LE MIE INTERVISTE (continua)
FIGLI
DI UN DIO MINORE?
"Pride" di dicembre 2003
In un mondo, come quello gay, dominato dall'ossessione per la perfezione fisica, chi è meno che perfetto ha difficoltà a trovare un suo spazio… e partner. Figuriamoci se è "addirittura" un portatore dio handicap. Ecco cosa hanno da dirci i gay con handicap.
Immaginiamo di trovarci in una serata gay e di entrare in un’affollata discoteca gay, stracolma di giovani gay coi loro smaglianti sorrisi gay. Tutto è giovane, tutto è bello: a chi salterebbe in mente di chiedersi quale sia la causa di tanta perfezione?
La risposta è semplice: vi è una selezione, a volte naturale e a volte forzata.
Già, perché è logico non trovare in un locale gay, ad esempio, nonne o bambini.
Ma
è quasi "scontato" che non vi entrino nemmeno disabili in
sedia a rotelle…
I
disabili, persone di ogni età che di giorno sono “tollerati”, di
pomeriggio vanno “compatiti” e di sera divengono degli
“asessuati”.
Giovanni ha 26 anni, vive nella periferia della Capitale ed è costretto sulla sedia a rotelle dalla nascita. Il suo problema più recente è dovuto all’ottusità dell’Amministrazione pubblica che, avendo esaurito i fondi, ha ben pensato di togliergli l’accompagnatore.
“È
quasi impossibile frequentare un locale o un’associazione gay”,
racconta. “A parte il problema insormontabile delle barriere
architettoniche, vi è anche la difficoltà di trovare chi mi possa
accompagnare. Da quando non vengono più gli addetti del Comune, devo
cercare qualcuno che, dietro pagamento, mi accompagni. Figurarsi
chiedere di essere portato in un locale gay”.
Immagino quindi che sia difficile per un disabile vivere liberamente la propria omosessualità…
Ci
sono alcuni stereotipi che fanno vedere nel disabile una persona priva
di autonomia, incapace di prendere decisioni e da assistere in ogni
scelta. Senza contare, generalmente, che noi disabili siamo visti come
asessuati, persone che non hanno il dono della sessualità e spesso
della capacità di amare. Assurdo dunque pensare che un disabile possa
essere omosessuale.
Che
possibilità hai avuto di conoscere altri ragazzi gay?
In un mondo dove ci si sente seguiti con la coda dell’occhio e dove si viene forzatamente circondati da bigotti desiderosi di guadagnarsi il paradiso, l’omosessuale in sedia a rotelle viene facilmente isolato.
Da qualche tempo ho iniziato a chattare e grazie a internet ho conosciuto un ragazzo, che però non ha voluto continuare a frequentarmi proprio a causa della mia disabilità.
Poi
mi sono avvicinato a un’associazione gay e dopo il classico silenzio
che mi saluta, tipico di quando entro in un gruppo, ho partecipato a
una discussione sulla tolleranza.
Quello della “tolleranza” è un concetto facile da predicare, ma difficile da praticare. Quante volte nei gruppi gay si inneggia alla tolleranza? Eppure mille barriere culturali ed architettoniche sembrano impedire all’omosessuale disabile di prendere parte alla comunità omosessuale.
Alex, coetaneo di Giovanni, ha una storia parallela alla sua, anche se la causa della sua disabilità è diversa. Di origini partenopee, abita in una città del nord ed è cieco dalla nascita (sulla sua storia si veda http://www.giovannidallorto.com/lettere/vita/ciechi.html).
“Sono
una persona autonoma al cento per cento, ho un mio lavoro e vivo in un
appartamento: possibile che la gente continui a considerarmi in
menomato che ha bisogno di tutto?”.
Immagino che far convivere handicap e omosessualità sia una cosa difficile…
Nient’affatto.
Gestisco la mia disabilità in modo naturale, non mi pesa. Sono così
da sempre. Inoltre vivo la mia omosessualità con emancipazione:
l’ho confidato ad uno dei miei fratelli, il quale ha pensato di
portare il caso in famiglia, dove all’inizio ci sono stati problemi.
C’era chi diceva che dovevo andare da un medico, chi da uno
psicologo. Ora però le cose vanno meglio e presto verrà ad abitare
con me uno dei miei fratelli. Sono un po’ più riservato sul lavoro,
ma ritengo che ciò sia giusto.
Come
ti sei inserito nella comunità gay?
La chat mi ha permesso di conoscere nuovi amici e di confrontarmi con altri omosessuali. Purtroppo però, spesso, in chat vengono scritte cose non veritiere.
Poi
frequento le discoteche gay, ma ballando mi capita di urtare contro
gli altri ragazzi e spesso qualcuno rimane a disagio.
Il
fatto è che io sono uno a cui piace scherzare e ridere, ma in genere
ci si aspetta che io sia una persona non in grado di intendere e di
volere. Anche nell’ambiente gay infatti c’è chi pensa che i
disabili siano persone che necessitano di una continua assistenza,
mentre abbiamo raggiunto un alto grado di autonomia.
E
per quanto riguarda le relazioni individuali?
Come
ho detto, ho la sensazione che la gente attorno a me si senta a
disagio, che non si sappia come gestire la situazione in mia presenza.
Recentemente un amico gay mi ha addirittura consigliato di mettermi
con un altro ragazzo disabile, magari in sedia a rotelle per
compensare a vicenda i nostri handicap. Sono cose che ti lasciano di
stucco: come dicevo, è difficile essere considerati delle persone
autonome.
Qualche
tempo fa avevo avuto un’altra batosta: mi ero messo con un ragazzo e
le cose stavano andando bene, ma lui ha deciso di porre fine alla
nostra relazione perché non era in grado di convivere con la mia
cecità.
La
realtà, io penso, è che i ragazzi cercano il perfetto in tutto, il
bellissimo, il senza problemi, ma non hanno ancora capito che anche
noi siamo persone autonome. E come tali vogliamo essere considerati.
È
difficile stabilire quanti siano i disabili omosessuali italiani, ma
la questione è un’altra. È infatti fuorviante, se non inutile,
cercare a tutti costi di estrapolare percentuali e casistiche, mentre
è necessario e doveroso abbattere barriere culturali ed
architettoniche.
Per prima è sbagliato ritenere un disabile un essere con qualcosa di mancante, e quindi inadatto a frequentare compagnie e locali gay.
Ed è ancora peggio, come si può leggere dalla testimonianza di Giovanni, pensare che il disabile sia una persona priva di sessualità e magari incapace di amare.
Il fatto è che, consciamente o inconsciamente, il disabile ci mette a disagio, ed è proprio questa la radice da abbattere in ognuno di noi. Altrimenti si finisce col lottare contro la discriminazione dei gay e delle lesbiche, dei bisex e dei transgender, ma alla fine siamo noi stessi a sopportare, più che a tollerare, gli omosessuali disabili.
Vi è poi l’annosa questione degli ostacoli fisici che impediscono de facto al gay disabile di frequentare i locali di un’associazione o di una discoteca.
Di
leggi e leggine sull’abbattimento delle barriere architettoniche ce
ne sono a bizzeffe, sia di nazionali che regionali, sia di provinciali
che comunali, tutte caratterizzate dal fatto di non essere
costantemente ed abitudinariamente rispettate.
Il
fulcro del problema sta nella visione distorta che molti omosessuali
hanno della comunità gay e lesbica italiana. Troppo spesso si pensa
che il pianeta gay sia abitato da cittadini eternamente ventenni,
indubbiamente carini, coi vestiti alla moda ed il sorriso smagliante.
In realtà la comunità omosessuale è un estratto autentico della
società, dove vi sono giovani e vecchi, sani e malati, buoni e
cattivi.
E ben vengano le associazioni gay per disabili, ma dobbiamo tener presente che esse non devono trasformarsi in sottogruppi ghettizzanti e soprattutto non devono essere una scappatoia per chi pensa che per frequentare un ambiente omosessuale occorrano determinati parametri.
Quindi se un venticinquenne in perfetta salute ha il diritto di divertirsi con gli amici in discoteca, perché non dovrebbe averlo un suo coetaneo disabile?
ASSOCIARSI
AIUTA.
Era il 1993 quando quattro ragazzi gay decisero di dar vita ad una nuova associazione. Oltre al loro orientamento sessuale, avevano in comune il fatto di essere non udenti e quindi portatori di una disabilità che colpisce laddove il gay (e non solo) ha una necessità primaria per la socializzazione: la comunicazione verbale. Raffaele, Carlo, Salvatore, e Francesco diedero vita a “Triangolo Silenzioso”, un gruppo che nasce, come è scritto nel loro sito (www.arcigaymilano.org/triangolosilenzioso, email: triangolo.silenzioso@virgilio.it) perché “nella nostra società le lesbiche e i gay sordi soffrono di una doppia discriminazione”.
Purtroppo anche i non udenti sono spesso visti come "poveretti" con un compassionevole bisogno perpetuo di assistenza, e sono molti i pregiudizi che li accompagnano.
Ad esempio si pensa che il sordo sia muto, quando in realtà manca solo la padronanza del termine, o ancora che abbia una difficoltà di comportamento.
I non udenti sono persone normalissime, autosufficienti e con i sentimenti di tutti: La comunicazione verbale è sostituita dal linguaggio dei segni che è un metodo semplice ed apprendibile in pochissimo tempo.
Tant’è che il progetto di Triangolo Silenzioso consiste non solo nel dare una casa agli omosessuali sordi, ma intende coinvolgere quante più persone possibili per diffondere il linguaggio che permette anche ai non udenti di socializzare, ad esempio, in una qualsiasi serata in un locale gay.