Pride, 2003
Gay e Terza età: la felicità è un diritto di tutti.
di Roberto Mauri - street_child@hotmail.com
Ci avete mai pensato che i gay, quelli che animano la notte e che colorano le copertine delle riviste trendy, sono sempre belli, fighissimi, muscolosi e soprattutto giovani?
Guardare
al mondo gay di oggi è un po’ come affacciarsi sul giardino dell’eterna
giovinezza. Il gay, quello che “si vede”, è di solito uno strabono
muscoloso, a volte glabro a volte no, ma sempre di una bellezza statuaria.
Generalmente ha meno di trent’anni (più spesso ne ha venti), una carriera
brillante davanti, qualche amico, molti amanti. Frequenta di solito
discoteche, saune e cruising bar nei quali si rimorchia in fretta, si
scopa subito e ci si dimentica rapidamente gli uni degli altri. Naturalmente
non è tutto, e non è sempre, così ma spesso il front page del mondo
gay assomiglia a quello descritto. E’ un po’ come se i gay preferissero
vivere intensissimamente il proprio presente relegando al domani ogni
proiezione sul futuro. I gay non invecchiano, non conosceranno infermità, non
avranno bisogno d’assistenza.
Olivier, 40 anni di Bruxelles, è gay dichiarato da quando ne aveva venti e per molto e molto tempo ha lavorato per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali nel suo paese, sostenendo le lotte degli ecologisti valloni per i diritti civili di tutti. In un pomeriggio di sole, nella sua casa alla periferia della capitale belga, mi confida un’idea: “Invecchiare non è facile, non lo è nemmeno per gli etero. A volte mi succede di pensare ai vecchi nelle case di riposo costretti a convivere con gente che non hanno scelto. In camera con te potrebbe capitare un logorroico, qualcuno troppo taciturno per i tuoi gusti, un uomo che non ama lavarsi o che tiene accesa la tv anche di notte”. Olivier sostiene che la convivenza sia in assoluto difficile e che nelle strutture geriatriche rischia di esserlo anche di più per gli omosessuali costretti a vivere in mezzo ad una maggioranza di vecchi etero: “T’immagini se in camera, quando sarai in casa di riposo, ti capita qualcuno che non apprezzi e che per di più è anche omofobo? Qualcuno che crede la tua omosessualità una perversione; qualcuno cui non hanno detto che il Vaticano sbaglia ogni volta quando parla dei gay...”. Il pericolo è che ci si chiuda in se stessi, che ci si persuada a tenere le proprie emozioni e le proprie storie per sé. Così, per quanto possa sembrare banale, succederà di sentire forse i commenti del vicino sul sedere di quell’infermiera tanto giovane e carina, ma di dover tacere le nostre opinioni su quello altrettanto bello del suo collega maschio.
Eppure una via d’uscita potrebbe esserci: perché non immaginare una casa di riposo, un “centro per invecchiare bene” – come lo definisce Olivier – che abbia per target il mondo degli omosessuali? La proposta non è particolarmente inedita: in Italia, Enrico Oliari l’aveva già lanciata nel 1998 attraverso le pagine di un giornale nazionale.
Come
avevate immaginato questa struttura?
“Io credo che se c’è un bisogno reale per il gay anziano, la risposta debba avere una valenza sociale forte. Intendo dire che non mi interessa fondare un villaggio vacanze aperto tutto l’anno, non voglio un centro per i vecchi gay arzilli ma una vera struttura d’assistenza che prenda in carico il gay quando non è più capace di occuparsi di se stesso. Insomma una casa di riposo come quelle che esistono già ma che metta al centro dell’intervento assistenziale l’ospite gay, con tutto quello che questo significa”.
Credi
che sotto il profilo puramente economico ci sia un senso in tutto questo?
“Nel
centro d’accoglienza che sogno devono entrarci i gay poveri, quelli che non
possono permettersi di avere a casa un boy che si occupi delle loro
questioni. Per questo, per il fatto che gli ospiti saranno insolventi, bisogna
anche aprire una fondazione, un ente pubblico, che si occupi del reperimento
dei fondi. Deve essere chiaro che le persone di cui ci si deve occupare sono
gli omosessuali poveri, pertanto forse potrebbe non esserci spazio per fare
lucro”. Enrico Oliari pone anche l’accento su un fatto sociale non
trascurabile: i gay invecchiano senza figli, senza pertanto l’assistenza
spontanea della famiglia naturale e spesso vivono una forma di esclusione da
parte dei vicini e dei conoscenti.
Quando cinque anni fa Oliari rese pubblica la sua idea, ricevette diversi contatti di persone interessate: un imprenditore di Desenzano era pronto a mettere a disposizione un terreno vista lago, da Torino un vecchio trans lo aveva contattato riferendo che sia i reparti di geriatria maschili sia quelli femminili lo avevano rifiutato per una questione di genere, un gay di Venezia mise a disposizione la sua casa ma solo dopo la sua morte... Insomma qualche segnale positivo ci fu ma poche le speranze di raccogliere il capitale necessario. D’altra parte il mondo dell’imprenditoria gay guarda con sospetto ad un’iniziativa del genere: trarne vantaggio economico sembra davvero difficile.
Massimo, 32 anni e titolare insieme ad altri del Billy di Milano considera quest’iniziativa ghettizzante. “Non mi piace molto” spiega “l’idea della riserva per soli gay e non mi pare che ci sia niente di interessante sotto il profilo imprenditoriale. Almeno per ora. In prospettiva non so dire, non è escluso che un giorno cambi idea, ma per ora non mi piace molto”. Come lui molti altri gestori di bar, saune e discoteche, i quali trovano che il bisogno non sia reale, che non si va in casa di riposo per affezionarsi agli altri ospiti, che dopotutto nemmeno gli etero sono contenti quando si ritrovano in quelle strutture.
A remare controcorrente con energia e leggerezza c’è però Marco, 34 anni, titolare della sauna Flug 3343 di Gallarate.
“L’idea mi pare buona” esclama “ed anzi assomiglia un po’ a qualcosa che mi gira in testa da qualche tempo. Mi piacerebbe immaginare un posto, un villaggio, nel quale i gay che si avvicinano alla terza età possano liberamente scegliere di andare a vivere”. Marco sostiene che il maggior nemico dei gay che si avvicinano alla vecchiaia sia la solitudine ed è convinto che con questo sistema verrebbe isolata. Facciamo notare che probabilmente servono molti soldi per creare la struttura e che forse anche le rette da far pagare agli ospiti potrebbero essere insostenibili.
“Secondo me” insiste Marco “il progetto è fattibile. Una struttura così potrebbe costarti tre miliardi di lire ma mentre li versi sai che il tuo target non sono i gay delle discoteche, capaci solo di distruggere tutto quello che toccano: tre miliardi in un centro simile, sono al sicuro”.
Accanto alla struttura d’accoglienza, Marco immagina dei servizi da metter a disposizione anche dei gay che vivono all’esterno del centro e magari anche degli omosessuali giovani: pub, discoteche, un cinema... dei posti per il cruising. Insomma una vera cittadella gay, nella quale ci sia posto per tutti da diciotto a novant’anni.
L’idea, che per ora non ha pretese, piace abbastanza ai frequentatori di una chat per “over 50”. JoyMI, sostiene che potrebbe essere il primo passo verso un riconoscimento sociale più ampio. “In fondo” afferma “anche il diritto ad una vecchiaia serena fa parte dei diritti fondamentali di ognuno”. Della stessa opinione Mario57 che trova interessante la fusione delle due idee: la creazione di una cittadella gay polivalente che includa anche una vera struttura per anziani non autosufficienti. “Magari poi” pensa Mario57 “la si potrebbe fare accreditare ed evitare così di far pagare delle rette inaccessibili per chiunque”.
Di
segno totalmente opposto le opinioni di molti altri chatters, fra i
quali qualcuno ammette di non aver mai dedicato del tempo al problema: c’è
chi fa presente che alla vecchiaia ci si penserà da vecchi, mentre qualcuno
propone l’autoeutanasia. Come si vede non si può sempre pretendere di avere
delle risposte serie...
E
nel tourbillon di opinioni a volte anche un po’ leggere e maldestre,
uno stimolo particolarmente buono giunge da un pulpito non gay: Graziella, 61
anni, casalinga di Milano. La contatto per errore, sbaglio il numero di
telefono di un pub e mi risponde lei. Credo di parlare con chi gestisce quel
locale e pongo sterilmente la domanda come avevo fatto con gli altri
imprenditori gay. Graziella mi ascolta in silenzio, mi sembra di percepire la
sua attenzione poi mi dice: “Vede, io sono una donna, sono sposata, ho
quattro figli adulti e i problemi di quelli dell’altra sponda non li
conosco bene. Ma che cosa ci dovrebbe essere di male in quest’idea che mi ha
descritto? Abbiamo tutti quanti diritto ad invecchiare con le persone che ci
assomigliano, no? Con quelli che ci vogliono bene, con chi vede il mondo come
noi. Se lo immagina che fatica sopportare qualcuno che ha desideri sempre
opposti ai nostri? Per carità! Fatela questa casa di riposo, fatela davvero!
Molti auguri”.
La strada è segnata. Fra l’altro l’Europa non è nuova ad iniziative di questo genere: alcuni centri con caratteristiche simili a quelle proposte da Olivier, Enrico Oliari e Marco della sauna Flug, esistono in Francia e in Olanda. Forse, potrebbe essere giunto il momento di parlarne apertamente. Forse è ora che si formi un cartello di imprenditori gay interessati a ragionare davanti a questo progetto in termini di fattibilità. Enrico Oliari si rende volentieri catalizzatore delle proposte e richieste che potrebbero giungere dai lettori di Pride. E naturalmente alla fine... se son rose fioriranno.