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"ALTRESTORIE" (continua)

 

CALLISTO


OPERA SEICENTESCA SULL'AMORE LESBICO

 

Da: “Babilonia” n. 137, settembre 1995, pp. 68-70.

 

ORSA CERCA ORSA

 

di Giovanni Dall’Orto

 

Un'opera seicentesca che tratta della seduzione di una donna da parte di una donna? Ebbene sì: che ci crediate o no esiste, ed anzi è appena stata pubblicata su CD. Si intitola Callisto, e fu musicata nel 1652, su libretto di Giovanni Faustini (ca. 1619-1651), dal grande compositore Francesco Cavalli (1602-1676).
L'incisione, diretta da René Jacob, è appena giunta nei negozi di dischi (in tre CD più il libretto integrale a circa L. 90.000) dalla casa discografica "Harmonia Mundi France", e costituisce sotto tutti gli aspetti un enorme balzo in avanti rispetto alla versione finora in commercio, incisa nel 1972 da Raymond Leppard per la "Decca".
Quella di Jacob è una versione superiore non solo per il fatto che non tagliuzza l'opera come fece Leppard, che soppresse un buon terzo della vicenda, ma soprattutto per l'utilizzo del tesoro di conoscenze che decenni di interpretazioni "filologiche" delle musiche antiche hanno accumulato.
Come ormai è evidente a tutti gli appassionati della musica cosiddetta "antica", oggi non è più possibile credere che un'"interpretazione filologica" possa fare a meno, appunto, dell'"interpretazione", termine che implica un margine di arbitrio in passato considerato normale. Suonare le pure e semplici note delle partiture tramandata costituisce una forma di "infedeltà", visto che fino all'Ottocento chi scriveva le musiche dava per scontato, anzi esigeva, un certo margine di improvvisazione da cantanti e strumentisti.
Jacob s'è rivelato negli ultimi anni, specie con le sue interpretazioni di Monteverdi, fra i direttori più scaltri nel "rivestire" di sontuose sonorità e abbellimenti il canovaccio tramandato, prendendosi libertà interpretative che non scadono in arbitrio.
Da questo punto di vista era assai più arbitraria l'interpretazione di Leppard, che ormai appartiene ad un altro mondo: il suono dolciastro dei violini ottocenteschi cala come marmellata su tutto, rendendo il povero Cavalli il fratello più scemo del sinfonismo ottocentesco, anziché il maturo e geniale continuatore della rivoluzione iniziata da Monteverdi, quale è in realtà.
Certo, chi non è abituato all'opera barocca avrà bisogno di alcuni ascolti prima di superare la sorpresa di sonorità così insolite (i violini che hanno un suono più secco, l'uso del falsetto nelle voci maschili eccetera). Al contrario chi ama già questa musica sarà catturato fin dalle prime note dalla pulizia e dalla ricchezza che caratterizzano questa interpretazione. Certo, non sempre i cantanti sono all'altezza, ma lascerò correre: non si può avere tutto nella vita.
Insomma: questa edizione vale fino all'ultimo centesimo di quel che costa. Se amate l'opera barocca non ne potrete fare a meno; se no, potrebbe essere l'occasione buona per cominciare.

Se musica e interpretazione di quest'opera meritano attenzione, la trama del libretto non è da meno.
La versione del mito di Callisto che Faustini ha scelto è quella che appare nelle Metamorfosi di Ovidio (II, 401-495).
Callisto è una ninfa del seguito di Artemide, dea cacciatrice. Come Artemide e le altre ninfe ha fatto voto di verginità.
La vicenda si apre con Callisto che s'aggira assetata per i boschi riarsi dal carro del Sole maldestramente guidato da Fetonte. Giove, che è sceso sulla Terra per verificare i danni, la vede e cerca di sedurla, ma Callisto lo scaccia insultandolo.
Come vincere il rifiuto? Mercurio, dio dell'inganno, consiglia: Giove assuma miracolosamente l'aspetto di Diana, "e sotto quel sembiante,/ ingegnoso amatore,/ godi l'amante".
Detto fatto. Quando "Diana" (cioè Giove) appare a Callisto chiedendole baci, costei non ha esitazioni: "Quanti ne vuoi/ te ne darò/ t'en porgerò/ devoto il labbro".
Incredibilmente, dopo una lunga schermaglia amorosa le due si congedano cantando giulive a squarciagola: "A baciarsi andiam sì sì./ Sien del dì/ liete al core/ tutte l'ore,/ col goderle in dolci paci/ non s'indugi, a' baci, a' baci".
Particolare divertente: nei CD Marcello Lippi, che impersona Giove, canta da baritono le parti in cui Giove veste panni maschili, e canta in falsetto la parte in cui si finge Diana.
Dopo vicende assortite Diana, stizzita perché le è andato a vuoto un flirt (per colpa della troppo casta Linfea) con il bel pastorello Endimione, si vede piombare fra i piedi Callisto in palese fase post-orgasmica, che ringrazia per ciò hanno appena fatto assieme: "Giubilo immenso e caro/ le dolci labra tua/ nel petto mi stillaro./ Fur pure, oh dio, soavi/ quei baci che mi desti, o dea cortese;/ ma la mia bocca il guiderdon ti rese".
Diana allibisce e nega; Callisto non si raccapezza e conclude che Diana nega per non ingelosire Linfea "perch'anche a lei/ partecipar tu dei/ de la tua bocca i favi/ sì grati e sì soavi", e le chiede di riservare solo a lei quei baci.
Diana a questo punto ha un attacco isterico e scaccia Callisto insultandola: "Taci, lasciva, taci./ Qual, qual delirio osceno/ l'ingegno ti confonde?/ Come immodesta, donde/ profanasti quel seno/ con introdur in lui sì sozze brame?/ Qual meretrice infame/ può de' tuoi, disonesta,/ formar detti peggiori?".
Callisto se ne va piangendo, né può consolarla Linfea: "or la baciante, ohimè,/ il bacio nega, ed io non so perché". Ci ha proprio preso gusto!
Dopo una serie di altre vicende sia comiche sia serie, entra in scena Giunone, moglie gelosa di Giove, che in una scena assai buffa trova, mentre è a caccia di Giove, Callisto che piange per l'accaduto e le racconta che Diana "mi condusse/ in antro dilettoso/ e mi baciò più fiate,/ come se fosse stato il vago, il sposo./ Le mie labbra baciate/ le sue baciaro a gara, stretta da le sue braccia./ Or ella nega il bacio e me scaccia".
Giunone intuisce sùbito tutto: "Altro che baci, dì,/ v'intervenne, vi fu/ tra la tua Diva e te?". E Callisto: "Un certo dolce che,/ che dir non tel saprei". E Giunone: "Certa son dell'inganno,/ in quelle forme è Giove".
Ma ecco arrivare in scena Giove/Diana e Mercurio. Giunone si nasconde e osserva Giove/Diana riprendere immediatamente il flirt con la ninfa, scambiando parole d'amore.
E qui tutto precipita in un turbine di equivoci da commedia dell'arte. Giunone chiede a Diana, in cui ha riconosciuto il marito, cosa faccia con quel poco di buono di Mercurio. "Diana" risponde che la sua purezza non può essere insozzata nemmeno da ore passate a conversare con Amore. E Giunone aggiunge, acida: "E a baciar le donzelle". Giove farfuglia una scusa: un bacio casto si può dare senza infamia. E Giunone incalza: "Sì, ma negl'antri lecito non gl'è/ condur le semplicette e farle poi/ un certo dolce che,/ come fatto provar gl'avete voi". Ciò detto, se ne va.
Giove e Mercurio si stanno ancora chiedendo come abbia fatto Giunone a capire il trucco, ed ecco arrivare Endimione, a cui la vera Diana si era nel frattempo promessa. In una scena esilarante egli manifesta ardentemente il suo amore per Diana/Giove. Mercurio, spirito pratico, consiglia a Giove di cambiare subito aria, se non vuol trovare, invece di un'amante... un marito.
Dopo ulteriori vicende, per lo più comiche (non dimentichiamo che allora la stagione operistica si concentrava a Carnevale) il tema omoerotico riappare nell'atto III, scena I. Qui Callisto pregusta i baci di Giove/Diana, che le ha dato appuntamento in una grotta: "la mia divina ed io,/ coppia diletta e cara,/ ci baceremo a gara,/ e formeremo melodie soavi".
Ma ahimè, anziché Giove ecco Giunone che, gelosa, trasforma Callisto in orsa e poi, lamentando la sorte delle mogli tradite, torna in cielo.
Giove però accorre e ridà a Callisto forma umana, proponendole di portarla in Cielo. Callisto di botto accetta di diventare sua amante: si è già fatto tardi e i musici e i cantanti devono andare a casa... L'opera va dunque conclusa alla svelta, e così l'eterosessualità trionfa contro ogni logica, e buonanotte ai suonatori. Così va il mondo.
L'opera conclude descrivendo come Diana finisca nelle braccia di Endimione, e presentando, con un gusto moralizzante che definire pessimo è poco, l'ascesa di Callisto al Cielo quale metafora mistica dell'anima che, liberata dalla prigione del corpo, si unisce a Dio in Paradiso. Amen & "The End".

Come si vede la vicenda di Callisto, pur sotto la patina umoristica conferita da Faustini, è eccezionale in un panorama mitologico che, pur dando ampio spazio agli amori omosessuali maschili, ignora gli amori lesbici. Questo è l'unico mito che abbia permesso, nei secoli, qualche timida incursione nel tema del lesbismo, altrimenti ignorato (1).
Eppure l'eccezionalità del mito va ben oltre quanto ho appena detto: un attento esame rivela infatti qualcosa di straordinario: le tracce di un rito d'iniziazione che sembra aver contenuto anche un'iniziazione (omo)sessuale fra una donna adulta e la ragazza da iniziare.
Si è parlato molto in anni recenti della possibile esistenza di riti di questo tipo, ma sempre e solo in ambito maschile, trascurando la possibilità che simili riti esistessero anche per le donne (2).
Bernard Sérgent ha dedicato ben due libri a ricostruire un antichissimo rito di iniziazione indo-europeo (stiamo parlando di almeno tremila anni fa, ma il rito può risalire a migliaia d'anni prima) che egli riconosce in una serie di miti greci e d'altri popoli, e persino di sparse testimonianze storiche (3).
Sérgent sostiene che i documenti da lui raccolti tramandano la memoria d'un rituale di passaggio dall'età infantile all'età adulta. Questo passaggio avveniva allontanando dalla comunità il bambino, che andava a vivere fuori dal villaggio (da solo o in compagnia d'un gruppo di coetanei) assieme a un adulto il quale gli infondeva la virilità, sia attraverso rapporti (omo)sessuali, sia insegnandogli le attività virili (guerra, caccia).
Dopo un certo periodo (ed un exploit di caccia o guerra), la relazione omosessuale cessava, il bambino "moriva" ed al suo posto tornava alla comunità, appena "rinato", il giovane adulto. Ecco perché nei miti greci personaggi come Giacinto o Ciparisso vengono amati da un dio, si esercitano in attività virili (sport, caccia), muoiono, e rinascono sotto forma diversa.
Ebbene, il mito di Diana e Callisto segue, (non) sorprendentemente, questo stesso schema. Callisto è seguace di una dea per l'appunto cacciatrice (Artemide/Diana, sorella del dio Apollo coinvolto nei miti d'iniziazione omosessuale maschile appena citati, e notoriamente collegata essa stessa ai riti di iniziazione in tutta la Grecia), e non partecipa dell'attività sessuale-procreativa, che è tipica dell'età adulta (Artemide è per definizione la giovane vergine, eternamente al confine tra adolescenza ed età adulta).
A seguito di rapporti sessuali con Diana, Callisto "diventa" un'orsa e successivamente, secondo una versione del mito, viene uccisa dalla dea stessa, secondo un'altra, è trasformata in una costellazione: l'Orsa Maggiore.
Chiedo ora a chi legge un attimo di pazienza per consentirmi di indicare la fitta rete di simboli di questa storiellina.
Primo: il nome "Callisto", che in greco significa "la bellissima" (kallistè),  è un appellativo sacro di Artemide (in Arcadia esisteva un tempio ad "Artemide Kallisté"). In altre parole, Callisto è Diana.
Secondo: il mito dice che gli abitanti dell'Arcadia discendevano dal figlio nato dall'unione fra Callisto e Giove.
Terzo: secondo una versione del mito, Callisto ebbe il rapporto sessuale con Zeus nella forma di un'orsa.
Quarto: Callisto (la donna/orsa) è essa stessa figlia di un uomo/animale: suo padre è infatti il re d'Arcadia Licaone (in greco lykos = "lupo"), fondatore del culto di Zeus Liceo ("Giove Lupo"), e trasformato in lupo dallo stesso Giove/lupo come punizione per avergli sacrificato un bambino.
Quinto: nella Grecia classica alla festa di "Artemide Brauronia" due bambine (di non più di dieci anni) si travestivano da orse e partecipavano alla processione così acconciate. Ebbene: in questo rito e nel mito ad esso connesso è stato riconosciuto il residuo di un culto di animale totemico: venerandolo i fedeli sperano di acquistare le sue doti (forza, temibilità eccetera) cioè di "diventare" l'animale-totem (4). Così va interpretata anche la trasformazione di Licaone, adoratore del Lupo, in lupo.
Chi legge avrà a questo punto già messo insieme i tasselli ed avrà capito che Callisto, Diana, la bambina che si affida a lei e infine l'Orsa sono, misticamente, la stessa persona. Ad Artemide è infatti sacra l'orsa solo perché Artemide, in origine, è un'orsa: è infatti la "Signora delle belve" di cui abbiamo rappresentazioni d'epoca micenea, ed è l'esatta corrispondente della dea-orsa celtica Arcto, di retaggio indoeuropeo, il cui nome combacia perfettamente con quello greco per l'orso: arktòs (5).
Si noti che nello stesso modo in cui Artemide è orsa, Giunone è ancora in Omero "dagli-occhi-di-vacca" (Hera Boopis) semplicemente perché in origine è una vacca, così come Zeus Thalios è un toro, Apollo Liceo (= Lykaios: "lupino") e il già citato Zeus Liceo sono lupi (lykoi), o Poseidone ha sacro il cavallo perché egli stesso è, in origine, un cavallo. Eccetera.
Tutto ciò non è nuovo, ovviamente, e si trova in tutti i libri di storia della religione greca; resta comunque il fatto che il mito di Callisto non è mai stato preso in considerazione finora nel suo possibile aspetto di "lesbismo iniziatico" (6).
Ma è tempo di riassumere, prima che a qualcuno giri la testa. Allora: abbiamo in origine un mito che parla di una dea-Orsa (figlia di un dio-Lupo) e delle sue fedeli che, venerandola, acquisiscono le sue qualità, "diventando" a loro volta orse.
Questa trasformazione in orse, cioè in Artemide, avviene attraverso un rito di iniziazione, nel corso del quale la bambina/aspirante-Artemide/orsa si ritira in un luogo selvaggio in compagnia di altre aspiranti (in epoca classica identificate come "Ninfe") e riceve un'iniziazione sessuale da parte di Artemide (cioè, nella realtà, da parte di un'adulta già iniziata che impersona la dea). In questo rito sessuale l'adulta/Artemide rende feconda (cioè adulta) la bambina/Callisto: nel mito la feconda addirittura personalmente! La fecondità si trasmette in questo modo da donna a donna (e da uomo a uomo).
Alla fine di questo rito (anche) amoroso la bambina non solo non può più rimanere fra le ninfe/bambine, ma addirittura non esiste più: è morta in quanto bambina; si è trasformata in un'Orsa, cioè nella "Bellissima" (kallisté/Callisto), cioè in Artemide.
Lo stesso meccanismo si aveva nel mito di Licaone sopra accennato: attraverso il culto del Lupo ("Zeus Liceo") si causa la "morte" del bambino e la sua trasformazione in lupo.
Questo è lo schema che si intuisce, stravolto e reinterpretato, al di sotto della rilettura teologica operata nel II o I millennio a.C. fra i popoli che abitavano la Grecia antica. Questa reinterpretazione cercò di armonizzare il patrimonio di miti religiosi accumulatosi nel corso di secoli e di invasioni, nonché di rendere più patriarcale il pantheon, usurpando per quanto possibile nomi e imprese delle dee venerate sul suolo greco.
In questa reinterpretazione del mito di Callisto accadde qualcosa di assolutamente ridicolo: il rapporto sessuale di Callisto venne "spiegato" in modo tale da avvenire apparentemente con Artemide, mentre in realtà il corpo di Artemide, la voce di Artemide, gli attributi di Artemide celano (sorpresa!) un dio maschio e patriarcale: Giove. Alla fine del rito dunque la bambina diventa sì ancora "orsa" ma solo, ora, grazie all'intervento di Giove, che utilizzando questi contorsionismi logici usurpa la funzione ad Artemide. Non avendo potuto trasformare in un uomo Artemide né liquidarla, evidentemente perché il suo culto era troppo radicato, si trasformò in donna Giove!
Fu così fagocitato un mito che evidentemente non si riusciva ad estirpare. Restò così possibile, come fecero gli àrcadi, conservare l'Orsa come "totem", dichiarandosene discendenti, anche in un'epoca in cui si era dimenticato il significato totemico del mito originario (7).
Come si vede il mito di Callisto riserva, al di là dell'opera di Cavalli, sorprese tali da meritare uno studio approfondito.
 

NOTE
1) Oltre a quello della Callisto di Faustini per Cavalli, Claudio Sartori (I libretti italiani a stampa dalle origini al 1800, Bertola e Locatelli, Cuneo 1990, vol. 2, pp. 27-28) segnala altri libretti d'opera di Luigi Groto, Francesco Clerico, Domenico Lalli, Almerico Passarelli.
François Boucher (1703-1770) dipinse più volte Diana e Callisto: una versione del 1757 è ora studiata da Erica Rand, Lesbian sightings: scoping for dykes in Boucher and Cosmo, "Journal of homosexuality", XXVII, 1/2, 1994, pp. 123-140.
Louis Dunand e Philippe Lemarchand (Le amours des dieux, Lemarchand, Lausanne e Slatkine, Genève 1977-1990, 3 voll.), segnalano alle pp. 610 e 344 almeno due incisioni sul tema, opera di Corneille Bos (1506/1510-1556), e di Hendrik Goltzius, (1558-1617).
Non c'è dubbio che su questo soggetto ci sia ancora molto da scoprire: ad esempio pare esista una commedia inglese su Callisto, forse di Michael Dryton (1563-1631).
2) Sui riti di iniziazione nella Grecia antica il testo fondamentale in lingua italiana rimane tuttora: Angelo Brelich, Paides e parthenoi, Edizioni dell'Ateneo, Roma 1969.
3) Bernard Sérgent, L'omosessualità nella mitologia greca, Laterza, Roma e Bari 1986; Bernard Sérgent, L'homosexualité initiatique dans l'Europe ancienne, Payot, Paris 1986.
Sérgent parte dal celebre saggio di Jan Bremmer: An enigmatic Indo-European rite: pederasty, "Arethusa", XIII 1980, pp. 279-298.
Sull'omosessualità iniziatica antica si consulterà con profitto: Eva Cantarella, Mythes grecs et homosexualité (in italiano), "Dialogues d'histoire ancienne", X 1984, pp. 420-425; Eva Cantarella, Iniziazione greca e cultura indoeuropea, Ibidem, XIII 1987, pp. 365-375; Paul Cartledge, The politics of Spartan pederasty, "Proceedings of the Cambridge philological society", CCVI 1981, pp. 17-36; Harald Patzer, Die griechische Knabenliebe, Steiner, Wiesbaden 1983 (che non ho letto).
L'unico studio, per quanto ne sappia io, che ipotizzi un'omosessualità iniziatica anche per le donne è: Massimo Vetta, Ambivalenza sessuale e condizione femminile nel mondo antico, "Quaderni urbinati di cultura classica", LXVI 1991, pp. 151-158.
Il testo "classico" sull'omosessualità nei riti iniziatici dei popoli "primitivi" odierni è: Gilbert Herdt, Guardians of the flute, McGraw, New York 1981.
4) Uso il termine "totem" nel senso che ha di solito in antropologia, cioè per definire l'animale dal quale si ritiene che discenda la propria famiglia, tribù, clan o popolo, e che viene ritenuto sacro e venerato in quanto "progenitore".
Sull'orsa come animale totemico vedi: Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea. Mito e culto della dea madre nell'Europa neolitica, Longanesi, Milano 1989, p. 116.
5) Sul mito, oltre agli usuali repertorii, vedi anche: Patricia Monaghan, Le donne nei miti e nelle leggende, Red, Como 1987, ad voces "Artemide" e "Callisto"; Walter Burkert, I greci, tomo 2, Jaca Book, Milano 1984, pp. 219-224 (e vedi anche le opere ivi citate); Pierre Grimal, Enciclopedia dei miti Garzanti, Garzanti, Milano 1990 ad voces e a p. 663.
6) Anche Sérgent si limita a notare che Artemide è dea dell'iniziazione, ma non parla mai di Callisto.
7) Il poeta ellenistico Callimaco, nel verso 40 dell'Inno a Zeus, rende esplicito il ruolo di totem che ha l'orsa per l'Arcadia, chiamando gli àrcadi "figli dell'orsa".


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