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"ALTRESTORIE" (continua)

PELOSI HA DETTO IL FALSO ED È STATO PAGATO

  di Roberto Schena - 20 ott 05

 

La magistratura indaga a fondo e mette definitivamente la parola fine sulle continue speculazioni riguardanti l’ipotesi di un omicidio “politico” ordito contro Pier Paolo Pasolini.

Ottomila euro lordi: tanto è stato il compenso ricevuto da Pino Pelosi detto “la rana” per le clamorose rivelazioni sull'uccisione di Pier Paolo Pasolini, durante la trasmissione “Ombre sul giallo”, mandata in onda da Raitre il 7 maggio scorso. Il compenso è stato elargito - con notevole, imperdonabile leggerezza - dalla Rai.

«Non sono stato io a ucciderlo», aveva detto in sostanza Pelosi alla conduttrice del programma Franca Leosini. «Sono state due persone giunte in moto, avevano l’accento siciliano e volevano dargli una lezione. Giunti a Ostia, dopo avere consumato, ero sceso dalla macchina del regista per fare pipì, a quel punto i due lo hanno avvicinato per massacrarlo di botte, imponendomi di tacere per tutti questi anni. Allo scopo hanno minacciato la mia famiglia. Ecco perché ho taciuto la verità dopo tanti anni». In base a queste dichiarazioni, si deve per forza di cose supporre che codesti due assassini avrebbero inseguito la vettura del regista da Roma e atteso che i due consumassero.

Com’era logico aspettarsi, tali dichiarazioni, fatte davanti alle telecamere di Raitre, presente in studio l’avvocato Marazzita, della famiglia Pasolini, che ha visto “confermata” la sua antica tesi secondo cui i veri assassini sarebbero due fratelli siciliani, si sono invece rivelate completamente false. Pelosi mirava al compenso pattuito, in pratica è stato pagato per farle. È ancora più grave che la Rai non abbia rivelato, nei giorni successivi la messa in onda, il particolare del pagamento, avvalorando così di fatto la “nuova” versione.

Il compenso di ottomila euro è stato versato con tanto di ricevuta fiscale, quindi al netto a Pelosi sono andati in tasca 6.500 euro, quasi 13 milioni delle vecchie lire. A scoprirlo e a rivelarlo sono gli inquirenti stessi che hanno indagato proprio sulle sue dichiarazioni e ora archiviato la pratica. Per il delitto avvenuto il 2 novembre del 1975, Pelosi ha scontato nove anni di reclusione. Ora, i magistrati romani sottolineano non solo l'entità della cifra pagata per notizie che si sono rivelate totalmente prive di fondamento, ma forniscono anche una valutazione molto precisa delle sue presunte “rivelazioni”.

«Le famose minacce -scrivono i magistrati - che avrebbero indotto Pelosi a tacere per trent'anni e ad assumere la responsabilità di un omicidio così eclatante, sarebbero state proferite da persone che il Pelosi non avrebbe in nessun caso potuto accusare, posto che non aveva la minima idea della loro identità. Un effetto altamente utilitaristico, invece - proseguono i magistrati - deve essere stato avvertito da Pelosi nel compenso pattuito per rilasciare l’intervista contenente le “clamorose” rivelazioni: 8000 euro lordi, 6.500 al netto delle ritenute». Aggiungono i magistrati: «Tutti i dati processuali acquisiti dall’attività di indagine svolta all’epoca dell’omicidio e quelli sviluppatisi nel corso degli anni successivi, portano a definire l’omicidio di Pasolini come un delitto maturato in un contesto di prostituzione giovanile e commesso unicamente da Pelosi».

D’altra parte, manca totalmente un movente per definire quello di Pasolini un omicidio maturato per ragioni diverse.  Nella richiesta di archiviazione i pm romani si soffermano anche su Sergio Citti, regista e amico fraterno di Pasolini scomparso pochi giorni fa, al quale, in un’intervista sul “Corriere della Sera”, venne attribuita la circostanza della conoscenza che l’omicidio era stato commesso da Pelosi e dal altre quattro persone nell’ambito di un ricatto ordito per la restituzione della “pizza” del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, rubata qualche giorno prima dell’omicidio.

Sentito dagli investigatori, Citti «dichiarava - scrivono i magistrati – di non aver mai saputo chi aveva ucciso Pasolini e di aver appreso da un pescatore ormai deceduto, del quale non ricordava il nome, della presenza quella notte di quattro o cinque persone». Riguardo il furto del film, nella richiesta di archiviazione si cita la testimonianza di Domenico Naldini, cugino di Pasolini, all’epoca dei fatti dirigente della società Pea che produceva i film del regista-scrittore. Secondo Naldini il danno derivato dal furto era risultato «minimo e risolvibile nel senso che per ciascuna pellicola esisteva un negativo da cui ricavare una nuova copia». Per gli inquirenti romani, in conclusione, il fatto che Pasolini sia stato ucciso unicamente da Pelosi deve «ritenersi ormai definitivamente accertato e non confutato in alcuna parte dalle periodiche “rivelazioni” che si sono succedute negli anni».

Altre piste non sono praticabili. L’autore di “Scritti corsari” aveva puntato il dito sulle responsabilità della Democrazia cristiana nell’architettare la strategia dello stragismo, indicando in sostanza il partito cattolico come principale indiziato. Ma le inchieste giornalistiche più “scottanti” da questo punto di vista, inchieste a cui peraltro Pasolini non aveva partecipato, erano già state rese note da molte testate.

Resta da capire come sia stato possibile che la Rai abbia buttato ottomila euro per mandare in onda un’intervista rivelatasi totalmente fuorviante e tendenziosa. Come sia stato possibile, ancora, che le gravi, ancora prima che false, dichiarazioni di un assassino mai pentito, mai redento, siano state prese per buone e rese note al grande pubblico senza un minimo di verifica circa la loro attendibilità. Agli autori del programma “Ombre sul giallo” sarebbe stato sufficiente ripercorrere semplicemente insieme al Pelosi l’intero tragitto di quella notte di novembre, trentuno anni fa, per rendersi conto che la “nuova versione” di un omicidio commesso da altri non avrebbe retto alla minima controprova. Si è invece persa l’occasione di mettere l’assassino alle strette riguardo alcune zone rimaste in ombra nella dinamica precedente e successiva l’omicidio.

Per esempio: il Pelosi, allora minorenne, ha sempre asserito di non essersi accorto di avere investito il corpo della vittima con l’auto con cui fuggiva (provocandogli lo scoppio del cuore e la morte). Come mai, allora, non ha avvisato subito i carabinieri che lo avevano arrestato per eccesso di velocità e guida senza patente un’ora dopo la violenta rissa, che l’auto su cui era al volante era di un personaggio che sapeva benissimo essere noto, quale era Pasolini? Perché non rivela subito ai militi la sua versione, secondo cui era stato aggredito dal regista, che aveva anzi dovuto difendersi e quindi fuggire? Perché decise di tacere sull’accaduto e attendere che i carabinieri risalgano per loro conto al proprietario dell’auto e al suo cadavere? Come mai non dice subito ai carabinieri: “L’ho picchiato duramente, forse è ferito gravemente, andate a vedere”, rendendo così più credibile la sua stessa versione?

Altra domanda scottante da porgli: che cos’ha fatto, il Pelosi, durante l’ora “buca” intercorsa fra la morte del regista, avvenuta poco dopo la mezzanotte e mezza e il suo arresto da parte dei carabinieri, avvenuto circa un’ora dopo ad appena un paio di chilometri dal luogo del delitto?

Le ipotesi sono diverse. Vediamole:

 1) Pelosi si era accorto con precisione di avere ucciso, anche se involontariamente, il regista. Dopo essere fuggito, tace di fronte all’Arma perché sa che ormai non si poteva fare più nulla per salvarlo e non avendo previsto un così rapido arresto non ha ancora riflettuto su una ricostruzione dei fatti a lui favorevole da presentare agli inquirenti.

 2) Pelosi ha utilizzato l’ora buca prima dell’arresto per disperdere prove, strumenti e tracce del delitto a lui sfavorevoli. Non dimentichiamo infatti, che sui suoi vestiti non ci sono tracce di sangue riconducibili alla rissa.

 3) Pelosi, che conosceva bene la zona, per ripulirsi o per collocare l’auto rubata si è recato da qualche amico abitante nei paraggi prima di fuggire da Ostia a tutta velocità, commettendo così il madornale errore di farsi “beccare” dai carabinieri in pattuglia lungo il litorale.

 4) All’omicidio hanno assistito e forse partecipato coetanei del Pelosi sopraggiunti casualmente (in moto? Le tracce c’erano) durante o subito dopo il rapporto sessuale con Pasolini. La reazione di vergogna lo ha indotto a una repentina aggressione e a far passare la marchetta per un tentativo di rapina. Il punto, per l’adolescente, era salvare la faccia in un contesto antropologico fortemente mutato, che iniziava a essere ferocemente omofobo. Pasolini stesso ne aveva la percezione esatta e lo aveva ampiamente descritto.

Pelosi è comunque abbastanza credibile quando insiste ancora dicendo di non essersi subito accorto di avere sormontato con l’auto il corpo svenuto di Pasolini. Il posto era completamente buio e pieno di grosse buche, mentre nel fuggire va considerata la concitazione del momento. Inoltre, i due quella sera furono visti insieme da parecchie persone, fin dall’incontro davanti al bar Gambino, e dopo al ristorante “Biondo Tevere” dove il ragazzo cenò con lo scrittore e dove, appena fuori, il Pelosi si intrattiene brevemente con alcuni coetanei. E’ chiaro che in tali condizioni non può maturare la decisione di uccidere qualcuno.

E’ anche ipotizzabile che l’intenzione reale di Pelosi, già allora abile ladro d’auto, sia stata rubare il vecchio GT di Pasolini. Ma è stato fatto notare che l’auto in questione era poco collocabile nel mercato della ricettazione, salvo forse per i pezzi di ricambio. Probabilmente, il ragazzo ha agito anche nell’intento di commettere una bravata di cui vantarsi: “Ho fatto l’auto a quel frocio di Pasolini”. Allo scrittore, se fosse sopravvissuto, non sarebbe affatto convenuto né andare all’ospedale, né denunciare il furto, né l’aggressore per l’enorme scandalo derivabile dall’essere incappato in due grossi reati: corruzione di minorenne e induzione alla prostituzione, aggravata dalla minore età. Pur avendo avuto a che fare con un delinquente navigato, un arresto immediato, se non plausibilmente una condanna a un paio d’anni di carcere, non glieli avrebbe tolti nessuno. E’ triste dirlo, ma l’omicidio ha orribilmente salvato dal fango eterno l’onore del poeta e del regista, con la stampa scandalistica pronta volentieri a saltargli addosso, indagando impietosamente sul passato. Pasolini, tra l’altro, subì parecchi anni prima un’espulsione dal partito comunista italiano sempre per accuse legate al sesso con minorenni, da cui peraltro fu in seguito assolto in un processo. La tesi dell’omicidio politico, rivelatasi altrettanto inconsistente quanto la “nuova versione” di Pelosi, assume da oggi l’aspetto di una trincea espugnata. Per tanti anni è servita a impedire l’appannamento d’immagine ai danni dell’intellettuale di sinistra, ma anche a impedire una riflessione seria sulla violenza esercitata dalla società contro gli omosessuali. Perché quello di Pasolini non è nient’altro che l’omicidio di un gay. Uno dei tanti nel mondo.

 

Nella foto: Pelosi


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