LE
MIE RICERCHE STORICHE (continua)
In questa pagina:
- Il Borghese, Franco Jappelli e l'orrore per gli invertiti
- L'opinione del giornalista Francesco D. Caridi
"Il Borghese", Franco Jappelli e l'orrore per "gli invertiti"
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di Enrico Oliari - Babilonia, ottobre 2004 Chissà cosa direbbe oggi Franco Jappelli, giornalista del “Secolo”, nel vedere il movimento omosessuale italiano numeroso e politicamente importante, con deputati eletti nel Parlamento, molte associazioni politiche e culturali, giornali, una televisione e tanti locali. E chissà con quale spirito sta seguendo le discussioni sul riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali nel nostro Paese, parte integrante di un’Europa dove in molti stati è già possibile per le coppie omosessuali sposarsi o unirsi civilmente. Il condizionale è d’obbligo, dal momento che Jappelli sfugge a chi lo vuole intervistare come l’uccellino davanti allo schioppo del cacciatore e si mette al riparo dietro a mille “mi chiami domani” o “sono in riunione, ora non posso”. Eppure trent’anni or sono Franco Jappelli trovava tutto il tempo necessario per occuparsi di omosessualità. Scrisse infatti diversi articoli con lo scopo di dare addosso ai pochi gay che allora avevano il coraggio di uscire allo scoperto e soprattutto di organizzarsi in gruppi o in associazioni. Una della sue prime vittime fu niente meno che don Marco Bisceglia. Si trattava di un pretino energico, di quei sacerdoti di provincia che fanno del loro credo una lotta per i diritti sociali e un’azione di sostegno agli “ultimi”. La sua parrocchia era a Lavello, in provincia di Potenza, allora roccaforte degli umili e della gente semplice, ma la sua voce era forte e veniva udita in tutto il Paese. Solo più tardi don Marco avrà il coraggio di dichiararsi omosessuale e sarà lui il primo a darsi da fare per fondare Arcigay .
Ma i due volponi erano in cerca di uno scoop e lo avevano trovato: il sacerdote si era offerto di benedire la loro “unione” in forma privata sostenendo che, in quanto basata sull’amore, era comunque un sacramento davanti a Dio, che in essa non vi era nulla di immorale e che comunque non dovevano provare rimorsi. Franco Jappelli e Bartolomeo Baldi non chiedevano di meglio per inchiodare il “don Mazzi del Sud”, noto per le sue lotte politiche di sinistra, tanto da essere accusato di “filomarxismo”: in un articolo dal titolo “Confetti verdi con la benedizione” apparso su “Il Borghese” dell’ 11 maggio dello stesso anno veniva riportato, con un tocco di sarcasmo, il dialogo fra la finta coppia gay ed il parroco di Lavello. Le conseguenze? Ci fu uno scandalo di grandi proporzioni e Don Marco Bisceglia venne immediatamente allontanato dalla sua parrocchia ed addirittura sospeso dai suoi uffici. “Volevamo dare addosso al prete comunista – ha recentemente commentato Franco Jappelli in un’intervista rilasciata allo scrittore Piergiorgio Paterlini per il suo recente libro “Matrimoni” (Ed. Einaudi)– in quanto allora si temeva che i “rossi” andassero al governo: attaccare don Bisceglia in quel modo significava colpire un simbolo e magari allontanare i suoi fedeli da lui e dalle sue idee troppo progressiste”. Perché,
vien da chiedersi, arrivare a distruggere politicamente e socialmente una
persona, a colpirla nella sua essenza e nei suoi valori, tradendone la fiducia
con un registratore nascosto in un borsello? Impressionato, ho pensato di
chiedere a Paterlini (intervistare Jappelli è praticamente impossibile) se,
dialogando con il giornalista del Borghese, gli avesse fornito qualche
spiegazione in proposito: “In effetti Jappelli mi ha confidato che oltre
alle ragioni principali, come l’anticomunismo e soprattutto l’invenzione di
un giornalismo che in Italia ancora non esisteva, ovvero lo “scoop”, c’era
la volontà da parte loro di aprirsi uno spazio nel giornale perché erano
giovani e per far carriera dovevano farsi largo a sgomitate. Allora a “Il
Borghese” lavoravano firme del calibro di Buscaroli, Preda, e Prezzolini”. Il tentativo di don Marco Bisceglia di ottenere giustizia si risolse con un nulla di fatto: i due giornalisti vennero prosciolti da ogni accusa nel sacrosanto nome del diritto di cronaca. Tuttavia Franco Jappelli aveva scoperto il filone dell’oro: convinto che la destra fosse una cosa e l’omosessualità l’esatto contrario, decise di riprendere più volte in mano l’argomento e si diede da fare per lanciare i suoi strali contro gli “invertiti”. “L’amore è … un triangolo rosa” è il titolo del suo articolo apparso sempre su “Il Borghese, l’11 luglio del 1976, scritto sostanzialmente per attaccare Massimo Consoli. Per Jappelli, Luciano Massimo Consoli, “ad onta di quel nome da capomanipolo”, resta un “omosessuale in servizio effettivo e poeta nei ritagli di tempo”. Il giornalista-fustigatore non usa per Consoli nessun riguardo: nel tentativo di deridere il primo premio letterario rivolto agli omosessuali, che prevedeva la gratificazione di una medaglia con un triangolo rosa (commemorativa delle vittime omosessuali del nazismo), definisce in poche righe Massimo Consoli un “sintomo preoccupante della decadenza della nostra società”, un “rappresentante degli aspetti più preoccupanti del processo di decomposizione in atto”, un “frocio” e, con un tono più cortese, lo chiama “Fraeulein (signorina) Massimo Consoli”. Qualche anno dopo è la volta della “Gay House”, aperta da poco a Roma. L’indomito Franco Jappelli non resiste alla tentazione di visitarla e, probabilmente fingendosi anche questa volta omosessuale (ormai aveva imparato l’arte), si reca nel quartiere del “Testaccio” per raccogliere informazioni e descrivere la “Gay House” ai lettori di “Vita”. L’articolo venne pubblicato il 10 ottobre del 1979 e si intitolava “In visita alla “casa madre” degli omosessuali” – Quel portoncino verde al mattatoio…”. E proprio col portoncino Jappelli inizia a prendersela, mettendo in discussione “l’impudenza e la mancanza di senso del ridicolo dei finocchi”. Passa poi a descrivere il “piccolo universo capovolto”, con posters di ragazzi e l’immagine dell’ayatollah Khomeini capovolta, ma ne approfitta anche per lagnarsi del fatto che gli omosessuali avevano accesso alla televisione e radio di stato e che apparivano ormai senza vergognarsi di essere gay. Poi
è la volta delle stesse autorità comunali: la loro colpa è quella di aver
dato a Massimo Consoli uno spazio per aprire la prima “Gay House”, in barba,
a suo dire, delle Il giornalista de “Il Borghese”, che definisce Massimo Consoli un “omosessuale comunista”, nota come il Partito Comunista italiano stia prendendo in considerazione i problemi degli omosessuali come già stanno facendo quello spagnolo e quello portoghese e, ritenendo l’ideatore della Gay House un inquilino di via delle Botteghe Oscure, arriva a scrivere che “il volto umano del comunismo ha per Consoli gli stessi seducenti lineamenti di un bel sedere”. Dal momento che è impossibile intervistare Franco Jappelli perché troppo impegnato e Marco Bisceglia perché deceduto nel 2001, la palla passa a Massimo Consoli, giornalista, scrittore (“Homocaust”, “Independence gay”, “Ecce homo”, “Bandiera gay” “Affetti speciali”…), elemento di spicco e memoria storica del movimento omosessuale italiano, nonché creatore dell’archivio storico che porta il suo nome ora acquisito dal ministero dei Beni Culturali. Massimo Consoli, negli anni Settanta “Il Borghese” non lesinava attacchi spesso offensivi sia a lei come persona, che alla sua lotta ed alle sue idee… “Sì, “Il Borghese” mi ha sempre dato una certa importanza, arrivando a sopravvalutare il mio peso politico. Magari le riviste di sinistra avessero concesso al mio impegno lo spazio che mi ha dato il giornale di Mario Tedeschi! Al di là di questo io ho un forte senso dell’ironia e le loro battute non hanno trovato opposizione da parte mia proprio perché, forte della mia autocoscienza, ero invulnerabile. Il
problema semmai veniva a crearsi nel momento in cui era presa di mira una
persona più debole, ovvero veniva colpita nei suoi rapporti sociali, lavorativi
e famigliari. Il caso di don Marco Bisceglia, ad esempio, la dice lunga”. Tuttavia giornalisti come Franco Jappelli si sono spinti davvero oltre il limite e l’hanno dipinta nei modi più terribili, condendo il tutto con un sarcasmo spesso infelice… “Il
momento in cui ho deciso che questa era la mia missione, mi sono esposto agli
attacchi di tutti coloro che non ci amavano, cioè, all'epoca, praticamente di
tutti: sono stato insultato da gay e da etero, dalla Sinistra e dalla Destra,
dai cattolici e dagli atei… sono stato perfino sospettato di ricevere
finanziamenti dal Vaticano! Come detto, non mi sono piegato neppure sotto le
ingiurie di Jappelli. Questo non vuol dire che ho stima per lui, anzi… ne
ho molta pietà: una persona che sprizza tanto odio e risentimento e
livore dalla penna, è una persona che deve soffrire molto, dentro se stessa.
Per lungo tempo l'omosessualità è stata l'argomento da usare da parte di chi
non ne aveva altri e più validi. Trovo significativo far notare che,
allorquando si sono andate affermando le pubblicazioni gay, "Il
Borghese" abbia dovuto chiudere i battenti per mancanza di lettori… E
quando ha ripreso ad uscire, abbia lanciato una campagna pubblicitaria basata su
una foto di due gay durante un Pride e la scritta che affermava: "Loro non
ci leggeranno mai". Non so se i gay, oggi, leggano "Il Borghese".
La cosa della quale sono sicuro, però, è che l'unico giornalista che in Italia
ha fatto un'operazione per il cambiamento di sesso, era un giornalista del
"Borghese"!” Inoltre
le dava del comunista… “Jappelli
mi ha attaccato ritenendo che io sia stato comunista, ma in realtà ero e sono
tutt’oggi anarchico. Lo stesso errore, tuttavia, e anche se al contrario, lo
ha commesso Gianni Rossi Barilli, che nel suo libro “Il movimento gay in
Italia” mi considera vicino alle posizioni di Berlusconi. Che dovrei dire?
Jappelli dice: "Volevamo dare addosso al prete comunista…",
basterebbe questo per screditarlo moralmente. Un professionista serio ha il
diritto-dovere di informare e magari, attraverso l'obiettività
dell'informazione, e la sua intrinseca forza etica, avvicinare il lettore alle
proprie idee, e non può usare il giornale come un'arma da usare contro i propri
nemici. Ma questo mio è un discorso morale, e non credo scalfisca minimamente
la corteccia di un personaggio che come unico stile di scrittura usava
l'insulto”. Quindi non ha mai pensato di denunciare Franco Jappelli per diffamazione a mezzo stampa? “Assolutamente
no, io non denuncio nessuno per quelli che considero reati d'opinione. Se
Jappelli avesse detto che avevo rubato mille lire a qualcuno, l'avrei portato in
tribunale. Ma sentirmi chiamare "signorina Consoli" io, che mi sono
sentito sempre un po' esageratamente ipervirile… non può che farmi ridere. E
soprattutto non diffamo nessuno, neanche i miei oppositori, come lo stesso
Franco Jappelli. Anzi, se devo essere sincero, io penso che Jappelli si sia
pentito di tutte le stupidaggini che ha scritto a suo tempo sul mio conto e
magari ha la collezione completa dei miei libri, con la segreta speranza che, un
giorno, riuscirà a farsene autografare qualcuno”. ______ Fonti: “Il Borghese” 11.5.1975 “Confetti verdi con la benedizione” “Il Borghese” 11.7.1976 “L’amore è… un triangolo rosa” “Matrimoni”, di Piergiorgio Paterlini, ed. Einaudi 2004 “Vita” 10.10.1979 “In visita alla casa madre degli omosessuali di Roma . Foto (dall'alto): - Franco Jappelli - Massimo Consoli _______________________________ Segue l'opinione del giornalista Francesco D. Caridi, che pubblico anche per la sua importante ed interessante testimonianza storica. Ho letto il "pezzo"
sul giornalista Jappelli e la questione omosessuale. Gliarticoli de "il
Borghese" devono essere chiosati rapportandosi al particolare momento in
cui essi furono scritti. Verò è che un collaboratore eccentrico de "il
Borghese", la Pantera Rosa alias Giò Stajano, persona colta e spiritosa,
nipote di Achille Starace, si fece la plastica genitale a Casablanca. Fui
incaricato io, giovane redattore de "il Borghese" negli anni Ottanta,
di intervistare Stajano (da anni non più collaboratore della rivista), dopo
l'operazione chirurgica. Se si rilegge l'intervista, si vedrà che nessuna
offesa fu consumata ai danni dell'omosessuale Stajano (e che omosessuale...: Giò
era il prediletto dei salotti letterari ed artistici romani e di cineasti come
Fellini), anzi, domande e risposte furono caratterizzate da ironia leggera e da
osservazioni serie: rileggere, prego. Francesco D. Caridi ________________________ Buongiorno, ho
letto con piacere quanto mi ha scritto: davvero interessante! La Sua è, oltre
ad una risposta alla pubblicazione dell'articolo su e di Jappelli, anche e
soprattutto una testimonianza storica, che ho apprezzato davvero. Enrico Oliari |