Lezama Lima e Virgilio Piñera, due scrittori per
un destino
Tellus Folio, 24 dic 10
di Gordiano Lupi
Diario de Cuba festeggia in questi giorni il centenario di Lezama Lima (nato nel
1910 – morto nel 1976), il padre della letteratura cubana. Tellusfolio partecipa
alla celebrazione con questo testo.
Non ci sono due vite più diverse ma al tempo stesso più simili di quelle vissute
da due personaggi della nostra letteratura, nati il primo nel 1910 all’Avana e
il secondo nel 1912 a Cárdenas, morti entrambi nella capitale, Lezama nel 1976 e
Piñera nel 1979. Lezama passò tutta la vita all’Avana, nella stessa casa di
calle Trocadero, mentre Piñera si trasferì dalla provincia in una città che
definiva la sua Roma caraibica. El flaco y el gordo, fisicamente così diversi,
ma entrambi profondamente cubani, avaneri, con legami orientali e creoli, amanti
della poesia greca al punto di scrivere le prime opere ispirandosi a miti e
tematiche elleniche (La muerte de Narciso di Lezama, 1937 e Las furias di
Virgilio, 1941). Non potevo non parlare di loro, uomini vulnerabili ma
importanti per la mia formazione e per tutta la letteratura cubana. Lezama e
Virgilio erano uniti dalla loro omosessualità che al tempo stesso li separava:
il primo era un omosessuale attivo, cercava amanti giovani e belli, efebici, che
rasentavano la perfezione; il secondo era passivo, una vera e propria checca,
rimorchiava neri, persone dei bassifondi e semplici marchettari. Virgilio era
effeminato e possedeva un profilo dantesco da italiano del Cinquecento, mentre
Lezama era un uomo virile dal volto rude. Tutti e due fumavano molto, ma il
primo soltanto sigarette mentre il secondo preferiva enormi sigari che
spargevano cenere ovunque. Lezama era grasso, mangiava di tutto, era un famelico
divoratore di carne; Virgilio era magro, quasi scheletrico, vegetariano
assoluto, al punto che rimase sconvolto quando la Rivoluzione chiuse i
ristoranti vegetariani perché mancavano olio d’oliva, legumi e verdure. Lezama
visse sempre nella stessa casa di calle Trocadero che simboleggia la sua vita e
il personaggio. Virgilio visse in piccoli appartamenti da scapolo, un po’
ovunque, da una casa infame tra il Malecón e il Paseo del Prado, circondato da
pederasti, per passare al bungalow sulla spiaggia di Guanabo e molti altri
tuguri. Lezama visse in mezzo ai libri, tra biblioteche enormi, fogli
dattiloscritti, polvere di scartoffie e riviste di ogni tipo. Virgilio non
possedeva libri, non conservava neppure le sue pubblicazioni, le sue case non
sembravano ospitare uno scrittore, se non fosse stato per una vecchia Remington
adagiata sopra uno scrittoio in un angolo. Lezama e Virgilio si ritrovarono
sulla rivista Origines – vera e propria creatura di Lima – ma il sodalizio durò
poco perché Piñera andò in esilio volontario per due anni in Argentina. Origines
generò uno stuolo di discepoli del maestro, profeta adulato dai giovani, nato
con la vocazione del caposcuola che detta linee da seguire per il futuro
letterario. Piñera era uno scrittore solitario, nato per non essere riconosciuto
neppure dopo morto, visto che in pochi si ricordano di lui e lo apprezzano come
inventore del teatro dell’assurdo. Falsa alarma di Virgilio è stato scritto nel
1948, due anni prima della Cantatrice calva di Eugene Ionesco e molto prima di
Aspettando Godot di Samuel Beckett. Virgilio viveva in maniera picaresca, faceva
il traduttore, cercava di sbarcare il lunario come meglio poteva, si era pure
trovato un ricco protettore come José Rodríguez Feo che pagò la stampa dei suoi
Cuentos fríos usciti per Editorial Losada. José Rodríguez Feo era un altro
omosessuale, diverso dai due scrittori, era un playboy invertito a caccia di
fusti da spiaggia e di atletici ragazzi seminudi.
La Rivoluzione colse di sorpresa Lezama e Virgilio. Non potevano immaginare
niente di simile, perché loro parlavano di disobbedienza estetica e di rivolta
letteraria, un verbo poetico che non contemplava la follia. Lima credo di averlo
salvato in tempo da chi lo avrebbe potuto considerare un seguace di Batista,
portandolo nel giornale Revolución e convincendolo a scrivere che stavamo
vivendo un evento aurorale. Tra l’altro ci credevo, come tutti in quel periodo,
non avevamo ancora compreso quel che sarebbe accaduto intorno a noi. Lezama
entrò a far parte dei collaboratori di Lunes de Revolución, come Virgilio, che
in un primo tempo fu accolto male da una redazione machista, ma alla fine il suo
valore letterario gli valse il rispetto di tutti e gli permise di ricoprire un
ruolo determinante. Virgilio si intendeva bene con Padilla, forse fu tra coloro
che lo incoraggiarono a scrivere un duro attacco contro Lezama che uscì sulla
rivista; inoltre entrambi provavano una cordiale antipatia per il poeta José
Baragaño, pure lui per niente amico di Lima. Virgilio scrisse un articolo contro
Baragaño come persona, definendolo vagabondo, accattone e opportunista, ma lo
elogiò come poeta. Baragaño non se la prese molto, conservò nella memoria solo
la parte positiva e non fece caso alle offese personali. Lima, nonostante il
selvaggio articolo che pubblicammo, accettò di collaborare con Lunes, scrisse
pure un ottimo saggio sui cibi cubani intriso di tutta la sua grande cultura.
Virgilio si stava affermando come il più importante drammaturgo cubano vivente,
ma non se ne rendeva conto, o forse faceva parte della sua natura non dare
importanza alle cose. Metteva in scena un’opera immortale come Electra Garrigó,
ispirata al teatro greco, primo lavoro in assoluto ad avere il diritto di essere
definito teatro dell’assurdo. Nonostante tutto quando Virgilio morì non apparve
nemmeno una riga sulla stampa cubana, ma solo El País di Madrid dedicò poche
righe all’evento luttuoso. Virgilio morì anonimo come quasi invisibile aveva
vissuto, odiava i maestri e gli intellettuali, come non era capace di salire in
cattedra, mal sopportava chi si arrogava il diritto di farlo. Lezama, invece, ha
sempre aspirato alla condizione di maestro e in vita è stato accontentato, ma
anche dopo morto viene riconosciuto come tale. Nonostante tutto entrambi ebbero
discepoli e forse chi seguiva Virgilio era meno ipocrita perché non si attendeva
niente da lui. Parlo di persone come Antón Arrufat e José Triana, entrambi
omosessuali e collaboratori di Lunes, che consideravano Virgilio il loro faro
nella tempesta, la loro guida dantesca. Scusatemi se racconto i fatti miei
parlando di Virgilio, ma non posso farne a meno, perché un film di mio fratello
Sabá e del fotografo Orlando Jiménez (P.M.) che celebrava la notte avanera e la
musica cubana fece scoppiare un triste caso di censura. Venne ritirata un’opera
d’arte, considerata sconveniente, immorale, non per motivi politici ma per il
suo contenuto. Noi eravamo colpevoli come gli autori perché l’avevamo trasmessa
nel programma televisivo Lunes de Revolución en Televisión. Fu durante una sorta
di processo al film e agli intellettuali che Virgilio si alzò e disse: “Voglio
dire che ho molta paura. Non so perché ho questa paura, ma è tutto quello che ho
da dire”. Il film fu proibito, condannato, messo al rogo. Lunes de Revolución –
rivista odiata e temuta per la sua indipendenza – venne chiusa. Lunes divenne un
capro espiatorio perfetto e noi fummo costretti a tenere le nostre riunioni a
casa mia sulla Rampa o da Piñera davanti alla spiaggia di Guanabo, dove
mangiavamo esotici piatti di spaghetti. Fidel Castro pronunciò il famoso
discorso: “All’interno della Rivoluzione tutto! Fuori dalla Rivoluzione
niente!”. Gli stalinisti erano già al potere, ma adesso si impadronivano anche
della cultura, imponevano nuove regole moralistiche e mettevano al bando
libertini e omosessuali. Virgilio ne fece le spese durante l’infame Notte delle
tre P., operazione moral-marxista inventata per ripulire L’Avana da prostitute,
prosseneti e pederasti. Lo arrestarono perché qualcuno aveva pensato bene di
segnalarlo come pederasta, proprio lui così discreto nelle sue conquiste, mai
sfacciato, attento a non dare fastidio e a non farsi scoprire. Virgilio era
omosessuale, nessuno poteva dubitarne, ma adesso veniva schedato come frocio
pericoloso e lo mettevano addirittura in galera. Tutto perché ospitava in casa
un amico teatrante insieme al suo amante, forse anche perché avevano trovato
foto oscene in un cassetto. Per lui fu un’esperienza atroce, si trovò a contatto
con prigionieri politici batistiani che lo picchiarono selvaggiamente, convinti
che fosse un collaborazionista. Quando uscì di galera aveva dipinto in volto il
terrore tipico di chi teme di doverci finire ancora, è un terrore che conosco
bene, una paura incredibile che ti prende alla gola e non ti fa respirare.
Virgilio voleva tornare a casa, al suo tugurio sulla spiaggia di Guanabo, era
stremato, distrutto, al punto che un giorno svenne in casa mia, davanti a mia
moglie che si spaventò a morte. Voleva tornare alla spiaggia e alla sua casa di
Guanabo, ma non glielo permettevano. Voleva tornare a fare teatro, quel teatro
dell’assurdo che incolti funzionari di partito consideravano
controrivoluzionario perché non lo capivano. Alla fine Virgilio si adattò alla
situazione. Non era un eroe. Non ne aveva il fisico e la tempra, così magro e
spaurito, così checca da temere anche il suo respiro. Aveva paura, povero
Virgilio, questo sì, ma è sempre vissuto a Cuba sino alla morte, in compagnia
del suo terrore. Virgilio si è adattato allo stalinismo caraibico pur di
sopravvivere, ma lo stalinismo non lo accettò mai fino in fondo, perché era
troppo omosessuale per i tempi. Lasciò la casa di Guanabo e andò a vivere in un
palazzo dove abitava anche il suo amico Rodríguez Feo, proprio accanto al
vecchio protettore.
Virgilio e Lezama divennero veri e propri asceti sessuali, quasi moralisti. Non
volevano guai con una Rivoluzione che passava il tempo a condurre un’assurda
guerra contro gli omosessuali. Virgilio divenne sempre più magro e triste, fin
quasi a scomparire, come sparivano le sue opere che non venivano più pubblicate
e rappresentate. Lezama ingrassava a dismisura, vero e proprio bidone di piombo,
come veniva soprannominato. Era figlio unico e alla morte della madre finì per
sposarsi per assecondare un suo desiderio, nonostante la sua omosessualità che
cercava di nascondere. Virgilio visse solo tutta la vita, ancora di più quando
il fratello – professore universitario e intellettuale serio – optò per
l’esilio, ma erano persone così diverse da non aver mai avuto contatti
importanti. Virgilio ha diretto per un po’ di tempo le sopravvissute Ediciones
R., ma durarono poco perché i tempi erano tali che non veniva consentito niente
fuori dal solco rivoluzionario. Ero a Bruxelles come addetto culturale quando
venni a sapere che Ernesto Che Guevara aveva fatto gettare nel secchio
dell’immondizia il Teatro completo di Virgilio Piñera dopo averlo visto sugli
scaffali dell’ambasciata cubana in Algeria, perché riteneva che fossero “libri
scritti da un frocio”. L’Avana non faceva per lui, ma Virgilio voleva restare,
anche se piangeva spesso e non comprendeva le incredibili crociate contro gli
omosessuali. Ma un nuovo esilio no, quello non l’avrebbe accettato, sarebbe
stato il peggiore di tutti i mali. Virgilio avrebbe accettato la segregazione,
il campo di concentramento, il carcere, ma non vivere lontano dall’Avana, città
alla quale era attaccato come se fosse stato vittima di un incantesimo. Rividi
Virgilio nel 1965, quando tornai all’Avana per i funerali di mia madre, ma era
l’ombra di se stesso, uno zombie che vagava per le strade della capitale, un
fantasma stravolto da un orribile presente.
In quel tempo Lezama stava scrivendo in silenzio Paradiso, il suo capolavoro
riconosciuto, rischioso per via dei capitoli chiaramente omosessuali, ma
tollerato da Castro per lo scalpore internazionale suscitato da un’opera
geniale. Paradiso non fu sequestrato, venne autorizzata una prima edizione di
pochi esemplari, ma non venne ristampato. Virgilio, invece, non scriveva più e
tanto meno pubblicava, passava il tempo giocando a canasta con vecchie signore
in pensione, ex scrittore ribelle, addomesticato e innocuo al punto di mettere
la sua firma sotto un infame documento contro Neruda. Erano i giorni in cui
Padilla confessava pubblicamente reati mai commessi e si poneva fuori dal gioco
come il suo libro giudicato meritevole del rogo stalinista. Confessione
spontanea in forma di messinscena inconcepibile, ritrattazione organizzata dal
regime. Lezama ebbe il coraggio di non partecipare alla pubblica esibizione di
ridicolo e se ne restò chiuso per tutto il giorno nella sua casa santuario di
calle Trocadero. La sua vita divenne sempre più difficile, ma lui ne uscì fuori
lasciando che la macchina fidelista usasse il suo Paradiso come propaganda
rivoluzionaria e permise che venissero pubblicate le ermetiche Poesie complete.
Dopo il 1971 scese una coltre di silenzio su Lezama e Virgilio, ma se il secondo
era abituato per il primo fu una punizione dura da sopportare. Lima fu invitato
a Roma ma non lo lasciarono uscire per ritirare un premio importante tributato a
Paradiso. Il maestro per antonomasia morì di crisi polmonare in un ospedale,
lontano dalla sua casa, testimone obeso delle rovine dell’Avana vecchia. Lezama
era stato il più grande poeta cubano del Novecento, uno scrittore immenso capace
di scrivere Paradiso mentre pensava alla sua Cuba come a un paradiso perduto.
Virgilio viveva facendo traduzioni per l’Imprenta Nacional, nascosto e
silenzioso, uomo invisibile, come invisibili divennero i suoi antichi discepoli.
Antón Arrufat finì per fare il bibliotecario in una biblioteca rionale, vivendo
tra i libri, ultimo amore d’una vita che si spengeva lentamente. Lezama morì
pochi anni prima di Virgilio, ma non credo che quest’ultimo sia andato alla
veglia funebre del primo. Adesso che è morto anche lui si è riunito per sempre a
Lezama, di cui non fu amico, ma tra i due ci fu un rapporto di sincera stima.
Tra le ultime poesie di Lezama troviamo Virgilio Piñera cumple 60 años.
L’eternità li unisce, ma la vita letteraria li riunisce.