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L'omo delinquente. Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti


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Indice

Torino, 1866, Cassazione: il rapporto omosessuale va comunque punito, anche se la querela è estorta o ritirata

Nel 1865 un giovane sedicenne di Brescia si recò all'ospedale per aver contratto un morbo le cui modalità di trasmissione non lasciavano spazio a dubbi.

Il medico che lo aveva visitato si premurò di informare il direttore del nosocomio del fatto che il giovane si era ammalato in seguito ad un rapporto omosessuale durante il quale era stato posseduto da un altro uomo.

Si trattava evidentemente di un reato, dal momento che l'articolo 425 del Codice penale del Regno di Sardegna (bisognerà aspettare il 1889 per il primo Codice penale italiano) puniva gli atti di libidine contro natura che davano scandalo, che portavano a querela o che venivano perpetrati con violenza; la pena prevista era piuttosto salata ed andava dalla reclusione per diversi anni ai lavori forzati.

Il direttore dell’ospedale si sentì quindi in dovere di informare l’autorità giudiziaria di quanto accaduto al giovane e subito iniziarono le indagini.

Ben presto si arrivò all’arresto del ventisettenne Palma Paterio, di professione muratore, “esposto dell’ospedale” (1) e dimorante anch’egli in Brescia, ma la preparazione del processo incontrò non pochi ostacoli.

Si riscontrò un primo problema nell’applicazione dell’articolo 425 del Codice penale stesso, dal momento che, se appariva indiscutibile il fatto che vi fu atto di libidine contro natura, altresì era palese l’estorsione della querela al giovane da parte dell’autorità inquirente; inoltre al rapporto sessuale non seguì nessuno scandalo e quindi le accuse mosse contro il Palma divennero da lì a poco traballanti.
 
Il giudice istruttore cercò in tutti i modi di convincere il ragazzo a presentare una querela ed a testimoniare contro Palma Paterio, con il quale aveva avuto sì un rapporto omosessuale consenziente, ma dal quale era rimasto infettato.

Bisognava tenere presente che il giovane, vittima o meno che fosse, era ancora minorenne.
 
Forse per aumentare la pressione psicologica sul ragazzo, venne convocato anche il padre e finalmente le accuse contro il Palma vennero messe per iscritto.

Il 19 dicembre presso la Corte d’Assise di Brescia si celebrò il processo che condannava il Palma a tre anni di reclusione, pena che l’imputato considerava ingiusta, dal momento che, a suo dire, la querela nei suoi confronti venne estorta al giovane, il quale, probabilmente, non aveva nessuna intenzione di denunciare l’amico.

Fino al 1859, solo pochi anni prima, in Lombardia vigeva il codice penale asburgico che, per punire gli atti di libidine contro natura, si rifaceva al paragrafo 129 e non prevedeva la necessità della querela da parte della persona offesa:

Ҥ 129
Sono puniti come crimini anche le seguenti specie di libidine:
La libidine contro natura, cioè
con bestie;
con persone del medesimo sesso.

§ 130
La pena è il duo carcere da uno a cinque anni. Se per altro nel caso della lettera b) il reo si è servito di uno dei mezzi indicati nel § 125 (violenza o minaccia, ndr.) …” (2);

Il Codice penale sardo richiedeva invece la concorrenza della violenza, della coercizione, della querela o del conseguente pubblico scandalo come una condicio sine qua non per punire il rapporto omosessuale:

“425. Qualunque atto di libidine contro natura, se sarà commesso con violenza, nei modi e nelle circostanze preveduti dagli articoli 489 e 490, sarà punito colla reclusione non minore di anni sette, estensibile ai lavori forzati a tempo: se non vi sarà stata violenza, ma vi sarà intervenuto scandalo o vi sarà stata querela, sarà punito colla reclusione, e potrà la pena estendersi ai lavori forzati per anni dieci, a seconda dei casi” (3).

Ritenendo la condanna viziata nella forma, il Palma si rivolse alla Corte di Cassazione di Torino, che si riunì in seduta il 21 aprile 1866 sotto la presidenza del giudice Bonacci.

Per prima cosa gli venne lanciato un chiaro messaggio che gli faceva notare come, dopotutto, la sentenza sarebbe stata mite, dal momento che, volendo, si sarebbe potuta dimostrare l’aggravante della violenza fisica nei confronti del giovane sedicenne:

“Atteso che nella fattispecie il ricorrente era accusato di avere a sfogo di libidine contro natura e con violenza abusato di un giovine sedicenne; e quel turpe fatto accompagnato dalle identiche circostanze di tempo e di luogo enunciate nell'atto di accusa rimase accertato dai risultamenti del dibattimento e dalla deliberazione dei giudici del fatto, escluso solamente il concorso della violenza.
Che perciò la disformità tra l'accusa e la dichiarazione dei giurati non versa altrimenti sull'essenza del fatto imputato, ma bensì sopra una sua qualità accidentale, sicché il fatto rimane pur sempre l'identico, salva una modificazione puramente estrinseca, d'altronde favorevole all'accusato.
Che dunque la Corte d'Assise eliminata anche la violenza, doveva giudicare come fece, secondo le emergenze verificatesi nel dibattimento inerentemente alla querela presentata dall'autorità giudiziaria sia tanto dal giovinetto offeso quanto dal padre di lui, querela della quale si fa espressa menzione nei motivi della sentenza di rinvio e nel corpo dell'atto d'accusa” (4).

I giudici stabilirono anche che non sarebbe stata rilevante la consenzialità del giovane:

“Che del rimanente se e fino a qual punto il predetto giovine potesse ritenersi compartecipe di quell'atto osceno stante l'esclusione della violenza da esso lui denunciata non è argomento da discutersi per la prima volta in sede di Cassazione” (5).

Per quanto riguardava la presunta estorsione al ragazzo della querela, la Corte informava che era pieno diritto e dovere del giudice istruttore invitare il giovane a presentare una denuncia nei suoi confronti, mettendolo al corrente sulla gravità di un reato tanto immorale e sui danni da lui subiti:

“Atteso che gli atti della causa fanno fede che il giovine offeso si presentò il 7. Agosto dello scorso anno davanti al Giudice Istruttore non per effetto di una formale citazione intimatagli e molto meno tradottovi in istato d'arresto come imputato di correità, ma di solamente dietro verbale avviso dello stesso giudice che voleva raccogliere informazioni sul fatto già denunciato dal Direttore dell'Ospedale di Brescia per avviare l'istruttoria non ancora intrapresa.
Che compiuta l'esposizione dell'abbominevole fatto ed esaurito per tal modo l'oggetto della sua chiamata, a questo non si arrestò, ma procedette oltre, pel risarcimento dei danni e per la punizione del colpevole.
Atteso ché così essendo la cosa, emerge chiarissimo la comparsa di detto giovine alla presenza del Giudice avergli bensì offerto l'opportunità e l'occasione di porgere una querela, ma non aver potuto esercitare una pressione qualsiasi sulla sua liberà volontà di querelarsi o tacersi” (6).

La Corte aggiunse inoltre che nell’ipotesi di annullamento della querela del giovane, sarebbe stato sufficiente tenere in considerazione la querela del padre per condannarlo.
Nell’ipotesi poi che il giovane ed a anche il padre avessero deciso di ritirare la querela, il Pubblico Ministero avrebbe comunque potuto procedere contro il Palma, dal momento che l’articolo 425 prevedeva la presentazione di una querela, non il mantenimento della stessa:

“A rintuzzare l'assunto del ricorrente basta che la querela si fa e il procedimento e il giudizio ebbero il loro compimento senza che ombra di dubbio si fosse elevata sulla di lei esistenza ed efficacia” (7).

Il ricorso di Paterio Palma venne così rigettato e l’imputato dovette scontare la pena in prigione.
 

Note:

1 - Abbandonato all’ospedale dai genitori al momento della nascita.

2 - “Codice penale austriaco”, 27/5/1852 – Capo XV. Milano, Imperiale Regia Stamperia, 1852.

3 - Codice penale per il Regno di Sardegna, 20/11/1859 – Libro II, Titolo VII, “Dei reati contro il buon costume”.

4 - Sentenza Corte di Cassazione di Torino, n. 288, 21/4/1866

5 - Ivi.

6 - Ivi.

7 - Ivi.



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