RASSEGNA STAMPA (continua)
In questa pagina:
- Babilonia, 23 ago 07: GayLib: «Omosessuale afgano rischia il rimpatrio e la pena di morte»
- La Repubblica 25 ago 07: "Io, gay afgano, non cacciatemi o morirò"
- Agi, 23 ago 07: Afghanistan: GayLib, in Italia difficoltà per silo di omosessuale
- Il Velino, 18 set 07 - Omosessualità e politica, quando i gay militano a destra
Babilonia, 23 agosto 2007
GayLib: «Omosessuale afgano rischia il rimpatrio e la pena di morte»
Un ragazzo afgano omosessuale potrebbe esser rimpatriato nonostante il rischio
concreto che subisca un processo penale per sodomia e venga condannato al
carcere o persino alla morte. La denuncia arriva da GayLib, associazione dei gay
liberali e di centrodestra.
Al ragazzo «vengono mosse difficoltà per l’ottenimento dell’asilo – spiega
Enrico Oliari, presidente di GayLib, che sta seguendo da vicino il caso. «Le
democrazie occidentali - aggiunge Oliari - hanno il dovere di aiutare le persone
perseguitate, ma, a quanto sembra, ottengono con più facilità il permesso di
soggiorno i musulmani che murano le madonnine e gli imam servi di Al Qaeda che
gli omosessuali condannati a morte».
In questi giorni un caso simile sta preoccupando l’opinione pubblica
internazionale. Pegah Emam Bakhsh, lesbica iraniana fuggita dall’Iran dopo la
condanno a morte della sua compagna per il reato di omosessualità, rischia
l’espulsione dalla Gran Bretagna (a cui aveva chiesto asilo: rifiutato), andando
incontro a morte sicura. In suo sostegno si stanno mobilitando le associazione
glbt di tutta Europa.
La
Repubblica, 25 ago 07
"IO, GAY AFGANO, VI PREGO NON CACCIATEMI O MORIRO'"
In Lombardia caso simile a quello di Londra: bocciata la richiesta di permesso
di soggiorno
di FRANCESCA CAFERRI
ROMA - Nel suo paese d´origine rischia la vita perché è omosessuale, come Pegah
Emambakhsh. Per questo, per non doversi nascondere e vivere la vita che vuole,
ha chiesto di poter restare in Italia. In prima istanza la sua richiesta è stata
respinta: se lo stesso accadrà in appello Ahmed - il nome è di fantasia - dovrà
lasciare immediatamente il nostro paese e tornare in Afghanistan.
È un caso del tutto simile a quello di Pegah Emambakhsh quello che in queste
settimane si sta vivendo in una piccola città della Lombardia di cui, per
ragioni di riservatezza, non facciamo il nome. Nella pianura padana Ahmed, 24
anni, abita da otto mesi con il suo compagno, che è italiano. I due si sono
conosciuti su Internet e poi si sono incontrati per una vacanza in India: al
termine del viaggio hanno deciso di restare insieme e tornare in Italia. Qui
Ahmed è entrato con un visto turistico, ma poi ha scelto di rimanere per vivere
con il compagno. I due hanno inoltrato una richiesta di permesso di soggiorno
per motivi umanitari, adducendo come motivo l´omosessualità di Ahmed: in
Afghanistan sarebbe punita dal Codice penale con una "lunga pena detentiva" e
dalla sharia - che si applica in molte zone - con la morte per lapidazione o
impiccagione. La richiesta però è stata respinta dai giudici, che non hanno
ritenuto sufficientemente provati i rischi per la vita di Ahmed. La coppia,
assistita da un avvocato e dall´associazione GayLib, ha presentato ricorso: se
la domanda verrà bocciata la procedura di allontanamento per Ahmed - che è già
partita - dovrà essere eseguita immediatamente. È proprio la paura di essere
cacciato che spinge Ahmed a parlare per la prima volta pubblicamente della sua
storia.
Ahmed, perché vuole restare in Italia?
«Perché voglio vivere con il mio partner. Non avevo mai pensato di venire in
Italia prima di incontrare lui, ma ora siamo insieme e vogliamo restarci: questo
è l´unico posto per farlo. Non possiamo certo tornare in Afghanistan, ci
ucciderebbero e in un altro paese io avrei sempre il problema del permesso di
soggiorno».
Perché dice che la ucciderebbero?
«Perché è quello che accade: è un paese islamico e molto tradizionalista. La
legge dice che un gay deve essere impiccato. Tutti dicono che l´Afghanistan è
diventato un paese democratico: non per i gay».
Come ha vissuto finora in Afghanistan?
«Nascosto. La mia omosessualità è un segreto per tutti. La mia famiglia non lo
sa: mio padre è morto e mia madre e mia sorella contano molto sull´aiuto dei
parenti. Se loro sapessero che sono gay non le aiuterebbero più. Non ho mai
potuto essere quello che sono: a Kabul non ci sono locali per i gay e gli
omosessuali si vedono in segreto, fra le paure. Per questo mi sono rivolto a
Internet per trovare una persona con cui essere me stesso».
È sicuro di non voler rimanere in Italia per il benessere economico o perché la
vita è più sicura qui?
«A Kabul lavoro in un´impresa di costruzioni americana. Non ho problemi di
soldi. Amo il mio paese e non voglio abbandonarlo: non chiedo asilo politico
perché se lo facessi non potrei più tornare indietro. Se mi concedessero il
permesso di soggiorno invece sarei libero di rientrare in Afghanistan e la mia
famiglia non saprebbe mai il vero motivo per cui sono qui».
Cosa sanno ora?
«Che sono ospite da amici italiani»
E non sospettano?
«No, non immaginano neanche da lontano. Forse voi italiani non capite quanto
possa essere scioccante l´omosessualità in certi paesi: non ci si può neanche
pensare».
Ha mai ricevuto minacce perché è gay?
«No, perché nessuno ha mai saputo che sono gay».
È deluso dal "no" alla richiesta di permesso di soggiorno?
«Certo che lo sono. Lo scorso anno c´è stato il caso di un afgano che si è
convertito al cristianesimo e per questo rischiava la morte: l´Italia l´ha
aiutato. Vorrei solo che si capisse che io rischio di finire come lui: spero che
l´Italia aiuti anche me a restare qui e ad essere felice».
Agi, 23
agosto 2007
AFGHANISTAN: GAYLIB, IN ITALIA DIFFICOLTA' ASILO PER OMOSESSUALE
(AGI) - Roma, 23 ago. - Anche in Italia si rischia un caso Pegah, la lesbica
iraniana per la quale si sta cercando di evitare il rimpatrio in Iran, dove
sarebbe lapidata per la sua omosessualità. GayLib (associazione dei gay liberali
di centrodestra), presieduta da Enrico Oliari, segue "il caso di un ragazzo
omosessuale afgano che vive in Lombardia, al quale vengono mosse difficoltà per
l'ottenimento dell'asilo nonostante provenga da un paese dove la sodomia sia
punita con il carcere e con la pena di morte". "Le democrazie occidentali - ha
continuato Oliari - hanno il dovere di aiutare le persone perseguitate, ma, a
quanto sembra, ottengono con più facilità il permesso di soggiorno i musulmani
che murano le madonnine e gli imam servi di Al Qaeda che gli omosessuali
condannati a morte".(AGI)
Il Velino, 18 set 07
Omosessualità e politica, quando i gay militano a destra
Roma, 18 set (Velino) - “Meglio essere fascisti che froci”, esclamò nel marzo
dello scorso anno Alessandra Mussolini nel corso di una puntata di Porta a
porta. Ma che succede quando le due condizioni coincidono? Da questa domanda
muove la ricerca di Marco Fraquelli autore del libro Omosessuali di destra
(Rubbettino) in uscita in questi giorni. Un volume che presenta una carrellata
di personaggi e accadimenti storici che in qualche modo hanno avuto come
protagonista l’omosessualità. Figure e vicende che riguardano la destra
(radicale e non) dall’avvento del nazismo fino ai nostri giorni. Viene portato
alla luce, così, un mondo che ha fatto dell’omofobia e del machismo uno degli
assi portanti del proprio credo e della propria azione politica, ma che nel
contempo ha ospitato diverse personalità omosessuali di spicco. Di vaste
proporzioni, ad esempio, è stata la presenza gay all’interno delle
organizzazioni militari e politiche del regime nazista. Omosessuale dichiarato
era Ernst Rohm, figura fondamentale nella nascita del movimento delle camice
brune e leader delle famigerate SA. Del resto la Germania del primo Novecento
rappresentò la culla dei primi movimenti di liberazione omosessuale. Nella sola
Berlino, all’inizio degli anni Trenta, poco prima dell’avvento del nazismo, si
contavano 130 bar omosessuali, trenta periodici gay di cui tre settimanali, e
poi riviste, studi, associazioni…Argomentazioni a sfondo omosessuale servirono
anche come pretesto per eccidi politici e regolamenti di conti interni al regime
nazista, come accadde il 29-30 giugno 1934 nella Notte dei lunghi coltelli che
portò all’eliminazione delle SA di Rohm e il 9-10 novembre 1938 in quella che fu
definita la Notte dei cristalli.
E in Italia? “A differenza del nazismo - scrive Fraquelli - il fascismo italiano
non si è mai segnalato per intrecci con il tema dell’omosessualità”. Forse anche
perché la storiografia non ha ancora indagato a fondo sull’argomento. Di certo
l’atteggiamento del regime in camicia nera oscillò tra repressione e noncuranza.
In modo particolare Fraquelli sottolinea l’ipocrisia fascista per cui non fu
l’omosessualità di per sé a essere condannata, ma gli atteggiamenti vistosi e
femminei che la contraddistinguevano: insomma, al regime mussoliniano premeva
che fossero preservate le sembianza di mascolinità. Ipocrisia riscontrabile nel
Codice Rocco che decise di cancellare, tra le offese al pudore penalmente
perseguibili, le relazioni omosessuali solamente perché punirle avrebbe potuto
significare agli occhi degli stranieri che in Italia la pratica fosse talmente
diffusa da richiedere l’intervento della legge. Diverse pagine del libro sono
dedicate all’impresa di Gabriele D’Annunzio a Fiume, azione affine e
assimilabile all’epopea fascista, dove “più che atmosfere guerriere e virili,
sembrano dominare atmosfere languide, mollezze e sensualità”, con amori
omosessuali tra giovani legionari conditi da fiumi di cocaina.
La parte centrale del volume è quindi dedicata a figure omosessuali emblematiche
della destra internazionale. A cominciare dall’intellettuale francese Robert
Brasillach, antisemita, nazionalista, collaboratore della Germania nazista
all’epoca di Vichy e per questa ragione fucilato nel 1945. Ancora oggi omaggiato
dagli ambienti neofascisti che si recano in pellegrinaggio sulla sua tomba
parigina, Brasillach aveva simpatizzato per il regime nazista anche perché
affascinato dalla virilità e dalla bellezza degli occupanti ariani. Fraquelli
racconta quindi la vicenda di Michael Kuhnen, leader incontrastato del
neonazismo tedesco tra la fine degli anni Settanta e il 1991, quando morì di
Aids a trentasei anni. Kuhnen fu l’autore dell’opuscolo Nazionalsocialismo e
Omosessualità nel quale teorizzò l’uguaglianza tra omosessuali e eterosessuali,
anzi la supremazia dei primi sui secondi, specificandone il ruolo
avanguardistico all’interno della società e della cultura. Un testo che
inevitabilmente creò polemiche e scissioni all’interno del movimento neonazista.
Si ricostruisce la vicenda del francese Michel Caignet, principale sostenitore
delle teorie negazioniste, nonché editore di riviste gay che negli anni Novanta
presero una deriva pedo-pornografica e i cui proventi illeciti servirono a
finanziare l’attività politica dei neofascisti transalpini. Un capitolo è
dedicato al giapponese Mishima Yukio, più volte candidato al Nobel per la
letteratura, suicidatosi con il rituale dell’harakiri nel 1970. Mishima, autore
cult per la destra di mezzo mondo per il suo ultraconservatorismo e
ultranazionalismo, fu protagonista di una discussa relazione omosessuale segreta
con lo scrittore Fukushima Jiro.
Nell’ultimo capitolo Fraquelli rievoca l’omicidio, nel 1969, del dodicenne
Ermanno Lavorini, unica vicenda nell’Italia del dopoguerra che vide la
commistione tra ambienti politici di estrema destra e mondo omosessuale.
Sostenitrici di una rigida politica omofobica, né il Msi né le varie formazioni
italiane della destra radicale hanno annoverato tra le proprie fila personalità
ambigue come Kuhnen o Caignet. Nel nostro paese, insomma, il binomio
Destra/virilità, scrive l’autore, è “assolutamente certificato e
imprescindibile”. In epoca più recente, qualcosa si è mosso nell’area vicino ad
Alleanza nazionale con la nascita di GayLib, l’associazione nazionale degli
omosessuali liberaldemocratici e di centrodestra diretta da Enrico Oliari,
militante di An. In uno scenario internazionale come quello odierno,
contrassegnato da piccoli scandali da tabloid e outing da parte di esponenti
politici omosessuali d’area conservatrice, va rilevata l’apertura al mondo gay
proveniente da Israele. La prima unità di intelligence dell’esercito israeliano,
la 8200, è per la maggior parte costituita da soldati dichiaratamente
omosessuali. Tanto che a Tel Aviv la strada Glilot dove si trova la base della
8200 è stata ribattezzata Gaylilot e in occasione della festa del Purim i
militari della base, indossando parrucche e tacchi a spillo, eleggono la Miss
8200.