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I miei libri


L'omo delinquente. Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti


Indice

Principali recensioni.

In questa pagina:
- La Stampa, 5 mag 06: Un secolo di omo delitti
- Il Giornale, 9 mar 07: Quando gli omosessuali facevano cronaca (nera)
- Il Riformista, 5 mag 06: Don Piccinotti, il curato che amava i contadini contro natura e anche contro il diritto penale
- Il Corriere della Sera, 20 mag 06: Omosessuali in Italia nella storia di Oliari
- L'Adige, 30 giu 06: L'omo delinquente al centro della scena
- Alto Adige, 18 mag 06: In via Cavour saggio di Oliari



La Stampa, 5 mag 06
 
Un secolo di omo delitti

Il gay uccide.
Il gay, narrano le cronache anche recenti, è più spesso vittima.

In questa Fiera che vaga nelle pieghe dell'animo umano, è curioso l'incontro con Enrico Oliari, autore di L'omo delinquente, Prospettiva editrice, presentato senza scalpore, senza contrapposizioni, assente anche uno degli ospiti di richiamo, Alessandro Cecchi Paone.
E' una caratteristica che dà fiducia: le sale, come questa "Spazio per i libri" - sorta di consorzio di piccoli editori in vena di farsi sentire tutti insieme - fanno il pieno, con la gente in piedi, anche senza le facce della tv. Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti è già una bella sfida. L'autore, Enrico Oliari, li racconta con disincanto: "Omicidio nel mondo omosessuale. E allora? Dov'è la differenza?". La differenza c'è, per la promiscuità dei rapporti, per le oggettive difficoltà di incontro laddove il moralismo fa negare realtà tranquille. Ed è nel giudizio: "L'omosessuale, in tutto il tempo che ho esaminato per il libro, ha sempre una doppia colpa: finire in un delitto e per di più in quanto gay". Oliari spazia dal 1863 di don Piccinotti che "amava i contadini" al deputato Cristiano Lobbia, "troppo guardato dall'ex frate Giuseppe Lai". Si può anche sorridere su certe storie, ma la sfida che si racconta qui alla Fiera, tra gente che vuole capire più che farsi firmare autografi, è proprio quella di uno sguardo che della "differenza" cerca lo stupore piuttosto che le caratteristiche già scritte. Il pubblico sorride quando Oliari cita certe fortune di alcuni postini del secolo scorso e certi "anelli e monili e bracciali" dei pompieri nel 1909. Si svolgeva tutto nella loro caserma, racconta, e l'importante era sempre la stessa cosa: che non si sapesse. "Non erano gay", dice. Però arrotondavano a fine incarico.



Il Giornale, 9 mar 07
 
Quando gli omosessuali facevano cronaca (nera)
 
di Giuseppe Iannaccone

Milano, 1909. Una ridda di pettegolezzi investe la caserma dei Vigili del Fuoco, attentando alla reputazione di un Corpo stimato da tutti i cittadini. Settimanali satirici a caccia dello scandalo, ma anche giornali moderati come Il Corriere della Sera riportano in prima pagina la vicenda che subito diventa pubblica. Dall’inchiesta intrapresa dalla Giunta comunale, si viene a sapere che gentiluomini dal ricco conto in banca e dalla moralità incensurata si incontravano furtivamente in caserma per avere rapporti omosessuali coi pompieri. Undici di essi vengono sospesi dal servizio e quattro licenziati in tronco, in quanto rei confessi. Paolo Valera, scrittore scapigliato e intransigente censore dell’«oscarwildismo», aveva descritto le loro abitudini: «Indossavano pellicce da signori, avevano alle dita anelli con brillanti, mangiavano come persone dal palato ducale e scarrozzavano e spendevano e si davano a tutti i lussi». Il caso destò scalpore per settimane: alla fine, travolti dallo scandalo, nella lista dei corruttori apparvero illustri avvocati e persone insospettabili. Tra questi, il figlio del sindaco, il marchese Ponti, costretto a dare le dimissioni.
Eppure di fatti clamorosi legati all’omosessualità in Italia ce n’erano già stati a iosa. Ne offre ora un inventario Enrico Oliari che nel volume L’omo delinquente. Scandali e delitti gay dall’Unità a Giolitti (Prospettiva, pp. 220, euro 12) percorre circa cinquant’anni di scabrosità e misfatti licenziosi, spesso finiti in tragedia. Gli avvenimenti raccontati risalgono a un periodo dominato dalla scienza positivista che vedeva nell’omosessualità, oltre che un peccato, anche una malattia. Paolo Mantegazza, il medico darwiniano autore della Fisiologia del piacere, scriveva che «l'amore fra i maschi è uno dei fatti più orribili dell’umana psicologia»; Valera, invece, più desideroso di metterla sul sociale, faceva della «religione degli invertiti» un costume tipico dell’estetismo delle classi più elevate.
In realtà, sfogliando giornali e periodici da un secolo e mezzo a questa parte, i fatti di cronaca nera emersi nell’universo gay coinvolgono ambienti assai diversi tra loro. Talvolta nella perversione «pederasta» sono finiti anche personaggi famosi. È il caso del magnate tedesco Krupp, proprietario di acciaierie che gli valsero un patrimonio maggiore di quello del kaiser Guglielmo II. L'industriale si trasferì nel 1898 a Capri, l'isola ritenuta già dai tempi di Tiberio una specie di regno delle libertà e che divenne all'inizio del Novecento una delle mete più frequentate del turismo omosessuale. A diffondere le notizie sulle abitudini di Krupp fu Edoardo Scarfoglio, che sulle pagine de Il Mattino lo aveva soprannominato con l’epiteto allusivo di «re dei cannoni e dei capitoni». Giornali di tutta Europa si interessarono alle turpitudini del milionario, che reclutava ragazzini privi di scrupoli per compiacere i suoi vizi e quelli degli amici della sua cerchia. Costretto a tornare in Germania da feroci campagne di stampa, fu trovato esanime nella sua villa in circostanze misteriose.
Nell’occhio del ciclone, qualche anno più tardi, finì un altro tedesco, il barone von Plueschow, un ardito fotografo che, trasferitosi a Roma, andava alla ricerca di adolescenti disposti a posare per lui. Il padre di uno degli adescati lo denunciò per aver commesso atti di libidine: dal processo emerse che Pleuschow custodiva una collezione di ritratti di giovani in pose compromettenti, che egli vendeva alla clientela. Si trattava di arte o di vile pornografia? Prevalse la seconda ipotesi: la Corte sentenziò che lo scopo delle fotografie era «infiammare i pervertiti che si dilettano di tali laidezze e di facilitare con tal mezzo la corruzione di minorenni suoi modelli e lo sfogo di appetiti pederastici dei suoi clienti».
Un capitolo a parte spetta poi ai delitti maturati negli ambienti ecclesiastici, in particolar modo nei collegi religiosi. Fece rumore, ad esempio, la vicenda di padre Stanislao Ceresa, barnabita conosciuto per una non spregevole attività poetica. Il religioso venne accusato nel 1873 di aver costretto i blasonati allievi del suo collegio di Monza a compiere «atti turpissimi». Dopo aver provato la fuga in Svizzera, Padre Ceresa si costituì e finì in carcere per dieci anni. Teatro di vicende simili furono più tardi, nel 1904, l’istituto dei Marianisti a
Pallanza sul Lago Maggiore e, nel 1907, il collegio dei padri Salesiani di Varazze, in cui erano all’ordine del giorno messe nere e atti sessuali tra i frati e gli studenti convittori o le suore del vicino collegio di Santa Caterina da Siena.
Altre volte, siffatti rapporti, non proprio consoni a chi indossa l’abito talare, finiranno in un bagno di sangue e alimenteranno la pubblicistica anticlericale: settimanali satirici come L'Asino, diretto da quell’infervorato mangiapreti che fu Guido Podrecca, ebbero grande fortuna presso il pubblico satireggiando il mondo ecclesiastico e denunciandone la corruzione. Indice di questi livori fu una vignetta che ebbe notevole eco. Vi compare il papa, informato dal suo segretario del dilagare dell’omosessualità, una parola che egli sembra ignorare: «Sarà un'altra tendenza del modernismo!». E il segretario: «Oh, Santità, nella Chiesa è una tendenza antica!».
 


Il Riformista, 5 mag 06
 
Omo delinquente. Da "Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti"
 
di Enrico Oliari
 
Don Piccinotti, il curato che amava i contadini contro natura e anche contro il diritto penale
 
Urningo.  Il processo al terribile frate avvenne il 10 dicembre 1963. Ma alla fine venne condannato a solo sette anni per atti di libidine giudicati perversi  e "creato scandalo", non per la violenza sessuale sui giovincelli di campagna.
Il periodo storico che va dall’Unificazione all’epoca giolittiana ha visto un sensibile cambiamento delle leggi sul rapporto sessuale fra persone dello stesso sesso.
Anche nell’Italia di fine Ottocento - inizio Novecento l’omosessuale,  definito anche “urningo” o “pederasta”, continuò ad essere ritenuto un individuo pervertito, quando non affetto da un vizio generato dall’agiatezza, dall’accidia o da un male importato da altri Paesi.
Tuttavia il pensiero laico e liberale, ereditato dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese,  permise di non considerare l’omosessualità come un reato, nonostante il fatto che la morale cattolica, che la giudicava un peccato, conservasse una forte presa sulla popolazione.
La scienza medica, “liberatasi alfine dalla gesuiteria ridicola colla quale affrontava le questioni psico – sessuali”, s’impegnò a fornire una spiegazione empirica del comportamento omoerotico, ricercandone la causa ora nei disturbi psichici, ora nelle deformazioni organiche congenite.
Al di là delle disquisizioni auliche di medici e giuristi, l’amore fra persone dello stesso sesso continuò ad essere percepito come un comportamento antisociale anche quando non fu più perseguibile per legge. Sia le società borghesi delle città, sia le comunità dei villaggi agricoli (che all’epoca raccoglievano ancora la maggioranza della popolazione), erano caratterizzate da un forte perbenismo e respingevano l’uomo e la donna omosessuali come esseri corrotti e corruttori, individui “lascivi” e “contro-natura”.
L’emancipazione dei gay e delle lesbiche era ancora lontana (in Italia il movimento gay sarebbe nato solo nel 1971) e le lesbiche e gli omosessuali di allora si trovarono schiacciati da una tradizione culturale imperante, che imponeva a maschi e femmine un ruolo sociale e famigliare molto rigido.
L’omosessualità, nell’Italia di allora, semplicemente non esisteva: non erano pochi i sostenitori della teoria della scarsa diffusione dell’omosessualità nel Bel Paese:
“Anche gli italiani, come i francesi, sostengono che l’omosessualità sia presso di loro una cosa rara, ma, dal momento che non possono negare che anche in Italia succedano spesso atti omosessuali, usano come scusa il fatto che l’omosessualità sia stata importata e venga praticata da immigrati”.
Invece, come avremo modo di vedere nel presente studio, la neo-nata Italia conobbe diversi scandali legati a omosessuali.
Nell’Italia a cavallo fra i secoli XIX e XX, duramente spaccata fra forze clericali ed anticlericali (queste ultime composte da massoni, liberali laici, cattolici liberali, membri del Movimento operaio poi organizzati nel Partito socialista, all’epoca marxista), poteva accadere che uno scandalo di natura omosessuale venisse strumentalizzato da una fazione contro l’altra.
Ciò è visibile in modo chiaro, ad esempio, negli scandali che hanno visto il coinvolgimento di sacerdoti nei collegi, come in occasione dello “scandalo dei Salesiani di Varazze” del 1907 (cap. XI), o dello “scandalo dei Marianisti di Pallanza” del 1904 (cap. X), sia anche in quelli che ebbero protagonisti personaggi laici come Krupp, nella Capri del 1902 (cap. IX) o Wilhelm von Gloeden, nella Taormina del 1908 (cap. XIV).
Nella cronaca nera di allora vi furono ovviamente, fra gli altri, anche fatti di sangue a sfondo omosessuale che sconvolsero l’opinione pubblica, la quale non perdonò né alle vittime, né agli assassini di essere omosessuali, quasi vi fosse per loro il fardello di una doppia colpa (...).
Un esame di questa realtà non era mai stato compiuto, fino ad oggi, in Italia. Ho perciò compilato questo studio (L'omo delinquente. Scandali e delitti gay dall’Unità a Giolitti, Prospettiva Editrice, Civitavecchia - Roma, ndr.) per dare una prima idea della situazione, attraverso i casi di cronaca nera.
La scelta della “cronaca nera” è stata fatta per rendere più adatto a un pubblico di non specialisti un argomento che, se discusso parlando solo di leggi, psichiatri_ e medici, può risultare un po’ arido. Gli “scandali” erano in effetti i soli momenti in cui la stampa di allora era disposta a parlare di questo argomento, rivelando il punto di vista prevalente. Ovviamente, non positivo. Ma attraverso queste “storie”, realmente accadute, riusciamo a recuperare brandelli di quella “Storia” delle persone omosessuali che in Italia non è stata ancora scritta.
Il titolo di questo studio, ovviamente, allude a quello del celeberrimo bestseller criminologico di Cesare Lombroso, l’Uomo delinquente, e non implica un giudizio morale da parte mia rispetto ai “delinquenti” di cui ho parlato.
 
Capitolo 1
Corzano, 1863: don Piccinotti “amava” i contadini
Corzano era un tranquilla località situata a sud-ovest di Brescia, un paese di gente semplice che aveva conosciuto il trambusto delle guerre d’Indipendenza, ma che pian piano era tornato alla vita di sempre. Per chi al mattino doveva alzarsi presto per affrontare il duro lavoro nei campi di mais e nelle risaie, ben poca cosa significava il ritrovarsi sudditi del un nuovo re italiano Vittorio Emanuele.
Il paese era piccolo: poche strade sterrate, il municipio e la chiesetta intitolata a san Martino.
Nel giugno del 1863 la tranquillità di quel centro agricolo venne turbata da un grave fatto: il quarantenne cappellano don Francesco Piccinotti, che era anche insegnante presso la scuola elementare del paese, venne arrestato e condotto nelle carceri di Brescia con l’accusa di aver commesso “atti di libidine contro natura”, reato punibile con la reclusione o i lavori forzati fino a dieci anni a seconda del caso, come previsto dall’articolo 425 del nuovo codice penale.
I fatti che gli vennero contestati erano più d’uno, i quali, nella gravità della loro somma, davano alla popolazione l’immagine di un terribile mostro vestito in abito talare.
Nel 1861 il sacerdote, mentre passeggiava in campagna, incontrò Giuseppe Battizzi, un giovane contadino di ventun’anni; improvvisamente don Francesco lo afferrò con violenza per la vita e, spintolo sulla riva di un campo, sfogò “su di lui la propria libidine contro natura”.
Il giovane contadino, che probabilmente vedeva nel sacerdote una temibile autorità e che quindi paventava eventuali conseguenze, non presentò immediatamente denuncia, ma, pochi mesi dopo, si trovò ancora una volta a dover subire, in circostanze identiche, l’azione del religioso e quindi nuovamente “l’atto carnale contro natura”.
Nell’anno successivo fu la volta di un altro giovane agricoltore: Domenico Mantovani, di vent’anni, si era recato in casa di don Francesco per motivi di studio. Il sacerdote che, come accennato, era anche insegnante elementare, lo aveva invitato in canonica con la scusa di impartirgli lezioni private.
Tuttavia Domenico, non appena ebbe superato la soglia della porta, venne afferrato per i fianchi e, denudato, fu costretto a partecipare all’atto sessuale.
Don Piccinotti sembrava davvero aver perso ogni inibizione. Gli venne infatti contestato anche il reato previsto dall’articolo 420, ovvero l’ “offesa al pubblico pudore ed al buon costume”, per un fatto all’apparenza meno grave dei precedenti, ma che, nel contesto dell’epoca, assumeva una certa gravità: era successo che una sera, mentre Domenico Mantovani camminava lungo una strada del paese, venne chiamato da don Francesco, il quale, imprudentemente, si era abbandonato a discorsi poco confacenti la sua professione.
Grave errore quello di lasciarsi andare in un luogo aperto a frasi di discutibile moralità. Quanto disse fu infatti udito anche da alcuni vicini, i quali avrebbero poi lo avrebbero riportato in occasione del processo, testimoniando ed arricchendo così le accuse contro di lui.
Tuttavia il fatto più grave di cui fu accusato risaliva ad una decina d’anni addietro.
Nel 1854, anno in cui Corzano era ancora parte dell’impero d’Austria, il Piccinotti aveva più volte abusato di Cesare Mombelli, un giovinetto non ancora dodicenne.
Il primo processo al terribile don Francesco Piccinotti avvenne il 10 dicembre del 1863 e fu celebrato rigorosamente “a porte chiuse per riguardo al buon costume”.
Per la Corte fu colpevole per aver violato non pochi passi del codice penale: l’articolo 425, per gli “atti di libidine contro natura”, gli articoli 489 ed il 490, per l’uso della violenza, l’articolo 420, per aver recato offesa “all'altrui pudore od il buon costume in maniera da eccitare il pubblico scandalo” il paragrafo 129 del “cessato” codice penale austriaco per la “libidine contro natura con persona del medesimo sesso”, il paragrafo 130 per aver usato violenza, ed ancora i paragrafi 228,229 e 230.
Totale: otto anni di reclusione.
Vien da porsi, tuttavia, alcune domande: davvero don Piccinotti si era servito della violenza per avere rapporti sessuali con i giovani contadini? Perché il sacerdote aveva potuto continuare nei reati a sfondo sessuale senza essere fermato prima? Ci fu forse una certa complicità da parte dei giovani coinvolti in uno scandalo che, dopo tutto, avrebbe offuscato la loro immagine? Sarebbe potuto scoppiare il “caso Piccinotti” se quel giorno i vicini non avessero sentito il prete pronunciare in luogo aperto, rivolgendosi al Mantovani, discorsi immorali?
I quesiti sono leciti oggi come lo furono allora, tanto che lo stesso Piccinotti chiese ed ottenne l’annullamento del processo.
Il 30 aprile del 1864 fu celebrato presso la Corte d’Assise di Milano un nuovo rito, dove tali perplessità vennero accolte: per il giudice milanese don Francesco Piccinotti aveva sì avuto rapporti sessuali con Battizzi, Mombelli e Mantovani, ma senza l’uso della violenza.
Fu pure prosciolto dall’accusa di aver abusato dell’allora dodicenne Cesare Mombelli, in quanto il reato era ormai entrato in prescrizione.
Restavano tuttavia le accuse di aver commesso “atti di libidine contro natura” e di creato scandalo per via dei “delitti di oltraggio al pudore od al buon costume”, la cui pena, tra l’altro,  venne considerata assorbita in quella generale.
Don Piccinotti fu così condannato a sette anni di reclusione ed al pagamento delle spese processuali.



Il Corriere della Sera, 20 mag 06
 
Dibattito
 
Omosessuali in Italia nella storia di Oliari
 
Casi di cronaca finora mai studiati fanno luce sulla storia dell'omosessualità in Italia. Enrico Oliari presenta il suo libro dal titolo "L'uomo delinquente. Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti" (Prospettiva). Intervengono Giovanni Dall'Orto e Stefano Bolognini.
 
Libreria Babele Galleria, via San Nicolao 10, ore 17.30, tel. 0286915597
 


L'Adige, 30 giu 06
 
Il saggio fa luce su 19 episodi che scatenarono un'accesa diatriba tra clericali e anticlericali
 
L'omo delinquente al centro della scena
 
Oliari ricostruisce scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti
 
di Manuela Pellanda
 
L'omo delinquente, scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti" (Prospettiva editrice) è l'accattivante titolo del­l'ultimo libro di Enrico Oliari.
Presentato mercoledì scorso presso lalibre­ria Drake in via degli Orti, il saggio (il cui titolo è liberamente - e ironicamente - ispirato a "L'uomo delinquente" del criminologo ottocentesco Cesare Lombroso) si propone di ricostruire un frammento della storia dell'omo­sessualità in Italia. "L omo delinquente - scrive Giovanni Dall'Orto nella prefazione - colma un vuoto nella ricerca storica sull'omosessua­lità in Italia. Con un paio solo d'eccezioni, tutti i casi di cronaca qui presentati non erano mai stati studiati prima. Si tratta perciò di materiale nuovo, che allarga il cono di luce che riusciamo oggi a gettare sulle tenebre del passato".
Un'impresa non facile, portata a compimento dall'autore dopo un attento e scrupoloso lavoro di ricerca tra gli archivi di vecchi giornali o tra le sentenze di tribunale. Dato che il panorama omosessuale non si rendeva chiaramente manifesto, Oliari ha deciso infatti di andare alla ricerca dei "fattacci": episodi di cronaca nera, delitti, scandali che hanno sbalzato l'omo delinquente al centro della scena pubblica. "Nell'Italia postunitaria - spiega I'autore - specie in seguito all'introduzione del codice Zanardelli del 1889, i reati omosessuali non erano perseguibili penalmente. La povertà dilagava, così molti stranieri, in gran parte nobili o molto ricchi, si recavano nel nostro paese per quello che oggi si chiama turismo sessuale". Ma il panorama gay in Italia, stando alle scoperte di Oliari, sembra essere molto più variegato e soprattutto inserito in un'ac­cesa diatriba tra clericali e anticlericali, che fomentavano o placavano gli scandali a seconda che il protagonista fosse o meno un "alleato".
Ne emerge un mosaico multiforme, costituito da 19 episodi. Tra essi, la condanna per due giovani gay, che nel 1884, a Genova, vengono denunciati per essere stati "uditi" nel loro rapporto sessuale al chiuso di una camera d'albergo, o il caso di alcuni fattorini telegrafici di Bologna, denunciati nel 1908 perchè, oltre ai telegrammi, si facevano portatori anche del proprio corpo. Altra vicenda quella dei  pompieri di Milano, nel 1909, "visitati" di frequente da assessori e dal fior fiore della nobilltà locale o la condanna di un colonnello per “atti immorali" sui sottoposti.
Tra le pagine anche delitti e fatti che all' epoca hanno monopolizzato le prime pagine dei giornali, come la condanna per prossenetismo e per pornografia del fotografo tedesco Plueschov nella Roma del 1907, i moti di piazza in tutta l'Italia, con morti alla Spezia, aggressioni fisiche ai preti per un sospetto di abuso sessuale da parte di un padre salesiano, l'uccisione del marito per vivere segretamente con la compagna con la quale si è nel frattempo, celebrato un auto-matrimonio.
Diverse anche le reazioni della gente comune e delle autorità, che accanto a più rari momenti di accettazione e tolleranza, mostrano il proprio biasimo verso atti di "libidine contro natura", "offesa al pubblico pudore", turpitudine innominabile". Atti commessi dagli "urningi", come si definivano allora i gay, affetti da un male immorale, e bollati, se al centro di uno scandalo, con una doppia colpa.
 


Alto Adige, 18 mag 06
 
In via Cavour saggio di Oliari
 
Merano. Dopo il buon risultato ottenuto al recente Salone del Libro di Torino, Enrico Oliari presenterà il suo saggio «L’omo delinquente, Scandali e delitti gay dall’Unità a Giolitti» venerdì 19 maggio alle ore 20.30 al Centro della cultura di via Cavour.
Come ha osservato Giovanni Dall’Orto, che ne cura la prefazione, con questo studio si è voluto colmare un vuoto nella ricerca storica sull’omosessualità in Italia. Oliari ha quindi riportato alla luce diversi casi di cronaca, conosciuti o meno, che fra la fine Ottocento e gli inizi del Novecento videro coinvolti gli “urningi”, come si definivano allora i gay. Il libro, che è un saggio, tratta quindi di fatti e di fattacci, i quali, spesso, vennero strumentalizzati.


Metto a disposizione i libri e le ricerche che ho scritto a titolo gratuito, dopo averne riacquisto i diritti. Hanno richiesto approfonditi studi presso archivi di Stato, tribunali e biblioteche: se vuoi contribuire con un'offerta libera, sarà un gesto apprezzato, utile a sviluppare nuovi lavori: per essere comunità noi gay, lesbiche e persone transessuali dobbiamo dimostrare di avere una nostra cultura, un patrimonio identitario.
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