Le mie interviste (continua)
8 ott 08
Intervista a Francesca Busdraghi: l'alto costo dell'identità
di Enrico Oliari
Fin
da quando ero bambino mi ero accorta che qualcosa non andava, che ero
diverso dagli altri. A quell’età non si sa nulla di identità sessuale, di
genere maschile o femminile. Viene tutto spontaneo, pian piano, predisposto
in modo preciso dalla natura; non si sceglie il proprio orientamento
affettivo o la propria identità di genere. E non stupisce neppure che vi
siano bambini che preferiscano integrarsi nei gruppi delle bambine, anche se
a scuola le suore insistevano che frequentassi i compagni del mio sesso e
spesso arrivavano punizioni. A dodici anni però sentivo l’insostenibile
presenza del mio membro maschile d a quindici la prima vera crisi, quando
comincia a cambiare il timbro della voce e a crescere la barba.
Fino a poco fa Francesca Busdraghi era un uomo. Persona dal carattere forte, decisa a farsi valere in un modo dove chi è determinato può fare ed ottenere molto. Oggi ha quarantacinque anni, un matrimonio alle spalle, una figlia di diciassette. Ed ha cambiato sesso, è una donna a tutti gli effetti.
Oggi ha 45 anni e si racconta con coraggio per A ripercorrendo la sua vita fra le paure e la volontà caparbia di affermare sé stessa..
Ho passato tutta la mia adolescenza a reprimere la mia femminilità, cercando di salvare le apparenze per non dare dispiacere ai miei… non potevo raccontare a nessuno di sentirmi donna, cosa che anche a me non era del tutto chiara. Pensavo di avere in me stessa una pulsazione sbagliata, qualcosa da reprimere, da allontanare.
Immagino che però qualcosa poteva trapelare, magari nell’ambito famigliare, nella cerchia di amici…
No, non era trapelato nulla, anche perché a 18 anni venni chiamata a svolgere il servizio militare. L’esperienza mi piacque molto, perché il regolamento e norme rigide mi aiutavano a gestire in me stessa il problema, a governarlo. Tant’è che decisi di studiare e ben presto proseguii la vita militare diventando ufficiale. Fu allora che mi sposai.
Non capisco: si sentiva donna e sposò un’altra donna?
Come detto, io reprimevo la mia identità di genere, cercavo di convincere me stessa di essere un maschio fino in fondo. Avemmo una figlia che oggi ha 17 anni e quando nacque fu il più bel giorno della mia vita. Il matrimonio comunque si arenò ben presto poiché non ero in grado di svolgere pienamente la mia parte da marito. Mia moglie scappò con un altro e rimasi sola, dal momento che portò con sé anche nostra figlia. Fu un momento difficilissimo, perchè se non sapevo essere marito al cento per cento, come padre lo ero ed a mia figlia ho dato un amore che non ha eguali.
L’esercito rimane comunque un ambiente forte, machista per eccellenza…
Lasciai l’esercito nel 1992 e cercai un lavoro nella società civile. Volevo un’opportunità per mettermi in gioco e per dimostrare le mie capacità agli altri e a me stessa. Ero convinta che distribuendo la mia energia nell’impegno lavorativo sarei stata in grado di tenere la mia femminilità sotto controllo. E così iniziai la scalata, prima in un’azienda e poi in un’altra ancora e così via. In breve tempo divenni quadro con mansioni superiori, sono esperto informatico.
Aveva quindi trovato serenità nell’ambiente di lavoro?
No, perché la mia femminilità continuava a spingere, era come un vulcano che voleva esplodere. Avevo seri preconcetti nei confronti delle transessuali ed avevo paura di imboccare quella strada: penavo che essere transessuale avrebbe comportato la prostituzione; non frequentavo il mondo transessuale, tuttavia nel 1998, grazie a internet, scoprii che era possibile vivere la propria femminilità in modo armonico, senza darsi alla strada. Feci una riflessione e decisi di accettare la mia femminilità, senza però rinunciare ad apparire come maschio. I problemi nacquero quando iniziai il percorso della transizione, ovvero quando iniziai a prendere gli ormoni: mi feci anche crescere i capelli, curai le ciglia, mi depilai. Da quel momento per me iniziò un periodo di inferno, con i colleghi che ridevano di me, che mi facevano battutine e da lì a poco persi il lavoro, cosa per cui oggi sono in causa.
E sua figlia?
Per lei iniziò un periodo difficile, ma che superò ben presto, dal momento che si tratta di una ragazza estremamente intelligente. Affrontai con lei l’argomento e fu in grado di capire. Con lei ho sempre avuto un legame molto stretto, è sempre stata la mia risorsa nei miei momenti difficili. Ovviamente all’inizio per lei fu un brutto colpo, ma seppe aprire il cuore; mi chiese di essere sempre me stessa, ovvero la persona premurosa ed amorevole che lei aveva come padre.
Fu lei ad aiutarmi a vincere le mie paure e ad aiutarmi nella fase dell’accettazione.
Cosa accadde?
A Lucca c’era la fiera del fumetto alla quale partecipavano anche i giocatori di Cosplay, dove in un intrattenimento di ruolo ci si traveste imitando i personaggi dei fumetti.
Tornai con mia figlia per l’edizione successiva ed io e lei ci travestimmo. Io da donna, ovviamente. Per quattro giorni avevo sperimentato un nuovo genere di vita e fu un successo sia per chi partecipava all’evento che per me, dal punto di vista personale.
E il percorso per diventare donna?
E’ la fase della transizione. All’inizio mi interessai presso un centro a Roma, città dove risiedo. Il protocollo ONIG (valutazione sanitaria, ndr.) prevedeva delle sedute di psicoterapia per poi iniziare a prendere gli ormoni e poi arrivare all’operazione; rifiutai di farmi vedere dallo psichiatra, perché mi sentivo e mi sento tutt’oggi una persona equilibrata. Dopo 9 mesi di tiramolla, decisi di andare a Genova, presso il centro DISEM (Gruppo della Neurofisiologia Clinica dell’Università di Genova, ndr.), dove venivano utilizzati i protocolli internazionali.
Iniziai ad assumere gli ormoni, ricordo perfettamente il giorno e l’ora: erano le 19.20 dell’11 luglio 2006; lo ricordo perfettamente, perché si tratta di una nuova nascita, di un nuovo punto di partenza. Poi il 6 luglio di quest’anno ho subito l’operazione.
Tutto liscio, quindi: ieri uomo, oggi donna…
Neanche per sogno. L’aver acquistato pienamente la mia identità di genere ha comportato una serie di problemi e di disagi: per cominciare ho perso il lavoro precario che avevo trovato, dal momento che il ricovero superava 20 giorni di malattia. Poi mia madre mi ha letteralmente voltato le spalle, sbattendomi fuori di casa proprio mentre ero degente all’ospedale. Di mia moglie neanche parlarne: non mi può vedere, mi odia perché sostiene che io abbia fatto del male a nostra figlia.
Addirittura durante il ricovero chiesi insistentemente di vedere la mia piccola, per parlare con lei e presentarmi come neodonna: si trattava di un mio diritto, lo aveva stabilito il giudice al momento del divorzio. Ebbene, mia moglie pretese di accompagnare nostra figlia e per tutto il tempo che la vidi non ci volle lasciare sole. Ma l’ho sentita al telefono e ancora una volta mi ha testimoniato la sua apertura mentale e il profondo amore che nutre verso di me.
Poi, se non si lavora non si guadagna ed i soldi sono finiti in fretta. E per una abituata agli stipendi da manager…
Sua figlia però oggi ha due mamme… cosa racconta al fidanzato o alle amiche?
Mia figlia non ha due mamme, ha semplicemente due genitori.
Problemi su problemi… lo rifarebbe?
Nella vita si può rinunciare a tutto, compresi i soldi e persino la libertà. Ma non si può rinunciare alla propria identità