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"ALTRESTORIE" (continua)


 

Paolo Ciulla

 

La vera storia di Paolo Ciulla, artista calatino, capopopolo e pioniere della fotografia, raccontata da Maria Attanasio


Un falsario? No, un Robin Hood


Nel 1920 inondò Catania di banconote contraffatte: non era truffa ma resistenza civile

di Anna Mallamo


Ahi che destino, quello dei siciliani. I siciliani che raccontano e quelli che vengono raccontati: le loro vite si costituiscono "spontaneamente" in metafora, e talora radunare una biografia, sviscerarla, seguirne il percorso nello spazio e nel tempo significa evocare un mondo, con la passione civile dello storico e il rigoglio narrativo del romanziere. Ci hanno abituati male, questi siciliani, col loro raccontare storie vere come fossero romanzi, e romanzi che erano, sono stati o saranno storie vere: lo storico e il profeta, lo storico e l'aedo a volte si confondono, nella luce dell'isola che a mezzogiorno è così accecante da sembrare buio fitto. Come la verità.
E che storia, che verità, quella di Paolo Ciulla e delle sue molte vite, come ce le racconta Maria Attanasio, concittadina di Ciulla, nel bel libro edito da Sellerio, "Il falsario di Caltagirone. Notizie e ragguagli sul curioso caso di Paolo Ciulla" (pp. 201, euro 10), per il quale la scrittrice ha vinto il premio Vittorini (le sarà consegnato il prossimo 25 giugno a Siracusa). L'ha tirata fuori dalla memoria popolare del Calatino, dove Paolo Ciulla era rimasto come una sorta di Robin Hood, un leggendario amico dei poveri ch'aveva messo al servizio della gente la sua arte di pittore e incisore, la sua perizia di fotografo, il suo impegno appassionato di difensore degli oppressi. "Chiddu ri sordi farsi", quello dei soldi falsi: l'epiteto che, solo, restava d'una vicenda umana ricca e tormentata, ch'aveva attraversato epoche e mondi (dai Fasci siciliani alla Montmartre di Picasso e Modigliani, dall'Argentina degli emigranti e delle speranze alla Sicilia, di nuovo e per sempre, e stavolta come galeotto e ospite dell'Albergo dei Poveri Invalidi).
Lei, l'Autrice, lo premette in epigrafe, affidandosi alle parole di Picasso (che poi è uno dei protagonisti del libro, nel periodo parigino di Ciulla): «Oggi sappiamo che l'arte non è verità. L'arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità, almeno la verità concepibile». La verità di Ciulla parte, infatti, dal lavorìo del racconto e dalla ricostruzione che fa egli stesso – colto in flagrante nella misera casetta in cui esercita la sua sorprendente arte di falsario – al giudice che lo interroga.
Ciulla racconta gli anni – è la fine dell'Ottocento – dell'Accademia e della lotta politica, in una Sicilia percorsa da energie e idee, in cui «ogni sviluppo storico era ancora virtualmente possibile». Non la Sicilia sonnolenta dei Gattopardi, né dei vinti verghiani; non la Sicilia dei libri di storia patria «nostalgici e bigotti»: piuttosto, la Sicilia come si può ravvisarla «nei regolamenti di società e associazioni; nelle relazioni annuali di direttori didattici e presidenti del tribunale; nella passione sperimentale e umanitaria di medici e agronomi. E soprattutto nei giornali locali», dove infuriano dibattiti, esplodono ardite richieste di servizi, compaiono pubblicità di nuovi consumi (velocipedi, caffè, studi fotografici).
L'Autrice racconta Ciulla che racconta se stesso, e tutti questi racconti sono la Sicilia che racconta la sua propria storia disgraziata, la sua vitalità continuamente mortificata e oppressa da ben miseri predatori. Ciulla alle prese con la sua stessa arte – è pittore finissimo in lotta con la forma, «la paralizzante bellezza della forma, in cui restava inevitabilmente prigioniero» – , la sua omosessualità – vissuta con esaltazione e vergogna e usata come arma dai suoi nemici per screditarlo – , la sua passione politica – il circolo operaio, la rivolta domata a cannonate dal governo Crispi, i compagni caduti.
E poi gli anni del magnifico esilio francese, quando Paolo Ciulla sceglie d'essere artista nel momento d'oro di Parigi, nella Montmartre da cui risplendono il genio di Modì, le "demoiselles" di Picasso, le giungle oniriche di Rousseau. E gli anni del Sudamerica, di Buenos Aires languida di tango, dove Ciulla fu internato in manicomio per sette anni, e gemellò la sua storia di perseguitato con quella di altri perseguitati.
Infine, il ritorno. Che, per i meridionali, è un orizzonte necessario, un destino inevitabile. Il ritorno in una Sicilia ancora più ingiusta, ancora più offuscata da poteri malvagi, ancora più povera e amara. La Sicilia che suggerisce a Paolo Ciulla, minato nel fisico, logorato dal disincanto, di tentare un'opera, una vita ancora. Il suo capolavoro, sul quale nemmeno avrebbe potuto mettere la firma, ma che, oscuramente, avrebbe redento tutta la sua vita, tutte le sue vite: la banconota perfetta. Ciulla, sapiente della sapienza del fotografo e dell'incisore, abile dell'abilità del decoratore, ardito dell'ardimento dell'artista, ancorché quasi cieco per tara familiare, realizza il falso perfetto.
Come ogni artista che si rispetti, Ciulla celebra la verità attraverso la suprema menzogna: l'arte. Banconote da 500 lire «quasi indistinguibili» da quelle vere – son parole degli esperti della Banca d'Italia – , e certo «più perfette e meglio incise di quelle della zecca». Ventimila di quelle banconote, tra il 1920 e il 1922, inondarono Catania e la provincia, recapitate ogni mese a famiglie indigenti e bisognose, lasciate su treni, tram e piroscafi, consegnate alle mani di emigrati. «Una gratuita ricchezza, gran parte della quale in una città, Catania – in quegli anni, come l'Italia tutta – in piena regressione economica, tra affamate popolazioni in rivolta e squadristi che devastavano sedi di partiti, camere di commercio, sindacati».
Paolo Ciulla sarà arrestato, processato e condannato. E non si può negare la forza paradossalmente risarcitoria di quel processo, che lo celebrò nel momento stesso in cui lo condannava: «Una condanna necessaria per far ritrovare al falsario Paolo Ciulla la sua identità d'artista che – coniugando nella contraffazione bellezza e giustizia, simulazione e verità – veniva, con quella sentenza, dal tribunale pirandellianamente conclamata». La stessa forza risarcitoria – che tanti siciliani, tanti oppressi, tanti artisti non hanno mai avuto – anima la scrittura di Maria Attanasio, tesa, rigorosa eppure immaginifica e rigogliosa, davvero, e "da dentro", siciliana. Paolo Ciulla non meritava l'oblìo, e duole che della sua opera nulla sia rimasto: l'Attanasio stessa, al termine delle sue vastissime ricerche, si rammarica d'aver potuto visionare un solo disegno di Ciulla. Il resto è perduto, «sparso e sperso in case private» (e bello sarebbe invocare una ricerca che li rimetta assieme, che ricostruisca anche quel lato della verità).
Non ebbe mai la sua mostra, Paolo Ciulla. E i suoi lavori migliori non potè firmarli: le banconote del coraggio e della rivalsa. Ma quella, ne siamo certi, è ora moneta corrente nelle banche del paradiso.

(giovedì 7 giugno 2007)


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