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RASSEGNA STAMPA (continua)

Babilonia, mar 2002

Enzo Palmesano
Un amico in An

Babilonia incontra il giornalista Enzo Palmesano, componente dell'Assemblea nazionale di An, il quale fu al centro di tante polemiche nel partito per la sua partecipazione al Gay pride romano del 2000. Ripartiamo con lui di quell'episodio e ripercorriamo la storia di questo personaggio anomalo e scomodo per il suo partito.
Perche ha partecipato al Gay pride del 2000 a Roma... È stata la prima volta che sono andato ad un Gay pride. La molla principale è stata di dare un segnale forte di attenzione al mondo gay, col quale ho qualche contatto, ed un segno di memoria ai tanti omosessuali che sono stati deportati, col famigerato triangolo rosa, nei campi di concentramento.
Per me il Gay pride è un grande fatto laico e politico. E di libertà: a chi altri sarebbe venuto in mente di manifestare proprio a Roma durante il Giubileo? Cosi si cozza contro tabù, visto che in Italia la politica obbedisce al Vaticano. La politica però è un'altra cosa, lo dico io che sono cattolico e ogni domenica vado a messa
Quali furono le reazioni, fuori e dentro il partito? Nonostante il mio poco peso politico, i mass media mi dedicarono un notevole spazio. Per quanto riguarda Alleanza nazionale, evidentemente ho vellicato gli istinti peggiori all'interno del partito. Ci pensò l'onorevole Gustavo Selva a bollarmi su La Stampa come gay: non trovò niente di meglio che dire “ne potremo avere uno anche noi, o no?”. Ciò è intollerabile. Non posso accettare che si usi la parola omosessuale come insulto nel senso di "farabutto". Questo è stato l'apporto di un vecchio democristiano : come Selva e questa è, d'altra parte, la cultura politica di molti personaggi all'interno del partito.
Però I' onorevole Fini non è certo più generoso nei confronti degli omosessuali... Sì, lo so. Lei si riferisce a quello che Fini disse sui maestri: che nessun omosessuale dovrebbe insegnare. lo mi sono sentito umiliato da quell'affermazione. Ne ho sofferto molto perché militando da parecchio tempo nel partito, da sempre vengo incarnato con esso da chi mi conosce. Non mi va di essere identificato come quello che se va al potere mette in dubbio o in pericolo un  diritto normale. Le persone non devono essere discriminate in base al proprio orientamento sessuale, ma devono essere valutate per quello che valgono: è ovvio che una persona omosessuale possa svolgere qualsiasi tipo di lavoro, fermo restando che ci sono insegnanti gay stupidi e insegnati gay intelligenti, il mondo è bello perché è vario...
Fini però non si è mai rimangiato niente... Credo che Fini dovrebbe chiedere scusa, così, senza accenti aspri. In altri paesi, penso alla Francia, senza chiedere pubblicamente scusa non sarebbe mai diventato vice- premier. La mia posizione, comunque, la espressi già in un'intervista al Resto del Carlino: “Fini firma la crociata antigay” .Dissi che il partito si stava coprendo di fango. E consigliai a Fini di valutare bene ciò che sarebbe successo quando la cosa sarebbe arrivata nei consigli comunali, cosa sarebbe uscito fuori col muscoloso assessore che ha al massimo la quinta elementare. Per quanto, è anche vero che nel paese dove abito (Pignataro Maggiore, 6500 abitanti) sono stati in molti, nonostante il forte clericalismo che c'è, a condannare la sua esternazione. Ormai il mondo sta cambiando e tanta gente non si nasconde più. Piuttosto, qualche genitore mi ha espresso preoccupazioni dicendo, ripeto testualmente: “se uno ha la disgrazia di avere un figlio gay, deve avere anche poi timore che non potrà neanche lavorare?”. Tutto ciò non è tollerabile.
Quale fu il risultato delle sue critiche? Fini si arrabbiò moltissimo e disse: “Palmesano, dopo gli ebrei, adesso rompe anche con gli omosessuali”. Però una cosa buona c'è stata. In quei giorni era iniziato a girare nel partito un ordine del giorno in difesa della famiglia. Io replicai sostenendo che la famiglia a mio avviso non viene insidiata dalla marea montante degli omosessuali, ma viene messa in pericolo da altre cose, come le cattive condizioni economiche dei genitori o i dissapori che esistono. Bene, di quell'ordine del giorno non si è saputo mai più niente, è scomparso nel nulla! Di tutto questo è sempre colpevole, comunque, l'integralismo cattolico!
In che senso? È una storia complessa. Quando c'è stato il congresso della svolta nel gennaio 1995 a Fiuggi, il partito ha fatto finta di non essere un partito neofascista, come in effetti è, nato dalle ceneri della Repubblica Sociale. Ha scelto un'altra strada: per collocarsi in ambito conservatore europeo, ha preteso di essere una Destra liberale, di origine risorgimentale. E per fare questo ha preso a prestito la cultura cattolica integralista, cosa che spiega le accelerazioni su temi come la famiglia, le scuole private o gli atteggiamenti persecutori verso i tossicodipendenti o gli omosessuali. È stato un mezzo per arrivare , al potere, serviva per proporsi con un nuovo look all'interno dello scenario politico italiano. Il risultato è che oggi chi fa cultura nel partito sono i personaggi che vengono dalla vecchia Democrazia cristiana. Non esiste una cultura piopria di An e quella che c'è non è quella di Fini o dei vecchi fascisti.
Come se non bastasse, così il partito ha trascurato di affrontare il discorso più difficile e traumatico: il rapporto col mondo ebraico. Il partito non ama sentire parlare di cose che ormai sono però fatti storici, come la discriminazione verso gli ebrei da parte del fascismo, che ha visto addirittura alcuni ragazzi di Salò piombare i vagoni in partenza per Auschwitz. Prima l'argomento si evitava oppure si usava come paravento l'idea che la Repubblica Sociale non poteva fare diversamente, costretta com'e-ra dalla Germania e che se non l'avesse fatto lo avrebbero fatto, in maniera più crudele, i tedeschi. Ma non avere fatto i conti col passato ha dato luogo ora ad un premier dimezzato, al quale molti politici non vogliono stringere la mano e che non può andare in Israele. Tutto ciò nonostante ci sia stato l'emendamento Palmesano.
Di cosa si tratta? Nel 1994, quando ero capo del servizio politico al Secolo d'Italia, mi occupavo da anni del mondo ebraico. Così. quando mi accorsi che
nelle tesi congressuali di Fiuggi non era mai stata nominata la parola «ebreo» scrissi un emendamento di II righe, nel quale si condannava apertamente l'antisemitismo e le leggi razziali. Dopo enormi traversie, Fini dette il suo benestare a quei fatidici righi e l'emendamento fu approvato, con soli 5 voti contrari. Da allora sembrò che all'interno del partito non ci fosse più nessun antisemita, però in compenso tutti diventarono anti-Palmesano (d'altra parte, qualcuno mi aveva detto di fare attenzione, perché la lobby nazista è più forte di quella ebrea. ..).
È cambiato qualcosa per lei da allora? Tutto. Da allora sono iniziati i guai. lo lavoravo appunto al Secolo d' ltalia. Nel '96 Tatarella -uno dei due capi della diarchia che comandava allora il partito -mi invogliò ad andare a Napoli, dove sarebbe rinato il giornale Roma, garantendomi che, comunque sarebbe andata, nessuno avrebbe mai toccato il mio posto al Secolo. Proprio Tatarella però pochi mesi dopo mi licenziò, per essermi ribellato alla cacciata di un mio stretto collaboratore, e persi il posto in tutti e due i giornali. Anzi, considerandomi, a torto, dimissionario al Secolo, mi tolsero illegittimamente dei soldi, nonostante abbia moglie e tre figli. ..
Ora sono completamente isolato. Nessuno del partito mi telefona più. E lo stesso Fini mi ha trattato malissimo. Probabilmente è anche un fatto psicologico, poiché Fini prova rabbia nel pensare che questi temi siano sfuggiti alla nomenklatura e siano stati proposti da uno che sta ai margini del partito. Ma è anche vero che lui di questi temi non ne capisce molto, sugli ebrei crede addirittura ad un complotto demoplutogiudaicobolscevico, condotto dagli ebrei di Sinistra che strumentalizzano il problema dell'antisemitismo. D'altra parte, è tutto nelle sue mani. All' interno del partito oggi non c'è molta democrazia, c'è solo un grande capo cosicché ogni atteggiamento discende da quello di Fini. Spero che lui metta da parte la sua acrimonia, poiché sicuramente nel partito ci sono energie per affrontare argomenti così importanti e traumatici.
Ma lei perché si riconosce ancora in questo partito? Per due motivi, sostanzialmente. Il primo è affettivo, nostalgico: milito nel partito dal 1972 e non mi sento di abbandonarlo, fa parte della mia vita. Il secondo è che credo di essere stato e di poter ancora essere utile. Si sono realizzate molte cose che avevo auspicato. È anche merito mio se il partito oggi discute di alcuni temi: non c'è assessore che non cerchi di intrecciare rapporti con la comunità ebraica e Urso, viceministro del commercio con l'estero -che peraltro fu tra quelli che non volle firmare il mio emendamento -quando ha incontrato Peres ha detto che erano trent'anni che aspettava quel momento.
Lei pensa che la stessa apertura ci sarà in futuro anche nei confronti degli omosessuali? È probabile, ma ancora non è il momento. Lo si è visto quando ho proposto Enrico Oliari come nome. Ma molti si sono ribellati all'idea, a cominciare dallo stesso Fini. Tanti hanno detto “dobbiamo candidare uno solo perché è omosessuale”, ma era esattamente il contrario, io dico che è stato discriminato perché è gay. Per il futuro, Oliari ed io presenteremo un documento di condanna di ogni discriminazione, da fare inserire nello statuto del partito nel congresso che si terrà ad aprile. Sarà una cartina al tornasole per capire se il partito vorrà aprirsi a nuove istanze e cercheremo di coinvolgere alcune persone attente a queste tematiche, come Alessandra Mussolini. Siamo certi che in molti ambienti del partito c'è stima, rispetto e amicizia per le persone omosessuali.
Sarà una dura battaglia... Lo credo anch'io, è disperata. Per il momento chi lotta nel partito contro queste discriminazioni viene messo all'indice. E quando si apriranno spiragli per la questione gay, perseguiteranno Oliari più di me, ne sono sicuro. Ma ne parleranno tutti. È un prezzo aspro, ma la politica è fatta così.

Links:

Sito di Enrico Oliari: pdl del MSI-DN contro l'omosessualità


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