Le mie ricerche storiche (continua)
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Le vittime dimenticate nei Gulag
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Pride, giu 04
Delle vittime omosessuali nei Lager ormai hanno sentito parlare quasi tutti.
Meno nota è l'avvanita persecuzione degli omosessuali in URSS durante il regime stalinista, e la feroce omofobia del comunismo sovietico (e non solo).
Ecco un breve resoconto sulla vicenda e sull'Unione sovietica in generale.
Se
si pensa alle persecuzioni di cui sono state vittime migliaia di omosessuali,
subito viene alla mente la terribile figura di Adolf Hitler e magari, con
qualche distinguo, quella di Benito Mussolini.
Eppure
l’odio per gli omosessuali sembra essere un fattore comune a tutte le
dittature, sia militari che di carattere religioso, ed ancora oggi si hanno
notizie di giovani lapidati o sepolti vivi nei paesi dove impera la Sharia
(legge islamica).
Le
ragioni di tali persecuzioni sono legate, a seconda della situazione politica e
sociale, ai più svariati motivi: dalla “riduzione” del livello di
mascolinità durante il fascismo (di cui sarebbero causa i pochi gay dichiarati
del Ventennio) all’incredibile accusa del mondo nazista (che vede negli
omosessuali i portatori di patologie psichiatriche e di deformazioni genetiche,
intollerabili macchie nere per la razza ariana). Nei Paesi dove la religione è
istituzionalizzata al punto di essere divenuta legge dello Stato, i
“sodomiti” peccano contro Dio e contro la natura e quindi meritano vergogna
e morte.
Tuttavia
i gay sono stati perseguitati a causa di un’altra ideologia, madre di
dittature in diverse parti del mondo: il comunismo. Lo sgretolamento
dell’Unione Sovietica dei primi anni Novanta e con esso la fine della
dittatura comunista nel Paese più esteso del mondo, ha portato alla luce una
realtà sconosciuta di omosessuali perseguitati, condannati al carcere o ai
lavori forzati in ambienti dove la temperatura invernale raggiunge i quaranta
gradi sotto zero e dove spesso hanno trovato la morte.
Fino
all’epoca di Pietro il Grande, l’omosessualità in Russia era tollerata e
sanzionata dalla Chiesa ortodossa con penitenze, ma nel 1706 venne introdotto il
rogo per chiunque fosse stato scoperto in un rapporto omosessuale.
Nel
1917 arrivò la Rivoluzione d’Ottobre e, grazie all’intervento dei cadetti (KD,
partito dei costituzionalisti democratici), l’omosessualità venne finalmente
decriminalizzata. I bolscevichi si dimostrarono contrari a questa nuova forma di
libertà, probabilmente perché avevano in generale un atteggiamento sessuofobo.
Dopo
la sua decriminalizzazione, l’omosessualità continuava comunque ad essere
vista come una patologia, ma il concetto del rispetto della libertà
dell’individuo permise alla legislazione sovietica sull'omosessualità
d'essere indicata come valido esempio al congresso mondiale della Lega per le
riforme sessuali, tenutosi a Copenhagen nel 1928.
Nel
1930 Mark Serejskij, perito medico, scrisse nella Grande
enciclopedia sovietica che “La
legislazione sovietica non riconosce reati cosiddetti contro la morale. Le
nostre leggi partono dal principio della difesa della società, e quindi
prevedono una punizione solo in quei casi in cui l’oggetto dell'interesse
omosessuale sia un bambino o un minorenne...".
Negli
anni Trenta, sotto Stalin, iniziò però un periodo di repressione generale
della sessualità (il “Termidoro sessuale”) ed articoli contro
l’omosessualità furono introdotti in tutti i codici penali delle Repubbliche
sovietiche.
Nikolai
Krylenko, commissario del popolo (cioè ministro) per la giustizia, annunciò
che “l’omosessualità è il prodotto
di decadenza delle classi sfruttatrici, che non hanno niente da fare…” e
che “…in una società democratica
fondata su sani principi, per tali persone non c’è posto”.
L’omosessualità
venne così ad essere considerata “controrivoluzionaria” e una
“manifestazione della decadenza della borghesia”, tanto che nel 1952 venne
scritto nella Grande enciclopedia sovietica: "L'origine dell'omosessualismo è collegata alle circostanze sociali
quotidiane; per la stragrande maggioranza della gente che si dedica all'omosessualismo,
tali perversioni si arrestano non appena la persona si trovi in un ambiente
sociale favorevole... Nella società sovietica con i suoi costumi sani, l'omosessualismo
è visto come una perversione sessuale ed è considerato vergognoso e criminale.
La legislazione penale sovietica considera l'omosessualismo punibile, con
l'eccezione di quei casi in cui lo stesso sia manifestazione di profondo
disordine psichico".
L’articolo
121 del codice criminale prevedeva in effetti la reclusione fino a cinque anni,
con il possibile aggravamento fino a otto in caso di coercizione della vittima,
di rapporto con minori o di violenza.
Spesso
l’imprigionamento veniva tramutato in condanna ai lavori forzati presso uno
dei molti gulag, dove gli omosessuali
subivano umiliazioni e pestaggi anche ad opera degli altri condannati.
Nei
gulag finirono milioni di persone per i più svariati motivi, impiegate spesso
in opere faraoniche rilevatesi poi inutilizzabili, come il canale del Mar
Baltico-Mar Bianco. Morivano di stenti, di freddo, di malattie, di botte o di
fame, scavando nelle miniere o disboscando le zone sperdute della Siberia.
Anche
se per la condanna degli omosessuali era previsto un internamento di pochi anni,
di molti di essi non si ebbe più notizia.
Dal
1934 ai primi anni Ottanta vennero condannati, in base all’articolo 121, circa
cinquantamila maschi omosessuali. La cifra dei gay incriminati cominciò a
calare gradualmente solo negli anni Novanta. Ancora nel 1992 si ebbero, nel
primo semestre, le ultime 227 condanne in base alle leggi sovietiche.
Il
Kgb, il temibile servizio segreto sovietico, utilizzava la minaccia di rendere
nota l’omosessualità (vera o falsa) per spaventare l’intellighenzia russa.
Vi furono architetti, artisti e dirigenti pubblici o di partito che persero il
lavoro o vennero incriminati. Questo provocò fra i gay un vero e proprio clima
di terrore che, tra l’altro, impedì lo sviluppo dell’autocoscienza o di una
cultura gay in generale.
L’omosessualità
era vista, oltre che come un reato penale e controrivoluzionario, soprattutto
come una patologia psichiatrica: l’individuo era visto come soggetto a una
vera e propria perversione, con infantilismo psichico, difetto organico e
disordine ormonale.
Le
prime repubbliche ad abolire gli articoli contro l’omosessualità furono, dopo
la disgregazione dell’Unione Sovietica, la Lituania, la Lettonia, l’Estonia
e l’Ucraina, ma la necessità di ottenere un posto nel Consiglio d’Europa e
quindi di mostrare una Russia nuova e liberale, indusse Boris Yeltsin ad abolire
nel 1993 l’articolo 121, pur mantenendo la punizione per i reati legati alla
violenza ed alla coercizione.
Ma
non era ancora finita. Nel 1993 l’omosessualità, dopo la riforma generale del
codice penale, era ancora contemplata nell’articolo 132, intitolato
“omosessualità o la soddisfazione di passione sessuale in altre forme
pervertite”.
L’amore
fra soggetti adulti venne quindi ad essere legale, ma l’omosessualità
continuava ad essere vista come una patologia psichiatrica e come una
perversione. I legislatori poi fecero una grande confusione, tanto che
l’articolo 144 prevedeva che il rapporto sessuale rappresentasse comunque una
forma di "coercizione autorizzata". Nel 1995 la Duma approvò la
riforma, ma il presidente Yeltsin ed il Consiglio della federazione la
respinsero.
Si
tentò quindi un miglioramento e nel 1997 si arrivò finalmente a elaborare il
Capitolo 18, sui “Delitti nella sfera dei rapporti sessuali”.
Per
la prima volta comparve nel codice penale il lesbismo, autorizzato fra donne
adulte consenzienti, ma condannato in presenza di atti di violenza. L’articolo
132 dello stesso capitolo condannava, al comma 3/b, il “danneggiamento pesante
alla salute, infezione da Hiv o altre conseguenze gravi”. E infatti tuttora la
permanenza in Russia di uno straniero oltre i tre mesi prevede, per il visto,
una certificazione di sieronegatività da parte di una clinica pubblica.
In
compenso, con la stesura del nuovo articolo si parlò, per la prima volta, di
uguaglianza di genere di fronte al reato sessuale, e l’età del consenso venne
stabilita infine per tutti, donne e uomini, gay ed etero, alla medesima età, 14
anni.
Il
clima culturale vieta tutt’oggi ai politici di affrontare la tematica dei
diritti dei gay e delle lesbiche, in quanto temono di calpestare il concetto
della "difesa della famiglia tradizionale russa" e quindi di perdere
consensi.
Ci
ha provato a farlo, paradossalmente, il reazionario Vladimir Zhirinovsky, forse
per mostrare un atteggiamento liberale ma, pensando che la sua fosse solo una
provocazione, non venne preso sul serio.
A
tutt'oggi il mondo politico e quello gay sembrano in Russia essere ancora due
cose separate, e ancora nel luglio del 2001 il radicale trasnazionale Nikolaj
Kharamov informava l’opinione pubblica del “niet” dell’amministrazione
della capitale russa allo svolgimento del Gay Pride...
Fonti:
-
Sito: Gay Russia, http://www.gay.ru
-
Igor S. Kon, Historical prelude, www.gay.ru
-
Igor S. Kon, Repeal of Article 121, www.gay.ru
.
-
Igor S. Kon The sexual revolution in
Russia, Free Press 1995.
-
Courtois, Wert, Pannè, Paczkowski, Bartosek, Margolin, Il
libro nero del comunismo, Le scie 1998.
-
Certificazione di sieronegatività,
Documentazione del Consolato russo a Milano.
-
Guida Spartacus, 2003/2004.
-
Partito Radicale “Dichiarazione di
Nikolaj Khramanov”, 28 luglio 2001.
Da www.oliari.com
vedi: omosessualità e comunismo