LE
MIE RICERCHE STORICHE (continua)
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Palo, 1907: l'arciprete Scheffermeyer assassinato da tre prostituti
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Nel gennaio del 1908, in occasione della pubblicazione del Rapporto quadrimestrale del “Comitato scientifico umanitario di Berlino per lo studio della sessuologia con particolare attenzione all’omosessualità”, il noto medico Magnus Hirschfeld informava il suo pubblico di un efferato omicidio che aveva avuto luogo l’anno prima “in dem an der latinischen Künste nördlich von der Tibermündung reizend gelegenen Fiscerdorfe Palo” (presso un grazioso paesino di pescatori situato sulla costa laziale a nord della foce del Tevere chiamato “Palo”)[1]. Ma cos’era potuto accadere in quella misconosciuta parte della provincia romana, laddove la sperduta campagna della pianura viene ad essere un tutt’uno con l’azzurro cobalto del mare? E perché il noto medico berlinese aveva trovato interessante per i suoi studi il fattaccio di uno specifico omicidio?
Uomo di grande cultura, era stato per diversi anni insegnante di lingue presso la Sorbona di Parigi, aveva condotto una vita da gran signore, aveva viaggiato tantissimo e parlava correttamente, oltre al francese, sua lingua madre, anche l’italiano, il tedesco, l’inglese e l’arabo. Il principe don Ladislao Odescalchi lo aveva ospitato presso la sua tenuta di Palo quale cappellano del suo stupendo castello, fatto costruire nel Cinquecento da papa Leone X, passato agli Orsini e quindi alla sua famiglia. Gli aveva ceduto un villino nella sua tenuta, una costruzione tranquilla situata fra i pini marittimi, gli aranci e un’infinità di altre specie di piante (l’Odescalchi era amante della botanica)[2] e con vista sul mare, ampia e con una piccola cappella attigua. Il 9 dicembre del 1907, verso mezzogiorno, don Luigi Scheffermeyer, grondante di sangue, aprì tremante la porta di casa, emise un tremendo grido, si accascio e da lì a poco morì. Tre losche figure erano state viste uscire da quella casa scavalcando la finestra che dava a Occidente e non appena ci si rese conto dell’accaduto, iniziò una vera e propria caccia all’uomo. Fu il guardaboschi Francesco Bitti, a cavallo ed armato di carabina, ad inseguire e a raggiungere i tre fuggiaschi, un arresto coraggioso che gli valse una discreta ricompensa messa a disposizione da un privato e dal quotidiano „Il Messaggero“[3]. Nel frattempo giungevano a Palo gli inquirenti, coordinati dal procuratore del re Numa Valeriani, anche se già da subito era apparso chiaro che l’omicidio era stato perpetrato a scopo di rapina. Si sapeva infatti che l’anziano sacerdote aveva da poco venduto la sua biblioteca privata ricca di libri rari e preziosi per la rispettabile cifra di trenta mila lire e che, essendo stato in passato un professore universitario benestante, possedeva in casa oggetti di valore. Qualche più intima indiscrezione sul suo conto, tuttavia, cominciò a girare ed a far vedere la problematica sotto un’altra ottica. Infatti “correva voce purtroppo vera che lo Scheffermier (sic!) fosse pederasta passivo ed ognuno della frazione sapeva che egli attirava sovente, giovinastri di infime classi sociali, per farsene dei camerieri provvisori e, nel frattempo, degli istrumenti destinati a soddisfare il proprio vizio”[4]. Tutti, in quella remota località, frazione di Ladispoli, conoscevano le abitudini di don Luigi e si sospettava che proprio a causa delle sue inclinazioni gli fosse stata assegnata, quale penitenza, l’isolamento della sperduta parrocchia di Palo. “Correva voce che fosse stato assegnato a Palo per punizione. Ciò è presumibile in quanto è una persona istruitissima e denarosa, quale si riteneva lo Scheffermeier (sic!), sembrava strano che dimorasse in una così piccola borgata, insana e priva dei necessari conforti della vita”[5]. Tuttavia “la triste fine del povero prete, più che vizioso, ha rattristato i bravi campagnoli ed operai di palo, i quali malgrado ciò lo compativano e lo rispettavano!”[6]. L’anziano sacerdote ospitava presso la sua casa giovinastri provenienti dalla capitale, i quali, oltre a pretendere denaro in cambio delle loro prestazioni sessuali, a poco a poco gli avevano rubato gli oggetti di valore che teneva in casa ed addirittura gli arredi sacri dalla piccola cappella.
Lui non aveva mai presentato denuncia per quei furti continui, diceva che Gesù aveva insegnato a perdonare, ma più probabilmente temeva che le sue note abitudini assumessero una certa ufficialità. E così in poco tempo don Luigi Scheffermeiyer si creò una reputazione non del tutto cristallina: “Egli divenne presto la favola del contado. Molti parlavano di lui con senso di disgusto e si stupivano come il principe Odescalchi tenesse nella sua villa un uomo indegno per ogni riguardo. Tuttavia siccome la devozione e la superstizione sono grandi nei piccoli centri abitati, non mancavano le donne oneste e pie che andavano a sentire messa, a confessarsi e a comunicarsi con lui: a confessarsi esse, le donne pudiche, a ricevere l’ostia consacrata dal più impudico degli uomini…”[8]. Amato o meno dai suoi fedeli che fosse, il giorno dell’omicidio le forze dell’ordine avevano dovuto difendere i tre giovani arrestati dalla folla armata di bastoni e di coltelli, desiderosa di farsi giustizia sommaria. Mentre nell’edificio attiguo alla chiesetta di Palo si adattavano i locali per l’autopsia del corpo dello Scheffermeyer, i tre arrestati vennero condotto a Civitavecchia per essere interrogati dal procuratore del re. “Gli assassini - scrivevano i quotidiani – appartengono a buone famiglie”[9]: si trattava di figli di appartenenti alla piccola borghesia ed erano persone in grado di poter condurre una vita tranquilla. Erano Armando Fiorentini, di diciotto anni, figlio di un rivenditore di vetture a cavallo, giovane dal carattere ribelle e spesso litigioso, Guido Costantini, pure diciottenne, figlio di un impiegato privato e Guido Nencini, di diciannove anni. Fu quest’ultimo a confessare al procuratore Valeriani di aver inferto i fendenti mortali, perché “nauseato dalle proposte oscene fattegli”[10]. In realtà il motivo era ben altro. In precedenza sia il Fiorentini che il Costantini avevano soggiornato presso la casa di don Luigi per periodi più o meno lunghi, assunti ufficialmente in qualità di camerieri, ma in realtà ospitati per altri scopi. Tutti e tre gli omicidi “conoscevano molto intimamente, troppo intimamente, forse l’arciprete, al quale veniva attribuita qualche debolezza indecorosa in un uomo, di quelle debolezze che hanno suscitato un certo scandalo nel processo della Tavola Rotonda a Berlino e che formeranno oggetto principale del processo che verrà dibattuto prossimamente, a porte chiuse, al tribunale di Roma, contro il tedesco Guglielmo Pluschow”[11] Il giorno del delitto i tre si erano ritrovati a Roma di buon mattino per recarsi in treno a Palo. Si trattava di aver un rapporto sessuale con l’anziano sacerdote e quindi ottenere in cambio di quelle prestazioni un lauto compenso, come già altre volte era avvenuto. Essi erano al corrente della vendita da parte di don Scheffermeyer della preziosa biblioteca, una nuova vena aurifera, dal momento che ammettevano di aver contribuito a depredare gradualmente gli averi dell’anziano prete fino a ridurlo povero. Quella volta però don Luigi si rifiutò di pagare, per il semplice motivo che ormai non possedeva più nulla e subito il Nencini estrasse il coltello e minacciò il sacerdote. Chiese denaro, molto e subito, ma, all’opposizione secca di don Luigi, si scagliò su di lui e lo ferì mortalmente con quattro pugnalate. “È la sorte di quella gente”, aveva aggiunto il Costantini all’interrogatorio, “Tutti così hanno da finire”[12], ribatté il Fiorentini, cercando di attenuare la loro responsabilità buttandola sulla personalità “viziosa” del sacerdote. Se la biblioteca era stata venduta, certamente lo Scheffermeyer doveva ancora incassare i soldi e, non avendo potuto rubare nulla (trovarono nelle loro tasche una lira e quaranta in tre), avevano frettolosamente abbandonato la scena di un delitto che forse era andato ben al di là delle loro intenzioni. Anche questo fatto servì allo studioso Hirschfeld per confutare le tesi di quanti sostenevano che l’omosessualità fosse un costume tipicamente nord europeo e quasi per nulla diffuso in Italia, dove, a dir di molti “… si hanno talvolta a deplorare colpe e delitti assolutamente contrari: violenze passionali, derivanti da deficienza di educazione e da eccesso di vigoria”[13]. [1] Magnus Hirschfeld, “Vierteljahrsberichte des Wissenschaftlich-humanitaeren Komitees – Januar 1908, Jahrbuchs fuer sexuelle Zwischenstufen” – Ed. Max Spohr – Leipzig 1908, pag. 560 e seg. [2] Cfr. Sito internet del Comune di Ladispoli (http://www.comune.ladispoli.roma.it/italiano/ladislao/castellopalo.htm) [3] Cfr. “Il Messaggero“, 13.12.1907. La somma offerta dal quotidiano romano fu di 25 lire. [4] Cfr. “Il Messaggero”, 11.12.1907 [5] Idem. [6] Idem. [7] Cfr. “Il Messaggero”, 15.12.1907 [8] Cfr. “Il Messaggero”, 13.12.1907 [9] Cfr. “Il Corriere della Sera”, 10.12.1907 [10] Cfr. “Il Messaggero”, 11.12.1907 [11] Idem. [12] Cfr. “Il Messaggero”, 13.12.1907 [13] Cfr. “Il Messaggero”, 15.6.1907, “Un processo scandaloso”
Nella foto: - La chiesetta di Palo - Vignetta apparsa su "L'Asino", 22.12.1907
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