DAL MONDO (continua)
DOSSIER "CINA GAY". UN PAESE
TRA PASSATO E FUTURO
Di seguito intervista ad
un ragazzo cinese in Italia
mercoledì 03 agosto 2005 , di Pride
Di Roberto Salituro
La società cinese (quasi un miliardo e mezzo di persone!) ha da millenni il suo
centro nella famiglia, e considera il matrimonio un obbligo sociale. Un’identità
“gay” risulta quindi particolarmente estranea, aliena. Ma fra la minoranza (200
milioni!) di cinesi che beneficia del nuovo benessere, il collegamento col resto
del mondo e le sue idee, via internet, è ormai la regola. Ecco una riflessione
sulla condizione gay in un paese in bilico fra passato e futuro.
La vita degli omosessuali nella Cina di oggi è una materia difficile da
indagare. Poco è stato scritto o semplicemente detto riguardo ai suoi cittadini
omosessuali, e poco è trapelato al di fuori della Cina; a noi, da lontano, resta
l’idea di una condizione difficile, alle volte tragica, di una legislazione
insufficiente o maldisposta, di una cultura generalmente avversa o poco abituata
all’esistenza di gay e lesbiche.
Eppure non è vero, d’altro canto, che non si sia detto o scritto niente. A
partire dagli anni ottanta, accenni o riferimenti all’esistenza
dell’omosessualità sono stati fatti da alcuni scrittori, noti in Cina come fuori
dal territorio nazionale: meno di dieci anni separano i timidi e ambigui rimandi
in Mogli e concubine al riferimento più esplicito in Spiriti senza pace,
entrambi opera di Su Tong. Una scrittrice cinese contemporanea, Shan Sa,
espatriata in Francia dopo il massacro di piazza Tian’anmen, descrive senza
mezzi termini i rapporti saffici così usuali alla corte della famosa imperatrice
Wu Zetian.
Risale agli anni novanta il tentativo più completo e sociologicamente coerente
di compiere un’analisi sulla condizione di gay e lesbiche in Cina, ad opera
della studiosa Li Yinhe, giustamente considerata una pioniera, e famosa presso
la comunità cinese glbt. Non solo la signora Li ha sfidato e scavalcato le
resistenze della classe politica per la pubblicazione del suo saggio, ma ha
anche osato rivolgersi direttamente al massimo organo legislativo della
Repubblica popolare, l’Assemblea nazionale popolare, nel 2001 e poi, nel 2004,
per proporre la “Legalizzazione del matrimonio cinese omosessuale” e la
“Proposta di legge per il matrimonio omosessuale cinese”. è stata la prima
volta, nella storia della Cina, che veniva discussa la questione dei diritti
degli omosessuali in sede istituzionale. Sfortunatamente (ma comprensibilmente)
la signora Li non è riuscita a raccogliere le 35 firme dei delegati dell’Anp
necessarie alla discussione della proposta di legge...
Evidentemente, l’immagine che ricaviamo da queste notizie (il saggio e la
proposta di legge della signora Li) ci testimonia una condizione omosessuale in
fase di trasformazione, forse di miglioramento, ma dai balzi incostanti: poco
prima che la signora Li osasse parlare di matrimonio omosessuale, le campagne
contro l’Aids promosse dal governo mettevano in cattiva luce il comportamento
omosessuale come diffusore del virus. D’altronde una certa dose di incoerenza
pare essere specifica di questi ultimi ventisette anni di politica in Cina, da
quando, alla fine della “rivoluzione culturale”, l’avvento di Deng Xiaoping ha
significato un’apertura della Cina al mondo, agli investimenti stranieri, un
miglioramento delle condizioni economiche e di vita per milioni di persone, ma
anche il massacro di Piazza Tian’anmen.
A un livello teorico, dobbiamo ammettere che la cultura tradizionale cinese non
è strettamente omofobica. Parlando dell’omosessualità, nessuna delle scuole
religiose o filosofiche che si sono contese il primato sullo spirito cinese ha
mai usato il termine “peccato”, o accusato storture delle tendenze naturali.
Ad esempio, il confucianesimo, che è alla base della cultura politica ed etica
in Cina, metteva alla base della società il matrimonio eterosessuale, che
costituiva, in pratica, un obbligo per ogni cinese adulto; tuttavia, all’interno
di questo ambito, chiunque poteva, in teoria, permettersi passioni omosessuali
(cosa peraltro piuttosto frequente e citata nella letteratura classica) purché
questo costituisse solo un passatempo e non inficiasse il funzionamento della
complessa vita familiare cinese. Il taoismo (che è in parte filosofia e in parte
religione), che tanto ha influenzato l’estetica cinese, invitava l’uomo ad
aderire alla propria natura, armonizzandosi alle proprie inclinazioni, mentre il
buddismo, arrivato dall’India all’incirca nel IV secolo d.C., guarda con
sospetto la sessualità in generale, senza considerarne troppo specificamente la
direzione.
E' anche vero che, benché non ci siano mai state condanne morali di portata
simile a quella che troviamo in tutti i paesi di cultura cristiano-giudaica e
mussulmana, si guardava comunque con sospetto a una tendenza sessuale che non
aveva alcuna utilità sociale, che non produceva la forma di ricchezza
principale, anzi ossessione, per la cultura cinese, cioè la discendenza. O che,
essendo minoritaria, metteva in allarme un mondo che in genere trovava piuttosto
problematiche le deviazioni dalla norma collettiva.
La nascita della Repubblica popolare non ha migliorato la situazione. La nuova e
rigorosa “morale rivoluzionaria”, mutuata dallo stalinismo, vedeva assai
negativamente l’omosessualità, come specifica “deviazione borghese”, e per
decenni ha affogato la libertà sessuale sotto la cortina di un puritanesimo che
cancellasse ogni differenza di genere o di orientamento. Durante la “rivoluzione
culturale”, poi, le persone omosessuali erano vittime delle torture, dei
pestaggi e delle uccisioni ad opera delle Guardie rosse e dei vari gruppi
ribelli.
La situazione, oggi, è, in realtà, sia ambigua che scoraggiante. Dopo la
depenalizzazione della sodomia, nel 1997, non esiste in Cina una legge
discriminatoria nei confronti degli omosessuali, ma nemmeno una qualche legge
che ne tuteli i diritti. Il governo agisce, riguardo alla questione, secondo la
teoria dei “tre non”: non approvare, non disapprovare, non promuovere”. In
pratica, però, una qualunque autorità può attuare ritorsioni contro un cittadino
cinese omosessuale, o retate nei principali luoghi di ritrovo, arrestare e
imprigionare gay o lesbiche, anche se questo non viene giustificato come
“repressione” dell’omosessualità, ma fatto ricadere sotto altre diciture, come,
ad esempio, repressione di atti di “hooliganismo” oppure di atti che “disturbano
la quiete pubblica”.
In questo clima discriminatorio, due lesbiche sono state arrestate nel 1992
nella provincia dell’Anhui e costrette dalle autorità a cessare la loro normale
vita di coppia; nel 2000 una corte di Pechino ha definito apertamente
l’omosessualità “anormale e inaccettabile”, mentre nella provincia del Guangdong
almeno 37 omosessuali sono stati arrestati e reclusi nel 2001.
D’altro canto, se fino a tempi recentissimi molti istituti di igiene mentale
comminavano forti dosi di elettroshock alle persone omosessuali, per guarirle,
nell’aprile del 2001 l’omosessualità è stata espunta dall’elenco delle malattie
mentali ad uso della classe medica e psichiatrica cinese.
Molto conta il fatto che non esista in Cina una vera e propria tradizione di
associazionismo gaylesbico, situazione che ha ragioni molteplici: da un lato
abbiamo il controllo esercitato dal governo, dall’altro la tendenza culturale a
vivere l’omosessualità come “pratica privata”, non alternativa al matrimonio
eterosessuale, quindi a un mancato riconoscimento di una diversità costitutiva
di una precisa identità sociale. L’influenza della morale confuciana classica
per cui “le ossa rotte della mano si nascondono nella manica” marchia la vita
omosessuale, la costringe all’anonimato e all’ombra. In una società in cui la
famiglia patriarcale non solo è la base socio-economica, ma anche il modello cui
si ispira il governo, è difficile l’affermazione di un’individualità non
canonica in contrasto con lo status quo.
L’avvento di internet sta timidamente cambiando la situazione, pur sotto le
restrizioni ufficiali: la Cina è il paese in cui la diffusione di internet ha
registrato la maggiore impennata negli ultimi anni (la Cina è ormai, dopo gli
Usa, il secondo paese al mondo per numero di utenti internet) e che coinvolge in
maniera più specifica un pubblico di giovani, di studenti, di cultura medio
alta, tra cui la sensibilizzazione alla questione omosessuale può trovare
maggiore accoglimento. In tutto il paese sono molti gli omosessuali che usano la
Rete come mezzo per conoscersi, scambiarsi consigli, tecniche di sopravvivenza,
ma anche condividere film a tematica omosessuale, che altrimenti non
passerebbero la maglia della censura, e che trova opere come Lan Yu o pellicole
provenienti da Hong Kong e Taiwan a tematica gay/lesbica (ad esempio Il fiume
oppure Incrocio d’amore) “sconvenienti” e “diseducative”.
A partire dagli anni ’90, nelle maggiori città cinesi, come Pechino, Shanghai,
Guangzhou e nei maggiori centri costieri, sono nati locali gay e lesbici, che si
affiancano ai tradizionali luoghi di ritrovo o di incontro, come bagni pubblici
o parchi; tutti luoghi che sono sottoposti, periodicamente, alle retate e ai
controlli degli organi di polizia.
Con grande difficoltà e un enorme carico di pregiudizi è stata affrontata la
questione dell’Aids. Nel 1992 a Pechino è stata creata una hot line sull’Aids,
quasi contemporaneamente all’apertura dei primi veri e propri locali gay nelle
grandi città cinesi; tuttavia, già nel 1993, veniva chiusa, fondamentalmente
perché si ravvisavano gli inizi di una vera e propria organizzazione per i
diritti degli omosessuali.
Un’inchiesta condotta nell’anno 2000 mostra, però, che l’opinione pubblica
cinese accetta con sempre meno difficoltà l’esistenza della diversità
omosessuale; pur considerando il gap di mese in mese più profondo tra le
campagne della Cina centrale, del tutto estranee al processo di apertura, e le
città sulla costa, invece completamente trasformate dal processo di
occidentalizzazione. Se, quindi, la vita di un omosessuale cinese, in una grande
città in pieno processo di modernizzazione, può essere difficile e piena di
ostacoli, ancora più problematica è quella di un omosessuale nato in una delle
immense province centrali, dove, alla fine della rivoluzione culturale, le masse
contadine hanno mostrato una fortissima tendenza a rifugiarsi nelle tradizioni.
In definitiva, la questione dell’omosessualità in Cina appare piuttosto oscura,
anche se non statica. I prossimi anni saranno cruciali e non è improbabile che,
per ragioni di convenienza politica ed economica, il governo di Pechino voglia
associarsi ai suoi alleati occidentali e interrogarsi con sempre maggiore
decisione su come affrontare la questione non solo dei diritti del popolo glbt
ma, più in generale, dei diritti della persona, della libertà individuale e
delle minoranze.
Difficile stabilire quanto occorra alla Cina per compiere il passo decisivo, ma
la fretta pare essere una delle parole d’ordine del processo di modernizzazione:
nell’arco di pochi anni, palazzi, vie, quasi intere città sono stati abbattuti
per far spazio a nuovi palazzi, nuove vie, nuove città appetibili per gli
investitori stranieri.
Le idee e le ideologie, alle volte, reggono più delle pietre.
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La Cina vista da un cinese
Di Massimo Basili
Jim ha 28 anni, è cinese e vive in Italia. Appartiene all’elite ricca, colta, ed
entusiasta della globalizzazione. Lo abbiamo intervistato sulla condizione gay
in Cina, che ci ha descritto senza falsi pudori “politicamente corretti”.
Rivelando pure che dal suo punto di vista l’Italia è un paese conservatore,
troppo legato alla famiglia, e troppo poco globalizzato...
Da quanto tempo sei in Italia? Sono arrivato a Milano nel gennaio scorso
e ci rimarrò per un anno e due mesi, quando finirò il master in business della
moda alla Bocconi. Ho scelto Milano perché l’Europa m’ha sempre affascinato.
I tuoi genitori sanno che sei gay? E i tuoi amici? In famiglia non sanno
di me, in compenso l’ho detto a molti miei amici. Per ora non ho intenzione di
parlarne ai miei perché non voglio creare loro problemi nella piccola città in
cui vivono. Io credo comunque che mia madre lo sappia, ma non dica nulla per
quieto vivere. Se fossi sicuro di non rovinare loro la vita, lo direi, perché so
che continuerebbero ad amarmi, sono comunque loro figlio. Sai, essere gay non è
visto molto di buon occhio in Cina, soprattutto nelle campagne. Io sono nato in
provincia, poi per frequentare l’università mi sono trasferito a Shanghai, che è
una megalopoli piena di gente di tutte le parti del mondo, con un sacco di
locali gay molto alla moda: nulla da invidiare ai locali di Milano... o di New
York. Lì mi sentivo libero. I miei genitori comunque mi chiedono sempre se ho
una ragazza, e quando mi sposerò. Io faccio credere loro quello che vogliono
sentirsi dire, per ora.
Come hai capito di essere gay? L’ho capito durante il liceo; pensavo di
essere solo al mondo. Non ero particolarmente spaventato da questa
consapevolezza, mi sentivo soltanto molto isolato. Poi, a 14 anni, ho chiamato
un telefono amico e ho avuto molte informazioni utili. Successivamente, grazie
ad Internet, sono venuto a contatto con la realtà gay di tutto il mondo.
In Cina ci sono leggi discriminatorie verso i gay? Non esistono leggi che
dicano che le relazioni gay sono illegali. Semplicemente, i rapporti gay non
sono contemplati dalla legge. Ad esempio, se un ragazzo maggiorenne ha un
rapporto sessuale con uno minorenne, quello grande viene incriminato per stupro,
non per “rapporto omosessuale illegale”…
Allora come vivono, gli omosessuali, in Cina? Le condizioni dei gay sono
migliori nelle grandi città, piuttosto che nelle campagne; credo che sia così
anche in Italia. Per questo molti ragazzi gay come me e i miei amici lasciano il
villaggio dove sono nati per trasferirsi in città, dove possono essere loro
stessi alla luce del sole. Conosco coppie gay che stanno insieme da vent’anni, e
vivono a Shanghai, tutti lo sanno, non hanno problemi di nessun tipo. Nelle
piccole realtà di provincia la situazione è molto peggiore. Tranne forse per le
persone di spettacolo, che sono visibili e contribuiscono ad aprire la mentalità
della gente. Ricordo il caso successo sei o sette anni fa: c’è stato il coming
out del famoso Leslie Cheung [attore noto anche in Italia per Addio mia
concubina di Chen Kaige, ndr]. Purtroppo lui s’è suicidato un paio d’anni fa, e
il clamore del suo suicidio ha contribuito comunque a far parlare delle
difficoltà degli omosessuali in Cina.
Secondo te vivono meglio i gay cinesi anziani o quelli più giovani? Se
sei molto giovane e vivi in campagna, genitori o compagni di scuola ti rendono
la vita un inferno: è molto doloroso sembrare o dire di essere gay, non hai
esperienza e in più dipendi dai genitori. Ti senti in trappola. Se sei gay ma
adulto, puoi contare su una vita stabile dal punto di vista economico, su una
carriera avviata. Molti, però, si sposano e allora devono condurre una doppia
vita. Insomma, io credo che i giovani gay vivano meglio di quelli più maturi,
sono più liberi, però devono potersi stabilire nelle grandi città: è questo che
fa la differenza tra una vita serena e una pessima.
Perché molti gay si sposano? Molti ragazzi gay vengono da famiglie
tradizionaliste. I genitori allevano i figli con l’idea fissa di un matrimonio e
di una discendenza. Questi ragazzi subiscono pressioni indicibili fin da
piccoli, non solo dalla famiglia, ma anche dalla scuola, dagli amici. Si sentono
continuamente chiedere: “Quando ti sposi?”, “Quando ci dai un nipotino?”. Certo,
tutto dipende dalla posizione sociale, dal fatto che siano indipendenti
economicamente oppure no. Avere relazioni gay, soprattutto nelle città piccole,
significherebbe rompere con la famiglia e perderne il sostegno economico. Allora
si sposano.
Ma in cosa consiste, questo ostracismo verso i gay? Gli omosessuali sono
odiati dalla maggior parte dei cinesi. Se fai il coming out, per i tuoi
concittadini diventi di colpo un estraneo. La relazione di un uomo con un altro
uomo viene vista come una cosa davvero incomprensibile, assurda. I gay che
lavorano nell’editoria o nello spettacolo sono più fortunati, non hanno
problemi. Non è possibile, invece, dire d’essere gay se lavori nei ministeri, in
banca, se sei medico o insegnante. Se lo fai vieni emarginato e perdi il posto
di lavoro. Io sono un privilegiato perché ho lavorato alla British bank di
Shangai: in questa, come in molte altre banche d’affari internazionali che
proliferano in Cina, non hai nessun problema se i colleghi scoprono che sei gay.
Cosa sai del sesso sicuro? A Shanghai ho lavorato per anni come
volontario del telefono amico di informazione sull’Aids. Sono contento di averlo
fatto, lo sentivo come un dovere morale. Chiamavano un sacco di ragazzini gay,
quattordici, sedici anni, angosciati per aver scoperto di essere gay, mi
chiedevano cosa fare, dove andare… Io cercavo di rassicurarli, e poi li
informavo sul sesso sicuro. In Cina abbiamo molte marchette giovanissime che
vengono dalle campagne e cercano clienti nei locali gay. Purtroppo non sanno
nulla di sesso sicuro, sono piuttosto incoscienti e se il cliente chiede di
farlo senza condom, accettano! Oltre al telefono amico, che è molto diffuso
nelle grandi città come Hong Kong o Nanchino, abbiamo anche un sito web che
informa sulle condizioni dei gay di tutto il mondo, non solo della Cina. Diciamo
che l’esistenza di tutto ciò è tollerata, più che permessa, dalle autorità
governative, e che possiamo lavorare in nome della prevenzione alle malattie. Se
lo facessimo per un presunto “orgoglio gay” verremmo censurati, perderemmo anche
il contributo delle aziende che ci regalano i preservativi. Il 2 dicembre è
giornata di lotta all’Aids anche in Cina, e allora possiamo andare nelle strade
a distribuire i condom e a parlare di sesso sicuro.
Esiste la censura, a proposito di omosessualità? In Cina non esistono
riviste gay e non possiamo organizzare il pride. I libri che parlino di
omosessuali sono permessi, esistono anche scrittori gay molto famosi. Posso dire
che non conosciamo l’etichetta di “libro gay”, o “film gay”. L’unica separazione
è tra “prodotto per un pubblico vasto” e “prodotto con tematiche scabrose”: gli
argomenti gay vi confluiscono insieme al sesso, alla politica, alla religione…
Io credo che le riviste che vanno in mano a un bambino delle elementari non
debbano contenere nudi. Se un adulto vuole vedere tette si compra un giornale
per adulti. Io sono d’accordo che il governo cinese faccia rispettare questa
regola, non è come in Italia. In ogni caso, è solo dal 2002 che i giornali e la
televisione possono parlare d’omosessualità, e anche adesso permane un certo
controllo discreto da parte del governo.
E il cinema? Perché molti registi cinesi lavorano in occidente? Dipende
ancora una volta da quello che raccontano. Se parlano di omosessuali non possono
produrre i loro film con capitali cinesi. Altri, come Zhang Yimou, sono
diventati celebri da noi con film per tutti, poi sono stati scoperti da voi.
Certo che gente come Tsai Ming-liang (regista taiwanese de Il fiume) o Wong
Kar-wai (regista di Hong Kong di Happy together) non hanno nessun mercato perché
il grosso del pubblico cinese non è interessato a quel tipo di pellicole. Da noi
li conoscono davvero in pochi: sono registi da festival del cinema occidentale…
Se facessero film popolari credo non avrebbero problemi a trovare finanziamenti
in Cina.
Sono gli inconvenienti del vivere in un paese comunista… La Cina
comunista è finita quindici, venti anni fa… Oggi è un paese molto
contraddittorio, dove il comunismo è poco più di un’etichetta. Qui a Milano ho
un compagno di stanza di Palermo che aveva un’idea dei cinesi assimilata dai
vostri giornali, dalla Tv, ma dopo avermi conosciuto s’è accorto di quanto
quell’immagine fosse distante dalla realtà. Rispetto a Shanghai, ad esempio,
Milano è molto meno sviluppata. I miei compatrioti sanno decisamente più
dell’occidente di quanto gli italiani sappiano della Cina.
Forse noi conosciamo l’immigrazione cinese povera… Voi dite che sia un
male avere un solo partito, o che le famiglie possano allevare un solo figlio…
Secondo me va bene così, ci sono cose che non funzionano, ma il governo cinese
si preoccupa di far star bene il maggior numero di cittadini possibile. Un solo
partito di governo semplifica molto le cose, avere due partiti come da voi in
occidente farebbe litigare i politici. In questo modo, almeno, il governo
realizza con decisione i suoi progetti, senza essere bloccato dall’opposizione.
E un solo figlio per famiglia rallenta la sovrappopolazione. Il divario delle
condizioni di vita dei cinesi di campagna rispetto a quelli di città è un
problema che il governo sta risolvendo. Ha introdotto il programma Go west per
ribaltare l’immigrazione interna, portandola dalle città costiere orientali più
ricche verso il centro e l’ovest del paese. Qui da voi avete molte famiglie
povere magari con tanti figli, ma il governo non le aiuta di certo… Noi abbiamo
problemi con la polizia, che spesso abusa del proprio potere, ma anche da voi
succedono cose tremende: ho assistito coi miei occhi a una fila interminabile di
immigrati davanti alla questura per avere il permesso di soggiorno… Ore e ore
fuori al freddo dell’inverno prima di poter entrare… Ti sembra una cosa umana?
Io sono molto ottimista per il futuro del mio paese. Mi sento parte di una
generazione di giovani davvero in contatto col resto del mondo. Grazie alla
globalizzazione i ragazzi di tutto il mondo ascoltano la stessa musica, bevono
le stesse bibite, vestono nello stesso modo. Questa vicinanza farà bene anche
all’accettazione della causa gay, perché stempera le differenze e aiuta la
comprensione reciproca.
A proposito, qui in Italia si parla di “pericolo giallo”… Sono felice che
si dica così! La Cina sta crescendo in maniera formidabile. Per questo sono
molto deluso da Milano. L’Italia è un posto bellissimo da visitare, ma non ci
vivrei mai! Siete così arretrati… Gli italiani hanno una mentalità ristretta,
siete troppo legati alle tradizioni, alla famiglia... è tutto così lento! Perché
per un bonifico nelle vostre banche bisogna aspettare quattro giorni? A Shanghai
ci mettono un’ora! E le poste? Un mese per una lettera da Venezia a Milano… Per
il salone del mobile, o per la settimana della moda, è un’impresa trovare
qualcuno che parli inglese, mentre da noi arrivano riviste da tutto il mondo...
Noi cinesi in vent’anni siamo diventati irriconoscibili, voi non cambiate mai...
Per farti capire, ti racconto quel che m’è successo in un negozio Media world di
Milano. Ho chiesto al commesso di indicarmi gli indirizzi degli altri loro
negozi della zona, e sai cosa m’ha risposto? Di cercarmeli da me sulle pagine
gialle! Io mi sono arrabbiato, e ho chiesto se potevo cercarli tramite internet
da un computer del loro negozio. In tre minuti li ho trovati, li ho stampati, e
glieli ho lasciati sul bancone, così almeno serviranno agli altri clienti!