NICOLO' MACHIAVELLI
Machiavelli gay di Carlo Tatti
da Pride
"Qui non ci è garzoni,
qui non sono femmine; che casa di cazzo è questa?", si domandava
sbrigativo quanto esplicito Nicolò Machiavelli in una scherzosa
lettera inviata all'amico Francesco Vettori alla vigilia del Natale 1513.
Toni goliardici, senza dubbio, con quel riferimento alle donne così
rituale anche oggi tra due compagni di bisboccia. Ma c'è qualcosa
che non quadra: che ci stanno a fare i garzoni? Oddio, vuoi mai che i suddetti
fossero invocati dall'autore del Principe non per assolvere qualche innocente
faccenduola, ma per qualcosa di più intimo, per un segreto di letto
da condividere solo con gli amici più fidati, usando un linguaggio
necessariamente allusivo - stiamo pur sempre parlando di un uomo sposato
e con figli -? Su spunti come questi, seguendo le tracce Donne, avendo voi paura
(1) tranquillizzatevi
che
Machiavelli lascia qua e là nelle lettere come nelle sue opere più
famose, si è cimentato Mario Martelli, il maggior studioso italiano
dello scrittore fiorentino. Ne è scaturito un breve saggio, pubblicato
sul numero XXVII della rivista di studi quattrocenteschi Interpres (Salerno
editrice, telefono 06 36082201), dal quale appare evidente come le espressioni
ambigue, le allusioni velate, i vaghi cenni, poco chiari se considerati
separatamente, insieme vadano invece a comporre un mosaico dal significato
fin troppo esplicito: Machiavelli non disdegnava i giovinetti ovvero, per
usare le sue parole, "et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato
modi ordinarii, perché,
conoscendo non li sarebbero bastati, tenne vie extraordinarie".
E partiamo proprio da queste
vie extraordinarie dell'amore per una scorribanda sotto le lenzuola di
Machiavelli, felici dell'inapplicabilità
della legge sulla privacy.
Ma siamo certi che questa straordinarietà stia nel sesso dell'oggetto
amato e non, che so, nelle sue qualità o nell'intensità del
sentimento? Stiamo insomma equivocando? No, risponde Martelli: i modi ordinarii
"si riferiscono al tipo di rapporto amoroso, secondo o contro natura",
è questa una costante del linguaggio erotico dell'epoca. Facile
dunque concludere quali fossero le vie extraordinarie (altri autori coevi
parlano di vie strette, contrapponendole a quelle larghe...) che lo conducevano
ad aver "riscontro, standomi in villa, in una creatura tanto gentile, tanto
delicata, tanto nobile" (casuale l'uso del termine neutro creatura invece
di un facile donna?). Non basta per trarre conclusioni?
Lo stesso Vettori, in una
sua successiva missiva, dimostrava di aver mangiato la foglia, prima con
un inequivocabile "e sono più mesi che io compresi benissimo in
che modo amavi", poi paragonando la passione dell'amico a quella di pastore
Coridone (seconda egloga di Virgilio), folle d'amore per il giovane Alessi.
Più chiaro di così! Vettori proseguiva la sua lettera a Machiavelli
con linguaggio sempre più allusivo, parlando di un padre che, per
il bene del figliolo, "gli comincia a dare un maestro che tutto dì
stia con lui et che habbi comodità farne a modo suo". Era il caso
del maestro Filippo Casavecchia, comune amico di Machiavelli e Vettori
nonché gay convinto,
che "faceva a modo suo" col proprio discepolo quattordicenne. Insomma,
proprio di omosessualità si sta parlando, non c'è dubbio.
Né l'argomento poteva
essere considerato tabù, nella cerchia degli amici di Machiavelli,
quasi tutti gran conoscitori di quel tipo di amore.
Così lo scrittore
fiorentino poteva tranquillamente scherzare con Vettori, fingendo spavento
per la predica di un frate: "Io avevo a 'ndare questa mattina a starmi
con la Riccia, e non vi andai, ma io non so già se io avessi a starmi
con il Riccio se io avessi guardato a quello". All'appuntamento con
l ragazzo, insomma, non sarebbe certo mancato... Di fronte ad ammissioni
così esplicite, c'è
chi ha tentato di "difendere" l'eterosessualità di Machiavelli "senza
escludere certamente la possibilità di qualche singola curiosità
ed esperienza". Rari peccatucci giovanili, insomma, benché Machiavelli
all'epoca delle lettere viaggiasse ormai verso il mezzo secolo di vita.
Non è così.
Lo dimostra la lettera al Vettori dalla quale siamo partiti, quella del
Natale 1513. Questi gli aveva scritto informandolo delle opinioni di due
loro amici, il già noto Filippo Casavecchia e Giuliano Brancacci.
Il primo, gay, trovava disdicevole ammettere in una casa dabbene ogni sorta
di cortigiane; il secondo, etero (ma non disdegnerà successivamente
avventure con efebi), criticava la comune frequentazione di un amico gay
(un altro!), ser Sano. Machiavelli rispose con spirito: gli uomini sono
sempre disposti a condannare i vizi altrui e a perdonare i propri; se si
fossero accontentati sia Casavecchia (niente ragazze facili), sia Brancacci
(niente ragazzi facili), tutti sarebbero rimasti scontenti.
Più di tutti lui
stesso: "(Io) che tocco e attendo a femmine (...) harei detto: (...) qui
non ci è garzoni, qui non sono femmine che casa di cazzo è
questa?". Siamo al punto chiave: Machiavelli dice di "toccare e attendere
a femmine". Bene: il "tocco" è verbo autonomo dal successivo e dal
complemento, prosegue la contrapposizione Casavecchia-Brancacci, sta per
"mi dedico ad amori con giovinetti". Eliminando ragazze e ragazzi, spiega
in sostanza lo scrittore, sarebbe rimasto scornato più di tutti
lui stesso, che aveva rapporti con le une e con gli altri. Su tale significato
del verbo "toccare" non vi sono dubbi: e lo conferma, per concludere, un
gustoso canto carnascialesco dell'epoca, la Canzona de'toccatori, riportato
da Martelli nel suo studio e che vogliamo farvi apprezzare:
Esser tocche, al tutto caschi
(1):
Ci è la legge, uso
e natura
Non toccar mai se non maschi;
Sol da lor par venga e naschi
Fondamento del toccare.
Sempre in punto (2) ascoso
sotto
Più di un terzo d'aste
(3) abbiàno:
Questa in man presa di botto,
Per toccar, fuor la caviàno,
Tanto dreto a un po' diàno
(4),
Che si compia di toccare
(5).
(2) eretto
(3) è una classica
misura fallica
(4) "si danno da fare" dietro...
(5) fino al "compimento"
del rapporto
Il Quotidiano.net (http://quotidiano.monrif.net/)
26 ott 1999
Nel luglio scorso avevamo
saputo che Nicolò Machiavelli era stato processato (e assolto) per
aver richiesto un rapporto «contro natura» ad una prostituta,
tal Lucrezia.
Adesso,
sempre grazie alle ricerche del professor Mario Martelli, storico della
letteratura italiana all'Università di Firenze e da anni studioso
di Machiavelli, veniamo a conoscenza di ulteriori particolari sulle sue
preferenze sessuali: Machiavelli, infatti, avrebbe avuto anche frequenti
rapporti con giovinetti, cosa, peraltro, assai diffusa nella Firenze del
'500 (non a caso la pederastia era conosciuta come «vizio fiorentino»).
Mario Martelli ritiene di aver trovato la chiave per decifrare il linguaggio
erotico allusivo dell'autore del «Principe» morto nel 1527.
E dalla decrittazione di una serie di lettere agli amici emergerebbe un
insospettato Machiavelli: sposato con quattro figli, il ‘padre' della scienza
politica moderna avrebbe avuto una passione particolare per le «vie
extraordinarie dell'amore», cioè per gli incontri omosessuali
con giovinetti. Martelli pubblica una sintesi della sua ricerca scientifica
sul lato oscuro di Machiavelli su «Interpres», rivista di studi
quattro-cinquecenteschi (Salerno editore). Da alcune lettere risulterebbe
che Nicolò indicava agli amici la sua disponibilità ad amori
con ragazzi nascondendosi dietro il verbo «toccare». Nel linguaggio
fiorentino dell'epoca — sulla scorta degli studi del francese Jean Toscan
— «toccare» veniva impiegato in senso osceno con il significato
di «usare con giovani maschi». Così sulla base di questa
decifrazione, Martelli sostiene che Machiavelli stesso rivendicava la sua
bisessualità allorché in una lettera affermava: «Tocco
e attendo a femmine». Altre espressioni a doppio senso rinvenute
nelle lettere sarebbero, ad esempio, «andare alla macchia»
(impiegato come sinonimo di ricercare avventure con sodomiti), «tordellino»
(fallo) e «frugnuolo» (orifizio).