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L'omo delinquente. Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti


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Indice

Torino 1884, Cassazione: due gay denunciati per… rumori molesti

Era il 1883 quando due giovani omosessuali, chiusi in una stanza d’albergo a Genova a godersi la loro intimità, furono denunciati e processati in base all’articolo 425 del Codice Penale del Regno per “reati contro natura”.

E siccome l’applicazione di tale reato richiedeva la concorrenza, se non di un abuso, almeno di un pubblico scandalo, magari in un luogo pubblico, i giudici si diedero da fare per… dimostrare la quadratura del cerchio.

Infatti ciò che rende particolare il caso dei due ragazzi liguri è che il tutto scaturì dal fatto non di essere visti, ma di essere sentiti nei loro dialoghi da un ospite dell’albergo che alloggiava nella camera attigua.

Quest’ultimo, certo di aver pizzicato i due rei in flagrante, chiamò la cameriera che a sua volta avvertì il proprietario dell’albergo e quindi le autorità di pubblica sicurezza.

Il 12 giugno dello stesso anno si tenne a Genova il processo di primo grado, dove i due imputati vennero condannati a tre anni di carcere.

Data però l’incredibilità del fatto di essere perseguiti sulla base delle testimonianze di chi udì dei dialoghi, ma non vide il rapporto sessuale, i due, Luigi De Barbieri e Antonio Marchese, decisero di ricorrere al giudizio di secondo grado, ma la Corte d’Appello genovese, riunitasi il 31 luglio, confermò la sentenza.

Come detto, il reato contestato era il 425 del Codice penale del Regno di Sardegna, il quale recitava:

“Qualunque atto di libidine contro natura, se sarà commesso con violenza, nei modi e nelle circostanze prevedute dagli articoli 489 e 490, sarà punito colla reclusione non minore di anni sette, estensibile ai lavori forzati a tempo; se non vi sarà stata violenza, ma vi sarà intervenuto scandalo o vi sarà stata querela, sarà punito colla reclusione, e potrà la pena anche estendersi ai lavori forzati per anni dieci, a seconda dei casi” (1).

L’Italia era stata unificata da poco e si sarebbe dovuto attendere il 1889 per avere il primo codice penale nazionale, il “Codice Zanardelli”, che, tra l’altro, abrogò il temuto articolo punitivo dei “reati contro natura”.
Nel frattempo veniva applicato il codice penale del Regno di Sardegna, ma, fatto curioso, ne erano esclusi i territori dell’ex Regno delle Due Sicilie.

Il De Barbieri sentiva comunque di essere vittima di una palese ingiustizia e delegò il suo avvocato a ricorrere alla Corte di Cassazione di Torino.

Il tempo d’attesa fu relativamente breve: pochi mesi dopo, il 28 febbraio 1884, il presidente della Corte Rossi poteva già rigettare il ricorso, con una sentenza che, vista con gli occhi di oggi, può apparire bizzarra.
 
La difesa mirava a dimostrare la non violazione, da parte dell’imputato, dell’articolo 425, dal momento che ci fu sì un rapporto intimo, ma non in concorrenza di un pubblico scandalo, poiché il rapporto si sarebbe consumato in un luogo privato.
Inoltre l’avvocato intendeva sostenere che, non essendoci stata penetrazione fra i due imputati, si sarebbe trattato non di un reato compiuto, ma, cosa meno grave, di un reato tentato.

Per il difensore

“Il fatto avvenne in una camera chiusa per modo che altri non si poteva entrare e quindi non poteva aver caso di parlarse (sic) di scandalo, poiché il fatto era accaduto in un luogo privato, ove era escluso il concetto della pubblicità. La corte dunque confuse i termini della questione, perché se l’albergo era pubblico, non lo erano le stanze assegnate a chi aveva preso alloggio in esse: cotesto errore cagionò un’erronea soluzione e trasse con se la violazione dell’articolo 425 precitato e reso nella sentenza per diffetto (sic) di motivazione” (2).

L’avvocato del De Barbieri passò quindi alla questione del reato tentato e non consumato, ovvero al fatto che gli imputati sarebbero stati condannati in base a una lettura superficiale dell’accaduto; essi infatti avrebbero contravvenuto un meno grave articolo del Codice di procedura penale, piuttosto che il 425 del Codice penale.
Intese dimostrare quindi:

“la violazione ulteriore dell’articolo 323 n. 3 del codice di procedura penale, perché mentre era stato dedotto come motivo d’appello  che tutt’al più sarebbesi trattato di reato tentato e non mai di reato consumato e mentre la resultanza (sic) della causa dimostra che l’atto sodomitico non fu compiuto,  la corte con una motivazione troppo laconica ed incerta, condannò il De Barbieri omettendo completamente di giudicare sul motivo sopraccennato (sic)” (3).

La Corte di cassazione di Torino tuttavia rigettò il ricorso, motivandolo con la seguente spiegazione:

“l’articolo 425 punisce l’atto contro natura a prescindere dal pubblico o privato. Vi fu scandalo in quanto quel fatto fu avvertito per discorsi fra il ricorrente e l’altra persona (Il Marchese, ndr) da un altro che ha affittato in attigua stanza  e dai quali potè comprendere l’atto turpissimo  che fra essi si commetteva  e si determinò ad avvisare la cameriera e il padrone per farli cessare, come avvenne, facendo questi intervenire, a proposito, il delegato di pubblica sicurezza: onde è chiaro che per quel fatto costituisse offesa al senso morale di chi lo conobbe, si verificò lo scandalo a cui accenna l’articolo 425 sopra citato e che la Corte poteva rettamente aver avuto luogo” (4).

Lo scandalo ci fu, quindi, ma mancava di stabilire se si trattò di reato commesso o di reato tentato:

“… la Corte di questa questione si occupò quando disse che dalla resultanza della causa era provato che l’atto di libidine compiuto dai due imputati e così anche dal ricorrente presentava gli estremi del reato di cui all’articolo 425 del codice penale e così del reato consumato; che se cotesto motivo fu espresso in modo assai succinto, ciò vuolsi attribuire all’essere già assodato per la costante giurisprudenza di questa Corte suprema e sì pure che quella di Firenze, che non solo l’atto sodomitico, ma qualunque atto inteso a cercare un compiacimento carnale al di fuori delle vie naturali, ed esercitare sopra persona dello stesso, o di diverso sesso, costituisce atto di libidine contro natura, quand’anche non susseguito da completo sfogo carnale, in quanto la legge non ha stabilito quali siano gli atti che costituiscono le varie fasi della esecuzione di sifatto reato e poiché nel caso la Corte ritenesse che il ricorrente introdusse il suo membro virile nell’ano del Marchese, e quindi che l’atto stesso fosse consumato, un sifatto giudizio, rimosso al criterio del giudice di merito, non può, in difetto di più questa disposizione di legge, essere contestato” (5).

Note:
1 - Giovanni Dall’Orto, Vittorio Emanuele II di Savoia (1820 –1878) - Codice penale per il Regno di Sardegna.- Sito internet di Giovanni Dall’Orto - www.giovannidallorto.com/testi/leggi/sardo1859/sardo1859.html.
2 - Corte di Cassazione d Torino, sentenza n. 185/8134 del 28/2/1884.
3 - Ivi.
4 - Ivi.
5 - Ivi.


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