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RASSEGNA STAMPA (continua)

 

In questa pagina:

- AdnKronos, 8 mar 08: PDL: Oliari (GayLib), deve aprire a diritti omosessuali, riconoscere la coppia omoaffettiva senza adozione

- Il Giornale, 9 mar 08: Musica anni '80, gadget, vessilli. E contro l'effetto Prodi il Silviodanaio

- Il Foglio, 12 mar 08: Il gay obbligatorio

- Babilonia, 12 mar 08: Al voto! Al voto!

- Babilonia, 9 mar 08: E il Popolo delle Libertà si scopre gay friendly


ADNKronos,9 mar 08

 

PDL: OLIARI (GAYLIB), DEVE APRIRE A DIRITTI OMOSESSUALI RICONOSCERE COPPIA OMOAFFETTIVA SENZA DIRITTO ADOZIONE


Milano, 8 mar. (Adnkronos) - Nel centrodestra c'e' "ancora una certa chiusura nei confronti dei diritti degli omosessuali. E' indispensabile" cambiare atteggiamento. Enrico Oliari, presidente di Gaylib, l'associazione degli omosessuali di centrodestra, e' venuto al Palalido di Milano per ascoltare Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
In alto sulla gradinata inalbera un piccolo stendardo dell'associazione fondata nel 1997, che spunta tra grandi striscioni ("Silvio, Bergamo e' con te", "Missaglia c'e' e non vota comunista", "Busto Arsizio per la liberta'"). Gaylib, spiega Oliari, lancia l'idea del "riconoscimento dell'unione omoaffettiva, cioe' della sola coppia gay. E' esclusa la possibilita' di adottare minori, perche' va considerato il diritto del bambino di essere adottato e non quello della coppia da adottare".
Segnali di apertura dai vertici non ce ne sono stati, dice Oliari, ma "devo dire che ci sono stati cambiamenti sensibili nella base, e pian piano saliranno". Secondo Oliari, che milita a destra dai tempi dell'Msi, "bisogna continuare a insistere per cambiare la mentalita' del centrodestra. In tutta Europa la coppia gay e' riconosciuta, tranne che in Irlanda e in Austria. L'Italia e' stata superata dal Venezuela e dal Sudafrica". Non e' una tematica che interessa poche
persone: "Secondo l'Oms in Italia ci sono 3-4 mln di omosessuali", spiega. "Noi - conclude - non attacchiamo la famiglia tradizionale: il vero attacco alla famiglia non viene dai gay, ma dall'alto costo della vita".


 

Il Giornale, 9 mar 08

 

MUSICA ANNI '80, BALLI, GADGET, VESSILLI.  E CONTRO L'EFFETTO - PRODI IL SILVIODANAIO

da Il Giornale - 9 Marzo 2008

«Prende i mezzi», per dirla alla milanese, il popolo della libertà. «Mezzi» nel senso di tram, autobus e metropolitana. Autisti? Ma dove sono? Limousine? E chi le ha mai viste? Invece è proprio e soprattutto da lì, dal buio ventre sotterraneo della stazione Mm Romolo Lotto, linea rossa del metrò ambrosiano, tra gli acri odori di sigarette spente in fretta e quelli iper-vanigliati e stucchevoli delle brioche industriali vendute nei bar sotterranei e privi di grazia, che a partire dalle 9 del mattino di ieri a riaffiorare in superficie è un fiume umano in piena. Sempre più gonfio, sempre più vicino a tracimare.
E non sono volti confindustriali, né tantomeno da Federmeccanica, quelli che escono a rivedere il sole pallido e malato di Milano. Sono volti giovani con un mutuo sanguinoso, volti anziani da pensione ingenerosa, volti di ogni età da quarta settimana in apnea, da michetta che costa come l’oro, da pieno di «verde» che non ci puoi rinunciare, perché lavorare si deve, ma che è un salasso ogni giorno di più. Per non dire dell’Ecopass, sciura Moratti, che il diavolo si porti via anche quello...
Vengono in superficie, quelli del Popolo della libertà, e si infilano sotto le volte del Palalido dopo aver acquistato la loro bandiera da sventolare - 2mila pezzi «bruciati» in un attimo - e dato un’occhiata al gadget presentato dal designer e creativo Alberto Barillaro. È il Silviodanaio, un raccogli-risparmi di foggia antica, color del coccio proprio come quelli del passato, ma stampato in plastica riciclata e con tanto di sorriso candido del Cavaliere in coincidenza con la fessura dove devi infilare gli spiccioli.
Ed è per davvero un popolo vario e variopinto, molto più di quello che ti aspetti. Un popolo dove puoi veder scorrere le lacrime commosse e nostalgiche della signora Rachele Santagostino, di Casorate Primo (Pavia), che rimpiange il suo vecchio simbolo, quello di An, sacrificato sull’altare della causa comune. «Sto soffrendo perché mi manca tanto la mia fiammella tricolore. Ma forse è giusto così, è nell’ottica dei giovani, anche se io, adesso, a settant’anni, mi ritrovo con il magone», confessa. È un popolo dove spuntano senza sollevare proteste, al massimo qualche sorriso, anche le bandiere del GayLib, il movimento dei gay liberali di centrodestra, che per bocca del loro presidente Enrico Oliari chiedono il riconoscimento «dell’unione omoaffettiva nel programma del Pdl, perché anche questa è una libertà del popolo, come dimostrano del resto analoghe battaglie delle destre in tutta Europa e perfino tra i repubblicani negli States».
Comunque sono lì tutti per vedere «il Silvio», magari sognando di stringergli la mano, di certo per gridargli che sono ancora una volta con lui. E una volta dentro, sotto quelle vetrate ad arco oggi impolverate, ma che un tempo sono state anche moderne, è la torcida azzurra, il Maracanà della fede politica, ’o Vesuvio dei sentimenti repressi che finalmente eruttano lapilli, un mix rovente dove si mescolano rabbia antiprodiana e amore totale. «Silvio, Bergamo è con te», promette uno striscione sull’anello più alto; «Missaglia c’è e non vota comunista», garantisce quello accanto; «Noi non siamo bamboccioni», affermano a caratteri cubitali quelli di Azione giovani; «Clonate Silvio», sintetizza a pennarello blu, su un lenzuolo bianco, un anonimo con il raro dono della concisione.
Da una piattaforma in alto, en attendant il Cavaliere, è il complesso degli Oxxxa, quattro grilli canterini carichi di gommina, a riempire l’attesa. Per la gioia dei GayLib attaccano con le note di Ymca dei Village People; passano dai Ricchi e Poveri - «Che confusione...», accennano; «sarà perché ti amo...», risponde il pubblico - e proseguono con Balla balla, parole e musica di Umberto Balsamo, correva l’anno 1979. Musica da non star fermi. Ancheggia sugli spalti, sventolando il suo mega-tricolore, un’ex ragazza bionda. Corre sudato e felice, senza sosta, un ragazzone cinquantenne che di bandiere ne ha addirittura due. Posano in favore delle telecamere i giovani (veri, loro) giunti da Mantova indossando magliette stampate per l’occasione. Due le versioni, a seconda del sesso: «Siam felici, siam contente per Silvio Presidente», dicono in rima le femmine; «Tutti pazzi per Silvio», ribattono in prosa asciutta i maschietti.
Ma sono loro, Luisa Tonarelli e Ada Lama, miss di mezz’età dalla bresciana Leno, le più scatenate. Esibiscono un calendario autoprodotto dove appaiono avvolte nella bandiera di Forza Italia da cui spuntano due spalle nude e galeotte. E tengono ben alto un cartello: «Silvio, sei il nostro santo. Vai che noi ti seguiamo». Tutta roba che la sinistra se la sogna.


 

Il Foglio, 12 mar 08

 

IL GAY OBBLIGATORIO


Grillini: “Mai come in queste elezioni si è parlato di gay candidati: mai così desiderati e, sono pronto a scommettere, mai così poco eletti. Massimo di visibilità e minimo di presenza in lista”.

di Stefano Di Michele

Uno dice: un frammento di Saffo (che un giorno, nel cortile di Montecitorio, il ministro Mussi recitava ispirato), il Gay Pride, un accenno di Mina, persino quattro cubisti, il Gay Village (il professor Fisichella permettendo), un sospiro di Maria Callas, un verso di Kavafis, l’imperatore Adriano e il bell’Antinoo, metteteci pure che “ogni felicità è un’innocenza”, una rimembranza di Saba, tutta roba che buttala via... Poi, la sacrosanta lotta per i diritti civili, i Dico o i Pacs o quello che è, un languore politico al pensiero di Zapatero, un travaso di bile al pensiero della Binetti, un mezzo mancamento se si ripensa al governo Prodi. E la lotta, allora. E le elezioni, appunto. E le candidature, e ahi, ahi, ahi... Umani, troppo umani, i gay – e dunque, come si dice, niente di umano è loro estraneo, manco la presenza in lista, ovviamente. Un gay candidato, un gay esibito, un gay a certificazione di un’evoluta comprensione del mondo, tutti a sinistra lo vorrebbero. Come, poi, è un altro (doloroso) discorso. Il meccanismo elettorale – per cui nomini, per dire, il capo segreteria o il portavoce – è quello che è: perciò il gay, non meno della ministra o dell’illustre politologo, conosce subito la sua sorte – e biblicamente, è noto, sarebbe meglio il contrario, soprattutto se la sorte butta subito male. Dunque, soprattutto nel Piddì, piedi di piombo, che una sollevazione teodem è sempre possibile. Veltroni, che di suo è per i gay, ma anche per gli etero, si muove dunque con accortezza. Ma pure nella Sinistra arcobaleno, che i gay porterebbe in palmo di mano, diciamo, i posti sono quelli che sono, pur essendo i valori alti e altri. “Un mese fa li ho sentiti per una mia eventuale candidatura – racconta Aurelio Mancuso, leader di Arcigay – poi si sono ristretti gli spazi, ognuno ha messo nelle caselle i suoi, non si sono fatti sentire più”. E a proposito di Arcigay, prendete anche il caso del senatore Gianpaolo Silvestri, dei Verdi. La volta scorsa è stato eletto in Lombardia – con qualche logica: è bresciano – adesso è stato spedito in Sicilia, candidatura a rischio. “Mi sento un po’ un pacco postale... Io sono anche tra i fondatori dei Verdi, non sono una falsa assunta”. Ma trova pure una divertente consolazione, nella sua transumanza dall’estremo nord all’estremo sud: “In Sicilia abita anche la donna con cui sono stato vent’anni... Ah, ovviamente cosa finita, non sto più con lei, non vorrei che qualcuno del movimento pensasse chissà cosa”. Garantito, nessuna ricaduta etero. E dunque? Conclusione divertita del senatore Silvestri: “La vita è bella, e io pure”.
Bella ma dura, la vita del candidato, o dell’aspirante candidato gay. I partiti dicono che farebbero di tutto per averlo; poi fanno abbastanza per nasconderlo, sostengono molti di loro. Mica tutti, per dire, si portano come i socialisti che, un po’ per convinzione e un po’ per disperazione, hanno puntato su manifesti, diciamo così, a rischio scomunica: “Sono gay e sono incazzato”, recita dai muri, a sostegno di Enrico Boselli, un ragazzo biondo, barba e orecchino, sguardo assassino. E infatti Franco Grillini, candidato dello stesso partito, sottolinea rapito: “Guarda là, un bono da niente...”. Ecco, Grillini.
Nella passata legislatura il deputato dei Ds, poi finito con i socialisti dopo la nascita del Pd, è stato uno dei tre eletti gay dichiarati, insieme a Titti De Simone e Vladimir Luxuria, di Rifondazione comunista. Di nuovo in lista, appunto con i socialisti, sa benissimo di avere pochissime possibilità di tornare a Montecitorio. E intanto è candidato sindaco a Roma, contro Rutelli in quanto sospetto di intese con i clericali. Azzarda: “Mai come in queste elezioni si è parlato di gay candidati: mai così desiderati e, sono pronto a scommettere, mai così poco eletti. Massimo di visibilità e minimo di presenza in lista”. Qualche surreale convinzione, assicura comunque Grillini, quelli del movimento gay l’hanno maturata. Per esempio: “In Sicilia per chi votano i finocchi? La Finocchiaro”. Beh, insomma... Che poi, un gay in Parlamento mica si occupa, ovviamente, solo di diritti dei gay. Per dire, Grillini annovera, ha tra le sue iniziative più lodevoli, un’apposita proposta di legge in difesa della pasta sfoglia per tortellini e lasagne. E mentre si prepara ad affrontare la sua difficile campagna elettorale “sto qui in mezzo al Transatlantico, come un’acquasantiera: tutti mi toccano e tutti mi guardano”, trova consolazione nel libro che ha appena scritto con Laura Maragnani, “Ecce omo”, che uscirà da Rizzoli a giugno. “Il divertito racconto di venticinque anni nel movimento gay: con tanta militanza e anche tanto gossip”, annuncia.
Non che manchino i candidati (esplicitamente) gay, a sinistra. “A destra, invece, è pieno di velate”, giura Grillini, essendo le velate quelli che predicano (bene, e mica sempre) e razzolano altrimenti. Certo, non è velata, anzi esplicitamente e coraggiosamente dichiarato, Enrico Oliari, militante di An, fondatore di GayLib, l’associazione dei gay di destra. A ogni elezione, si parla di una sua possibile candidatura, una volta persino Donna Assunta Almirante sdoganò la possibilità di un eletto post fascista apertamente omosessuale: “Hanno anche tanto più buongusto rispetto a certi cafoni eterosessuali che girano nel partito”. Ma anche stavolta non se ne farà niente. Lui, forte dell’idea che “gli omosessuali non sono solo nel centrosinistra”, orgogliosamente dove si trova rimane, “siamo da sempre e resteremo nel centrodestra, come da sempre ci sentiamo parte del movimento gay”, ma una certa, più che giustificata, delusione fatica a nasconderla: “Speravamo di essere chiamati, ma non è avvenuto. Avevamo chiesto un incontro a Berlusconi poco tempo fa, ma senza esito”. E quasi sicuramente non sarà in lista – causa pubblico ingurgitamento di due fette di mortadella nell’aula del Senato, quale caloroso festeggiamento per la caduta di Prodi – Nino Strano, di An, certo l’esponente più sensibile a certe tematiche, che a precisa domanda sui maschi precisò che “mi squaglio davanti a una creatura di marmo, ma non ho mai avuto un rapporto sessuale con una persona del mio stesso genere”.
Un fatto di contenimento, a voler essere esatti: “Mi fermo un attimo prima”. In ogni modo, una perdita per le battaglie per i diritti dei gay sul fronte destro. “No, nessun candidato omosessuale tra di noi – mormorano, con neanche tanta imbarazzata ironia, i finiani – Oddio, almeno nessuno di quelli dichiarati...”. Il parapiglia, dunque, quasi tutto a sinistra: dove il gay è quotato, ma dove la candidatura è pure vaga. Un terremoto, quello intorno alle candidature, che ha scosso anche la maggiore organizzazione, l’Arcigay. A scatenare le polemiche, la candidatura nel Piddì veltroniano, in posizione praticamente di sicura elezione, di Paola Concia, portavoce di Gayleft (sostanzialmente: i gay diessini), manager sportiva, ex giocatrice professionista di tennis. Un blitz deciso da Veltroni dopo che sul Corriere era apparsa l’indiscrezione che nessun omosessuale avrebbe trovato ospitalità nelle liste democratiche. Nello stesso articolo, Mancuso parlava di una sua possibile candidatura. Il piccolo (neanche tanto) mondo gay – solidale e pettegolo, attento e bizzoso – sussultò. Con quell’articolo, ha scritto lo stesso Mancuso sull’Unità, “si è voluto confezionare un attacco all’Arcigay per promuovere la candidatura di Paola... Per com’era costruito ed enfatizzato si voleva anche affermare che ormai era stata consumata una rottura storica tra Arcigay e Pd. Insomma, un bell’uragano, da cui Paola non si è sottratta, forse per non compromettere la sua candidatura”. Perfida annotazione, e persino l’evocazione di “potenti reti di cripto lesbiche e cripto gay che nelle segrete stanze muovono pedine e determinano fortune e disgrazie”. Sugli appositi blog è scoppiato il dibattito (e il rancore), tra chi sostiene che “non basta essere gay, lesbica o trans per avere il ‘voto gay’ o per avere l’appoggio di Arcigay”, e chi replica piccato: “Forse che i diritti civili sono tali solo se hanno sopra il bollino Arcigay?”.
Ha annotato amaramente una militante: “Gli omosessuali sono discriminati anche da loro stessi. Devono sempre stare a mostrare patenti, documenti, libretti di circolazione. E se non fanno parte della confraternita giusta, giù botte... Mai visto tanto livore su una candidatura da parte di chi dovrebbe esserne fiero. Bah, misteri del masochismo”. Dice Mancuso: “Ripeto: la mia candidatura non c’era. Chi me l’avrebbe dovuta proporre non si era fatto più sentire. A me dei trenini interni al Pd non me ne frega niente, ma non va usata Arcigay come spauracchio per una candidatura”.
In sostanza, questo il tema del dibattito: la candidata veltroniana è una militante dei Ds, non dell’Arcigay. Replica Paola Concia: “Io non ce l’ho con nessuno e non sono al posto di nessuno. Sono sempre stata chiara, non ho mai voluto accreditarmi ruoli che non avevo. Io sto in un partito, il movimento col movimento. Non è una battaglia diversa, solo due modi diversi di farla”. Maliziosamente, e nell’anonimato, c’è anche chi le ha rimproverato la sua amicizia con Paola Binetti, la senatrice piuttosto con fama di “mangiagay”, che le è stata molto vicino quando la Concia ha subito una difficile operazione. “Anche ultimamente ho attaccato la Binetti ferocemente – replica la candidata – E continuerò a farlo. Ma cercherò anche di costruire percorsi a favore dei diritti con tutti. Anche con Berlusconi. Insomma: vogliamo guadagnare dei diritti o fare cosa?”.
Ma intanto la polemica si allargava tra lo stesso Mancuso e Rossana Praitano, presidente del circolo romano Mario Mieli. Mancuso l’aveva definita “valletta di partito che non può permettersi di parlare di autonomia”, dopo che era andata a presentare un libro con Bertinotti. “Salve, sono la Orsomando della Sinistra arcolabaleno...”, replica lei. E tutto uno scambio di email, un battere e ribattere, “Mi aspetto delle pubbliche scuse, anche come donna”. “Anch’io attenderei delle pubbliche scuse, anche in quanto gay”. E intanto, altri gay che, da un fronte o dall’altro o da un terzo ancora, continuano a sfogarsi sui blog: “Eccola, la lobby gay: il gruppetto di quattro froci che vuole essere sotto i riflettori con la faccia e non con le idee. Magari per un posto in Parlamento...”. E qualcuno, evocando diversi dirigenti gay: “La verità è che non ne posso più di vedere Aurelio che litiga con Rossana che litiga con Aurelio, Imma che sbraita, la Concia snobbata, Marrazzo che apostrofa la folla che non c’è...”. E’ stato tutto un volare di stracci, un poco gratificante piovere di accuse, un insolito rinfacciarsi rapporti con quello o quell’altro partito. E carenza di posti (nel raggruppamento bertinottiano) e presenza di teodem (nel loft veltroniano) hanno ridotto al minimo diverse speranze. “Con noi i partiti si comportano in modo buffo – è la spiegazione di Mancuso – Non capiscono quasi niente del mondo omosessuale. Non studiano, sono discoli, nonostante ci abbiano provato. Proprio non capiscono l’alfabeto.
Per esempio, parlano sempre di omosessualità come scelta sessuale, invece che come orientamento sessuale: proprio non gli entra in testa...”. Dovrebbe invece, almeno a sinistra, e almeno a voler tenere conto dei voti. Secondo uno degli ultimi sondaggi – diecimila persone, sul sito Gay.it – sono orientati verso il Piddì veltroniano il 50 per cento dei gay, il 25 per cento verso il centrodestra berlusconiano, il 15 per cento verso la sinistra bertinottiana. Resta il mistero di un due per cento ben disposto verso l’Udc. Così, oltre alla Concia, nel Piddì ci sono altri candidati, come Andrea Benedino, anche lui portavoce di Gayleft, in Piemonte, e di Fabio Omero, ex segretario dei Ds di Trieste. Anche lui con poche speranze: “Si può fare. Anzi, è fatto – ha commentato – Quella che si dice ‘una candidatura di servizio’: quinto posto su sette candidati. Tanto per capirci, la volta scorsa Ds e Margherita elessero due senatori e uno Rifondazione”. Anche Benedino non è in posizione facile, ma promette di giocarsela. “Non mi considero un candidato di bandiera, un portatore d’acqua. Se Veltroni vince sono dentro, se perde...”. E sulle ultime polemiche tra i vari spezzoni del movimento gay, saggiamente allarga le braccia: “Le candidature, gay o etero, sono umanamente allo stesso livello. Da questo punto di vista, miserie e nobiltà. Certo, sarebbe auspicabile una maggiore solidarietà tra tutti i candidati gay...”. In ogni modo, alla vigilia della lista definitiva, avvertiva: “Se mi venisse chiesto di scegliere fra l’appartenenza alla famiglia Arcigay e il mio ruolo nel partito, io sceglierei la famiglia”. Resta aperta la ferita della mancata candidatura di Sergio Lo Giudice, leader storico dell’Arcigay, che pareva certa. “Non chiedo compensazioni – ha replicato – e il problema non riguarda me. Sto in questo partito con spirito di servizio e un’attenzione molto forte a un tema trascurato”.
Quelli della Sinistra arcobaleno hanno (forse) su questo fronte qualche soddisfazione in più, ma hanno anche preso decisioni contrastate (e contestate). Non male, comunque, l’idea di Antonio Soggia, giovane dottorando in storia, presidente dell’Arcigay di Torino, candidatura a sorpresa. Di suo, come slogan, prenderebbe quello di Casini, dice: sull’aiuto alle famiglie, al plurale, come annuncia dai manifesti il leader democristiano. “E’ uno slogan buono e chiaro: aiuti alle famiglie. Magari, così ci rientro anch’io con il mio fidanzato e la nostra cagnetta”. Che si chiama? “Gaia, ovviamente”. Scende in Sicilia – come Silvestri, la Sicilia dove c’è il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, uno dei primi a dichiarare pubblicamente la sua omosessualità – pure Vladimir Luxuria. Buona posizione in lista, non assoluta certezza, nonostante i giudizi positivi – come per Titti De Simone – sulla sua azione a Montecitorio. Lei, che ha già fatto una capatina al santuario di Montevergine (dove vanno in pellegrinaggio i ‘femminielli’), si affida, con pari saggezza, oltre che alla protezione celeste, a quella di Judy Garland. E infatti, “somewhere over the rainbow”, annuncia il suo sito. Con lo slogan finora più originale: “Lo diceva Judy Garland, lo ribadisce Luxuria: solo con l’uguaglianza c’è vera goduria!”.
E meno male che tra tanti barbosi documenti dell’Arcigay (ma perché non ci mettono un paio di drag queen dalla mano felice, a scriverli? Sono quasi più noiosi del manifesto dei valori del Pd), c’è un vivace dibattito su Alessandro Zan. Zan è un consigliere comunale di Padova, artefice di molte e meritorie iniziative sul tema dei diritti civili degli omosessuali, presidente della Lega Italiana Nuove Famiglie. I partiti della Sinistra arcobaleno della zona avevano, all’unanimità, indicato il suo nome come candidato; le burocrazie nazionale a Roma lo hanno depennato. “E’ mancata la volontà politica di puntare a un vero rinnovamento”, commenta. Ma c’è dell’altro: intelligente e fascinoso – a prima vista, un patavino strategicamente piazzato tra Kevin Costner e Antonio Banderas – accende sui blog passioni che vanno oltre la noia del dibattito sulle candidature.
Un’intensa discussione che va sotto questo tema: “Alessandro Zan: quanto m’attizza ’sto omo!”. Democratico e con convergenti opinioni, tra chi lamenta di averlo visto in discoteca ma di non aver avuto il coraggio di avvicinarlo – vabbé, rimorchiarlo – “ma attacca bottone, la prossima volta”, e chi annuncia trionfante di avere il suo numero di cellulare, chi lo trova “belloccio e intelligente”, chi loda il suo sangue freddo mentre dibatte con la Binetti, chi propone di fondare un fans club, chi lo ha visto con un bicchiere di vino (o ha un osteria o si atteggia), chi invoca “altri spetteguless sul nostro Alessandro Zan”, chi fa paragoni tra lui e il bellone del poster socialista. Va a finire che a Padova, quelli della sinistra, si sono proprio persi l’arcobaleno.


Babilonia, 12 mar 08

 

AL VOTO, AL VOTO!

Il movimento gay si scopre dialogante sui diritti della comunità. Si profila l’ennesima beffa politica?

Alla vigilia delle elezioni che decideranno il futuro politico ma pure istituzionale di un paese, il nostro, venuto fuori con le ossa rotte dall’esperienza dell’Unione prodiana al Governo, con la questione dei diritti civili, quelli gay soprattutto, abortita in ossequio alla Indifferenza etica e morale e laica di larga parte del ceto dirigente italiano, sarebbe naturale aspettarsi dai leader del movimento gay tuonanti dichiarazioni di guerra sui temi che stanno a cuore alla comunità. Eppure così non è. Sembrano, piuttosto, quasi rassegnati, come rincorressero uno strapuntino che gli ottimisti chiamano dialogo, ma che agli occhi dei realisti può rassomigliare a una beffa. L’ennesima.
«Credo che il paese voglia una politica di centro, di mediazione, lontana dalle radicalizzazioni. C’è bisogno di stabilità – spiega sorprendentemente la presidente di D’Gay Project Imma Battaglia, ex madrina del World Pride, assai poco riconoscibile in questa nuova veste moderata. «Dobbiamo cambiare prospettiva: trovo interessanti ad esempio le posizioni di Casini e Tabacci quando parlano di diritti individuali, così come quelle analoghe di Veltroni e del Partito Democratico». Ma come, diritti individuali? E che fine hanno fatto la coppia, l’uguaglianza piena e il matrimonio gay? «Dobbiamo dialogare con i cattolici – spiega Imma –, è l’unica strada per ottenere qualcosa nel lungo periodo. Per questo guardo con molto interesse al Partito Democratico».
La stessa direzione in cui si rivolge Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay e consigliere comunale a Bologna. Lui era uno di quelli che dovevano entrare nelle liste del Pd per un posto da deputato, poi non se n’è fatto nulla. Voterà Veltroni nonostante l’esclusione, Lo Giudice? «Sì, il mio voto andrà al Pd – assicura Sergio -. Quello che è successo dimostra come la corrente teodem osteggi i gay e i laici all’interno del partito, ma i nostri diritti passano necessariamente attraverso la mediazione e il Pd».
D’accordo con Lo Giudice e Battaglia è Carlo Guarino, esponente di Arcigay Roma e membro del tavolo glbt del Partito Democratico: «Abbiamo intrapreso un percorso che deve essere portato avanti nel partito di Veltroni. Certo, la rappresentanza gaydem in parlamento si limiterà alla sola Paolo Concia, ma meglio di niente». Per inciso: Arcigay Roma, per bocca del suo presidente Fabrizio Marrazzo, ha assicurato il suo appoggio alla candidatura di Francesco Rutelli, leader della componente clericale del Pd, a sindaco della Capitale.
Andrea Berardicurti, segretario politico del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, mette i paletti. «I soli che hanno parlato apertamente di diritti glbt e che andrebbero perciò appoggiati con il voto sono i Socialisti e la Sinistra Arcobaleno. Il Pd non sembra dire nulla di nuovo rispetto ai diritti individuali, che non bastano».
A votare Sinistra Arcobaleno non ci pensa proprio Enrico Oliari, presidente di GayLib, associazione dei gay liberali e di centrodestra. «Noi sosteniamo il Popolo delle Libertà di Berlusconi e Fini, e lottiamo perché all’interno della nostra area politica si apra un confronto serio sulle nostre istanze – afferma Oliari -. Abbiamo anche proposto il Registro per le Unioni Omoaffettive e stiamo conducendo una battaglia culturale affinchè il Pdl lo faccia proprio».
Non dichiara invece il proprio voto Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay, che però precisa: «Noi appoggiamo e invitiamo a votare tutti i candidati che sottoscriveranno il documento programmatico del Roma Pride 2007».
A occhio e croce, pochini.


Christian Poccia


 

Babilonia, 9 mar 08

 

E IL POPOLO DELLA LIBERTA' SI SCOPRE GAY FRIENDLY

Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini hanno aperto ieri la campagna elettorale del Popolo delle Libertà a Milano.
Al Palalido, insieme ad ottomila sostenitori, c’erano anche, con le loro bandiere, gli esponenti di GayLib, associazione dei gay liberali e di centrodestra ad avanzare tra i militanti berlusconiani la proposta di un registro delle unioni omoaffettive. «Nel centrodestra – ha spiegato il presidente dell’associazione Enrico Oliari - c'è ancora una ?certa chiusura nei confronti dei diritti degli omosessuali. E' ?indispensabile cambiare atteggiamento». E magari dai vertici del Pdl lo stanno già facendo: la colonna sonora del meeting elettorale è stata infatti “YMCA dei Village People, inno gay per eccellenza.
«Finalmente – ha dichiarato Sergio Rovasio, presidente dell’associazione radicale “Certi Diritti” - anche in Italia si può sperare in una destra che garantisce i diritti per le persone lgbt, come nella Spagna di Rajoy e nella Francia di Sarkozy, o no?».

Christian Poccia


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