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PSICOLOGIA (continua)

 

PSICOTERAPIA E OMOSESSUALITà

all’inizio del terzo millennio

di

dott.ssa Rosanna Gandolfi 

(psicologa e psicoterapeuta)

 

Com’è noto, in ambito psicoanalitico è abbastanza diffuso il paradigma “omosessualità = patologia”, o meglio, “eterosessualità = sanità”, che determina un approccio verso pazienti gay e lesbiche orientato allo sviluppo di quelle caratteristiche di personalità considerate “normali”, quindi sane, a scapito di altre, ritenute, a priori, immature. In questo senso, la psicoanalisi rientra nel novero di quelle teorie che non hanno saputo adattarsi alle nuove conoscenze emerse in ambito scientifico e, soprattutto, alle più recenti evoluzioni dei costumi sociali. Tale rigidità può essere ricondotta a due ordini di motivi. Il primo è che la teoria degli stadi di sviluppo psicosessuale enunciata da Freud, che individua nell’eterosessualità la tappa più evoluta dello sviluppo dell’individuo, appare fondante rispetto a tutto l’insieme di costrutti teorici che caratterizzano la psicoanalisi e pertanto rivederla implicherebbe uno stravolgimento generale dei paradigmi ad essa collegati. Il secondo ordine di motivi può derivare da una latente omofobia che serpeggia anche in ambito clinico, nonostante il lungo percorso formativo degli analisti, che prevede anni di analisi personale e supervisioni.

Inoltre, tra molti professionisti della salute mentale, psicoanalisti inclusi, sembra perdurare ancora una certa confusione su cosa significhi realmente il termine “omosessualità”. Innanzitutto, vi è una certa confusione tra alcuni termini fondamentali quali “identità sessuale” e “identità di genere” e anche  “orientamento sessuale” e “ruolo sessuale”. È importante tenere presente che il concetto di identità sessuale non è unico e semplice, ma molteplice e complesso, essendo composto da diversi fattori, tutti ugualmente importanti: il sesso biologico, l’identità di genere, il ruolo sessuale (o ruolo di genere) e l’orientamento sessuale (Pietrantoni, 1999). Il sesso biologico è dato dall’appartenenza biologica al sesso maschile o femminile determinata a livello cromosomico. L’identità di genere si configura come l’identificazione primaria della persona come maschio o femmina e rappresenta un tratto permanente che si stabilisce di solito nella prima infanzia (Money e Tucker, 1975). Il ruolo sessuale, o ruolo di genere, è costituito invece dall’insieme delle aspettative su come uomini e donne si debbano comportare in una data cultura e in un dato periodo storico ed è quindi un tratto variabile (Pietrantoni, 1999). Infine, l’orientamento sessuale riguarda l’attrazione erotica ed affettiva per i membri del sesso opposto, dello stesso sesso o entrambi; può quindi venire definito eterosessuale, omosessuale o bisessuale. Un’altra distinzione fondamentale si deve effettuare anche tra il termine “orientamento sessuale”, inteso come insieme di sensazioni e preferenze durature nel tempo, e il termine “comportamento sessuale”, utilizzato invece per descrivere pratiche e atti sessuali anche estemporanei (esistono infatti soggetti, sia uomini che donne, che hanno rapporti con persone dello stesso sesso, come esperienza più o meno occasionale, e non si sentono né si definiscono per questo omosessuali).

Tutte queste distinzioni dovrebbero aiutare a capire l’ampiezza dei vissuti e dei comportamenti umani in ambito sessuale e a prendere atto che esistono situazioni che si muovono lungo continuum bipolari ai cui estremi ci può essere il maschile e il femminile (sesso biologico), ma anche la mascolinità e la femminilità (identità di genere e ruolo sessuale) o l’eterosessualità e l’omosessualità (orientamento sessuale). Spesso esistono sfumature assai sottili tra queste manifestazioni della sessualità umana ed è pertanto assai difficile catalogare le une o le altre nell’ambito certo della “normalità/sanità” o della “anormalità/patologia”. È importante, inoltre, tenere presente che nell’omosessualità non è in discussione l’identità di genere, come spesso si crede, ma solo l’orientamento sessuale, quindi la “scelta” dell’oggetto d’amore. Nei casi in cui vi sia un vissuto “distorto” dell’identità sessuale non si parla infatti di omosessualità ma, piuttosto, di “transessualismo” (nel caso in cui sia stato iniziato o concluso un percorso di riattribuzione del genere con interventi di tipo chirurgico e ormonale) o di “trangender” (nel caso di persone che non si sono sottoposte a un riadattamento del genere ma non si sentono comunque in sintonia con il proprio sesso biologico).        

Secondo il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), cioè secondo il Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali che rappresenta lo strumento utilizzato dai professionisti della salute mentale di tutto il mondo, si parla di Disturbo dell’identità di genere, quindi con implicazioni patologiche, solo ed esclusivamente qualora si manifesti, in una persona che si identifica con il sesso opposto, “un disagio significativo sul piano clinico oppure compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento”.

            Ciò premesso, è opportuno sottolineare come in campo psicoterapeutico regni ancora oggi grande confusione su questi delicati ed importanti argomenti, anche perché la pratica clinica continua a basarsi su teorie che propongono una concezione “datata” dell’omosessualità, spesso fondata su stereotipi e pregiudizi, invece che sulla conoscenza approfondita e diretta del fenomeno. Come sottolineato in precedenza, questo problema riguarda purtroppo anche la psicoanalisi, sebbene Freud, in realtà, non si sia mai spinto fino al punto di dichiarare l’omosessualità una patologia, almeno non in senso stretto, come invece hanno fatto in seguito alcuni suoi allievi (Montano, 2000). Egli ha però indicato l’eterosessualità come tappa ultima dello sviluppo psicosessuale “normale” e di conseguenza, l’omosessualità è stata identificata come un comportamento deviante causato all’arresto del corretto processo evolutivo e da una fissazione della libido ad una fase antecedente al complesso edipico (Freud, 1905). I danni provocati da una simile impostazione teorica sono consistenti e “ne fanno le spese il sapere scientifico, ancora chiuso in modelli esplicativi giudicanti, sia – e direi, soprattutto – gli stessi omosessuali, i quali pagano sulla loro pelle e con le loro tasche le visioni ristrette degli psicoterapeuti analisti” (Montano, 2000). È importante però rilevare come, in realtà, Freud non abbia mai attribuito l’appellativo “patologico” all’omosessualità. Addirittura, in una lettera del 1935, il padre della psicoanalisi spiegava chiaramente ad una madre americana che l’omosessualità “non è un vizio o una vergogna e non può essere classificata come una malattia” (Pietrantoni, 1999). Inoltre, sosteneva che l’omosessualità doveva essere considerata una degenerazione patologica solo nel caso avesse esibito una deviazione dalla capacità di sopravvivenza e portato ad una compromissione del funzionamento adattivo della persona (Freud, 1905). Senza queste conseguenze negative era invece considerata una fase che tutte le persone attraversano nel processo di sviluppo psicosessuale e che nel corso del tempo non scompare ma rimane latente (Freud, 1910). Si può quindi affermare che “i pattern dell’omosessualità sono presenti nell’inconscio di tutti gli individui [ed è] il grado con cui questi emergono nella mente o nel comportamento di una persona [che] determinerà la sua classificazione in termini di eterosessualità o di omosessualità” (Montano, 2000). Aveva invece una visione originale e radicale G. Groddeck (1923), psicoanalista della “prima ora”, il quale affermava: “non ha senso chiedersi se l’omosessualità costituisca una perversione. Non si tratta di questo; bisogna piuttosto chiedersi come mai sia così difficile guardare obiettivamente a questo fenomeno dell’amore per gli appartenenti al proprio sesso, giudicarlo e parlarne spassionatamente; e poi bisogna chiedersi come avvenga che, nonostante la sua predisposizione omosessuale, l’essere umano sia anche in grado di provare attrazione per il sesso opposto”. Certo questa teoria, che propone “l’universalità del desiderio omosessuale” visto come “la nostra più autentica inclinazione naturale rispetto alla quale l’eterosessualità rappresenterebbe una variante successiva e problematica”, appare provocatoria e, di certo, non ha fatto scuola tra gli altri psicoanalisti (Galimberti, 1992). Serve però a far riflettere sulla possibilità di effettuare, rispetto all’omosessualità, letture assai diverse tra loro, anche all’interno del stessa area di studio e del medesimo ambito di riferimento epistemologico.

Ormai è sotto gli occhi di tutti il cambiamento di prospettiva culturale che è avvenuto negli ultimi tempi rispetto al tema dell’omosessualità. Si è trattato di un processo lento e graduale ma, al tempo stesso, inesorabile che ha allontanato sempre di più questa variante del comportamento sessuale umano dall’area della patologia mentale, alla quale era stata fatta afferire fin dagli inizi del secolo, e le ha consentito di avvicinarsi sempre più all’ambito della cosiddetta “normalità”. Un decisivo passo avanti è stato compiuto nel 1973, allorché l’omosessualità venne rimossa dall’elenco dei disturbi delle malattie mentali presenti nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (dsm) redatto dall’American Psychiatric Association (apa). L’Associazione Psichiatrica Americana prese questa decisione sostenendo che “l’omosessualità in sé non implica un deterioramento nel giudizio, nell’adattamento, nel valore o nelle generali abilità sociali o motivazionali di un individuo” (Montano, 2000). Inizialmente, venne considerata ancora patologica l’omosessualità definita “egodistonica”, cioè quella “della quale il soggetto si lamenta”, ma anche questa definizione fu definitivamente abbandonata tredici anni dopo (Ey, Bernard, Brisset, 1989). Solo nel 1993 invece, con un ritardo per certi versi inspiegabile, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (oms), alla stessa stregua dell’apa, definì l’omosessualità “una variante non patologica del comportamento sessuale”.

La vecchia concezione dell’omosessualità vista come una patologia è stata scardinata principalmente da due fattori: la ricerca empirica e l’azione costante dei movimenti per i diritti dei gay e delle lesbiche. Ciò ha determinato, tra le altre cose, anche l’abbandono di pratiche terapeutiche che talvolta si trasformavano in vere e proprie crudeltà, basti pensare all’elettroshock, alla terapia aversiva, alla lobotomia o all’asportazione del clitoride nelle donne (Katz, 1976). Una volta caduta l’identificazione tra omosessualità e patologia, i moderni studi che sono stati effettuati sia in campo biologico e medico che psicologico e sociale si sono orientati soprattutto nel cercare la risposta alla domanda: “qual è l’origine dell’omosessualità?”. Ci si potrebbe domandare se sia indispensabile o anche solo utile individuare le “cause” del comportamento omosessuale, dal momento che sembrano essere caduti i presupposti per un intervento terapeutico correttivo di tale orientamento sessuale. In realtà, alla base di queste ricerche che vengono effettuate soprattutto negli Stati Uniti, vi sono forti spinte provenienti da una parte dei movimenti per i diritti dei gay e delle lesbiche che rivendicano una sorta di legittimazione genetica alla loro condizione (per contrastare l’idea del vizio portata avanti soprattutto dalla cultura cattolica, la quale a tutt’oggi invoca la castità per gli omosessuali come unica via per la “redenzione”). Non solo: benché l’apa e l’oms, quindi l’intera comunità medico-scientifica internazionale, abbiano dichiarato senza possibilità di fraintendimento che l’omosessualità non è una patologia, in alcuni contesti questo messaggio non è stato recepito, sia per motivi culturali/religiosi sia per una scarsa capacità di adeguamento dei parametri di riferimento epistemologici a quadri di riferimento sempre più ampi e complessi (come accade, per esempio, in ambito clinico ai movimenti psicoanalitici ortodossi). Purtroppo, rispetto a questi contesti ancora connotati da forti pregiudizi e da una profonda omofobia, la ricerca di cause che spieghino l’omosessualità e la distinguano chiaramente dall’eterosessualità, rimane un dato utile per portare avanti l’idea di una “anormalità” che dovrà poi essere più o meno corretta a seconda delle teorie di riferimento e del grado di tolleranza rispetto alla diversità. È bene però dire subito con chiarezza che “allo stato attuale, non sono state ancora individuate con sicurezza le cause specifiche dell’omosessualità [e] nemmeno dell’eterosessualità” (Montano, 2000).

Ma quanti sono gli omosessuali nel mondo? Nessuno lo sa con precisione e le stime variano dall’11% indicato dai movimenti attivisti omosessuali all’1-3%  rivendicato da altre fonti, passando attraverso il 4-6% segnalato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il che significa, per l’Italia, una cifra che si aggira intorno a 1,5 milioni di persone. Un altro dato che fa riflettere, ancora più del precedente, è quello segnalato dal U.S. Department of Health ad Human Services nel 1989, secondo cui un terzo dei giovani che ogni anno si tolgono la vita negli Stati Uniti è costituita da omosessuali, il che indica che le persone appartenenti a questa categoria tentano il suicidio da 2 a 3 volte in più rispetto ai coetanei eterosessuali. In Italia, una ricerca dell’ispes parla del 6% di gay che hanno cercato di uccidersi e di molti altri che ci hanno pensato almeno una volta (almeno un terzo degli omosessuali maschi e un quarto delle lesbiche). Sempre in Italia tra il 1999 e il 2001 sono stati uccisi 111 omosessuali. Cosa significano queste cifre? In primo luogo che l’omosessualità è una condizione assai diffusa, forse molto più di quanto normalmente si creda, e in secondo luogo che gli omosessuali subiscono ancora oggi una discriminazione costante che produce una sofferenza psicologica e un carico emotivo pesanti da sopportare. Proprio questa discriminazione, unitamente al pregiudizio che non arriva solo dalla società, ma spesso anche dall’ambito familiare, sembra essere alla base dell’alto numero di gesti di autolesionismo tra i ragazzi e le ragazze omosessuali, gesti che frequentemente sfociano nel suicidio, visto forse come l’unica via di fuga dall’emarginazione e dalla vergogna. In più, sembra che la condizione omosessuale attiri atti di violenza che si manifestano sotto forma non solo di intolleranza e pregiudizio, ma anche di aggressione fisica, il che aggrava il senso di isolamento e di rifiuto già provato da molti gay e lesbiche, prima di tutto in famiglia e poi anche all’interno della società. In Italia vi è “un diffuso pregiudizio negativo [che ha] agevolato una condizione di oppressione sociale che trova la sua espressione più eclatante nei frequenti atti di aggressione contro militanti gay e nell’ampia casistica di omicidi di persone omosessuali” (Pietrantoni, 1999). Inoltre, “le resistenze culturali e sociali ad una piena accettazione della condizione omosessuale si manifestano in maniera meno visibile, ma incidendo profondamente sulla costruzione di una serena identità individuale e sociale (…) che agisce in modo particolarmente dannoso negli anni dell’adolescenza, cioè nel periodo in cui si forma, anche attraverso lo sguardo e l’approvazione dell’altro, la propria identità sociale e si acquista consapevolezza della propria identità sessuale” (ibidem).

È quindi importante sottolineare come, nel XXI secolo, esistano ancora forti e radicati pregiudizi e una più o meno latente omofobia, non solo nei paesi del terzo mondo, in cui prevalgono regimi talvolta apertamente autoritari e un approccio religioso integralista, ma – sebbene in forma senz’altro meno grave ed estrema – anche in un contesto aperto e culturalmente avanzato come quello dei paesi occidentali e tra i professionisti della salute mentale di un paese moderno come l’Italia. Professionisti che dovrebbero avere come “faro” del loro lavoro l’autentico rispetto della persona e come unico obiettivo del loro agire “terapeutico” la promozione del benessere dei pazienti. Per tutte queste ragioni sembra importante pervenire ad una visione più equilibrata e positiva dell’omosessualità, in particolar modo in ambito psicoterapeutico, dove ancora oggi si tende a percepire l’eterosessualità come il solo comportamento idoneo ad esprimere le potenzialità di uomini e donne. Una certa dose di omofobia appartiene a noi tutti e ci deriva da una cultura che da sempre “demonizza” questa variante della sessualità umana (in realtà, recenti studi hanno dimostrato come il comportamento omosessuale sia “normalmente” diffuso anche tra numerose specie animali, ma questo è un discorso che merita una trattazione a parte). Con il termine omofobia “ci si riferisce ai pregiudizi e alle discriminazioni con cui una persona gay o lesbica si trova ogni giorno a dover fare i conti, sia all’interno della propria famiglia d’origine, sia nell’ambiente lavorativo, sia nella vita sociale” (Montano, 2000). Oltre che con l’omofobia dell’ambiente circostante, gay e lesbiche devono fare i conti anche con l’omofobia da loro stessi interiorizzata che si trasforma in una specie di oppressore interno, portatore del peso sociale della propria diversità. Ed è proprio questa sottomissione passiva ai giudizi negativi della famiglia e della società che può produrre un forte calo dell’autostima e un aumento della depressione o dell’ansia nelle persone omosessuali, soprattutto in quelli più sensibili o più fragili, nonché un tendenza ad autoescludersi dalla vita sociale.

In queste situazioni può essere determinante l’intervento di uno psicoterapeuta, il quale potrebbe aiutare la persona a trovare (o a ri-trovare) fiducia in se stessa e, di conseguenza, sviluppare la forza necessaria per affrancarsi dalla condanna sociale, più o meno esplicita, ma sempre esistente, e arrivare a vivere serenamente la propria condizione. L’omofobia interiorizzata dovrebbe essere uno dei temi centrali della pratica clinica con pazienti omosessuali. Gonsiorek e Rudolph (1991) hanno sostenuto che i sentimenti negativi nei confronti del proprio orientamento sessuale spesso vengono sublimati dall’individuo, perché troppo destabilizzanti per poterci convivere, ma l’effetto di questa dinamica inconscia porta spesso il soggetto a generare sentimenti autodistruttivi. È quindi importante orientare il trattamento di persone omosessuali verso forme di “terapia affermativa” che non può prescindere “dal far emergere anche il lato negativo che l’individuo associa alla propria identità sessuale” in modo da poterlo superare (Montano, 2000). In quest’ottica, il terapeuta dovrebbe sviluppare un atteggiamento accogliente e assolutamente non giudicante nei confronti del paziente, rispettoso e neutro nei confronti del suo orientamento sessuale. Naturalmente ciò non può avvenire se il terapeuta considera l’omosessualità una deviazione patologica e una limitazione delle potenzialità umane che deve essere corretta e curata. Uno studio condotto nel 1994 da Carney, Werth ed Emanuelson rileva come vi sia la tendenza tra i professionisti della salute mentale a considerare l’omosessualità un’eccezione e non un’ulteriore espressione della “normalità”. Ciò rende certamente più difficile aiutare i pazienti omosessuali a liberarsi dal vissuto di inferiorità e dai conflitti che interferiscono con le loro capacità di vivere una vita gratificante e sana.

La speranza è che queste importanti e delicate tematiche vengano presto introdotte all’interno dei processi formativi e di tirocinio di psicologi, medici, psichiatri e psicoterapeuti e che esse possano essere affrontate in maniera approfondita ed equilibrata, al fine di migliorare la qualità di vita delle persone omosessuali e il loro grado di benessere psicologico. Attualmente non sembrano esistere programmi specifici previsti dagli ordinamenti didattici universitari e, nell’ambito professionale, l’incontro con le problematiche gay e lesbiche rimane spesso un fatto del tutto incidentale (Montano, 2000). Attraverso lo studio, il continuo aggiornamento professionale, l’analisi personale, la supervisione da parte di colleghi con maggiore esperienza e anche attraverso la conoscenza diretta di persone omosessuali, i terapeuti dovrebbero arrivare a formarsi ed educarsi per riuscire a creare una relazione realmente empatica con questo tipo di pazienti, basata sull’ascolto, la comprensione, la disponibilità al dialogo e, soprattutto, sull’accettazione della soggettività e originalità di ciascun individuo. In modo da aiutare il paziente “a ritrovare il suo senso, il suo spazio, la sua vera collocazione” all’interno dell’esperienza esistenziale e del contesto sociale in cui è inserito (Balzarini e Salardi, 1987).

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Bibliografia

American Psychiatric Association, Diagnostic and statistical manual of mental disorder (quarta edizione). Trad. it. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (dsm-iv), Ed. Masson, Milano, 1994. (Edizione originale 1987).

Balzarini G., Salardi C., Analisi Immaginativa, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1987.

Carney J., Werth J. L., Emanuelson G., The relationship between attitudes towards persons who are gay end persons with AIDS…, Journal of Counseling and Development, n. 72, 1994.

Ey H., Bernard P., Brisset C., Manuale di Psichiatria, Ed. Masson, Milano, 1990. (Ediz. orig. 1989).

Freud S., Tre saggi sulla teoria sessuale, in: Opere, vol. IV, Boringhieri, Torino, 1974. (Edizione originale 1905).

Freud S., Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, in: Saggi sull’arte, la letteratura, il linguaggio, vol. IV, Boringhieri, 1969. (Edizione originale 1910).

Galimberti U., Dizionario di psicologia, utet, Torino, 1982.

Gonsoriek J. C., Rudolph J., Sexual identità formation: coming out and other developmental events in gay men and lesbians, in: Gonsoriek J. C., Weinrich J., Homosexuality: Research findings for public policy, Newbury Park, Sage, 1991.

Groddeck G., Il libro dell’Es, Bompiani, Milano, 1981. (Edizione originale 1923)

Katz J., Gay american history, Thomas Y, Crowell, 1976.

Money J., Tucker P., Essere uomo, essere donna. Uno studio sull’identità di genere, Feltrinelli, Milano, 1975.

Montano A., Psicoterapia con clienti omosessuali, McGraw-Hill Libri Italia, Milano, 2000.

Pietrantoni L., L’offesa peggiore, Edizioni Del Cerro, Tirrenia (Pisa), 1999.

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