LE SPADE E LE FORCHE NELL'ISLAM
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consenso dell’autore.
Pride, gennaio 2002
di Carlo Tatti
In Arabia Saudita è stata eseguita il primo gennaio la condanna a morte per
omosessualità di Ali Bin Hattan Bin Assad, Mohammed Bin Sulemain Bin Mohammad e
Mohammad Bin Khalil Abdullah. Questo fatto ci ha ricordato che i diritti umani
dei gay nel mondo islamico, a cominciare dai paesi filo-occidentali come
l'Arabia Saudita, sono spesso barbaramente disattesi.
“L’Islam è ingiustamente descritto come barbarico, irrazionale, primitivo,
sessista, violento e aggressivo”. La conclusione di un convegno tenutosi qualche
anno fa a Londra, intitolato “Islamofobia”, sarebbe stata più convincente se
durante i lavori un attivista gay d’origine pachistana, intervenuto per
denunciare la violenza omofoba in molti Paesi a maggioranza musulmana, non fosse
stato circondato e malmenato da un folto gruppo di integralisti presenti
all’incontro, scatenati a tal punto da far temere il linciaggio.
L’episodio, citato dal sito londinese OutRage!, è in qualche modo indicativo. La
crescita impetuosa del fondamentalismo travolge la razionalità, fortifica i
pregiudizi, legittima l’intolleranza anti-musulmana agli occhi dell’opinione
pubblica. Ne fa le spese l’islamismo più moderato, che comunque a sua volta
considera negativamente l’omosessualità, con accenti non troppo diversi,
peraltro, da quelli delle gerarchie cattoliche più tradizionaliste, così che non
è parso fuori luogo qualche mese fa allo sceicco Yusuf Al-Qaradawi, decano della
facoltà di Shari’a (Legge divina) in Qatar e direttore del Centro ricerche sulla
Sunna (vale a dire la “tradizione profetica”) proporre durante un convegno
romano un’inedita intesa con l’Occidente cristiano: «Possiamo lottare insieme
contro ogni materialismo, ogni corruzione, contro l’omosessualità e i matrimoni
omosessuali».
Alcuni dati di fatto sono inoppugnabili. L’Islam sarà anche “descritto come
barbarico, sessista, violento…” del tutto ingiustamente, ma nella gran parte dei
Paesi cosiddetti islamici l’omosessualità è espressamente vietata e punita dalla
legge, in alcuni addirittura essere omosessuali può voler dire rischiare di
morire. Così, secondo il rapporto 2000 dell’Ilga (International gay and lesbian
association), se in una novantina di Stati del mondo i gay e le lesbiche sono
cittadini fuorilegge, i nove nei quali è anche prevista la pena capitale sono
tutti devotissimi ad Allah: Iran, Afghanistan, Cecenia, Yemen, Arabia Saudita,
Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Sudan e Mauritania.
Solo in pochi Paesi a maggioranza musulmana la normativa non ci è – teoricamente
– sfavorevole. Quali? Nelle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale le
vecchie leggi anti-gay eredità di Mosca sono state eliminate (in Kazakistan ad
esempio) o non vengono sostanzialmente più applicate. Ma soprattutto Tagikistan
e Uzbekistan subiscono una crescente influenza dell’Islam più radicale e la
guerriglia fondamentalista rischia di travolgere le autorità centrali, per
tradizione laiche. In Egitto l’assenza di normative esplicitamente omofobe non
impedisce l’intolleranza di Stato, come dimostrano i recenti fatti di cronaca: è
sufficiente accusare i gay – magari minorenni - di “satanismo” e “perversione” e
il gioco è fatto. D’altra parte la condanna religiosa è forte: nell'aprile 1994
l'allora mufti d'Egitto Mohamed Sayed Tantawi, emettendo una fatwa, esortò il
governo “a non permettere a chi si rivela omosessuale di avvicinarsi alla terra
d'Egitto”.
In Turchia, Paese che ha combattutto una lunga battaglia per la laicità, capita
che turisti gay vengano scacciati dalla polizia: pur in assenza di leggi
specifiche, l’atteggiamento dell’opinione pubblica e delle autorità è assai
contraddittorio e di volta in volta influenzato dai principi islamici, spiega
Repubblica. Un rapporto dell’Iglhrc (International gay and lesbian human rights
commission) inviato all’Onu cita le parole di un attivista turco del gruppo
Lambda Istanbul: “La polizia penetra arbitrariamente nei club gay, maltratta le
persone, arresta i transessuali e li rapa a zero, in certi casi li porta in
caserma per malmenarli”. Le successive denunce sono ignorate e gli ufficiali di
polizia accusati delle violenze – che a volte diventano vere e proprie torture –
sono semplicemente trasferiti. Tale situazione ha spinto Amnesty International a
dichiarare nel 1998 Melike Demir, una transessuale turca, “prigioniera di
coscienza”, in quanto più volte incarcerata a causa del proprio impegno civile.
La Demir, insieme ad altri sette transessuali, ha più volte presentato denuncia
per maltrattamenti subiti da poliziotti. Il 26 gennaio del 2001 è iniziato il
processo contro un commissario capo accusato di aver torturato Melike nel 1996 e
nel 1997. Eren Keskin, direttore della sezione di Istanbul dell’Associazione dei
diritti umani, aveva conosciuto quell’uomo qualche tempo prima e parlato della
questione: “Mi chiese – spiega la Keskin – perché mai mi proccupassi di queste
persone, che non sono esseri umani”.
Per continuare la breve carrellata degli Stati “tolleranti” (!): in Indonesia
l’atteggiamento sociale è sempre più influenzato della presenza del pensiero
integralista, in crescita impetuosa. Così capita di dover concludere che proprio
un cosiddetto “Stato-canaglia” condannato dalla comunità internazionale, l’Iraq
di Saddam Hussein, sia un’oasi di laicità e uno dei luoghi più tranquilli per i
gay dell’intero universo islamico.
Al di fuori di questi casi, l’omosessualità è drasticamente – e spesso
ferocemente – condannata. Bangladesh e Libia sono considerati moderati perché
puniscono i gay “solo” con – rispettivamente – sette e cinque anni di carcere.
“Se alcune delle vostre donne avran commesso atti indecenti portate quattro
vostri testimoni contro di loro, e se questi porteranno testimonianza del fatto,
chiudetele in casa fin che le coglierà la morte o fin quando Dio apra loro una
via. (…) E se due di voi (uomini, ndr) commettono atto indecente puniteli”,
recita il Corano. Le autorità religiose islamiche esortano alla messa in
pratica, la coincidenza tra precetto religioso e legge statale – tipica
dell’Islam - fa il resto. “Gli omosessuali dovrebbero essere afferrati, tenuti
in piedi, poi tagliati in due con un colpo di scimitarra, oppure gli si dovrebbe
tagliare la gola o la testa e bruciarne il cadavere – spiegava non molto tempo
fa, con dovizia di particolari, l’ayatollah Musavi-Ardebili a una platea di
studenti dell’Università di Teheran (lo cita tra gli altri il portale dei gay
musulmani http://filoumektoub.free.fr) – Oppure si potrebbe portarli sulla
sommità di un monte e buttarli nel vuoto, poi bruciarne le parti del corpo
rimesse insieme. O ancora si potrebbe scavare una buca, appiccarvi il fuoco e
gettarveli dentro vivi. Non ci può essere nessun tipo di pietà o compassione,
lode a Dio”.
Il caso iraniano è quanto mai significativo. Qui il fondamentalismo è nato, qui
per la prima volta è andato al potere, qui ha potuto consolidarsi per poi
espandersi in tutto il mondo musulmano, così che “l’ala liberale e tollerante
dell’Islam – spiega Peter Tatchell in un dossier per OutRage! – sebbene abbia
ancora un largo seguito, è sempre più messa sulla difensiva ed eclissata”. Non è
dunque una coincidenza che proprio l’Iran abbia il triste primato della
repressione violenta di ogni diritto degli omosessuali. Nei primi anni della
rivoluzione (Khomeini salì al potere nel 1979) 70 persone che tentavano di
organizzarsi in un’associazione gay e lesbica furono barbaramente trucidate: da
allora il terrore non ha più avuto fine. Difficile fare stime attendibili sul
numero di vittime di questa repressione, più di 4mila secondo quanto afferma il
gruppo di attivisti omosessuali iraniani in esilio “Homan”. Quel che è certo è
che la violenza ha avuto una forte ripresa a partire dal 1990, con la
decapitazione di tre gay nella piazza principale di Nahavand e la lapidazione di
tre lesbiche a Langrood. Nel 1992 circa cento omosessuali sono stati giustiziati
dopo un’incursione della polizia a una festa privata; non sappiamo come tali
condanne furono eseguite, ma i metodi più usati in genere sono la decapitazione,
il taglio in due con la scimitarra, la lapidazione, il rogo al palo e il lancio
da un precipizio o dal tetto di un palazzo. In Iran si può essere condannati a
morte anche per la reiterazione di reati minori rispetto alla sodomia, come la
masturbazione reciproca, mentre due persone dello stesso sesso sdraiate insieme
“per nessun motivo” rischiano una condanna a 99 frustate. “Un uomo che viene
sorpreso a baciare un altro uomo – spiega ancora OutRage! – merita invece 60
frustate. Queste frustate causano spesso danni agli organi interni, emorragie e
possono portare alla morte”. In questi ultimi anni, affievolitosi ogni slancio
della rivoluzione islamica e con il crescere di una minima società civile
“all’occidentale” che ha come punto di riferimento il presidente Khatami, la
situazione è solo parzialmente migliorata. Teheran ha anche quartieri borghesi
dove è possibile vivere un poco più liberamente, sempre che non intervengano i
pasdaran della rivoluzione con le loro improvvise scorribande violente. Ma le
autorità religiose non hanno modificato atteggiamento. L’ayatollah Ali Khamenei,
suprema guida spirituale iraniana, ha recentemente condannato senza appello
l’omosessualità, “sintomo della decadenza e della corruzione della cultura
occidentale”. Il giudice capo di Teheran, Morteza Moghtadai, giustificando le
condanne a morte ha ribadito che “la punizione religiosa per il deprecabile atto
d’omosessualità è la morte per entrambi”.
Tale precetto integralista è stato prontamente recepito nell’Afghanistan
talebano. Spiega ancora il dossier Iglhrc: “Per un’esecuzione, la corte islamica
afghana ha ordinato che tre uomini colpevoli di sodomia fossero portati sotto
una muraglia e questa fosse fatta crollare su di loro. La corte stabilì che gli
uomini dovessero rimanere così sepolti per 30 minuti, poi estratti dalle
macerie. Solo uno sopravvisse”. L’episodio risale a quest’anno, ma ve ne sono
molti precedenti. Un recente dossier sui “crimini dell’odio” curato da Amnesty
International fa qualche esempio: “Secondo alcune interpretazioni della legge
islamica, la pena per una relazione sessuale al di fuori del matrimonio,
compresi i rapporti omosessuali, può comportare fino a 100 frustate per una
persona non sposata e la morte per una persona sposata. In Afghanistan almeno
sei uomini sono stati giustiziati, in due diverse occasioni, nel 1998 e nel
1999, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di sodomia dalla corte talebana.
Anche in Cecenia il codice criminale basato sulla Shari’a prevede la pena di
morte per gli atti omosessuali”.
La situazione non cambia in Arabia Saudita, che pure è una tradizionale alleata
dell’Occidente. Proprio lo scorso primo gennaio il ministero dell’Interno ha
annunciato l’avvenuta decapitazione di tre cittadini sauditi – Ali Ben Hatan Ben
Saad, Mohamed Ben Suleiman Ben Mohamed e Mohamed Ben Khalil Ben Abdallah –
riconosciuti colpevoli di omosessualità. La corte che li aveva condannati, in
base alla Shari’a, aveva sottolineato come i tre fossero responsabili di
“sodomia, matrimonio tra di loro e incitamento alla pedofilia”, aggiungendo,
secondo quanto ha precisato un comunicato del ministero, che si trattava di
“recidivi”. Nell’aprile del 2000 fece scalpore la decisione di un tribunale di
Qunfada di condannare nove giovani uomini a 2600 frustate ciascuno a causa dei
loro “desideri deviati”: erano colpevoli in sostanza di travestitismo e di aver
fatto sesso tra di loro. Per la corte la pena andava comminata a intervalli di
15 giorni, per due anni; tra una fustigazione e l’altra i nove avevano così modo
di farsi ricoverare in ospedale. In più, li si condannava anche a quattro-sei
anni di carcere. “Questi brutali atti di tortura sono particolarmente choccanti
se si considera come l’Arabia Saudita sia un membro fondatore delle Nazioni
Unite e firmatario della convenzione Onu contro la tortura stessa”, spiegava nei
mesi scorsi Kamal Fizazi, responsabile Iglhrc per l’Asia Sud-Occidentale. E
Surina Khan, direttore esecutivo della stessa organizzazione: “La sentenza
saudita è stata un oltraggio”.
La Shari’a, la legge islamica, è applicata, oltre che negli Stati già citati,
anche in Bahrain, Kuwait e Qatar, mentre una legislazione anti-gay è presente in
Siria, Giordania, Oman, Algeria, Marocco, Tunisia e Libano, per citare solo
Paesi a maggioranza musulmana e che pure appaiono meno radicali. Amnesty
International cita il caso di un giovane gay siriano cui nel 2000 fu concesso
asilo negli Stati Uniti e che descrisse la sua adolescenza come “piena di dolore
e maltrattamenti”. Sostenne che nel 1994 fu trattenuto a scuola e poi rapito da
un insegnante poiché a detta di quest’ultimo “incarnava il peccato in questo
mondo”. Il ragazzo fuggì in Giordania, dove nel 1999 venne di nuovo aggredito
sessualmente. Quando sporse denuncia alla polizia giordana, venne schernito e
gli venne rifiutato ogni aiuto; ricevette anzi minacce di essere mandato “in
qualche posto terribile” se avesse di nuovo infastidito le forze dell’ordine.
Tentò il suicidio e poi decise di rivelare la propria sessualità ai genitori.
“Mio padre divenne furioso e cominciò a colpirmi e scalciarmi dicendomi che
stavo disonorando il nome della mia famiglia. Mi buttò sulla strada”. Ma queste
sono scene alle quali, forse, siamo un poco più avvezzi.
Ci è anche abbastanza familiare l’utilizzo dell’accusa di omosessualità come
strumento di discredito, ma non quando arriva alle estreme conseguenze. In
questo, ancora una volta, l’Iran si dimostra all’avanguardia, si fa per dire. A
Shiraz, nel 1992, l’accusa di sodomia travolse Ali Mozaffarian, un leader
musulmano sunnita (in Iran domina l’islamismo scita), che venne quindi
prontamente giustiziato. Senza arrivare a tanto, “i governi di tutto il mondo
hanno usato l’omofobia come strumento utile per distrarre l’attenzione pubblica
o per gettare dicredito o costringere al silenzio gli oppositori. L’accusa di
omosessualità è stata usata come pretesto per imprigionare politici avversari e
la tortura e i maltrattamenti sono stati usati per ottenere confessioni
necessarie al fine di sporgere denunce prefabbricate”, spiega Amnesty
International. Nell’islamica Malaysia, dove “rapporti carnali contro natura”
sono punibili con 20 anni di prigione e la fustigazione (ma in concreto nei casi
di arresto la condanna effettiva è, di solito, una multa o un breve periodo di
carcere), l’ex vice-primo ministro riformatore Anwar Ibrahim fu accusato nel
settembre 1998 dal premier Mahathir Mohamad di reati sessuali, corruzione e
minaccia alla sicurezza nazionale. Tre settimane più tardi, dopo che Anwar fu
arrestato, picchiato duramente e messo in cella d’isolamento, Mahathir lo definì
“un sodomita, incapace di governare il Paese”. Poco prima due persone vicine ad
Anwar, il suo collaboratore Munawar Anees e il suo fratello adottivo Sukma
Darmawan, erano state imprigionate con l’accusa di oltraggio. In carcere vennero
obbligate sotto tortura a confessare di essere stati sodomizzati dall’ex
vice-primo ministro. Dovettero subire tutta una serie di maltrattamenti
sessuali. Un altro uomo, Mior Abdul Razak, fu ugualmente accusato dei medesimi
reati contestati ad Anwar. I tre presentarono formale denuncia alla polizia per
quanto accaduto; Razak e Darmawan furono accusati di essere spergiuri, ad Anees
fu consentito di lasciare il Paese. Nel 1999 Anwar e Darmawan furono processati
per sodomia, la confessione di quest’ultimo venne presa per vera nonostante
questi testimoniasse come gli fosse stata estorta con la tortura. Nell’agosto
del 2000 entrambi vennero giudicati colpevoli, Darmawan fu condannato a sei anni
di carcere e quattro scudisciate, Anwar a nove anni, poi ridotti a due in
appello. In seguito alle proteste diffuse, l’ex capo della polizia indonesiana è
stato condannato nel marzo 2000 a due mesi di prigione per il pestaggio di Anwar.
“La sentenza – spiega ottimista il quotidiano Il Foglio - ha destato
preoccupazioni all'interno della comunità gay, poteva essere il primo passo
sulla strada di una generalizzata repressione dell'omosessualità. Così non è
stato. La polizia continua a ignorare i luoghi di ritrovo per gay, nonostante
l'Islam condanni l'omosessualità come una violazione della legge di natura. In
realtà, l'aver parlato di problemi sessuali per due anni, in occasione del
processo, ha reso popolari tra i malesi i temi della sessualità. Rari e poco
pubblicizzati erano stati in passato i casi in cui i tribunali si erano occupati
di omosessualità. Secondo i dati ufficiali, il 57 per cento della popolazione è
islamica e il dipartimento degli Affari islamici gestisce una sorta di polizia
dei costumi che può procedere ad arresti in caso di gravi violazioni dei
precetti religiosi. Ma ora molti commentatori e gruppi di cittadini chiedono
nuove leggi sulla sessualità, distinguono tra "cultura islamica" e "cultura
malese", e pretendono maggiore tolleranza. Un problema, per Mahathir, campione
della specificità malese ma anche dell'islamismo rigoroso”. Questi non si da
certo per vinto: proprio nelle scorse settimane ha spiegato senza mezzi termini
come “non ci sia posto in Malaysia per gli omosessuali, anche se sono ministri
di governi esteri in visita; saranno arrestati se violeranno le leggi contro
l'omosessualità in vigore nel Paese”. D’altra parte alcuni episodi confermano
che le sue non sono parole al vento. Nel gennaio 1997, quando già Mahathir era
al potere, Azizah Abdul Rahman, una ventenne che si era finta uomo per poter
sposare una sua coetanea, Rohana Mat Isa, a cui era legata da un amore saffico,
venne condannata a 21 anni di carcere.
Una sempre più forte influenza islamico-radicale si registra in alcuni Stati
africani (Nigeria, Senegal, Ciad, Somalia) e nelle stesse Filippine. In Somalia,
nel Puntland, due donne sono state giustiziate lo scorso febbraio: la loro
colpa, “comportamento innaturale”. Nel Sud delle Filippine, nell’isola di
Mindanao, una milizia musulmana terrorizza i gay picchiandoli, scacciandoli e
persino castrandoli. Nella vicina Indonesia, come già detto, la situazione
sembra in netto peggioramento. Lo Stato islamico più popoloso del mondo non ha
una legislazione anti-gay, ma la crescente presenza dei fondamentalisti – anche
armati – sta rapidamente rendendo sempre più difficile la vita alla timida e
spaventata comunità omosessuale locale. “Un elemento chiave per la protezione
della comunità Glbt dalla tortura – spiega sempre Amnesty International – è
mettere fine all’impunità di cui godono coloro che la attaccano”. Nel novembre
2000 un gruppo di circa 200 uomini armati irruppe in una sala di Giacarta, la
capitale indonesiana, dove si stava tenendo una conferenza su salute e
sessualità. Tra i circa 350 partecipanti c’erano anche rappresentanti di gay e
lesbiche. Almeno 10 persone vennero ferite e parecchie dovettero ricorrere a
cure mediche. I testimoni oculari spiegarono come la squadraccia fosse penetrata
nel palazzo delle conferenze terrorizzando i presenti con mazze, scimitarre e
bastoni di ferro. “Questo attacco – spiega Amnesty – ebbe luogo in un contesto
di sempre più frequenti scorribande dei gruppi musulmani radicali contro tutta
una serie di obiettivi come bar e discoteche (…) Il fragile e corrotto sistema
giudiziario indonesiano di solito non rende giustizia né alle vittime dei
crimini più comuni né alle violazioni di diritti umani. In questo caso, a quanto
sembra la polizia interrogò 57 sospetti, ma li rilasciò tutti in breve tempo
senza formulare alcuna accusa nei loro confronti”. Arrabbiati per il fallimento
nelle indagini, attivisti e avvocati di Giacarta hanno fondato un comitato
anti-violenza per lanciare la loro battaglia legale. “Quell’attacco ha
traumatizzato la comunità gay locale – ha detto ad Amnesty un organizzatore
della conferenza – Nessuno si sente più sicuro… I terroristi devono essere
assicurati alla giustizia per mostrare come quel tipo di violenza non sarà più
tollerata”.
Una pia illusione?
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