che va ricercando,
et prega molte persone che gli faciano haver di maschi, per conoscerli
carnalmente;
6 Item che se doverìa
più presto dar fede alle Metamorphosi d'Ovidio, che al Evangelio;
7 Item che ha biastemato
"al dispetto de Dio";
8 Item che tien continovamente
vitta sporca;
9 Item che spesso si veste
da mondano [laico];
10 Item che è sfratato,
et non si è presentato al'ordinario [al Vescovo], et ha commesse
tutte queste cose, et continovamente comette, a scandalo di molti.
Et
de queste cose se ne potrà informare da Messer Lauro di Glisenti,
Messer Iovita Balino chierico, Messer pre Nicolò Ugone, Maestro
Pietro di Gratiis, libraro al Domo".
Le testimonianze di Lauro
Glisenti, Giovita Ballino e del libraio Pietro delle Grazie del 13 luglio
1550 confermano le accuse. La confessione dell' imputato arriva in parte
il 14 luglio 1550 e per il resto, probabilmente dopo una seduta di tortura,
il 15 luglio 1550. La supplica conclusiva non ebbe alcun effetto. Dopo
esser stato trasferito e processato a Venezia, Calcagno fu rimandato a
Brescia con una condanna alla riduzione allo stato laicale, al taglio della
lingua, alla decapitazione e al rogo del suo corpo. Il 23 Dicembre 1550
il monaco fu giustiziato in Piazza Loggia: "Dal maestro di giusticia [boia]
è sta' tagliata la lingua ad esso prete Francesco, troncata la testa,
et il corpo suo arso et brugiato con ardentissimo fuoco soppra essa piazza
piena di moltitudine. Le esecuzioni capitali avevano luogo in Piazza Loggia
davanti ad una colonna con il Leone di San Marco che oggi non esiste più.
Nel punto esatto in cui sorgeva è stato eretto il monumento alle
Dieci Giornate di Brescia.[8]
Casanova nelle sue celeberrime memorie accennerà ad un caso bresciano. Nel ' 700 il nobile veneziano Sebastiano Mocenigo fu condannato dal Consiglio dei Dieci per sodomia e confinato per sette anni presso la Torre dei Prigionieri di Brescia per aver fatto troppo parlare dei suoi amori omosessuali. Casanova incontrò Mocenigo che svolgeva il lavoro di ambasciatore delle Venezie a Madrid e Parigi nel 1768 a Madrid e lo ricorda in questi termini fece tanto parlare di sé a Parigi a causa della sua disdicevole tendenza per la pederastia, e che in seguito fu condannato dal Consiglio dei Dieci a restare sette anni nella cittadella [ora Castello] di Brescia.[9]
Sempre nel '700 il canonico Giuseppe Beccarelli diede scandalo a Brescia. Tutta Italia conobbe le sue gesta pubblicate nel Giornale de' letterati d' Italia. Un quadro conservato a Brescia, numerose stampe e medaglie commemorative mostrano il canonico eretico e sodomita ammanettato durante il processo subito. Di solito Beccarelli è citato nei libri di storia bresciana solo come infame eretico come ad esempio sul Libro dei successi di Brescia.
Il processo a Giuseppe Beccarelli