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L'omo delinquente. Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti


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Indice

Monza, 1873: Padre Stanislao Ceresa e i "quarti di nobiltà"

"Perché mi desti un'anima
Che in tal fatal conflitto,
Vinta da forza indomita,
Precipita al delitto?
Perché, gran Dio, fra i triboli
Di questa trista valle,
M'incalzano alle spalle
La colpa e la viltà?" (1)

Con queste tristi parole padre Stanislao Ceresa iniziava il suo salmo di dolore, una triste e malinconica poesia scritta nella cella del carcere dove scontava la pena di dieci anni di reclusione.
La Corte d'Assise di Milano lo aveva infatti ritenuto colpevole del reato di eccitamento alla corruzione, commesso in più occasioni nel collegio di Monza di cui era rettore.

Lo scandalo che accompagnò il suo arresto fu di proporzioni colossali, non tanto perché aveva visto il coinvolgimento di un religioso conosciuto e stimato per i suoi interventi e per le sue opere letterarie: non era certo una rarità, come non lo è oggi, trovare un prete impigliato nella rete del reato a sfondo sessuale.
La gravità del fatto fu piuttosto determinata dall'alto lignaggio delle sue vittime, rampolli di famiglie nobili o dell'alta borghesia ospitati presso il collegio di Monza.

Giovanni Alberto Ceresa, nell'ordine barnabitico Stanislao, nacque a Lodi il 24 giugno del 1820 e fu sacerdote dotto e preparato nel campo della dottrina religiosa; scrisse alcune opere che al tempo ebbero una certa diffusione: Il sacerdote – Poesie (Besozzi 1850), La lotta del bene e del male (Boniardi, Milano 1861), La scuola cosiddetta dell'Avvenire e la poesia (Boniardi, Milano 1872).

La sua carriera e la sua fama di padre illuminato terminarono però bruscamente il 15 maggio del 1873:

"Una grave notizia corre per la città nostra, destando sensi di disgustosa sorpresa in molte famiglie. Il Procuratore generale del Re ha spiccato un mandato di cattura contro il Padre Stanislao Ceresa, Rettore del Collegio de Padri Barnabiti in Monza, accusato di atti turpissimi verso alcuni alunni affidati alle sue cure" (2).

Padre Ceresa era accusato di "eccitamento alla corruzione", reato previsto dall'articolo 421 del codice penale del Regno di Sardegna, con l'aggravante di aver mancato al suo dovere di incaricato della sorveglianza della moralità dei giovani ospitati nell'istituto monzese.
Non venne immediatamente arrestato, in quanto, forse colto da un comprensibile stato di panico, il prete barnabita si diede alla fuga e, per depistare le indagini, fece spargere la voce di essersi recato a Lodi.

La sua partenza non poteva non destare qualche sospetto, dal momento che era avvenuta poco prima che i carabinieri bussassero alla porta del collegio di Monza.
Chi aveva avvertito il padre dell'imminente arresto? Chi lo aveva aiutato nella fuga? Chi aveva collaborato nel "depistaggio" delle indagini, facendolo credere rifugiato a Lodi?

"Comunque, sia di ciò, fatto è che il Ceresa è ancora latitante; a questo proposito, tanto per soffocare, se è possibile, una maligna insinuazione, la quale vorrebbe che l'Autorità stessa non veda di mal occhio questa fuga…" (3).

Stanislao Ceresa fu invece individuato a Lugano, vestito in abiti borghesi; subito le autorità giudiziarie prepararono una rogatoria per ottenerne l'estradizione dal paese, cosa che però non fu necessaria in quanto padre Ceresa giunse di sua volontà a Milano, dove si costituì il 19 maggio alle 4:30 di mattina.

Le accuse che gli venivano mosse erano davvero pesanti, anche se la vera aggravante fu, probabilmente, l'aver coinvolto giovani di età compresa fra i 15 e i 21 anni appartenenti a famiglie blasonate e in vista, fra i quali il giovane principe Augusto Torlonia, i marchesi Ferdinando e Antonio Stampa, i conti Gaetano, Giovanni e Guido Piovene, i nobili Francesco e Luigi Litta Modigliani, il marchese Giovanni Raimondo Serpenti, il conte Giovanni Salazar, i nobili Taddeo e Gioacchino Wiel, il conte Ercole Gnocchi, il cavaliere Luigi Pestalozza, il conte Antonio Pollini, il cavaliere Ferdinando Tassati, il nobile Luigi Peregrini, il nobile Domenico Riva, il conte Carlo Negroni ed altri ancora (4) per un totale di venticinque convittori.

Il Consiglio scolastico provinciale chiese al ministero della Pubblica Istruzione l'immediata chiusura del collegio, anche se già i genitori avevano ritirato i loro figli dall'istituto dei padri barnabiti.

Stanislao Ceresa era insomma divenuto, agli occhi di tutti, il simbolo per eccellenza della perversione e del disgusto. Fu solo la morte di Alessandro Manzoni, avvenuta il 22 maggio, a distogliere l'interesse dell'opinione pubblica e dei giornali dal terribile scandalo.

Il 26 agosto iniziò a Milano il processo a porte chiuse contro il padre barnabita e, visto l'alto numero di persone coinvolte, ci volle più di una settimana per ascoltare tutte le testimonianze.

Per la Corte, padre Ceresa dal 1863 al 1873 si era abbandonato a "lubrici toccamenti o palpeggiamenti o movimenti delle parti genitali" (5) nei confronti delle sue vittime; aveva "mediante addentatura al nudo di una natica" eccitata la corruzione di alcuni di essi mentre erano in bagno o in camera; si era abbandonato a "carezze e baci lascivi"; aveva "lubricamente posto il proprio membro virile, già in orgasmo, coperto dal vestito, sopra un braccio che Benedetto Riva teneva disteso lungo la sponda del letto, nel quale questi giaceva"; aveva corrotto il giovane Michieli con "lubrici palpeggiamenti o con scosse all'asta virile o con simili palpeggiamenti alle parti deretane"; si era prodigato in "mossura degli occhi languidi nel toccare o palpeggiare", anche dopo la "confessione sacramentale" degli alunni; aveva corrotto il giovane Luigi Litta Modigliani "lubricamente palpeggiandolo alle parti pudende, o effettivamente manustuprandolo una o più volte fino alla polluzione, o asciugandolo all'uscire dal bagno, o baciandogli o stringendogli fra i denti l'orifizio anale, o con altri atti osceni, o con discorsi di lascivia"; ed ancora padre Stanislao era colpevole di "discorsi lascivi", "carezze sul nudo" e "intromissione della lingua in bocca" degli alunni.

Fatti che, scrivevano i giornali dell'epoca, erano gravi al punto di non poter essere riportati:

"Noi non crediamo di dovere riportare nessun brano, trattandosi di fatti tali che, si può dire col poeta, par che del puzzo il firmamento offendano" (6).

Il 2 settembre finalmente si arrivò alla sentenza.

"È introdotto il Padre Ceresa. Egli è profondamente abbattuto. Mentre il Cancelliere rilegge il verdetto, egli sta seduto, coprendosi la faccia con una mano, appoggiandosi alla cancellata di ferro che circonda il banco degli accusati. Di tanto in tanto si terge il sudore dalla fronte con un fazzoletto" (7).

Il Pubblico Ministero, vista l'evidente gravità dei reati, chiese per Ceresa il massimo della pena, ovvero dieci anni di reclusione, poiché sussisteva l'aggravante di aver mancato al suo dovere di tutore della moralità dei giovani e di aver compiuto abusi nei confronti di essi approfittando del suo ruolo di rettore del collegio.
L'avvocato Barral, difensore del padre barnabita, puntò sulla mancanza dell'intenzione dolosa e chiese una pena che non superasse i cinque anni di reclusione.

Stanislao Ceresa era depresso, amareggiato ed ovviamente si sentiva solo.
Una testimonianza indiretta del suo atteggiamento ce la dà il fustigatore Paolo Valera, riferendosi al caso del deputato De Cobain, scrivendo nel 1909 che

"… lo si è dovuto agguantare in Spagna, e al processo è stato un miserevole piagnucolone come il padre Ceresa, di scellerata memoria" (8).

Il giudice fu comunque inflessibile e lo condannò alla pena di dieci anni di carcere.

L'anno seguente venne respinta la richiesta di revisione del processo, presentata presso la Corte di Cassazione di Torino; il 23 maggio del 1881 un intervento di grazia da parte del re condonò al padre barnabita diciotto mesi di reclusione.

Lo scrittore e giornalista Felice Cavallotti azzardò nel 1882 una difesa morale del padre barnabita:

"Stanislao Ceresa non era nato per essere prete: quelli che lo consegnavano giovane, ardente, innamorato di ideali, al celibato dell'altare, quelli che, invece di una ragazza, gli inflissero in moglie la Chiesa, crearono un delinquente, assassinarono un uomo. Gridano sul loro capo le colpe e la condanna sua. …
Or quale altro, ben altro cantico, entusiasta e sereno, sarebbe sgorgato dall'anima di Stanislao Ceresa, restituito per tempo alla società che lo chiamava della sua gran voce! In quale atmosfera di luce purificatrice si sarebbero espansi gli istinti febbrili, le aspirazioni al bello e al buono che erano in lui" (9).

Il Cavallotti, che era deputato dell'estrema sinistra radicale ed aveva un carattere piuttosto frizzante (morì nel 1898 durante il suo trentatreesimo duello), voleva insomma dimostrare come i dettami della religione avessero influito negativamente su padre Ceresa, costringendolo a cercare nei suoi allievi una forzata espressione sessuale; a suo dire, se Stanislao Ceresa non fosse stato sacerdote, avrebbe avuto "sane" relazioni di carattere eterosessuale.

Una testimonianza su quanto accadde nel collegio dei padri barnabiti di Monza venne, qualche anno dopo lo scandalo, fornita da un ex allievo di quell'istituto, durante un interrogatorio: il Procuratore del re Ferriani, noto magistrato e autore di diversi studi di psicologia criminale minorile, scrisse in un articolo su "La scuola positiva" che:

"Quando lo interrogai sulla vita passata ne' Barnabiti sotto la direzione del Padre Ceresa mi narrò con un'abbondanza di dettagli osceni – pur simulando un'aria computa e addolorata – ciò che lì avveniva fra lui, altri giovanetti e il direttore e uscì con queste testuali parole: Sì, sì, signor Procuratore, il male nel sangue me lo infuse il Padre Ceresa. Ma che uomo era! Che mente, che cuore, che ingegno. Che orrore? Era un infelice! Se avesse visto que' momenti, non lo si riconosceva più. Si trasformava. Tremava tutto, nella voce vi erano de' singhiozzi. Lo assaliva come una specie di furore. Ci slacciava i calzoni con violenza, con frenesia" (10).

Stanislao Ceresa morì non appena lasciato il carcere, nel 1881.

Lo scandalo ancora non era stato dimenticato, nonostante fossero già trascorsi otto anni dal processo.
Il poeta e letterato Olindo Guerrini gli volle dedicare un verso:

"Quando, parce sepulto (11) il reverendo
Padre Ceresa inculcò la morale
Ai fanciulletti teneri
Le apparenze salvò certo tacendo,
chi in piazza lo portò fu il tribunale.
Sian nascoste le colpe – i cupi orrori
Dell'Averno son fiabe dei minchioni" (12).
 
E Felice Cavallotti – quasi un'epigrafe per una lapide:

"Stanislao Ceresa, padre barnabita – ingegno potente e natura ardente – condannato dalle Assise per attentati al pudore, pagato per più anni, nel carcere reclusionale – il suo debito alla umana giustizia, e uscitone per decreto di grazia del ministro Villa, non poté goderne, perché subito appresso pagava il debito alla natura" (13).

Foto:
1 - Felice Cavallotti.
2 - Il collegio dei Barbabiti di Monza oggi.

Note:

1 - Poesia di Stanislao Ceresa, in: Arturo Vecchini, Arringhe penali, Stampato in proprio 1910, Per Alfredo Adorni, p. 400. (Vedi trascrizione integrale)
2 - Cronaca e fatti diversi , "La Lombardia", 16/5/1873.
3 - Ancora del padre Ceresa,  "La Perseveranza", 20/5/1873.
4 - Si veda la sentenza della Corte d'Assise di Milano, 2/9/1873, Archivio di Stato di Milano.
5 - Per questo e i fatti seguenti, si veda la sentenza sopra citata.
6 - Senza titolo, "La Lombardia", 2/9/1873.
7 - Ibidem.
8 - Paolo Valera, Milano sconosciuta, Ed. La Folla, Milano 1923, capitolo "Gli invertiti a Milano", pag. 154. Valera (1850-1926) era giornalista e scrittore. Pubblicò originariamente lo scritto citato nella nota in I gentiluomini invertiti. Echi dello scandalo di Milano, Floritta, Milano 1909, col quale denunciò la "corruzione" nel Corpo dei pompieri del capoluogo milanese. Sulla vicenda si veda nel presente libro il capitolo "Milano 1919: scoppia lo scandalo dei pompieri".
9 - Felice Cavallotti, Il Cantico dei Cantici, Demarchi, Milano 1891, pp. 11-15.
10 - Lino Ferriani, Un caso di pervertimento sessuale, "La scuola positiva", III 1893, pp. 909-912.
11 - "Si abbia pietà per colui che ormai è stato seppellito".
12 - Olindo Guerrini, Giobbe serena concezione di Marco Balossardi, Treves, Milano 1882
12 - Felice Cavallotti, Op. cit., p. 11.


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