COSTANTINOS KAVAFIS
Kavafis, insospettabile sublime
di Alvar Gonzales-Palacios
Molti anni fa mi capitò
di visitare una grande mostra su Marcel Proust al museo Jacquemart -
André a Parigi: gli oggetti e i mobili che gli erano appartenuti
mi lasciarono perplesso e lo stesso senso di sorpresa ebbi osservando le
fotografie che raffiguravano gli ambienti in cui lo scrittore era vissuto.
Arrivai alla conclusione che Proust era refrattario alla bellezza - a una
certa bellezza, ovviamente -, a tutto quello che avesse a che fare con
l'ararredamento. Eppure, leggendo le sue sontuose descrizioni di interni,
lo si direbbe un gran- de conoscitore di opere d'arte: vetri, mobili, stoffe
non aveva- no segreti per il suo occhio? Niente affatto: Proust, come molti
scrittori, sapeva scrivere e superbamente descrivere con la fantasia ciò
che in realtà non conosceva bene. Che importanza ha? Non era uno
storico dell'arte, grazie a Dio. Certo, ogni volta che vedo nella memoria
il patetico lettino borghese del più geniale snob che sia mai esistito
sento un colpo al cuore ma cosl era.
Lo stesso accadeva con il
maggior poeta greco della stessa epoca, Costantinos Kavafis (1863-1933).
Discendente da una famiglia greca di Costantinopoli residente ad Alessandria,
Kavafis, come accadde ad altìi suoi connazionali di quegli anni,
imparò l'inglese prima della propria lingua ed ebbe, come prima
meta del suo mestiere, a decidere in quale greco avrebbe scritto. E senza
stare qui a. discorrere di lingua popolare, o demoticista, e lingua colta,
o katareusa, basti dire che egli coniò un idioma per proprio uso,
succinto, magistrale. Su di lui è noto da alcuni anni quel poco
che c'era da sapere per quanto, come aveva già detto il più
famoso scrittore greco contemporaneo, il premio Nobel Giorgio Seferis,
"egli non esisteal di fuori delle sue poesie". Sappiamo, così, è
vero, che le sue stanze alessandrine, su cui si potrebbero costruire tanti
sogni, erano molto modeste, colme di cianfrusaglie, di paccottiglia da
vetrina e di quei mobili fatti in Egìtto e in Siria verso la fine
dell'Ottocento, orridamente intarsiati di madreperla. Incenso, whisky e
candele completavano un'atmosfera che forse si adattava alla voluttuosa
malinconia
del poeta, alle sue ironiche meditazìoni storiche: Kavafis fu -
la biografia di Robert Liddell lo dimostra (Kavafis, Crocetti, 1998, pagg.
246, L. 26.000, 13,43), - un genio racchiuso nel corpo di un uomo
affettato e puntiglioso che trascorse la vita nel polveroso Ufficio dell'lrrigazione
di un ministero egiziano ai tempi degli inglesi. D'altra parte il romanziere
a cui dovette l'inizio della sua fama in Europa, E.M. Forster, scrisse
come egli fosse "un gentiluomo greco con un cappello di paglia, fermo ad
un angolo insignificante dell'universo". Il resto è il miracolo
dell'arte: Vuole questo dire che la storia della sua vita sia senza interesse
? Si potrebbe rispondere affermativamente, e comunque non è la quotidianità
a farci capire il senso della sua opera, contenuta in centociquanta brevi
poesie. Queste strofe non hanno spiegazione, scorrono come l'essenza dì
sentimenti e dì fatti vissuti ieri o mille anni fa, lucidamente
distillati dai ricordi, mummificati come un insetto in un grumo di ambra.
I sentimenti costituiscono
il punto più delicato del suo universo. E già stato notato
come nelle opere d'arte estremamente raffinate resti spesso latente un'ombra
dì cattivo gusto. Nelle poesie di Kavafis è valida questa
tendenza, soprattutto nelle liriche erotiche: a ben pensarci, che dicono,
parlando alla lettera? Il poeta ammira un'opale per metà grigia
e rammenta dei magnifici occhi di quel colore, visti vent' anni prima.
Si amarono un mese, poi l' amato andò a lavorare, magari a Smirne:
si saranno sciupati, quegli occhi, se è ancora vivo. Niente di più
banale di un povero ragazzo con begli occhi grigi, invecchiato o morto.
Ma, proprio in questa banalità,con queste poche parole
si
trasmette una sensazione struggente, il tempo che passa, la vita che si
perde. La chiusa è sublime: "serbali tu com'erano, memoria,/più
che puoi, memoria, di quell'amore mio/ recami ancora, più che puoi,
stasera".
Liddell spiega il metodo
di lavoro del poeta che proprio in questi versi dovrebbe risultare facile
- si fa per dire - a intendere. Kavafis non scriveva mai le sue poesie
di getto, dall'inizio alla fine; lavorava su molte nello stesso tempo,
per anni. Per ognuna di loro preparava una serie di versioni, correggendo
una dopo l'altra, in piccoli blocchi di carte sovrapposte. Giungeva poi
il giorno in cui decideva quando la versione finale, dopo altri tagli e
aggiunte, era pronta: un mosaico ricomposto più volte -.,con le
stesse tessere. Il tempo dunque non aveva molta importanza e ciò
che era accaduto trent'anni prima, finiva col confondersi con quanto aveva
visttuto.
Antonio ad AIessandria o
un generale a Bisanzio. Seferis ha spiegato questi tropismi "non si è
mai sicuri, quando lo si legge, se un giovane che lavora nella povera bottega
di un fabbro nella AIessandria di oggi non si recherà la sera in
una di quelle taverne in cui gozzovigliavano i sudditi di Tolomeo Làtiro".
Questa idea così
chiara serve a dimostrare come il senso del tempo in Proust abbia molto
in comune con quello di Kavafls - epppure nulla parrebbe più lontano.
Ambedue, forse loro malgrado, furono toccati dalle idee di Bergson (anche
se qui non saprei indicare la strada). È bene anche citare un passo
del saggio magistrale che Marguerite Yourcenar ha dedicato al nostro artista:
"senza dubbio, vista l'importanza accordata al ricordo, è questa
lucida serenità che dà a Kavafis il suo aspetto così
greco di poeta vecchio, agli antipodi del poeta adolescente dei romantici
e ciò nonostante la vecchiaia occupi nel suo universo il luogo che
altrove è riservato alla morte". La vecchiaia, e ancora l'antichità,
tutto finisce per collegarsi in un prodigioso museo di sensazioni, di idee,
soprattutto di ricordi che accomunano gli uomini lungo i secoli. In passato
della grande città rendeva il suo presente tollerabile. Kavafis,
rivivendo la superba visione di marmo dell' età dei Tolomei attraverso
le sue stesse ideazioni, finì per diventare il simbolo della città,
il suo genius loci. Questa sua deificazione risulta definitiva nei romanzi
di Lawrence Durrell, apologia di estreme passioni in un' Alessandria letteraria
dove nulla contava "tranne il piacere, ossia l'opposto della felicità".
Kavafis presiede quell'ambiente rarefatto dove tutto arrivava troppo presto
o troppo tardi - tempo come inutile convenzione o impulso lirico trasformato
in poesia. " Negli ultimi anni la sua opera riceve non poca attenzione
in Italia: da un celebre articolo di Eugenio Montale a un
intervento di Vittorio Sereni,
a due quaderni di traduzioni di Nicola Crocetti che si affiancano ad altre
di Margherita Dalmati e di Nelo Risi, a quelle,squisite, di Filippo Maria
Pontani, alla biografia del Liddell. Furono molti gli italiani vissuti
in Egitto fra gli ultimi due secoli, primo fra tutti Giuseppe Ungaretti
che di Kavafis fu amico: "a volte, nella conversazione lasciava cadere
un suo motto pungente, e la nostra Alessandria assonnata, allora in un
lampo risplendeva lungo i suoi millenni come non vidi mai più nulla
risplendere". La sua visione di un'antichità fatta propria, la sua
tenerezza verso i giovani diseredati che destavano il suo eros, rammentano
la sensibilità di un altro italiano, lo scultore napoletano Vincenzo
Gemito che, pur senza condividere le stesse inclinazioni, seppe reinventare
moduli classici e tradurre in bronzo la carne degli adolescenti. E anche
a lui non manca un'ombra morbosa che tende, qua e là, a raggiungere
smalti e dolcezze fin troppo ricercati.
Assai si dolsero
nell'atto di lasciarsi.
Le circostanze,
non loro lo vollero.
I casi della vita
fecero che uno
lontano se n'andasse - a
New York o in Canadà.
Certo l'amore non era più
quello d'un tempo,
poco per voltain loro
era scemata l'attrazione.
Separarsi, però,
non l'avevano voluto.
Le circostanze agivano.-
Forse il destino
s'è rivelato artista,
spaiandoli proprio adesso
prima che il fuoco si spegnesse
che il Tempo li guastasse.
Immutabilmente
saranno l'uno per l'altro
il bel ragazzo
di ventiquattro anni.
E se non puoi la vita che
desideri
cerca almeno questo per
quanto sta in te
non sciuparla
nel troppo commercio con
la gente
con troppe parole in un
viavai frenetico
Non sciuparla portandola
in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo
degli incontri e degli inviti
fino a farne una stucchevole
estranea.
a cura di Paolo Vettore
Nel mese di Athyr
A fatica leggo sulla
vecchia pietra
SIGN(OR)E GESÙ CRISTO.
La parola ANI(M)A distinguo.
NEL ME(SE DI) ATHYR
LEUCI(O) SI SP(ENS)E.
Menzionando l’età
… ANNI VIS(SU)TO
Le Kappa e Zeta dicono che
si spense presto.
Dove la parte è guasta
vedo COSTU(I)… DI ALESSANDRIA.
Poi vengono tre righe
molto mutile, appena posso
decifrare le parole NOSTRE
L(A)CRIME, e DOLORE
e ancora LACRIME e GLI (AM)ICI
IN LUTTO.
Questo Leucio a me pare
che fu molto amato.
Nel mese di Athyr Leucio
si spense.
da Cinquantacinque poesie,
a cura di Margherita Dalmati e Nelo Risi, Einaudi, 1967
Di guardare la scena mi annoiai,
levai lo sguardo ai palchi.
E dentro un palco vidi te,
con quella strana tua beltà,
la tua corrotta gioventù.
Mi tornò a mente
quanto avevo udito
dopo pranzo di te,
il mio pensiero e il mio
corpo si commossero.
E mentre rimiravo affascinato
quella spossata tua beltà,
la tua spossata gioventù,
la ricercata foggia del
vestire,
t’immaginavo e ti raffiguravo
con ciò che avevo
udito
dopo pranzo di te.
In questa foto oscena – fu
venduta
per la via, di nascosto
dalla guardia –
in questa foto pornografica,
com’è
che c’è un viso di
sogno come questo,
com’è che ci sei
tu.
Chissà che vita grama
e sordida farai:
in che trucido ambiente
ti sarai
fatto fotografare;
che anima da nulla è
mai la tua.
Pure, ancora di più
resti per me quel viso
di sogno, la figura
fatta e donata per piaceri
greci –
così resti per me,
così ti canto.
27 giugno 1906, due del pomeriggio*
Quando alla forca lo portarono
i Cristiani
– diciassett’anni, un ragazzo
innocente –
la madre che si trascinava
presso la forca e si batteva
il petto tra la polvere
sotto il sole feroce del
meriggio,
ora ululava come un lupo
grida belluine,
ora spossata martire biascicava
un lamento:
«Diciassett’anni soli
mi sei vissuto figlio mio».
Gli fecero salire la scala
della forca e gli passarono
la corda al collo e lo strozzarono
– diciassett’anni , un ragazzo
innocente –
e penzolò nel vuoto
tra gli atroci spasmi dell’agonia
quel corpo
d’efebo così bello:
si rotolava allora quella madre martire nella polvere
e nel suo pianto non parlava
più d’anni: «Diciassette
giorni soltanto» piangeva
«diciassette
giorni soltanto io t’ho
goduto, figlio mio».
Da quanto ho fatto, da quanto
ho detto
di scoprire non cerchino
chi fui.
C’era un ostacolo che mi
fermava
tante volte che stavo per
parlare.
Di me le azioni meno percettibili
E dei miei scritti quelli
più velati –
sarà solo lì
che capiranno.
Ma forse tanta pena, tanto
sforzo
Per intendere me non mette
il conto.
Più tardi – in una
società migliore –
certo qualcuno fatto come
me
apparirà, farà
liberamente.
da: Poesie nascoste, a cura di Filippo Maria Pontani, Mondatori, 1974
*Per questa poesia ho ripristinato
il titolo originale, che nell’edizione Mondadori è: La forca, e
ho aggiornato in due punti la traduzione del grecista insigne Pontani:
al verso: “e nel suo pianto
[Pontani: lagno] non parlava più d’anni: «Diciassette.”
E al verso: “giorni soltanto»
piangeva [Pontani: si lagnava] "diciassette”.
[nota del copista]
Links:
Rai:
mosaico - filmati
Antologia
di traduzioni di Lorenza Franco