Mediapolitica.com, 29 ott 09
Reinaldo Arenas: storia di un artista e di un omosessuale perseguitato nella “Cuba libre” di Castro
di Beatrice Fiaschi
“La
bellezza per la bellezza è pericolosa per ogni dittatura, perché essa implica un
ambito che va oltre i limiti che la dittatura assegna agli esseri umani; il suo
territorio sfugge al controllo della polizia di regime che non può, pertanto,
regnarvi”. (Reinaldo Arenas, Prima che sia notte ).
Chi è stato Reinaldo Arenas forse si può già intuire da queste parole, tratte da
una delle sue opere più note, Prima che sia notte, vero e proprio
memoriale dello scrittore, dal quale, nel 2000, è stato anche tratto il film
Before night falls di Julian Schnabel. Ma questo poeta, scrittore e drammaturgo
cubano non è ancora famoso qui in Italia, come dovrebbe essere.
Arenas, nato a Holguin nel 1943, è stato studioso di lettere e filosofia presso
l’università dell’Avana. Inizialmente favorevole alla dittatura, dopo averne
compreso orrori e contraddizioni se ne allontanerà drasticamente, scelta
decisiva per la sua vita di uomo e di artista. La maledizione di questo
scrittore è stata infatti quella di nascere pieno di talento e di personalità
nella più efferata Cuba Castrista, che ha cercato in tutti i modi di castrarne
il genio e la “sregolatezza”.
Cominciano così per lui le persecuzioni, gli arresti, le torture, i lavori
forzati, le umiliazioni. Perchè tentava di aggirare la censura, inviando
all’estero i suoi romanzi e riuscendo a renderli pubblici, e insieme ad essi, la
realtà cubana politica e sociale di quegli anni. Ma anche perchè, colpa forse
anche più grave per Castro, era omosessuale. E voleva vivere la sua sessualità
in modo assolutamente pieno e provocatorio, anche esibizionista, qualora
servisse a dimostrare che i tabù esistono per essere infranti.
Nell’80, mutando il suo cognome sul passaporto in Arinas, lascia Cuba ed approda
a New York, scontando l’altra sua grande condanna, quella dell’AIDS. Cerca però
di fuggire anche da questo male, come sempre è destinato nella sua vita a
fuggire da qualcuno o qualcosa, suicidandosi. Gli ultimi anni della sua
esistenza, esilio pressochè obbligato, non sono stati mai sereni. Conoscerà
infatti l’ipocrisia della sinistra occidentale e l’omologazione della società
Newyorkese, in cui l’omosessualità è praticamente regolamentata e
standardizzata, impossibile da vivere sopra le righe, come piaceva a lui. E
sentirà perfino una sorta di Mal di Cuba, nostalgia della sua terra, odiata e
amata al contempo.
Gli scritti che Arenas ha lasciato ai suoi posteri sono drammaticamente attuali
e coniugano forme fluide e visionarie a contenuti di un certo rilievo. Mai
scontato, non può lasciare il lettore indifferente. Non può non rimarcare l’ottusagine
della dittatura, che sia di destra o di sinistra. Non può non dimostrare come
l’Arte sia più forte e, alla lunga, possa lasciare un segno di speranza anche
nell’orrore. È vero, ci lascia in eredità il peso delle sue paure, Arenas, ma
anche il messaggio positivo che un giorno le cose possano cambiare. La sua
grande volontà. Le speranze. Di uomo e di artista.