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Le mie interviste (continua)

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I gay a Cuba, con intervista ad Alina Castro

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di Enrico Oliari - Pride, ottobre 2004

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Recentemente una delegazione di Arcigay, guidata dal presidente Sergio Lo Giudice, ha incontrato a Cuba il ministro dell’educazione Abel Parieto e, a quanto è riferito dall’ufficio stampa dell’associazione, “è stato possibile toccare con mano i primi segni di un rinnovamento culturale e sociale sul tema”.

Lo stesso ministro della cultura “ha ribadito il suo impegno a promuovere in modo attivo i diritti di omosessuali e transessuali e ha invitato Arcigay a partecipare con un proprio intervento al Congresso su cultura e sviluppo che si terrà nella capitale cubana nel giugno 2005”.

La notizia ha del sensazionale, se si pensa che solo un anno prima la stessa Arcigay aveva diffuso un comunicato dal titolo chiaro e deciso “Non si difende Cuba il giorno del gay pride” .

L’atteggiamento di apertura dimostrato da Parietio ha lasciato di stucco Joel Rodriguez, esiliato politico cubano e membro dell’associazione "Unione per le libertà a Cuba", il quale, saputo della visita ufficiale di Arcigay a Cuba, subito si è dato da fare per invitare i gay italiani a non illudersi sulle aperture di Fidel Castro, ritenute da lui solo “manovre pubblicitarie, prive di realtà”.

Le notizie sulla condizione politica e sociale degli omosessuali cubani arrivano confuse ed oscillanti e vedono un giorno riconosciuti i diritti delle persone omosessuali e l’impegno del governo per l’aiuto ai transessuali, un giorno l’applicazione rigida dell’articolo 303 del codice penale, che ancora oggi condanna la “pubblica manifestazione dell’omosessualità”.

La persecuzione dei gay nella Cuba comunista inizia negli anni Sessanta, dopo il consolidamento del regime castrista instaurato nell’isola caraibica e lo stesso dittatore andava affermando che “una deviazione di questa natura si scontra con il concetto che noi abbiamo di come dev’essere un militante comunista.. nessuno ci convincerà mai che un omosessuale possa avere in sé le condizioni  e le esigenze di condotta che ne potrebbero fare un vero Rivoluzionario, un vero Comunista militante...”.

L’omosessualità, come in Unione Sovietica, veniva ad essere considerata un problema politico e sanitario ed i gay erano visti come dei controrivoluzionari.

In occasione del primo Congresso di Educazione e Cultura del Partito comunista cubano (PCC), tenutosi nell’aprile del 1971, venne addirittura stabilito, come riportava Granma, l’organo ufficiale del Comitato Centrale del PCC, che “il carattere socialmente patologico delle deviazioni omosessuali va decisamente respinto e prevenuto fin dall’inizio... E’ stata condotta un’analisi profonda delle misure di prevenzione ed educazione da mettersi in effetto contro i focolai esistenti, inclusi il controllo e la scoperta di casi isolati e i vari gradi di infiltrazione... Non si deve più tollerare che omosessuali notori abbiano influenza nella formazione della nostra gioventù... Severe sanzioni siano applicate coloro che corrompono la moralità dei minori, depravati recidivi e irrimediabili elementi antisociali, ecc.”.

Sta di fatto che fu incaricato il procuratore militare generale Ernesto Guevara, detto “el Che” (lo stesso che si trova sulle bandiere e sulle magliette dei militanti che partecipano ai gay pride italiani) di allestire campi di detenzione e di lavoro forzato per gli oppositori politici e fra essi migliaia di omosessuali.

Negli UMAP (Unidades Militares de Ayuda a la Producción”) vi finirono artisti di spettacolo, poeti e gente di cultura e per gli omosessuali in particolare era riservato un trattamento disumano.  Solo nel 1965 i campi ospitavano una popolazione di 45.000 internati.

Pur di rendere “virili” i gay cubani si era addirittura arrivati ad obbligarli ad un addestramento militare durissimo e comunque ad essi era tolto ogni diritto ed ogni tipo di libertà.

Per prevenire la diffusione dell’omosessualità nelle scuole venne addirittura allestito  un campo d’internamento per giovani omosessuali di età compresa fra i 12 ed i 15 anni e non ci vuole certo molto ad immaginare quali danni psicologici, oltre che fisici, possano accompagnare oggi i reduci.

Molti omosessuali, specie se “pizzicati” in rapporti d’intimità in luoghi pubblici o se colti nel tentativo di organizzarsi come associazione, furono imprigionati i celle sporche, sovraffollate e dal calore insopportabile, e vennero torturati.

Anche la popolazione era ostile agli omosessuali, al punto che i gay erano denunciati dai vicini di casa e, per essere imprigionati per un tale reato, non occorrevano processi, bastava il sospetto.

Alina Castro è una delle figlie del “Lider Maximo” ed è indubbiamente quella che gli ha portato i maggiori grattacapi. Nel 1993 si è autoesiliata ed è andata a vivere a Miami, dove ha dato vita ad’una intensa attività di opposizione al regime del padre.

Intervistata per Pride, Alina conferma la mancanza di rispetto per i diritti civili a Cuba:

“A Cuba permane una sistematica negazione dei diritti civili. Il governo di mio padre, Fidel Castro, rifiuta ogni genere di trattato e di accordo con l’Europa e con l’America Latina proprio per il fatto che non intende riconoscere i diritti civili.  C’è tutt’oggi un’infinità  di carcerati politici che soffrono sia psicologicamente che fisicamente. Recentissimamente due di loro sono stati liberati, ma probabilmente si tratta solo di una mossa pubblicitaria. Basti pensare al fatto che non sono permesse nelle carceri cubane visite di organizzazioni impegnate nella lotta per i diritti umani e addirittura della Croce Rossa”.

Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta anche i gay sono stati perseguitati e molti di loro sono stati rinchiusi nei campi UMAP a causa del loro orientamento sessuale…

“Certamente un tempo erano più perseguitati, anche perché esistevano leggi che punivano specificatamente il rapporto omosessuale. I gay erano considerati malati e dei controrivoluzionari. Tuttavia anche oggi sono mal visti e subiscono ogni tipo di discriminazione. A loro, ad esempio, viene negata la tessera del partito, che a Cuba significa la sopravvivenza. Non possono far parte degli “hombres nuevos” e, senza tessera, non hanno diritto al lavoro e alla casa.

Non solo i gay, però, venivano rinchiusi nei campi UMAP, che tecnicamente significa “Unidades Militares de Ayuda a la Producción”, ma anche tutti coloro che venivano considerati dei diversi, come i religiosi, gli oppositori politici, la gente dello spettacolo, gli artisti, i poeti e molti altri. Finivano nei campi UMAP anche molti giovani, solo per il fatto di essere tali”.

Castro sembra tuttavia aprire ai diritti delle persone omosessuali. Recentemente una delegazione dell’associazione italiana Arcigay ha incontrato il ministro della cultura Abel Parieto, che ha lanciato in tal senso segnali di ottimismo…

“Spero davvero che sia così. Mi si conceda però il beneficio del dubbio. Io penso che si tratti solo di una manovra di carattere pubblicitario e quindi non credo in questo tipo di aperture. Il fatto è che il regime castrista basa la propria forza e quindi la propria permanenza su tattiche pubblicitarie, per le quali esiste un vero e proprio apparato burocratico”.

Tempo fa vi era notizia di un’isola sulla quale venivano relegate le persone sieropositive…

“Non si tratta propriamente di un’isola, ma di una località dove, negli anni Novanta, venivano isolate le persone affette da HIV. Nel  1993, quando ho lasciato Cuba, esisteva il “sidatorio”, cioè un lebbrosario per le persone sieropositive. In questo luogo di raccolta esse venivano controllate, ma non potevano godere della libertà. Se uscivano, ad esempio per visitare i parenti, dovevano essere accompagnate minuto per minuto da un “celador”,  che generalmente era uno studente di medicina ai primi anni di corso”.

Come vede il futuro dei gay cubani?

“Il futuro dei gay cubani è collegato in modo diretto a quello di tutte le persone perseguitate ancora oggi, come gli oppositori politici, gli artisti o i religiosi. Ci vuole assai poco per finire in prigione a Cuba”.

La testimonianza di Alina Castro va a pari passo con quella di un’altra esiliata politica, quella di Lissette, una cantante molto nota nei paesi latinoamericani.

A Cuba è proibito ascoltare la sua musica, poiché ritenuta una “diserzione ideologica” e quindi un’attività antigovernativa.

Lissette ha molti amici gay cubani ed è in contatto continuo con loro. Alcuni vivono negli Stati Uniti, altri sono ancora a Cuba.

“La situazione dei gay a Cuba è drammatica” racconta, “ho amici che sono stati perseguitati in quanto omosessuali, che sono stati incarcerati. Contro di loro si è usata ogni forma di violenza, da quella psicologica a quella fisica. Un mio amico omosessuale è stato messo in un pozzo tanto stretto da dover rimanere in piedi per ore ed ore”.

Perché a Cuba i gay vengono perseguitati? Non ci sono leggi contro gli atti omosessuali, se vissuti nel privato…

“Al governo cubano non occorrono leggi per agire. Lo stato e la polizia fanno quello che vogliono. Cuba vive in un clima di terrore. Ci sono le “Brigadas de respuestas rapidas” che prendono la gente nelle loro case, per strada e di molti di loro non si sa più nulla. So di ragazzi omosessuali internati nei campi di lavoro forzato, gli UMAP, dove vi rimangono per innumerevoli anni. A Cuba i gay sono ritenuti dei disadattati sociali e tutto quello che può richiamare all’omosessualità, dal modo di vestire alla musica, è vietato e perseguito penalmente. Ovviamente sono vietate anche le forme associative di lotta per i diritti dei gay”.

Che Guevara ha avuto responsabilità nelle persecuzioni contro gli omosessuali?

“Direttamente non so. Ma davvero non capisco come abbia fatto a diventare un’icona per molti giovani europei: ha firmato mazzi di condanne a morte ed è risaputo da tutti essere stato un assassino. So di una volta che uccise un giovane di quattordici anni, solo perché aveva fame ed aveva rubato da mangiare”.

 

Fonti:

-          Comunicato dell’Ufficio stampa di Arcigay, http://www.arcigay.it/show.php?912

-          Non si difende Cuba il giorno del Gay Pride, Arcigay, http://www.oliari.com/comunismo/cuba4.html

-          Massimo Consoli, Gay News nr. 51, 1 ottobre 1984, http://www.oliari.com/comunismo/cuba1.html

-          “The Guardian”, 28  ottobre 1987, segnalazione di Massimo Consoli

-          Ilga, www.ilga.org

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Nelle foto, dall'alto:

- Alina Castro, fotografata per Libero

- Lissette

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Link:

- Sito web di Enrico Oliari - "Pagine del Comunismo" - Cuba 

- Sito di Lissette


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