LE
MIE RICERCHE STORICHE (continua)
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Firenze, 1869: il deputato Cristiano Lobbia, troppo "guardato" dall'ex frate Giuseppe Lai
da Enrico Oliari, "L'Omo delinquente. Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti". Prospettiva ed. 2006
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Il 27 agosto 1869 si svolse a Firenze un curioso processo. La città toscana era allora capitale dell'ancora in fasce Regno d'Italia. Molti garibaldini della prima ora si erano dati alla politica, Roma non era ancora italiana e si stava scavando il canale di Suez.
La vicenda vide coinvolti il deputato vicentino Cristiano Lobbia ed un ex frate fiorentino di trentatrè anni, Giuseppe Lai.
Cristiano Lobbia era originario di Asiago, dove nel 1848 aveva costituito e comandato un corpo di 800 volontari chiamato “Legione Cimbrica”. Fu in seguito generale delle Camicie Rosse, partecipò all’Impresa dei Mille e venne eletto deputato al Parlamento del regno nelle fila di Francesco Crispi.
Il
20 gennaio del 1869 il ministro delle finanze Cambray Digny propose una serie di
tasse e gabelle con lo scopo di rimpinguare le magre casse del regno e ideò la
creazione della “Regia privativa tabacchi cointeressata”, ovvero il Monopolio
dei tabacchi, che richiedeva un investimento da parte di privati pari 180
milioni di lire.
La proposta, che fu approvata dal Parlamento con 205 voti a favore e 161 contrari, diede luogo a dure polemiche, ad asti personali e ad accuse pesanti. Si sospettarono bustarelle per i massimi rappresentanti del Governo e si mormorava che persino al re Vittorio Emanuele II era toccata una tangente di 20 milioni.
L’onorevole Lobbia intervenne duramente dai banchi dell’opposizione e sventolò in un suo discorso alla Camera una busta che doveva contenere le prove della corruzione di alcuni suoi colleghi deputati.
Fu immediatamente decisa la costituzione di una specifica commissione, la cui prima seduta venne convocata per il 16 giugno.
La sera prima, però, avvenne un’aggressione verso il Lobbia, dalla quale il deputato, alto circa due metri e di robusta corporatura, ne uscì con una lieve ferita.
Una curiosità: cadendo a terra, il suo cappello subì un’ammaccatura che dava al copricapo un aspetto elegante e nacque così la moda del “cappello alla Lobbia”.
La miscela esplosiva delle sospette tangenti, dell’aggressione a Cristiano Lobbia, delle nuove tasse e del clima politico incandescente scoppiò con tutta la sua forza nel luglio del 1869 e provocò un’enorme agitazione nell’opinione pubblica.
Per la sinistra il Lobbia venne aggredito da un sicario mandato dal Governo con lo scopo di evitare la seduta del 16 giugno, mentre per la destra fu lo stesso deputato a sfregiarsi ed a inventarsi l’aggressione.
Certamente qualcuno aveva interesse nel vedere screditato e quindi reso inattendibile il deputato vicentino, ma è difficile stabilire se ciò che accadde pochi giorni dopo fosse del tutto casuale o se una manovra diabolica pensata da esponenti della maggioranza.
L’episodio, di cui ne diede ampia informazione il quotidiano fiorentino "La Nazione", sfociò in un processo per minacce subite ad opera di un ex frate, Giuseppe Lai, in base all'articolo 362 del codice penale toscano, ovvero per minacce.
Era successo che la sera del 28 agosto l'onorevole Lobbia passeggiava per Firenze con l'amico giornalista Cristiano Caregnato, quando notarono un uomo che li fissava. Si trattava appunto del Lai. L'ex frate, impiegato come custode presso la casa fiorentina di una donna prussiana, li superò e si fermò poco più avanti "a fare acqua" e a far finta di leggere una scritta sul muro.
Lobbia e Caregnato si tennero alla larga e continuarono a camminare per via del Giglio, ma videro che il giovane aveva ripreso a fissarli.
Andarono oltre, ma furono ancora una volta superati dal Lai, il quale imboccò via dell'Amorino, dove sembrava ancora guardare i due e soprattutto fare strani gesti.
Il deputato e il giornalista chiamarono allora una guardia comunale che stava lì vicino e quindi due carabinieri, i quali, su ordine scritto del Lobbia, arrestarono Giuseppe Lai e lo rinchiusero in prigione fino a quando lo stesso deputato "non ne avrebbe fornito le motivazioni".
Il vespaio era ormai agitato: arringhe contro l'abuso d'ufficio del Lobbia consistente nel far arrestare un libero cittadino, disquisizioni a favore del diritto di un deputato, sfuggito poco prima ad un attentato, di prevenirne un secondo.
Ci fu persino un testimone che disse chiaramente di aver avuto l'impressione che "Lai avesse avuto un mandato a farsi arrestare".
"La Nazione" del 28 agosto 1869 descrisse l'imputato come un uomo dal viso "angoloso, smunto, emaciato, colla barba rasa e rinascente, baffi non lunghi, ma irti, orbite incavate, occhio spento quasi inebetito da mille sozzi e segreti vizi".
Il presidente Cantini iniziò l'interrogatorio del Lai, il quale rispose sempre con tranquillità e sicurezza. "Quando fui verso il caffè Parigi" disse, "li guardai, essi mi guardarono e mi vennero dietro". "E perché li guardaste?" chiese il presidente. "Sa, io sono solito." rispose Lai. E l'interrogante: "E perché siete solito? Dite francamente la verità!". "Io, quando sono fuori la sera solo, fisso un po' gli uomini". E il presidente: "Ma dunque è vero quanto diceste al Procuratore del Re, che voi avvicinate gli uomini per fini turpi?". E l'imputato:"Qualche volta, sa ella, tornando...".
Mentre il processo continuava, emergevano teorie su teorie che spaziavano dal semplice equivoco al possibile ed oscuro ingaggio del Lai da parte di poteri occulti, con lo scopo di indebolire la figura del deputato Lobbia. Era infatti l'epoca in cui bastava collegare, anche lontanamente, il concetto di omosessualità ad una persona, per distruggerla nella sua immagine. Figurarsi un parlamentare. Allora ci si riferiva all’omosessualità come a un "turpe vizio" o a un "male inenarrabile".
Il presidente continuò nell'interrogatorio: "Ma dite un po'... voi volete far credere che guardavate quelle persone per i vizi turpi. Se una di quelle persone avesse detto di sì, dove sareste andato?". E il Lai: "Sarei andato secondo il suo pensiero".
Da
lì a poco Cantini disse: "Do lettura di un rapporto che è impossibile
riportare per onore di decenza.
Basti mettere in
chiaro la vita turpissima dell'imputato".

Cristiano Lobbia da canto suo aggiunse, quasi contraddicendosi, di non aver trovato minaccioso il comportamento dell'imputato, ma di essersi sentito spiato da lui: "Lo spionaggio prima dell'assassinio produsse l'assassinio; quest'altro spionaggio, cominciato dopo, mi fece temere simili conseguenze. E pensai bene di venire a capo della trama facendo arrestare la spia".
I fatti erano ormai sul tavolo del giudice. Il giornalista del "La Nazione" poteva quindi abbandonarsi allo sfoggio della sua capacità letteraria e delle sue opinioni: "E quell'ire e venire avanti e indietro, quel fissare e poi volger gli occhi, quel fermarsi e poi seguitare, quel porsi in atteggiamenti da Ganimede, che appigli danno per tener responsabile il Lai di minaccia contro l'onorevole Lobbia?".
Il difensore di Giuseppe Lai, l'avvocato Alfredo Bicci, sostenne che semmai l'imputato aveva "attentato non alla vita, ma alla castità del deputato". "Come temere un frate zuccone che non nasconde in tasca che due chiavi?".
Dopo un quarto d'ora di camera di consiglio, il tribunale di Firenze prosciolse Giuseppe Lai dall'accusa di minacce nei confronti del deputato Cristiano Lobbia, ma la polemica era destinata a rimanere accesa ancora per qualche giorno. Lai era un omosessuale semplicemente in cerca di avventure o un "dedito a turpi vizi" ingaggiato dagli oppositori politici per screditare Lobbia?
Il quotidiano "La Riforma" pubblicò il 31 agosto una lettera del deputato Lobbia in cui si lamentava sia del clamore suscitato, a suo dire voluto, sia della superficialità con cui venne condotto il processo. "Il Lai – scrisse il quotidiano - non nascose le sue lascive consuetudini e furono provate".
L'opinione pubblica non discuteva d'altro. Ancora "La Nazione" riportò che in Giuseppe Lai era stato visto "un assassino in un Antinoo scappato dal chiostro e che gira le strade a raccattar clienti". E sempre "La Nazione":"Esaminato con un po' di sangue freddo, il comportamento del Lai avrebbe fatto schifo, ma non poteva ragionevolmente dare spavento a nessuno...".
E' difficile oggi, anche col senno di poi, stabilire quale sia stata la verità; certo è, come riporta "La Nazione" del 30 agosto 1869, che "quale fosse l'individuo, non importa. Quale fosse, non lo sapeva nemmeno il deputato Lobbia quando lo fece arrestare. Era un cittadino che lo guardava; il deputato Lobbia lo faceva arrestare perché lo guardava".
E, neanche a dirlo, le azioni dei Tabacchi passarono in pochi giorni da 152 a 676 lire.
Fonti:
Lorenzo del Boca - "Maledetti Savoia" - Ed. Piemme, 2001 (cfr. sezione in www.oliari.com)
"La Nazione", agosto e settembre 1869
Foto:
Busto di Cristiano Lobbia a Asiago (VI)
Firenze, via dell'Amorino
Link:
Lunga storia di Mani Sporche nei palazzi del potere italiani.