RASSEGNA STAMPA (continua)
Il paradisodegliorchi.com, 19 apr 04
Enrico Oliari
L’omo delinquente
Prospettiva, Pag. 217 Euro 12,00
di Marco
Lanzòl
“Dàr Pincio ar Vaticano / nun c’è più un buco sano”, cantava Anna Magnani negli
anni di guerra, così come fu ripresa da Visconti. Alludeva, la matronale
soubrette: e però bisognerà ricredersi sul fatto che nelle morigerate epoche
precedenti la nostra scollacciata vigesse il mutismo sugli scabrosi argomenti.
Fede ne fa il testo che andiamo a presentare: una scorsa, lunga dall’unità
d’Italia all’inizio del Novecento, su notevoli casi di cronaca riguardanti
quell’amore che ai tempi non osava dire il proprio nome, e però ne riceveva a
josa, e corredati di aggettivi non teneri, dagli addetti ai lavori e dal popolo
grattaròlo.
Scorrendo Oliari, ci si può dunque abbandonare agli affetti più diversi: dal
”che scemi erano i nostri antenati” - come se si trattasse di commentare l’uso
del corsetto o le ingiurie alle prime donne in pantaloni -, al “si stava peggio
quando si stava peggio” - sciolta tautologia degna di Wittgenstein e di Freak
Antoni. In effetti, il semplice inventario di casi, di per sé utilissimo in
quanto consente la memoria e perciò il confronto con l’oggi, dunque l’eventuale
critica o il riconoscimento di tratti funesti che riemergono, più di tanto non
concede al Lettore. E, prefacendo, Giovanni dall’Orto vanta, di Oliari, la non
appartenenza a ”quel tipo di ricerca accademica (...) che allo studio degli
avvenimenti ha privilegiato finora il commento ai commenti”: (p. 10) dunque una
discreta “matter-o’-factness” è ricercata - l’Autore stesso si garantisce
“acritico”. (p. 123) Il che è un bene per gettare l’acqua sporca dei
masturbatori mentali: tuttavia, bisogna stare attenti a non buttare, assieme,
anche il bambino della piccola riflessione sui fatti esposti, in particolare
quando si ravvisano collegamenti con l’oggi.
Mi proverò a fornire un campione di ciò che trovo manchi: si rileva nei cronisti
dei tempi andati un ricorso a quell’aggettivazione pesante campale che pure oggi
si riscontra, a diverso soggetto. E’ tutt’un fiorire di “turpi individui”,
“turpissime cose”, “delirii sadici”, “mostruosa storia d’amore”, “bestialità”,
“popolazioni raccapricciate”, “notizie spaventevoli”. Non mancano neppure
l’ubriachezza e la narcosi per estorcere il rapporto, (p. 123) le ”messe nere”,
(pp. 93, 107, 126) le “bande di degenerati”, (p. 153) le foto oscene in generale
e quelle a servire da ”cataloghi” (p. 140, nota) per “il commercio di carne
umana”, (p. 138) e a tramare nell’ombra, al posto delle odierne “lobbies”, le
“logge massoniche”. (p. 112) Chiudono la lista nera gli inviti al pestaggio e il
”name and shame”, (pp. 200-1) testimonianze del fatto che la madre dei badòla è
sempre gravida.
E’, tale, un lessico che ben si conosce dai quotidiani e dai periodici d’oggidì,
il quale induce a considerare che, come la moneta cattiva caccia la buona,
quando la parola satura d’emotività occupa tutte le nicchie espressive,
impedisce l’evoluzione della parola ragionata. Ovvero: più si strilla, meno si
pensa. Meno si pensa, meno ci si può accorgere se ciò per cui si strilla vale la
pena. Difatti: quando si è cominciato a starnazzare di meno, ci si è accorti che
gran parte dell’impalcatura ideologico-intellettuale che reggeva le accuse
all’omosessualità d’esser crimine e malattia aveva i pilastri marci (e bastò una
spintarella per farli cadere in polvere). E ho come l’impressione che ciò
accadrà di nuovo, in futuro, per diverse inclinazioni ora oggetto di scherno o
d’orrore: quando cioè salteranno i grimaldelli concettuali con i quali si
serrano le porte della percezione e quindi dell’intelletto (ove, com’è noto,
nulla è, che prima non fu ne’ sensi), che son quelli d’allora e come quelli
andranno a sbriciolarsi.
Questo, dicevo, va per quel che non c’è: ma anche quel che è dato suscita
perplessità. L’Autore, introducendosi, prima considera che “la percezione
sociale del reato cambia dal 1859 al 1889 (1): gli italiani non denunciano più
all’autorità i casi di omosessualità, a meno che non sia coinvolto un bambino.
Di fatto, quindi, la società italiana aveva già, per conto suo, “depenalizzato”
l’omosessualità”. (p. 19) Ma poco dopo (p. 24) si legge: “non bisogna
dimenticare che a lungo i gay e le lesbiche continuarono a subire il peso di una
riprovazione sociale che non aveva certo bisogno di leggi per manifestarsi”.
Insomma, fermo restando che è da dimostrare che gli italiani non denunciassero i
froci anche solo in quanto froci, (2) è possibile che nel Bel Paese si
“riprovasse socialmente” senza che nessuno, ma proprio nessuno dei “riprovatori
sociali” si pigliasse la briga di farsi tutta una corsa fino in questura per
mettere, finché si poteva, nero su bianco? Dico: per gli ebrei c’era una
”riprovazione sociale” molto inferiore. Eppure, fatte le leggi razziali, non
pochi denunciarono - a vergogna loro e della nazione.
Oppure c’è un errore di prospettiva: si vuol anticipare un atteggiamento
favorevole, che l’Autore medesimo dice improbabile e che non è del tutto fondato
nemmeno adesso, (3) per mostrare che anche all’epoca si sapeva che l’”omo
delinquente” non era tanto l’”omo”, quanto altri. Spiacevole corollario: se non
ci fossero stati quelli (o se magari qualcuno li avesse tolti dalle palle
all’”omo perbene”) la questione omosessuale si sarebbe risolta eoni fa.
Sia come sia, Oliari ci ricasca: riferendo dello scandalo Krupp (proprio
l’industriale dell’acciaio per antonomasia), cita Peyrefitte e Norman Douglas
che esaltano la disponibilità dei nativi di Capri e di Ausonia tutta. In sé,
l’omaggio è retorico e sballato, e sta bene. Però l’Autore licenzia la seguente
invettiva: “più probabilmente, i gentiluomini, i letterati e i borghesi sapevano
di poter tranquillamente approfittare dello stato di povertà dei giovani e delle
loro famiglie che, specialmente al Sud, pagavano il prezzo di politiche
sbagliate e di un’unità non ancora compresa...”. (p. 79) Che questa
considerazione sia estranea allo spirito del tempo, lo mostrano le fonti stesse
citate da Oliari, che parlano sì di sfruttamento, e approfitto - ma dei quali la
“vittima” è Krupp!(4) A che pro, allora, la nota? Se non fatta per render conto
dell’antico, non resta che dàrla per soddisfare il moderno: è chiaro che qui si
ragiona di turismo sessuale, questo Tyrannosaurus Sex che divora i proletari del
Terzo Mondo, ed è campanella pavloviana al suono della quale bisogna salivare la
risposta esatta. Che è l’articolo del catechismo P.C. che recita
“t.sex.=sfruttamento (approfitto) dei tristi tropici” - e che rimanda il Lettore
alle cosacce che l’”omo perbene” non fa, e quegli altri sì. E ancora una volta
il cerchio si stringe attorno a questi.
Non è questo il luogo per discutere d’un affare che spazia dalla legislazione,
all’economia, agli usi o abusi dei popoli, ai caratteri e alle psicologie dei
singoli. Mi chiedo solo: quale principale requisito occorre per appioppare la
patacca di spennagrulli ai ”gentiluomini, letterati”, ai Roger Perfide, agli
Anormal Douglas e simil fango - non vi va subito, emuli di Hanns Johst, (5) la
mano al revolver? A voce di vocabolario (Zanichelli, X ed.) ”approfittare”
significa o trarre profitto, o avvantaggiarsi sconvenientemente. Ma qui l’unico
profitto tangibile l’avevano i cortigiani - i pàtici paganti semmai traevano
godere -, e a loro il mestiere per nulla sconveniva, anzi. E dove c’è propria
convenienza, è raro si possa far carico a terzi di speculazione.
Ricorderei inoltre, per dare un’idea delle possibili complesse implicature da
esaminare prima di tirar dritto al giudizio, che si dàn casi di “ragazzi di
famiglia”, non spinti dunque dal bisogno, presi a trafficare con i froci - anche
a scopo di rapinarli e ricattarli. (6) Che non tutti i poveri sono arrendevoli
ai quattrini degli omosessualisti. (7) Che anche tra poveri c’erano scambi
omoerotici, e che non sempre era questione di soldi: “A volte vogliono solo il
maschio. A volte hanno l’amante fisso. A volte, per arrotondare, ci scappa la
marchetta da poche lire”. (8) Da che è ben possibile che poveri coi mal protési
nervi andassero coi ricchi perché eran già froci del loro, e che i soldi fossero
o scusa (“lo faccio solo per quattrini!”) o ciliegina sulla torta.
Si evince allora dall’esaminato, che è perlomeno fuori luogo dire, come fa
Dall’Orto, che ”il commento di Oliari, che essendo un esponente del movimento di
liberazione gay italiano non può ovviamente essere quello dei cronisti
dell’epoca, è in genere assai discreto, proprio per lasciare maggior spazio al
punto di vista di allora”. (p. 11) E manco male che è discreto! Inoltre, quell’essere
”esponente” (“membro” no, pareva brutto) del gay’s lib. italiano (ma esiste
ancora?) dà alle sue posizioni un tocco di ufficialità che rende ancor più
imbarazzanti i suoi inserti.
Insomma: malgrado le mutande di ghisa fornite dal buon prefatore e alacremente
sfoggiate da Oliari, questo libro non entusiasma, e in ciò è diretta
testimonianza dello stato attuale dell’arte del gay saber. Da riassumersi,
parafrasandolo, con un celebre slogan: ”Credevo che il mio passato fosse
bianco...”,”Sì, ma il mio è lavato con “omo”!”
1) il primo gennaio 1890 entrò in vigore il codice Zanardelli, che toglieva
l’omosessualità dal novero dei reati;
2) Oliari riporta (cfr. cap. VI) il caso (anno 1883) di due ”giovani
omosessuali” i quali finirono “ar gàbbio” su denuncia di un tizio che nemmeno li
aveva visti dàrsi in culo, ma solo sentiti attraverso la parete della camera
d’albergo attigua a quella dei due beati caciaroni. E si deve menzionare che la
caccia agli omosessuali in Italia s’è fatta anche e persino in mancanza di
titolo di reato - cfr. G. Goretti e T. Giartosio, La città e l’isola, Donzelli,
Roma 2006;
3) “Che orrore vedere quella gentaglia del corteo gay insultare il Papa e la
Chiesa e che ribrezzo quei genitori che hanno portato i loro bambini. Che
vergogna per quei cattolici di sinistra e per quei ministri presenti al corteo”.
Così un tal Max, in ”E-polis”, quotidiano gratuito romano, del quattordici marzo
2007. Presumo che il nostro pocogentiluomo si riferisca alla manifestazione (non
corteo) unitaria (non gay) sui PACS-DICO, del dieci marzo u.s.. Non solo
maleducato, ma anche distratto;
4) ”Dei giovinotti hanno ottenuto di fare il volontariato di un anno, con i
quattrini del signore, dei pescatori hanno costruito case e ville con i denari
di lui, e i pezzi grossi del paese hanno accumulate le centinaia di migliaia (di
lire, nota mia) sfruttando lo schifoso ma ricco uomo”; “i soliti abituati a
vivere sulle spalle dei ricchi stranieri, gli si fecero intorno.Avevano odorati
i milioni, avevano trovato l’uomo”; (pp. 82-3)
5) scrittore e drammaturgo, dal 1935 presidente della Camera per il teatro del
Reich, e dell’Associazione degli Scrittori tedeschi. Gli è attribuita la famosa
frase alla quale ci si riferisce;
6) Lo rammenta Oliari a p. 118;
7) cfr. don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, Libreria editrice fiorentina,
Firenze 1974, p. 445;
8) La città..., op. cit., p. 23.