GIUSEPPE B. "PEPPINELLA"
Da. “Babilonia” n. 50, ottobre 1987, pp. 26-28.
CI FURONO "FEMMENELLE" CHE PIANGEVANO QUANDO VENIMMO VIA DALLE TREMITI!
di Giovanni Dall'Orto
Dopo la pubblicazione (numeri
35 e 36) della prima ricerca compiuta in Italia sugli omosessuali confinati
durante l'epoca fascista, "Babilonia" fa ora il bis con un altro "scoop"!
Grazie all'aiuto dell'Arcigay
campano, siamo infatti riusciti a trovare ed intervistare uno degli omosessuali
mandati al confino durante il ventennio... E' la prima volta che ciò
accade...
"Venite avanti, venite avanti,
ma non fate caso al soffitto, che quando c'è stato il terremoto
m'è cascato giù...".
Giuseppe B., 74 anni, abitante
a Salerno, soprannominato affettuosamente "Peppinella" mi accoglie con
queste parole, un po' sorpreso che dopo tanti anni qualcuno voglia parlare
delle sue disavventure di omosessuale perseguitato dal fascismo.
Fu nel lontano 1939, infatti,
che un tribunale fascista lo condannò per "delitti contro la razza"
a cinque anni di soggiorno obbligato presso l'isola di S. Domino Tremiti.
Giuseppe B. è un
anziano signore vestito in modo molto sobrio, con l'eccezione di un vivace
foulard attorno al collo. Nella casa aleggia una "classica" atmosfera di
"affetti familiari" (le vecchie fotografie, gli oggetti dei nipotini che
vengono a trovarlo quasi ogni giorno...) in cui non può non stonare
il soffitto "terremotato", contro cui sono stato messo in guardia, rabberciato
con grossi pezzi di carta.
In questa piccola oasi di
tranquillità familiare l'arrivo d''o jornalista" a parlare di vecchi
scandali non sembra essere benvenuto. Dopo laboriose trattative, mi viene
infine concessa mezz'ora di tempo, a patto di non registrare la conversazione
("tenete 'a maghineta? Fatemi vedere dint''e ccarte") e di non scattare
fotografie.
Accetto, e dopo pochi minuti
Giuseppe B. si è già lasciato andare ai ricordi, al punto
che fatico a stargli dietro con carta e penna.
Domanda: Come fu arrestato
in quell'agosto del 1939?
Risposta: Quel giorno avevo
un appuntamento con un ragazzo ed ero uscito per vederlo. Lui però
non venne, e allora andai a cercarlo io al biliardo. Siccome non era
neanche
lì me ne andai, ma quando arrivo a casa, paf, davanti trovo la polizia
che mi aspetta. Avevano già arrestato R., un mio compaesano, e tutte
le famiglie dicevano che era uno scandalo, uno scandalo!
Fecero il giudizio a porte
chiuse, e mi domandarono: "Voi cosa facevate in quel posto quel dato giorno?"
e cose simili. Io risposi: "Ma voi che diritto avete di fucilarmi in questo
modo?", e loro mi dissero: "No, qui noi non fuciliamo nessuno".
"Non fuciliamo": cinque
anni di confino mi diedero! E aggiunsero che per la frase che avevo
detto me ne avrebbero potuto dare altri due per oltraggio alla corte...
D.: Nel rapporto di polizia
che è conservato all'archivio di Stato il suo arresto è stato
giustificato con questi argomenti: "Il B. è dedito alla pederastia
e costituisce un serio e pericoloso nocumento per la Società, per
i frequenti scandali cui dà luogo. Per meglio riuscire negli adescamenti,
soleva girovagare di giorno e di notte, con andatura e movenze femminee,
truccato con rossetto ed abiti tali da richiamare l'attenzione dei passanti
che, in massima parte, restavano nauseati".
R.: Ma è tutto falso,
non è vero niente, mamma mia che bugie! Io lavoravo in negozio,
ci sono entrato ad otto anni, figuriamoci se mi potevo truccare e andare
in giro vestito così. Già la polizia ti arrestava se sapeva
che eri un femmenella; figuriamoci cosa sarebbe successo se io fossi andato
in giro vestito da donna. L'ho fatto durante il Carnevale, sì, ma
evidentemente la questura questo non l'ha detto, per far credere che io
fossi chissà cosa...
D.: Aveva già avuto
problemi con la polizia prima dell'arresto?
R.: Veramente a me non hanno
mai fatto niente, e non mi hanno mai picchiato: mi mandarono al confino,
ed al ritorno mi sono fatto due anni di ammonizione (che è come
gli arresti domiciliari, in pratica) e poi ho passato dodici anni a Roma.
Adesso sono tornato qua, ed ho un negozio.
D.: Com'era la vita
al confino?
R.: Ci hanno portati
lì alle Tremiti, ed ognuno cercava di fare la sua attività:
chi sapeva fare il calzolaio faceva il calzolaio, chi sapeva fare il sarto
faceva il sarto eccetera. Io facevo il lavoro più bello: facevo
"la sarta" per i carabinieri, e me li trovavo tutte le mattine alle sei
mezzi spogliati... Ce ne era uno che si chiamava V.: quanto era bello!
Dopo quarant'anni me lo ricordo ancora...
Poi cercavamo di vivere
bene, come si poteva. Ridevamo, facevamo teatro, facevamo delle cose...
Che so, arrivava un telegramma che annunciava che stava per arrivare un
femmenella nuovo, e allora davamo una lira ciascuno per preparare una tavolata.
C'erano due cugini di Paternò, uno scultore e l'altro pittore, che
si preoccupavano di tutto e ci dicevano di andare a raccogliere fiori,
preparare le decorazioni eccetera.
In fondo... si stava meglio
là che qua: ai tempi miei se eri femmenella non potevi manco uscire
fuori di casa: non ti potevi far notare, sennò la questura ti arrestava.
Invece al confino c'era, che so, l'onomastico di uno di noi e si festeggiava,
arrivava uno nuovo e si festeggiava... serviva anche a passare le giornate.
Facevamo pure teatro, e
lì naturalmente potevamo vestirci da donna senza che nessuno dicesse
niente...
Ci furono femmenelle che
piangevano quando venimmo via dalle Tremiti!
D.: Andavate tutti d'accordo?
In una supplica al ministero il suo concittadino R. si lamenta di essere
stato mescolato con confinati omosessuali catanesi, a suo dire rissosi
e poco raccomandabili, e chiede disperatamente un trasferimento.
R.: Io stavo bene
con loro, con i catanesi: sono rimasto amico per molto tempo. (Poi un poco
sono morti, un poco per la guerra li ho persi di vista...). Quando siamo
tornati dall'isola ha continuato ad esserci una catena di corrispondenze,
una cerchia di amici.
Solo una volta sono stato
in cella, perché ruppi la capa a un altro, che insultava l'amico
mio Mimì.
D.: Nascevano storie d'amore
fra i confinati?
R.: E come no! Là
ci sono state perfino le coltellate fra siciliani, per passione! C'era
uno che era soprannominato 'a caprara, che era un "pederasta" attivo, e
a Catania faceva marchette: quando fecero la retata i femmenelli denunciarono
anche lui perché dissero: "come, a noi sì e a lui no?" Lo
sorpresero, ebbero le prove e lo mandarono al confino. I femminelli che
se lo erano "fatto" quando erano a Catania, là lo cercavano come
il pane, perché loro dicevano che teneva un... (ride).
Ma poi il problema è
che questo teneva un altro... e non vi dico cosa successe, finirono pure
in cella... non vi dico, il finimondo.
D.: Quali erano le
vostre condizioni economiche?
R.: La mazzetta che
ci passava lo Stato, cinque lire al giorno, non era sufficiente: ci dovevi
mangiare, comprare il sapone, tutto. Si rimediava come poteva, però
qualcuno che era più povero era costretto a fare marchette con chi
era più ricco.
Le famiglie ci mandavano
pacchi, del mangiare, dei vestiti, ed io avevo un fratello mio che usciva
pazzo per me: mi ha sempre voluto bene, e per tutti gli otto mesi che sono
stato al confino non si è sentito bene al cuore.
Poi è arrivata la
guerra, e allora ci hanno rimandati tutti a casa con due anni di ammonizione.
D.: A S. Domino Tremiti
c'erano anche prigionieri di altro genere, o lì venivano confinati
solo gli omosessuali?
R.: No, c'eravamo
solo noi politici: i prigionieri comuni stavano all'isola di fronte. C'erano
anche dei prigionieri che erano veramente politici, e loro qualche volta
scendevano giù da noi per fare qualche marchetta.
I veri politici tenevano
tutti quanti case fittate (mentre noi non potevamo), e loro stessi molte
volte chiedevano permesso al direttore per venire da noi per fare due risate
insieme.
D.: Che rapporti c'erano
con le guardie sull'isola?
R.: Eh... Pure i fascisti
e i carabinieri si volevano togliere lo sfizio di venire con noi, in un
modo o nell'altro...
D.: E non correvano rischi,
così facendo?
R.: Rischiare? Ma
tutti si rischiava, perché non era certo permesso che noi andassimo
a fare marchette con loro!
D.: Come fu il suo ritorno
a casa?
R.: Quando sono tornato
mi hanno voluto tutti bene: anche prima di questa cosa me ne volevano.
Io sono nato qua, tutti sapevano di me... Per vent'anni ho tenuto un negozio,
qui dietro.
E poi... tornato a casa
mi sono "fatto" tutto lo sbarco Alleato (ride) e me ne sono andato a Roma
con un ufficiale americano. Lui aveva detto che voleva portarmi con
sé anche più a nord, ma poi ha trovato un altro ragazzo,
figlio di un carabiniere, e sono dovuto fuggire dall'albergo, in fretta
e di notte.
D.: Dopo il suo ritorno
non ebbe più fastidi?
R.: Come no? Io l'avvocato
mio lo feci correre, perché quando ci fu lo scandalo dei "balletti
verdi" nel 196O, un femmenella per paura denunciò me ed altre quattordici
persone, dicendo che pure noi facevano i balletti verdi, che ci vestivamo
con i veli, facevamo la danza del ventre...
Non era vero niente: si
trattava solo di un questore che voleva fare carriera mostrando quanto
era bravo lui a scoprire queste cose.
Comunque, il mio avvocato
confermò la cosa ed il mio nome finì su tutti i giornali.
Per mia fortuna il giorno del fatto stavo ammalato a letto ed ero stato
visitato da un dottore che testimoniò in mio favore: io querelai
tutti per diffamazione e vinsi la causa...
Ah se lo feci correre quella
volta il mio avvocato!
D.: Ci furono altri strascichi,
dopo la guerra?
R.: Sì, so
che S. fece fare una grande inchiesta perché diceva: "se voi
mi avete mandato là come confinato politico" (e questo lo facevano
per nascondere il fatto che in Italia c'erano così tanti "pederasti"),
"allora voglio la pensione come confinato politico".
Fece dei reclami, perché
voleva che gli fosse riconosciuto il tempo perduto al confino. Alla fine
però ha perso, perché avevano messo un articolo, un codicillo
che serviva a far capire che noi in realtà eravamo "pederasti".
Così nessuno ha mai avuto niente dallo Stato.
Però è incredibile,
non ci si può credere, che quante grida di giustizia ho rivolto
io al Signore, tante lui me ne ha esaudite. Sette persone mi hanno fatto
del male, e sono tutte morte: l'ultimo, il prefetto B., morette int' 'e
scale, con un attacco cardiaco. Ed io sono ancora qui!
Tutte le mie grida di giustizia
sono state esaudite...
D.: Un'ultima domanda: perché,
se lei sa di aver subito un'ingiustizia, era così restio a concedermi
un'intervista, e fare in modo che la gente sapesse che queste ingiustizie
sono esistite?
R.: E' che... dopo
quarant'anni non ti viene più la voglia di parlare di queste cose.
Cosa vuoi, figlio mio, ti viene da ricordare i processi, i dolori... Perché
lì ci sono stati grossi scandali, famiglie che hanno avuto un disonore
grandissimo. Neanche a un gran delinquente avrebbero dato la punizione
che hanno dato a noi.
Ci mandarono tutti al confino,
ma per che cosa? Non avevamo fatto niente, c'erano solo segnalazioni della
polizia e nient'altro. Furono scandali, fu un enorme dolore per la famiglia,
perché a quei tempi era una grandissima vergogna avere un figlio
così.
E quando ritornammo a casa,
dopo due anni di ammonizione, abbiamo chiesto tutti la riabilitazione allo
Stato.
Nessuno è riuscito
ad ottenerla.
Giovanni Dall'Orto
(Un ringraziamento ad Enzo Macinante dell'Arcigay per l'aiuto prestatomi nel rintracciare Giuseppe B.)