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ALTRESTORIE (continua)

 

BERNARDINO DEL BOCA

(1919 - 2001)

 

In questa pagina:

- L'unità, 28 nov 05 - La Lunga notte di un Salgari gay - di Antonio Armano

- Bernardino Del Boca - di Massimo Consoli


 

L'Unità, 28 nov 05

 

LA LUNGA NOTTE DI UN SALGARI GAY


Ritratto di Bernardino del Boca pioniere della liberazione omosessuale

 

di Antonio Armano

A cavallo tra gli anni ’40-50, Bernardino del Boca, conte di Tegerone e fratello di Angelo, storico del colonialismo, visse in Oriente. Ebbe contatti con sette segrete. Fu iniziato spiritualmente nel tempio di Han a Bangkok. Console a Singapore, si occupò di procurare appoggio alle prime navi italiane di migranti verso l’Australia. Su sollecitazione di Gide e Cocteau salvò Jef Last, poeta gay olandese esiliato nel Kalimantian Borneo. Fornì a Kinsey informazioni sui costumi degli indigeni. Un bagaglio di esperienze col quale tornò in Italia e, prima di diventare pioniere dello spiritualismo, si dedicò alla liberazione omosessuale.
Antropologo e teosofo, diversificò l’attività su tre fronti. Aprì, con autorizzazione, un bar gay a Milano, il Uì Tì, primo del genere nel nostro Paese, frequentato da intellettuali del calibro di Arbasino e Testori. Scrisse un romanzo, La lunga notte di Singapore, firmato Bernardino di Tegerone, con protagonista omo. Tentò di fondare una rivista, Tages, intitolata a un bellissimo dio etrusco e improntata allo stesso tema. I tempi non erano pronti per la liberazione sessuale etero, che arriverà solo col ’68, figuriamoci per quella omosessuale. A nulla valsero le amicizie altolocate, che arrivavano a un ministro del governo Dc. Il Uì Tì divenne luogo di spaccio e finì col disgustare del Boca. Tages non aprì mai. Il cassiere scappò in Grecia coi soldi. E La lunga notte fu sequestrato per oscenità. Qualche avvisaglia c’era stata. L’editore che lo doveva pubblicare, De Carlo, fu fatto fallire, per «pubblicazioni oscene», con una strategia che rese necessario emanare una legge per impedirla in futuro: la denuncia contemporanea in tutte le province italiane. Così il dattiloscritto fu inviato a Gastaldi, che aveva indetto un premio per scrittori esordienti. Vinse. Nel ’53 fu dato alle stampe. Poi alle fiamme. Tranne quaranta copie.
Dedicatosi dopo queste esperienze allo spiritualismo, il conte si sposò, scrisse libri esoterici come Iniziazione alle strade alte e La quarta dimensione. Fondò la rivista L’Età dell’Acquario e, qualche anno prima della morte, avvenuta nel 2001, mise in piedi una comunità nel novarese, il Villaggio Verde, dove una decina di famiglie vive tuttora nutrendosi di principi del Vangelo e cibi biologici. Non rinnegò mai, dopo la fine degli anni repressivi, l’attività di liberazione omosessuale, né mai la riprese. E La lunga notte di Singapore non è mai risorta dalle proprie ceneri. Dove trovarne una copia? Giovanni Dall’Orto, direttore di Pride e storico dell’omosessualità, ha intervistato nell’84 il conte. Nel colloquio, pubblicato in La pagina strappata, edizioni Gruppo Abele, del Boca ricostruisce il clima anni ’50. Ricorda la popolarità ottenuta da Scalfaro grazie allo schiaffo a una donna scollata. Elogia il regista Visconti, colui che più ha fatto per i gay vivendo le proprie scelte alla luce del sole. Descrive Pasolini come settario («faceva parte di una cricca che diceva: noi e nessun altro»), l’accusa di avere snobbato lo scrittore Carlo Coccioli, che sentendosi isolato emigrò in Francia. Dice che l’Italia era vista come un paradiso mediterraneo dell’omosessualità, soprattutto prima della guerra: «durante il periodo fascista nei campi Dux… si sapeva benissimo che avveniva di tutto». Ma tutto doveva compiersi senza rivendicare nulla. Niente coming out, per usare un’espressione non a caso successiva. Naturalmente questo valeva per gli strati sociali elevati. Ai piani meno privilegiati «fare», anche senza dire, era pericoloso.
Molto critico verso quello stato di cose ipocrita e classista, Dall’Orto dice che «ancora oggi molti omosessuali preferiscono non uscire allo scoperto». Una situazione che ha avuto riflessi in campo culturale: «Nelle università, nei giornali e nelle case editrici ci sono gay, che io definisco frociosauri, che si rifiutano di affrontare il tema della omosessualità perché vivono la propria condizione in modo problematico. Sono vittime del retaggio passato. Quando nessuno ti dava fastidio se ti limitavi a condure la tua vita senza rivendicarla pubblicamente. Ancora oggi molti preferiscono comportarsi alla vecchia maniera, per questo li chiamo frociosauri anche se magari sono quarantenni. Sono più prevenuti degli etero. Guai parlare della tematica omosessuale in letteratura. Qualsiasi altra sì ma quella no. Negano che esista, in nome dell’universalismo. In realtà non si sono mai accettati. E il loro problema personale è diventato un problema culturale perché l’hanno trasferito alle istituzioni in cui lavorano».
Dall’Orto mi indica dove trovare La lunga notte di Singapore: al Centro di iniziativa gay di via Bezzecca a Milano. Mi dedico alla lettura per capire, se davvero, come sostiene, fu censurato per il solo fatto di toccare quel tema senza essere osceno. (Ma è valutazione piuttosto pacifica, visto che i censori si attivarono dopo avere sentito in radio che «Adesso basta parlare di omosessualità, che subito si vince un premio»). Il romanzo è scritto in forma di diario. Come specifica la prefazione, utilizza materiale raccolto in Siam, Malesia e Indonesia «per lo studio del problema dell’omosessualità», al fine di poter servire «al quarto volume del Kinsey Report». E «dovrebbe tratteggiare fedelmente la mentalità di un omosessuale e far capire quali sono i problemi per cui cerca invano una via d’adattamento, in un mondo diretto da eterosessuali». Problemi che scompaiono «portando il subcosciente del soggetto ad accettare la realtà del suo stato». Il protagonista è un aristocratico piemontese sui trent’anni, l’età di Del Boca, che era nato a Crodo nel 1919. Viene da concludere che è autobiografico più che frutto di interviste fatte in Oriente.
È anche un diario di viaggio, seconda caratteristica che lo pone in una posizione singolare rispetto alla letteratura italiana coeva. La nave parte da Marsiglia verso un Oriente conosciuto sulle pagine di Salgari, costeggiando l’Africa, finché «non c’è più che il vasto mare, l’Oceano Indiano». A bordo salgono «giovani soldati indiani di 18 anni, sudditi francesi della piccola colonia di Pondichery, e sono così belli che mi turbano indicibilmente». La seconda parte del percorso avviene in treno, nel caldo afoso contro cui nulla può il ventilatore delle carrozze, versione ferroviaria della classica immagine esotico-coloniale. Ogni tanto, sotto la zanzariera, torna il pensiero penoso di un amore sulle colline piemontesi. I sensi di colpa si alternano agli slanci.
Una spedizione sul fiume Me Nam Chao Phya, per vedere un Wat (tempio) dell’era Sukodhai, «sommerso dalla jungla», è la puntata più avventurosa. Gli accompagnatori hanno paura che i coccodrilli rovescino la barca. E a un tratto il fiume si copre di «grosse foglie dagli steli tubolari galleggianti coi bei fiori lilla». Foglie «abitate da grossi ragni gialli, vellosi, che disturbati, vennero a rifugiarsi sulla barca». La spedizione incontra un Wat dove i monaci, tra collane floreali, lanterne e riti purificatori, preparano la cerimonia del Wesak. La spedizione si deve interrompere perché sul corpo del conte compare una macchia. Forse lebbra. Bisogna tornare a Bangkok.
Falso allarme. Nel sultanato di Kedak una radio trasmette Beniamino Gigli che canta Rondini al nido. Treni, stazioni, visite ai templi, cimiteri cinesi. I turbamenti per i maschi sono all’ordine del giorno. I pochi incontri con signore, inglesi del tipo «coloniale», fanno capire perché i mariti passano le giornate al club ubriacarsi: «Mi da noia la signora vociante che sta commentando l’articolo del Souvenir Colony del giornale. Non sa che c’è un bel ragazzo che dorme?». Finalmente la febbrile Singapore. Desiderio di avventure e di vita. Ma anche senso del peccato. Riecco la nevrosi. Non accade nulla. «Amo un giovane autista malese a cui non ho mai parlato, amo la maschera del Cathay, amo un giovane cinese dal viso vizioso e, per un attimo, nella strada, un’infinità di volti. Ma nessuno capisce cosa vogliono». Lo capirà la maschera del cinema Cathay, Vivien. L’azione prende il sopravvento. E dopo «Sono contento di me. Dirà qualcuno che fu un peccato. Ma non fu un peccato, lo sento». Sulla scena compare poi un amico della maschera, Jimmy Wong: «So tutto dell’amore. So quanto si può soffrire perché si ama e so quanto v’è dentro la sofferenza. So tutte le perversità, tutti i segreti per far godere il tuo corpo». Adorabile canaglia, mente e ha decine di amanti. L’aristocratico piemontese, che tutti chiamano Tuan (padrone), lo ama e si consola con Vivien e altri. A volte è sedotto da ragazzini.
Le descrizioni degli incontri non sono proprio caste, cose tipo «A letto s’avvinghia con tutto il suo corpo al mio, in un così strano modo, che quell’improvviso modo, che quell’improvvisa calda pressione in tante parti del mio corpo, contemporaneamente, mi produce l’eiaculazione». L’uomo bianco è ricercatissimo, gli unici concorrenti sono inglesi. Jimmy sparisce spesso con loro. Il conte si dispera. Ma Jimmy torna sempre. Infine, dopo una delusione d’amore per un inglese, si trasferisce nella grande casa del Tuan. Mentre i due camminano in Chulia Street, il Tuan si sente toccare la mano. È Sampih, ragazzo mezzo giavanese e mezzo giapponese che dei contrabbandieri di Sumatra gli avevano affidato per troppo breve tempo. Glielo lasciano di nuovo. Passano Natale nell’idillio. Sta arrivando il nuovo anno, il ’49, e anche l’appuntamento coi contrabbandieri. Ma il Tuan non si lascia sfuggire di nuovo Sampih e su proposta di Jimmy il trio parte con loro per le isole dove «i giorni, Tuan, sono ben vissuti», dove non vi sono tabù per «le gioie del sesso». Ma questo vale per il protagonista, l’autore, il conte, torna in Italia, anche per far sì che i tabù vengano tolti. Un’utopia. O meglio una fuga in avanti.


Bernardino Del Boca

 

di Massimo Consoli

 

Tratto da http://www.cybercore.com/consoli/boca.htm

 

Nel silenzio più totale della situazione italiana che fa seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale, uno dei primi a trattare l'argomento dell'amicizia e' Bernardino Del Boca (Crodo, provincia di Novara, 9 agosto 1919), grande figura di spiritualista, divulgatore dell'Età dell'Acquario, ideatore del Villaggio Verde, autore di numerosi libri, dalla "Lunga Notte di Singapore" (1952, pubblicato con lo pseudonimo “Bernardino di Tegerone”), a "La Casa nel Tramonto", "L'Iniziazione alle Strade Alte", "Il Segreto", "La Dimensione Umana".
Del Boca, seguendo l'esempio di William Blake, di Gurdjeff e del conte von Keyserling, scrive usando la psicotematica, una tecnica che impiega «il linguaggio dello spirito invece che quello della mente e si rivolge in modo diretto all'intuizione... I fatti e le persone sono visti e descritti non basandosi sulla realta' mentale, che si basa sulla socienza della realtà materiale, ma sulla realtà dello spirito, che e' causa della realta' materiale mentale».
Del Boca aveva rapporti con la Fratellanza Sarmoun, che si vanta d'esser nata duemila anni prima di Cristo, allo scopo di «canalizzare le nuove energie dell'Età dell'Acquario ed aiutare lo sviluppo del nuovo piano di coscienza». Inoltre, aveva fatto parte di numerose organizzazioni internazionali, dall'American Anthropological Association, all'American Association of Physical Anthropologist, dall'Association of Psychiatric Treatment of Offenders, alla Lega dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Fu anche direttore della rivista "Eta' dell'Acquario" e ideatore del Villaggio Verde di Cavallirio, nel novarese.
Per un certo periodo sara' un punto di riferimento per gli omofili italiani, tant'è che la rivista francese "Futur" (che per un breve periodo anticipera' la piu' famosa "Arcadie"), nella sua rubrica a pagina 4, dicembre 1952, intitolata "La presse d'avant-garde pour la libération inconditionnelle de la personne humaine", indica per l'Italia: «S'adresser au comte Bernardino del Boca [...] qui organise une revue», mentre nel gennaio del '53 citera' l'esistenza di questa rivista, "Tages".
Cos'era accaduto? Agli inizi degli anni '50 Del Boca aveva conosciuto un anarchico, Pepe Diaz, che pubblicava un periodico con una piccola rubrica sull'omosessualita', "Scienza e Sessualità" (con sede in via Eustachi 2, Milano) e lo convinse a trasformarla in "Sesso e Libertà" (che per un certo periodo si trovera' a viale Montesanto 12, Milano) dando piu' spazio all'argomento del sesso in generale, e dell'omosessualita' in particolare. Dall'alleanza, abbastanza insolita, tra il monarchico e l'anarchico (...), vide la luce la prima rubrica gay italiana.
Subito dopo, Del Boca cerca addirittura di dare inizio ad una pubblicazione italiana sul tipo della "Der Kreis" svizzera. Viene perfino scelto il nome, "Tages", appunto, ispirato da un dio etrusco perennemente giovane, ma il tentativo fallisce perche' il cassiere scappa in Grecia con tutti i soldi anticipati da un ministro in carica.
Svaniti i sogni di quella che avrebbe potuto essere la prima rivista gay italiana, dal febbraio 1955 "Futur", parlando dell'Italia, indicherà soltanto l'esistenza di una "delegazione" presso lo stesso Del Boca.
Quando l'editore De Carlo riceve il manoscritto della "Lunga Notte di Singapore", i democristiani lo hanno gia' messo sotto tiro per altre sue pubblicazioni eversive, denunciandolo contemporaneamente in tutte le oltre novanta province italiane (cosa mai fatta prima)! E facendolo fallire.
Era, ricorda Del Boca, il momento in cui si faceva strada quel tal democristiano che schiaffeggiava le donne perchè andavano in giro scollacciate e, se i conti tornano, dovrebbe essere il penultimo Presidente della Repubblica Italiana, il galantuomo Oscar Luigi Scalfaro, che a suo tempo Marco Pannella si era vantato di aver fatto eleggere.
Il libro viene pubblicato da Gastaldi e quasi subito sequestrato e bruciato, a dimostrazione che i roghi, in Italia, sono durati fino all'altroieri.


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