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L'omo delinquente. Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti


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Indice

Firenze, 1869: il deputato Cristiano Lobbia, troppo “guardato” dall’ex frate Giuseppe Lai

Il 27 agosto 1869 si svolse a Firenze un curioso processo.

La città toscana era allora capitale dell'ancora in fasce Regno d'Italia.
Molti garibaldini della prima ora si erano dati alla politica, Roma non era ancora italiana e si stava scavando il canale di Suez.

La vicenda vide coinvolti il deputato vicentino Cristiano Lobbia ed un ex frate fiorentino di trentatré anni, Giuseppe Lai.

Cristiano Lobbia era originario di Asiago, dove in occasione degli avvenimenti burrascosi del 1848 aveva costituito e comandato un corpo di 800 volontari chiamato “Legione Cimbrica”.
Fu in seguito generale delle Camicie rosse di Garibaldi, partecipò all’Impresa dei Mille e venne eletto deputato al Parlamento del regno nelle fila di Francesco Crispi.

Il 20 gennaio del 1869 il ministro delle finanze Cambray Digny propose una serie di tasse e gabelle con lo scopo di rimpinguare le magre casse del regno e ideò la creazione della “Regia privativa tabacchi cointeressata”, ovvero il Monopolio dei tabacchi, che richiedeva un investimento da parte di privati pari a 180 milioni di lire.

La proposta, che fu approvata dal Parlamento con 205 voti a favore e 161 contrari, diede luogo a dure polemiche, ad asti personali e ad accuse pesanti.
Si sospettarono bustarelle per i massimi rappresentanti del Governo e si mormorava che persino al re Vittorio Emanuele II era toccata una tangente di 20 milioni.

L’onorevole Lobbia intervenne duramente dai banchi dell’opposizione e sventolò, durante il suo discorso alla Camera, una busta che doveva contenere le prove della corruzione di alcuni suoi colleghi deputati.

Fu immediatamente decisa la costituzione di una specifica commissione, la cui prima seduta venne convocata per il 16 giugno.

La sera prima, però, avvenne un’aggressione verso il Lobbia, dalla quale il deputato, alto circa due metri e di robusta corporatura, ne uscì con una lieve ferita.

Una curiosità: cadendo a terra, il suo cappello subì un’ammaccatura che dava al copricapo un aspetto elegante e nacque così la moda del “cappello alla Lobbia”.

La miscela esplosiva delle sospette tangenti, dell’aggressione a Cristiano Lobbia, delle nuove tasse e del clima politico incandescente scoppiò con tutta la sua forza nel luglio del 1869 e provocò un’enorme agitazione nell’opinione pubblica.

Per la sinistra il Lobbia venne aggredito da un sicario mandato dal Governo con lo scopo di evitare la seduta del 16 giugno, mentre per la destra fu lo stesso deputato a sfregiarsi ed a inventarsi l’aggressione.

Certamente qualcuno aveva interesse nel vedere screditato e quindi reso inattendibile il deputato vicentino, ma è difficile stabilire se ciò che accadde pochi giorni dopo fosse del tutto casuale o se vi fu una manovra diabolica pensata da esponenti della maggioranza.

L’episodio, di cui ne diede ampia informazione il quotidiano fiorentino "La Nazione", sfociò in un processo per intimidazioni subite ad opera di un ex frate, Giuseppe Lai, in base all'articolo 362 del codice penale toscano, ovvero per minacce.

Era successo che la sera del 28 agosto l'onorevole Lobbia passeggiava per Firenze con l'amico giornalista  Cristiano Caregnato, quando notarono un uomo che li fissava.
Si trattava appunto del Lai.
L'ex frate, impiegato come custode presso la casa fiorentina di una donna prussiana, li superò e si fermò poco più avanti "a fare acqua", come raccontò in sede processuale, e a far finta di leggere una scritta sul muro.

Lobbia e Caregnato si tennero alla larga e continuarono a camminare per via del Giglio, ma videro che il giovane aveva ripreso a fissarli.

Andarono oltre, ma furono ancora una volta superati dal Lai, il quale imboccò via dell'Amorino, da dove sembrava ancora guardare i due e soprattutto fare strani gesti.

Il deputato e il giornalista chiamarono allora una guardia comunale che stava lì vicino e quindi due carabinieri, i quali, su ordine scritto del Lobbia, arrestarono Giuseppe Lai e lo rinchiusero in prigione fino a quando lo stesso deputato "non ne avrebbe fornito le motivazioni".

Il vespaio era ormai agitato: arringhe contro l'abuso d'ufficio del Lobbia il quale aveva fatto arrestare un libero cittadino, disquisizioni a favore del diritto di un deputato, sfuggito poco prima ad un attentato, di prevenirne un secondo.

Ci fu persino un testimone che disse chiaramente di aver avuto l'impressione che "Lai avesse avuto un mandato a farsi arrestare".

"La Nazione" riportò una descrizione dell'imputato:

"Egli ha sulla faccia il più potente e il più caratteristico tipo fratesco che abbia mai eccitato la licenziosa ilarità del buon Ralais.
Per lui è proprio il caso di dire che l’abito non fa il monaco. Ha un viso angoloso, smunto,  emaciato, colla  barba rasa e rinascente, baffi non lunghi, ma irti, orbite incavate, occhio spento quasi inebetito da mille sozzi e segreti vizi" (1).

In occasione del processo di Lobbia contro Lai vennero alla luce fatti nuovi; il presidente Cantini iniziò l'interrogatorio del Lai, il quale rispose sempre con tranquillità e sicurezza:

“Pres. Avete inteso quale è l’imputazione che si lancia contro di voi. Or ora risponderete. Intanto ditemi, siete mai stato membro di corporazioni religiose?
Imp. Sì signore, fui frate domenicano a San Marco dieci anni fa.
Pres. Rispondete adesso: siete accusato di aver col vostro contegno incusso grave timore a questo sig. dep. Lobbia. (Il deputato Lobbia fa segno che non è vero).
Imp. Ero anzi io che avevo paura, vedendo quel signore darmi dietro insistentemente.
L’imputato dà spiegazioni dell’impiego del suo tempo fino al momento in cui incontrò il dep. Lobbia.
Quando fui verso il caffè Parigi – egli dice - li guardai, essi mi guardarono e mi vennero dietro.
Pres. E perché li guardaste?
Imp. Sa… io sono solito..
Pres. E perché siete solito? Dite francamente la verità!
Imp. Io, quando sono fuori la sera solo, fisso un po' gli uomini.
Pres. Ma dunque è vero quanto diceste al Procuratore del Re, che voi avvicinate gli uomini per fini turpi?
Imp. Qualche volta, sa ella, trovando...” (2).

Mentre il processo continuava, emergevano teorie su teorie che spaziavano dal semplice equivoco al possibile ed oscuro ingaggio del Lai da parte di poteri occulti, con lo scopo di indebolire la figura del deputato.
Era infatti l'epoca in cui bastava collegare, anche lontanamente, il concetto di omosessualità ad una persona, per distruggerla nella sua immagine e quindi indebolirne la reputazione e l’attendibilità.
In quei tempi ci si riferiva all’omosessualità come a un "turpe vizio" o a un "male inenarrabile" ed era sufficiente il sospetto di rapporti equivoci per annientare un avversario politico.  

Massimo Consoli ricorda addirittura che l’idea di screditare personaggi politici scomodi facendoli passare per omosessuali o per pedofili era allora una metodologia tutt’altro che rara:

“Giorgio Bocca, bravissimo come sempre ed altrettanto come sempre informatissimo, nella sua rubrica “Il Cittadino e il Potere”, che cura settimanalmente su L’Espresso, ci informa di una particolare “strategia politica” giolittiana (n. 14 del 6 aprile 1875).
Giovanni Giolitti, capo del governo dal maggio 1892 al novembre 1893, poi leader della corrente non-interventista agli albori della Prima Guerra Mondiale, ancora al governo nel giugno del 1920 fino al 1 luglio dell’anno successivo, il “grande” Giolitti, dunque, quando non riusciva a contrastare con i fatti e con la dialettica un proprio avversario politico, gli metteva alle calcagna i propri scagnozzi fin quando il malcapitato entrava, per necessità fisiologiche, in una toilette pubblica, o di un ristorante, o di un vagone letto.
All’improvviso, gli veniva infilato nella “ritirata” un ragazzino sui dieci anni preventivamente istruito, che urlava, sbraitava, chiedeva aiuto, fino a far accorrere gente e, naturalmente, il commissario di polizia che si trovava “stranamente” nei paraggi, proprio lì vicino, che prendeva atto del “fattaccio”, delle testimonianze, della situazione “evidentemente” scabrosa, e relazionava a chi di dovere, a chi se ne sarebbe servito per rovinare l’uomo politico, per ricattarlo, per imbavagliarlo” (3).

Ed anche Del Boca, riferendosi specificamente al caso Lobbia – Lai, parla di una montatura costruita ad hoc:

“L’uomo, Giuseppe Lai, era un religioso domenicano espulso dal convento perché omosessuale. I verbali, tecnicamente, precisarono “dedito alla sodomia”. Aveva seguito quei due uomini – dichiarò – perché nel più giovane, l’amico dell’onorevole, gli parve di riconoscere uno con i suoi stessi gusti sessuali e credeva di proporgli un incontro ‘affettuoso’.
Va da sé che la vicenda era stata costruita ad arte. Se davvero il frate fosse stato un innocuo seduttore avrebbe chiarito subito le sue intenzioni con l’ufficiale dei carabinieri e avrebbe risolto senza chiasso la questione.
Invece Giuseppe Lai, le sue rivelazioni, aspettò a farle in pubblico, in modo da provocare il maggior chiasso possibile, mettendo in piazza circostanze personalmente imbarazzanti che l’avrebbero esposto al ridicolo” (4).

Torniamo tuttavia al processo, che continuava in un clima di curiosità e di ilarità.
Il presidente continuò nell'interrogatorio all’ex frate:

“Pres. Ma dite un po'... voi volete far credere che guardavate quelle persone per i vizi turpi. Se una di quelle persone avesse detto di sì, dove sareste andato?
Imp. Sarei andato secondo il suo pensiero” (5).

Da lì a poco il Cantini diede

“lettura di un rapporto che è impossibile riportare per onore di decenza. Basti mettere in chiaro la vita turpissima dell'imputato” (6)

e passò ad interrogare il deputato vicentino.

Cristiano Lobbia suo aggiunse, quasi contraddicendosi, di non aver trovato minaccioso il comportamento dell'imputato, ma di essersi sentito spiato da lui:

“Lo spionaggio prima dell'assassinio produsse l'assassinio; quest'altro spionaggio, cominciato dopo, mi fece temere simili conseguenze. E pensai bene di venire a capo della trama facendo arrestare la spia” (7).

I fatti erano sul tavolo del giudice ed i giornali poterono abbandonarsi liberamente all’opinionismo impregnato di un certo sarcasmo:

“Esaminato con un po’ di sangue freddo il contegno del Lai avrebbe fatto schifo, ma non poteva ragionevolmente dare spavento a nessuno, e molto meno a soldati, a deputati, a cittadini pieni di coraggio.
Non aveva altro in tasca che due chiavi e se ne serviva come ognuno può capire. Che arma è questa per assalire gente avvertita e avveduta?
E quell'ire e venire avanti e indietro, quel fissare e poi volger gli occhi, quel fermarsi e poi seguitare, quel porsi in atteggiamenti da Ganimede, che appigli danno per tener responsabile il Lai di minaccia contro l'onorevole Lobbia?” (8).

Anche il difensore di Giuseppe Lai, l'avvocato Alfredo Bicci, affondò il coltello nella piaga. Per lui l'imputato aveva

“attentato non alla vita, ma alla castità del deputato. Come temere chi vi si ferma accanto e vi provoca con occhiatine seducenti, e vi lascia passare e vi segue, poi affretta il passo e vi precede e sempre procace in volto e lascivo negli occhi? Come temere un frate zuccone che non nasconde in tasca che due chiavi?” (9).

Dopo un quarto d'ora di camera di consiglio, il tribunale di Firenze prosciolse Giuseppe Lai dall'accusa di minacce nei confronti del deputato Cristiano Lobbia, ma la polemica era destinata a rimanere accesa ancora per qualche giorno.

Lai era un omosessuale semplicemente in cerca di avventure o un “dedito a turpi vizi” (10) ingaggiato dagli oppositori politici per screditare Lobbia?

Il quotidiano “La Riforma” pubblicò il 31 agosto una lettera del deputato Lobbia in cui si lamentava sia del clamore suscitato, a suo dire voluto, sia della superficialità con cui venne condotto il processo. “Il Lai – riportò il quotidiano - non nascose le sue lascive consuetudini e furono provate”. 

L'opinione pubblica non discuteva d'altro.
Ancora “La Nazione” del 30 agosto:

“A noi però e a tutti i seguaci del più indiscreto degli apostoli, l’affare Lobbia – Lai parrà sempre quello che è realmente: un grottesco qui pro quo preso per effetto di fantasia riscaldata, la quale, siccome convertì in prove inconfutabili le ciarle da trivio racchiuse in due plichi, e con quelle arrestò i lavori parlamentari, e trascinò la Camera ad un’inchiesta indecente nel principio, illegale nel procedimento, assurda nelle conclusioni, oggi confuse in un assassino un Antinoo scappato dal chiostro e che gira le strade a raccattar clienti”.

È difficile oggi, anche col senno di poi, stabilire quale sia stata la verità; certo era il fatto che

“quale fosse l'individuo, non importa. Quale fosse, non lo sapeva nemmeno il deputato Lobbia quando lo fece arrestare. Era un cittadino che lo guardava; il deputato Lobbia lo faceva arrestare perché lo guardava”.

E, neanche a dirlo, le azioni dei Tabacchi passarono in pochi giorni da 152 a 676 lire.

Foto.
1- Busto di Cristiano Lobbia ad Asiago, parco delle Rimembranze.
2 - Firenze, via dell'Amorino.

Note:

1 - Cronaca giudiziaria, “La Nazione”, 28/8/1869.
2 - Ivi.
3 - Massimo Consoli, “Ompo”, n. 1, aprile 1975.
4 - Lorenzo del Boca, Maledetti Savoia, Ed. Piemme, Trebaseleghe 2003.
5 - “La Nazione”, 28/8/1869, cit.
6 -
Ivi.
7 - Ivi.
8 - Ivi.
9 - Ivi.
10 - Ivi.


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