E SE CREASSIMO....
Omosessualità e Quarta età
di Enrico Oliari – www.oliari.com
Prima di analizzare gli aspetti sociologici che riguardano l’anziano omosessuale, è necessario premettere che l’allungamento dell’aspettativa di vita ci porta oggi a concentrare la nostra attenzione su quella che viene definita “Quarta età”, dal momento che il miglioramento della qualità degli anni ha comportato il dilungarsi della fase di maturità dell’individuo, con la conseguente autonomia nella gestione della quotidianità e delle relazioni interpersonali.
Inoltre, come correttamente osserva Antonio Veneziani nel suo studio,
da poco ci si occupa dei vecchi, ormai diventati una vera e propria categoria sociale fondamentale, anche perché in grande aumento e soprattutto perché consumano e, dunque, dall’invisibilità si passa alla visibilità e all’attenzione verso l’anziano[1].
Un’altra premessa riguarda la tipologia di individuo che andremo considerando, ovvero sul soggetto ultrasettantenne autosufficiente o quantomeno senza particolari problemi legati alla psiche o al quadro degenerativo tipico della progressione negli anni.
Il modo diffuso di percepire la vecchiaia porta a vedere nell’anziano un essere asessuato, incapace di provare sentimenti o di sostenere una relazione affettiva.
L’anziano della Quarta età “deve” limitare le sue attenzioni sentimentali a quello che è l’ambito famigliare o al massimo ad un gruppo di amici e di conoscenti.
Questa visione distorta dell’anziano è dovuta ad un retaggio culturale e tradizionale ben radicato nella società, la quale lo identifica come un essere dedito solo ai bisogni spirituali o da compatire; la stessa “Quarta età” rappresenta una novità nella storia dell’umanità: l’aspettativa di vita è infatti notevolmente e, per certi versi, improvvisamente aumentata negli ultimi anni grazie alla scienza, alle discipline specifiche ed alla medicina, anche se non sempre l’aumento degli anni ha significato il mantenimento di una buona qualità e di un buon tenore di vita..
Va aggiunto poi che nel passato non solo l’anziano, ma anche i restanti componenti della famiglia avevano un ruolo anche sociale ben definito e sicuramente diverso da quello di oggi, dove il nucleo famigliare ha subito profondi mutamenti sociologici.
Nei tempi passati la casa era il microcosmo in cui si succedevano le generazioni e nello stesso spazio e tempo vi convivevano nonni, figli, nipoti ecc. Oggi le cose sono cambiate radicalmente e la gente vive in appartamenti monofamigliari, dove spesso entrambi i coniugi lavorano e dove non c’è spazio per gli anziani, i quali si trovano a vivere in un’altra casa (anche seguiti dalla badante), o a venir sistemati in casa di riposo.
E’ la società stessa, il comun sentire, a mettere in disparte l’anziano in quanto individuo non più produttivo, se non “mantenuto”, ma anche a ritenere che arrivati ad una certa età non si ha diritto ad una vita sessuale o a una relazione di coppia: si provi a pensare quali cambiamenti e reazioni avverrebbero in una famiglia se il nonno conoscesse un nuovo compagno o una nuova compagna, figurarsi poi se dello stesso sesso.
Infatti la cosa si complica in modo esponenziale nel momento in cui ci si riferisce ad anziani omosessuali: ancora oggi l’orientamento omoaffettivo o omosessuale non è recepito in modo positivo da buona parte della popolazione, tanto che vi sono continuamente episodi di discriminazione “diretta” ed “indiretta” (il vuoto legislativo che riguarderebbe, ad esempio, la coppia omoaffettiva); solo da pochissimi anni stiamo assistendo ad un fenomeno, a mio giudizio positivo, che vede un numero crescente di gay e di lesbiche vivere in modo emancipato, mentre l’anziano della Quarta età proviene da un’epoca nella quale non ci si dichiarava omosessuali e dove lo stesso soggetto poteva ritenere di essere affetto da una sorta di disfunzione o di menomazione.
Ancora oggi gli omosessuali anziani possono essere percepiti come persone sole, attratte dai giovani e desiderose in modo insaziabile di sesso, mentre le lesbiche sono identificate in donne sole, fredde e poco attraenti. Questi stereotipi combinano insieme alcuni luoghi comuni sull’omosessualità con altri tipici della vecchiaia[2].
Questi modi distorti di collocare l’anziano omosessuale, oltre ad una comunità gay predisposta quasi esclusivamente per giovani, non favoriscono la serenità nell’individuo anziano gay, né nella gente che lo circonda.
Così si racconta Michele B., intervistato da Veneziani, alla domanda su come sia difficoltoso essere anziani omosessuali:
è difficile quanto lo è esserlo da etero. Il vero problema, secondo me – ma potrebbe essere un problema mio personale – è la solitudine, lo ripeterò fino allo sfinimento. Già io ero solo da giovane, puoi immaginare ora che sono vecchio[3].
Tuttavia, e qui entriamo nell’aspetto più fisiologico della sessualità, va detto che essa subisce un cambiamento col passare dell’età, ma che non sparisce e spesso non diminuisce; uno studio condotto dall'urologo californiano Ira Sharlip ha potuto dimostrare che tre quarti degli uomini e due terzi delle donne di età compresa tra 80 e 102 anni sono sessualmente attivi, mentre sappiamo che l’affettività non ha età.
Secondo il Censis ben il 39,1% degli italiani over 70 (il 74 % degli over 60) ha una vita sessualmente attiva ed il 70 % di questi la trova appagante, nonostante alcune patologie come quelle cardiovascolari o l’ipertrofia prostatica (tipica dell’avanzare dell’età), o ancora l’assunzione di farmaci possano procurare disturbi, ad esempio, di erezione.
Anche se oggi abbiamo a disposizione il citrato di sildenafil (Viagra), penso sia sbagliato ritenere che la sessualità venga espletata solo con la penetrazione e quindi l’anziano, come lo stesso giovane, ha a disposizione una miriade di altri metodi di contatto e di interazione psico-fisica.
Anche il modo che la società ha di pensare all’andropausa è fuorviante, dal momento che essa non coincide con la menopausa della donna e la produzione di testosterone nell’uomo, ormone correlato alla libido, ha un declino assai lento; la stessa menopausa della donna non rappresenta la fine della sessualità, semmai un bisogno meno urgente di arrivare al rapporto sessuale, che, come osserva la sessuologa Simonelli[4], favorisce un tempo maggiore da dedicare al conoscersi e al reciproco corteggiamento.
Per questi motivi e, come dicevamo, per il fatto che ogni essere umano non deve essere privato della propria libertà sessuale ed affettiva in nome di concezioni sociali obsolete, né deve essere sottoposto a pressioni restrittive da parte di famigliari o di altri, sarebbe sbagliato che un uomo o una donna omosessuali appartenenti alla fascia della Quarta età si vedessero costretti a rinunciare alla propria sfera sessuale ed affettiva.
Se la sessualità è parte integrante dell’individuo e ne concorre alla salute psico-fisica, così l’omosessualità è ancora viva nel gay di una certa età: reprimerla sarebbe un errore e non aiuterebbe a dare vita agli anni.
Una casa di riposo
L’idea di una casa di riposo per omosessuali nasce dalla valutazione di diverse considerazioni.
Le case di riposo sono spesso retaggi di ex istituzioni religiose, dove di certo la sessualità, anche come semplice concetto, era ed è bandita.
L’anziano in casa di riposo ha a che fare con una quotidianità organizzata nei minimi dettagli, la cui conduzione viene spesso sorvegliata dal personale assistenziale.
Capita addirittura di vedere un particolare modo di accostarsi agli anziani (anche agli autosufficienti!) ad opera di parenti, badanti ed anche operatori del settore: ai loro occhi gli anziani sono sostanzialmente dei bambini deficienti; le frasi che si sentono più spesso sono: “hai mangiato la pappina?”, “vuoi la caramellina?”. Ma dico io: queste persone hanno fatto guerre, costruito case, messo su famiglie, lavorato tutta la vita e mandato avanti un Paese e poi si ritrovano a ritagliare angioletti di carta e a vedere i cartoni animati!
Figurarsi pensare di avere una vita sessuale ed affettiva!
La casa di riposo oggi risponde alle aspettative della società e delle famiglie, non degli anziani, ed io ritengo che sia opportuno ripensarla e riorganizzarla in modo da renderla più vicina all’individuo, alle sue aspettative ed alle sue esigenze, un luogo dove l’anziano possa vedersi valorizzato anche in una sua sfera affettiva e sessuale.
In quest’ottica la creazione di una casa di riposo per soli omosessuali deve partire dal concetto di aggregazione di persone che hanno determinate cose in comune.
Il mondo gay è “predisposto” per i giovani omosessuali, e fin che sono sani, belli e funzionali tutto va bene. Ci sono locali, saune, discoteche, gruppi giovanili, parate ecc. Quello che manca è un momento di aggregazione per gli omosessuali di età più avanzate.
E’ un po’ come se i gay preferissero vivere intensissimamente il proprio presente – afferma Roberto Mauri - relegando al domani ogni proiezione sul futuro. I gay non invecchiano, non conosceranno infermità, non avranno bisogno d’assistenza[5].
Molto spesso l’omosessuale anziano si differenzia dal coetaneo eterosessuale per non aver famiglia o figli, o ancora per provenire da realtà che di fatto lo discriminerebbero.
Immaginiamo, per esempio, di sistemare nella stessa camera della casa di riposo un anziano omosessuale che legge Proust ed un ex fascistone omofobico…
Francamente non penso che l’omosessuale anziano abbia il desiderio di spendere la restante parte della sua vita a lottare per la propria emancipazione e contro le discriminazioni in un luogo dove l’omosessualità viene percepita ancora come un peccato o una degenerazione e dove verrebbe visto come un essere strano, come uno che ha sbagliato tutto nella vita.
La casa di riposo per omosessuali rappresenterebbe un’opportunità, una comunità dove non viene ad essere necessario lottare per non essere discriminati o esclusi e dove possono nascere momenti di solidarietà proprio perché si vive lo stesso orientamento sessuale e, perché no, la propria sessualità.
Ed è proprio per questi motivi che tale istituto non rappresenterebbe in nessun modo una forma di ghettizzazione.
Se pur con difficoltà, anche all’estero diverse organizzazioni stanno pensando a luoghi per ospitare gli anziani gay, come nel caso di Santa Fè, dove la struttura mette a disposizione 146 appartamenti (che si possono acquistare o affittare), un centro sociale, una palestra, una caffetteria e un club, o di Berlino, dove l’associazione “Village” offre la sistemazione a 23 persone anziane, a fronte di stime che parlano di oltre 1.300 anziani tra gay e lesbiche ospitati a Berlino in strutture pubbliche[6].
La realizzazione di una casa di riposo per omosessuali non dovrebbe rappresentare tecnicamente una difficoltà insormontabile. Io ragiono nella mia mentalità di consigliere d’amministrazione di case di riposo (nel 2004 feci aprire a Merano presso un Ipab le graduatorie per gli alloggi protetti anche alle coppie omosessuali[7]) e parlo quindi di un ente dove le entrate pareggiano con le uscite o quantomeno senza scopo di lucro.
Anche perché da qualche anno stiamo assistendo ad una metamorfosi delle vecchie IPAB (istituti pubblici di assistenza ai bisognosi), che, con tempi diversi da regione a regione divengono vere e proprie aziende di servizi alla persona.
Oltre alle donazioni, bisogna tenere presente che vi sono anziani omosessuali i quali, non avendo figli, non sanno a chi lasciare il patrimonio di una vita di lavoro e di sacrifici e sarebbero ben lieti di essere ricordati come gli autori di un’opera tanto importante.
Per prima cosa bisognerebbe costituire un’associazione di persone che si vogliono prendere l’impegno di portare avanti il progetto; quindi convogliare possibili lasciti al fine di creare un’azienda (fondazione) e da lì è presto fatto.
Addirittura la casa di riposo potrebbe diventare un centro importante dove raccogliere archivi, fare conferenze, e tanto altro ancora, con la possibilità di coinvolgere anche gli stessi ospiti.
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[1] Antonio Veneziani, La gaia vecchiaia, Consiglio ed., 2006.
[2] Cfr. Pietrantoni, 1999, in www.transister.net
[3] Antonio Veneziani, op. cit.
[4] Chiara Simonelli, psicologa, docente Psicologia dello sviluppo sessuale e presidente della Società Italiana di Sessuologia Scientifica.
[5] Roberto Mauri, Gay e Terza età: la felicità è un diritto di tutti, Pride mar 2003
[6] Germania: a Berlino la prima casa di riposo gay d’Europa, Ansa, 4 gen 2008
[7] Cfr. L’indipendente, 22 dic. 2004