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Status rifugiato (continua)

 

Pride, lug 07


Io, primo gay rifugiato


di Giulio Maria Corbelli

Per la prima volta viene concesso in Italia lo status di rifugiato ad un ragazzo gay proveniente da un paese in cui l’omosessualità non è reato. Arben, 21 anni, racconta come è andata: “Se fossi rimasto in Albania, la mia famiglia mi avrebbe costretto con la violenza a sposarmi e vivere una vita non mia”

Ha lo sguardo timido e i movimenti impacciati di chi è abituato ad avere paura. A soli 21 anni Arben si è trovato nella condizione di dover rinunciare alla sua patria, l’Albania, per poter vivere la sua sessualità.
Lo scorso aprile è stato il primo "extracomunitario" ad ottenere in Italia lo status di rifugiato politico in quanto omosessuale proveniente da un paese in cui l’omosessualità, pur non essendo reato, è soggetta a discriminazioni e repressioni anche violente. Un risultato eccezionale, il primo nel nostro paese e il secondo in tutta Europa, ottenuto grazie agli sforzi congiunti di tante persone: l’ufficio antidiscriminazione della Provincia di Pistoia che ha seguito la vicenda, l’Arcigay locale e nazionale e la rete di persone che hanno offerto ad Arben una casa, un letto, un pasto.

E poi i politici: quelli vicini al movimento gay si sono impegnati tutti fortemente perché il caso di Arben fosse seguito rispettando i suoi diritti.

Tutto questo è stato possibile grazie a Gianpaolo Silvestri (Verdi), che ha presentato al Senato un emendamento all'articolo 12 della Legge comunitaria 2006 ("Attuazione della direttiva 2005 / 85/CE, recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato").

L'emendamento riguardava "i gravi motivi" per i quali un Paese non può ritenersi "sicuro", e così recita: "Tra i gravi motivi possono essere comprese gravi discriminazioni e repressioni di comportamenti riferiti al richiedente e che risultano oggettivamente perseguiti nel Paese di origine o di provenienza e non costituenti reato nell'ordinamento italiano".

L'emendamento è stato approvato, entrando a far parte della legge del 6 febbraio 2007, n.13.

Adesso che Arben ha in mano un documento per poter restare in Italia, ha deciso di raccontare la sua storia. Anche per far conoscere una possibilità che molti gay immigrati non sanno di avere. Ma Arben sa bene che parlare apertamente della propria condizione di omosessuale non è facile per molti ragazzi stranieri che vivono da noi: lui stesso deve proteggere se stesso e la sua famiglia evitando di mostrare il suo volto in pubblico.

Da quanto tempo sei in Italia?

Da quasi tre anni. Ho ottenuto un visto per motivi di studio. Arrivare in Italia dall’Albania come studente è facile.

Sono arrivato nell’agosto del 2004 e ho cominciato gli studi in scienze politiche a Firenze; i miei genitori mi mandavano i soldi. Finché qualcosa è cambiato: in Albania sono arrivate delle voci sulla mia omosessualità. All’inizio vivevo con gli amici albanesi con cui sono arrivato, ora ognuno è andato per la sua strada e io sono rimasto da solo, ma loro tornavano ogni tanto in Albania e penso che siano stati loro a diffondere le voci.

Che cosa ha comportato?

All’inizio io parlavo con mia madre e lei non mi diceva direttamente niente, ma mi faceva capire di non "comportarmi male". Loro speravano che io tornassi, hanno smesso di mandarmi soldi mettendomi in una situazione in cui ero costretto a venire via dall’Italia, però essendo omosessuale non potevo andare in Albania. Se avessi scelto di tornare sarei stato costretto a non fare la mia vita normale e a sposarmi.

Già in Albania prima di venire in Italia subivo violenze da parte di mio fratello perché facevo parte di un balletto e lui pensava che fosse roba da froci; mi picchiava, mi chiudeva in bagno per non farmi uscire. I miei genitori a quell’epoca non lo hanno saputo, vivevano in un’altra città e lui aveva il controllo su di me, aveva 19 anni e io 16.

Diceva che dovevo frequentare una ragazza e così ho cominciato a frequentarle, ma facevo una vita che non mi apparteneva.

Prima di partire hai conosciuto qualche altro gay in Albania?

No, nessuno. Perché io non riuscivo a capire cosa mi succedeva, credevo succedesse solo a me. Nel 2004 mi ricordo di aver visto alla tv albanese un programma in cui si parlava dei gay; c’era un ragazzo gay che aveva subito delle violenze, la famiglia lo aveva buttato fuori di casa, gli zii lo picchiavano, è andato dai nonni ma poi anche loro lo hanno buttato fuori.

Aveva paura perché diceva che ora che era dichiarato non riusciva a vivere.

A 16 anni sono andato in internet e lì siccome conoscevo italiano e inglese ho trovato le prime informazioni sull’omosessualità.

In che momento hai cominciato a capire di essere gay?

Mi ricordo che alla scuola media sentivo già qualcosa verso i miei amici ma non riuscivo a capire cosa mi succedeva, vedevo tutti eterosessuali e mi chiedevo perché io ero diverso.

Da ragazzo mi ricordo di aver visto un mio amico che scopava con un altro ragazzo; lui mi chiese di non dire niente e la cosa finì lì.

Come hai trovato i primi amici in Italia?

Ho conosciuto un po’ di gente per strada, non sapevo che esistessero locali. Uscivo di nascosto perché gli amici albanesi che vivevano con me mi chiedevano sempre dove andavo, con chi. Ero molto controllato perché eravamo nella stessa facoltà e dormivamo insieme.

Quando mi sono ritrovato da solo sono stato meglio, fino a che la notizia non è arrivata in Albania. Allora ho dovuto anche cambiare numero di telefono perché mio fratello non mi lasciava in pace, non sopporta il fatto che sia omosessuale. Perché, non c'è solo il fatto che se tornassi in Albania io subirei delle violenze: anche la mia famiglia sarebbe discriminata.

Per il momento di me lo sanno solo nella mia famiglia, non fuori, ma se io mi dichiarassi anche mio padre, che ha un buon lavoro, rischierebbe di perderlo.

La società dà la colpa alla famiglia: si dice che uno diventa omosessuale perché il padre è ubriaco o si droga, o comunque non è in grado di gestire la famiglia.

Come si è sviluppata la tua vita in Italia?

Quando i miei amici albanesi sono andati via e non avevo più i soldi dai miei genitori, sono stato un po’ qui e un po’ là; mangiavo a Prato alla mensa dei poveri, lo Stato mi ha dato una borsa di studio con cui sono andato avanti per un po’.

Il secondo anno mi sono trovato che non avevo niente, ero solo, poi ho conosciuto alcuni amici che mi hanno ospitato.

Con loro a ottobre dell’anno scorso siamo andati a un dibattito con Vladimir Luxuria dove ho conosciuto Bert, il presidente di Arcigay Pistoia.

Il permesso di soggiorno era scaduto il 31 aprile del 2006 perché non avevo i soldi per pagare le tasse universitarie, e quindi già da diversi mesi ero in Italia come clandestino.

Non pensavo proprio di poter ottenere lo status di rifugiato politico e non sapevo che in Arcigay ci fosse un settore che si occupa dei problemi degli immigrati. Bert mi ha indirizzato all’ufficio antidiscriminazione della Provincia di Pistoia; è stato grazie a loro, all’Arcigay e anche al comitato per i diritti umani dell’Albania che siamo riusciti a ottenere questo risultato.

Hai dovuto presentare le prove delle discriminazioni che avresti potuto subire?

Se ne è occupato l’ufficio antidiscriminazioni, con la collaborazione di Arcigay.

È stato costruito un dossier enorme con tutto quello che è successo a me e con tutte le discriminazioni che ci sono nella società.

La costruzione del dossier è stata molto laboriosa, anche perché fino a febbraio di quest’anno non sarebbe stato possibile ottenere niente perché non era stato ancora presentato l’emendamento di Gianpaolo Silvestri, e quindi era impossibile prima di allora ottenere lo status di rifugiato come omosessuale per una persona proveniente da un paese dove l’omosessualità non è reato penale.

Ora però bisogna provare che la discriminazione c’è. Per questo è stato preparato il dossier.

E lo hai presentato a marzo.

Sì, proprio il giorno in cui sono stato portato al Cpt di Brindisi. Due settimane prima, infatti, mentre ero clandestino, sono stato fermato dai carabinieri che mi hanno concesso quindici giorni di tempo per presentare la domanda per restare in Italia.

Il 22 marzo scadevano i termini; io ho presentato la domanda e la polizia mi ha portato al centro di Brindisi, proprio quello con più alta concentrazione di albanesi, nonostante avessi fatto notare che per me stare tra connazionali era molto pericoloso.

Tra l’altro il centro è stato chiuso appena una settimana dopo che sono uscito io.

Come hai vissuto lì dentro? Gli altri albanesi sapevano della tua condizione?

No, non sapevano niente, ma cominciavano a fare domande; ero molto preoccupato e ho anche mandato un messaggio a Bert dicendo che non ce la facevo più a stare lì dentro.

Per fortuna si sono mosse molte persone, a partire da Vladimir Luxuria, Giovanni Russo Spena e Gianpaolo Silvestri.

Dopo una settimana mi hanno trasferito al Cpt di Bari, dove le condizioni erano migliori, le stanze erano più pulite e c’erano anche settori separati per le persone transessuali. Così, anche se c’erano anche lì altri albanesi, sono potuto stare per conto mio.

Qui sono rimasto altri sei giorni: il 3 aprile c’era il colloquio con il presidente del tribunale di Foggia e dopo due giorni ho avuto la risposta positiva e la mattina dopo mi hanno liberato.

L’amore?

Mi sono lasciato un mese fa con un ragazzo albanese. Ma era già parecchio tempo che andava male, non mi è stato molto d’aiuto. Tanta gente m’è stata vicina e lui invece scappava dai problemi per poi tornare quando tutto era a posto.

Hai amici albanesi omosessuali?

Sì, qui in Italia. Loro sono anni che stanno qui, ma hanno dovuto tagliare completamente i ponti con la famiglia.

Ti manca l’Albania?

Sì molto. Mi manca.
Vorrei tornare nel mio paese, dove sono cresciuto: anche se è brutto, mi manca. Mi mancano gli amici, i miei genitori.


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