RASSEGNA STAMPA (continua)
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- Dea, 10 giu 09 - Antonela Ricciardi intervista Enrico Oliari
- Il Giornale, 27 giu 09 - I gay scendono in piazza per fondare un partito
Dea, 10 giu 09
Antonela Ricciardi intervista Enrico Oliari
di Antonella Ricciardi
Questa testimonianza di Enrico Oliari, saggista ed, in generale, uomo di
cultura, dichiaratamente omosessuale, chiarisce, tra le altre cose, quanto siano
variegate e diversificate le posizioni del mondo omosessuale (che Oliari
preferisce, originalmente, definire omoaffettivo, ponendo l’attenzione sui
sentimenti e soprattutto sull’amore, piuttosto che sull’aspetto più relativo
alla materialità). La stessa comunità gay italiana, del resto, non si riconosce
in un’unica corrente politica ed in un unico movimento, né si colloca
esclusivamente a sinistra. Approfondendo lo studio della storia, ed ampliando
gli orizzonti pure a scenari non italiani, la naturalità di queste constatazioni
appare ancora più nitidamente: ad esempio, erano omosessuali e non di sinistra
il leader di un noto partito olandese, Pim Fortuyn, il recentemente scomparso
Georg Haider (per il quale, comunque, la componente di omosessualità doveva
essere forte ma parziale, dato un comportamento di fatto bisessuale), Robert
Brasillach, esponente fascista francese, ecc… Di questi e di altri argomenti
tratta, nel corso della seguente intervista, Enrico Oliari, affrontando
questioni che vanno dalla storia alla politica alla psicologia, passando per
fattori che riguardano la biologia. Sono temi affrontati da Enrico Oliari, in
maniera naturalmente molto più articolata, pure nei suoi libri, pubblicati con
la Prospettiva Editrice (da non confondersi con la quasi omonima Prospettiva
Edizioni).
RICCIARDI: “Nel corso della tua attività scrittore, e, in generale, di uomo di
cultura, hai studiato in modo approfondito le condizioni delle comunità
omosessuali in diversi luoghi dello spazio, ed in diversi momenti del tempo: pur
tenendo presente che un resoconto dettagliato di tali tue ricerche ed analisi
non può essere sviluppato nel corso di questa intervista, puoi riassumere almeno
alcuni degli aspetti più interessanti e magari inaspettati che hai portato a
maggiore luce riguardo la vita degli omosessuali in contesti differenti? In
particolare, ti chiedo se tali tuoi approfondimenti ti abbiano arrecato delle
sorprese, se abbiano sfatato dei “luoghi comuni” propri, almeno, di tanti…”
OLIARI: “Io penso che la comunità omosessuale (o, come piace dire a me,
omoaffettiva) per ottenere i diritti civili che reclama debba dimostrare di
essere sempre esistita e non di essere un fenomeno passeggero figlio di questi
tempi trasgressivi; e per dimostrare ciò deve scoprire, valorizzare e far
conoscere la propria storia. La sessualità e l’affettività, elementi primari
nella vita dell’individuo, sono state nella storia oggetto di continuo controllo
da parte di chi governa per via della rilevanza sociale che esse hanno: i ruoli
della donna e dell’uomo sono stati imposti dall’alto per secoli, come pure le
dinamiche dei rapporti reciproci e persino dei comportamenti legati alla sfera
più intima. Nel popolo ebraico, bisognoso di soldati e di pastori in un’epoca di
alta mortalità infantile, l’omoaffettività era fortemente stigmatizzata, fattore
questo ereditato poi dalle religioni monoteistiche e che si è espresso (ma in
molte realtà è ancora così) in secoli di repressioni e di violenze. Il bisogno
di comunicare e di esprimere sé stessi ha comunque dato vita ad una sottocultura
assai ricca, a volte celata, a volte semi-espressa (si pensi alle opere di
Michelangelo). Esiste quindi un mare magnum fatto di letteratura, di arte, ma
anche quotidianità, che parte dall’antica Roma e arriva ad oggi che merita di
essere studiato e conosciuto non solo perché di per sé bello o interessante, ma
anche perché parte integrante della Storia dell’Umanità. Personalmente mi vanto
di due miei studi in particolare: ne “L’omo delinquente” (Prospettiva editrice
2006) riporto alla luce, dopo faticose ricerche, scandali e delitti legati al
mondo omosessuale italiano di fine Ottocento – inizi Novecento (quando il
“rapporto contro natura” venne depenalizzato), ovvero fatti e fattacci che
spesso si inserirono nella diatriba fra clericali ed anticlericali, borghesi e
socialisti e quindi strumentalizzazioni a fini politici (per lo scandalo dei
Salesiani di Varazze del 1907 vi furono moti di piazza in tutta l’Italia, sedati
dall’intervento dell’esercito). In “Omosessuali? Compagni che sbagliano”, uscito
da poco, tratto un argomento tabù nel nostro paese, ovvero ricostruisco la netta
avversione che comunisti e socialisti italiani avevano nei confronti dei gay,
almeno fino alla morte di Pasolini; nello stesso lavoro racconto anche dell’“l’omocausto
rosso” che ha caratterizzato l’Unione sovietica, la Cina, Cuba e gli altri paesi
socialisti. In entrambi gli studi vi sono delle chicche, come la sentenza di
condanna del fotografo tedesco von Plueschov e l’intervista fatta a Costanza di
una ragazza romena imprigionata, torturata e violentata in quanto lesbica".
RICCIARDI: “Tu stesso sei omosessuale: quando e perché hai fatto la scelta,
suppongo non facile, di esplicitare, anche pubblicamente, questo tuo
orientamento sentimentale e sessuale? E quali reazioni incontri, di solito, di
fronte a questa tua condizione resa palese?”
OLIARI: “Vedi, in una società “normale” non sarebbe stato necessario esprimersi
pubblicamente come omosessuali. Se il fatto di essere gay non comportasse
continue discriminazioni sia dirette che indirette (dovute cioè al vuoto
giuridico che riguarda la piena cittadinanza di chi è omosessuale), non mi sarei
mai sognato di cavalcare questo tipo di battaglia. Purtroppo viviamo in un paese
dove i gay vengono licenziati sul posto di lavoro in quanto tali, dove basta un
pettegolezzo per chiudere un’amicizia, dove si rischia di essere aggrediti ad
ogni angolo di una strada, dove ti scrivono “frocio” sull’automobile.
Personalmente non sono un esibizionista, non sono portatore di cliché, non
avverto in me femminilità come pure non ho comportamento e apparenze femminili,
ma sono un maschio, contento di essere maschio, che ama un altro maschio: questo
a molti non va bene, in nome della Chiesa o perché si esce dal canone moralista
di chi vuole il maschio produttivo e ri-produttivo (come diceva Mario Mieli).
Perché, mi chiedo, se pago le tasse di tutti, non ho i diritti di tutti? Perché
non posso andare a trovare il mio compagno di vita in ospedale, o non posso
destinare a lui i frutti di una vita passata insieme? La società italiana è
profondamente eterosessista e io lotto, nel mio piccolo, perché divenga la
società di tutti, che dei portatori di cliché e di coloro che avvertono in sé
più o meno femminilità.”
RICCIARDI: “Storicamente, a volte, le varie sinistre, sia pur con diverse
gradazioni, sono state più aperte e “rispettose” nei confronti di diverse
minoranze, tra cui quella gay… eppure, tu ti definisci “di destra”: puoi
aiutarci a capire meglio le motivazioni di questa tua posizione?”
OLIARI: “Innanzitutto non è vero che “storicamente” le sinistre sono state
vicino agli omosessuali o alle loro istanze: almeno fino alla metà degli anni
Settanta per il mondo comunista e socialista l’omosessualità era un male
borghese, un vizio delle classe agiate che veniva rigettato sulla classe
proletaria. Addirittura durante il fascismo il partito comunista raccomandava ai
confinati politici di masturbarsi per non cedere all’omosessualità e di isolare
eventuali omosessuali. I socialisti di primo Novecento furono i peggiori nemici
dei gay ma anche nel Dopoguerra comunismo ed omosessualità restavano due
concetti nettamente contrapposti: vigeva nel partito una sorta di “moralità
socialista”, assai più rigida di quella cattolica, che se disattesa poteva
significare l’allontanamento dal partito e quindi, in certi ambienti lavorativi,
la morte sociale. Tant’è che il movimento omosessuale italiano nacque prima
autonomo e poi si portò nel partito radicale e nella sinistra extraparlamentare
(dove si discuteva di omosessualità ma guai a dichiararsi gay). Dopo la morte di
Pasolini i comunisti seppero capire sia l’importanza di una nuova battaglia
culturale, sia il fatto che gli omosessuali rappresentassero comunque un bacino
di voti, ma sull’autenticità di certe sovrapposizioni ci andrei cauto, dal
momento che l’Italia è uno degli ultimi paesi dell’Unione Europea a non vedere
riconosciute le coppie gay grazie anche all’ipocrisia centrosinistra. Io
culturalmente mi reputo di destra, o meglio, di una destra moderna, oserei dire
“rivoluzionaria”, per nulla conservatrice e men che meno bigotta, com’è quella
di Fiore. E certamente non rinuncio al mio orientamento politico per il fatto di
essere gay, o al mio orientamento affettivo per il fatto di essere di destra:
non erano di destra Khuen, Caignet, Keller, Comisso, Roehm? Gay e di destra, non
ci vedo nulla di strano: l’importante è lottare per quello in cui si crede, a
testa alta e senza vergogna.”
RICCIARDI: “Ritieni che l’omosessualità sia di solito determinata da fattori
innati o da influenze ambientali?”
OLIARI: “Vi sono diverse teorie su cosa determini l’omosessualità, ma certamente
ogni individuo ha in sé una percentuale maggiore o minima di omosessualità (Kinsey).
Personalmente sono convinto che vi siano comportamenti omosessuali dovuti alle
circostanze ambientali (carceri, caserme), ma anche persone che nascano gay
perché geneticamente predisposte a sentirsi attratte da un partner dello stesso
sesso (LeVay). Secondo uno studio infatti gli omosessuali possiedono un
cromosoma (XQ28) che determinerebbe l’orientamento omoaffettivo e quindi si
tratterebbe di un carattere somatico al pari del colore dei capelli o del timbro
della voce. Se si trattasse di un fattore esclusivamente ambientale o di un
“vizietto”, perché l’omosessualità è presente, per quanto repressa, in ogni
popolo ed in ogni epoca? E’ solo voglia di trasgressione? Non credo: se uno è
gay e se sceglie di vivere il proprio orientamento in modo coerente, lo fa
sapendo di dover compiere sacrifici fra i quali rinunciare alla paternità o alla
maternità che nella vita di un individuo sono aspetti fondamentali, e lo fa
perché nasce gay.”
RICCIARDI: “Hai riscontrato differenze significative sul modo in cui vengono
trattati gli uomini e le donne omosessuali (e/o bisessuali)?”
OLIARI: “La prima differenza è, come dicevo sopra, uno Stato di diritto che, per
dare i diritti, va a vedere cosa fanno i propri cittadini sotto le lenzuola: se
sei gay e convivi non hai per nulla i diritti e i doveri di una persona sposata.
Ogni componente di una coppia deve avere l’obbligo di assistere il proprio
partner in ospedale o in carcere, non solo il diritto di farlo, al di là che sia
etero o gay. In nome della “moralità di Stato”, tanto cara sia al centrodestra
che al centrosinistra, vi sono una serie di diritti che non vengono riconosciuti
alle coppie omoaffettive, tanto che ormai siamo stati superati in tema non solo
da paesi dell’Europa dell’Est, ma persino da nazioni del Terzo mondo. Fa
riflettere la “patria del diritto” superata dall’Ecuador e dal Sud Africa…La
cosa che più mi fa infuriare è la pressante scusa, tutta italiana, secondo cui i
gay minacciano l’istituto famigliare, come se precariato, alto costo della vita,
caro-alloggi fossero colpa dei gay e non della nostra classe politica
inefficiente e incapace, eterosessista e cattolicona salvo poi essere composta
da divorziati che magari vanno con le minorenni. Vi è poi un alto tasso di
omofobia, specialmente al Sud e nelle realtà suburbane, che spesso sfocia nella
violenza o nell’ostacolo al mondo del lavoro. Da questo punto di vista sono
anche dubbioso verso l’immigrazione islamica, che, laddove diviene realtà
consolidata, rappresenta un rischio per i gay e non solo (si veda il pensiero di
Pim Fortuyn, gay e leader della destra olandese assassinato nel 2002).”
RICCIARDI: “Per rimanere al nostro Paese, valuti che in Italia ci siano ancora
diritti significativi che le persone omosessuali non hanno ancora conquistato?
Se sì, quali sono?”
OLIARI: “I gay italiani non hanno mai conquistato diritti in Italia, nonostante
le lotte politiche. Ora si sta provando la via giudiziaria, dal momento che la
classe politica ignora volutamente le richieste di tre milioni di italiani e le
raccomandazioni del Parlamento Europeo (che va bene solo quando dà contributi e
marchi DOP), come da indicazione vaticana. Infatti nessun articolo della Carta
costituzionale nega ai gay il diritto di sposarsi”.
Il Giornale, 28 giu 09
I gay scendono in piazza per fondare un partito
di Diego Pistacchi
Genova - «Sobrietà nell’abbigliamento», sentenzia Repubblica.it, il sito del
giornale più moralizzatore della politica italiana raccontando la diretta del
Gay Pride di Genova. È l’investitura del nuovo partito che sta per nascere, come
auspicato e annunciato da Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay. Ora si può
fare. Con buona pace di tutti quei politici di centrodestra ma soprattutto di
sinistra che ieri erano sui carri a sfilare per Genova tendendo la mano al
consenso (e ai voti) omosessuali.
Piume, paillettes e nudi più o meno integrali sono ora autorizzati a conquistare
Montecitorio senza che nessuno si scandalizzi. Anche perché gli slogan sono
quelli politicamente corretti. Tutti rigorosamente contro Papa e Papi. La
presenza dell’immancabile don Andrea Gallo, abbracciato e sbaciucchiato da trans
e lesbiche mentre «scomunica» Mara Carfagna e nega l’assoluzione alla Chiesa
«che tentenna» di fronte al Gay Pride, garantisce al movimento quella giusta
dose di fanghiglia cristiana che basta e avanza per dimenticare i cartelloni
tipo «Condom uguale vita, Papa uguale Aids» dedicati al papa «Nazinger».
È una discesa in (via del) campo, con tanto di citazioni di De André, la marcia
su Genova di ieri. Mancuso ribadisce la necessità di «entrare in politica», di
«diventare un soggetto politico». Insomma, di andare oltre il semplice concetto
di lobby. Quello di fondare un partito gay e lesbo è «un pensiero che si sta
ponendo» per gli stessi organizzatori della sfilata. Tanto che, aggiunge il
presidente di Arcigay in un’intervista al Secolo XIX, «entrambi gli schieramenti
hanno mostrato interesse. Ma ci vogliono credenziali di credibilità. Ed entrambe
le alleanze non danno grandi garanzie». Insomma, meglio andare da soli che fare
accoppiamenti politici contro natura, perché «certe posizioni non sono
convenienti in politica».
Per il momento meglio accontentarsi e fare tesoro della massiccia presenza di
assessori e consiglieri di maggioranza del Comune di Genova e delle ripetute
prese di posizione dei gay di centrodestra. «Siamo qui per lottare per i nostri
diritti e per chiedere ai nostri partiti un’intelligente apertura alle istanze
delle persone omoaffettive e quindi non lasciarne alle sinistre il monopolio»,
sottolinea Enrico Oliari, presidente di GayLib, l’associazione nazionale dei gay
di centrodestra. E Benedetto Della Vedova, deputato del Pdl, assicura: «Sono
oggi al Gay Pride di Genova anche in nome di quella grande maggioranza di gay e
lesbiche italiane che non ritengono che l’omosessualità sia una condizione di
“opposizione” e naturaliter “di sinistra”. Senza intaccare, neppure dal punto di
vista simbolico, il favor familiae che discende dalle norme costituzionali,
credo sia possibile regolamentare e riconoscere le unioni gay».
Il Gay Pride di Genova come una sorta di pre-congresso politico? Di certo, delle
grandi prove di piazza ha il balletto delle cifre. Con la questura che
quantifica in quarantamila i partecipanti alla manifestazione, e gli
organizzatori che alzano a «oltre duecentomila» l’asticella delle presenze,
bambini non votanti compresi. La cronaca intanto registra anche qualche momento
di paura quando sul carro di don Andrea Gallo un/una trans si accascia e perde i
sensi. Arrivano le ambulanze, il corteo si ferma e il carro si fa da parte. Dopo
i primi tentativi di rianimazione sul campo, il manifestante viene accompagnato
in ospedale e le sue condizioni sembrano migliorare progressivamente. Le piume,
le paillettes e le calze a rete della politica «sobria» anche nell’abbigliamento
possono tornare a marciare festosamente sui Genova.