Uomo per nascita, poliziotto per scelta, donna per caso
di Enrico Oliari
C’è
chi fa l’avvocato, c’è chi fa il falegname. Ma c’è chi fa un
lavoro rischioso e del tutto particolare: il poliziotto. E
c’è chi lo faceva, perché per poi rispondere serenamente
alla propria necessità di cambiare genere sessuale ha scelto
di lasciare la Polizia.
Vi
ho lavorato per trent’anni, per me è stata una seconda
famiglia – racconta Roberta
Bonelli, romana, età 51 -.
Entrai a far parte della Polizia
di Stato in quei terribili Anni di Piombo ed io stessa
provenivo dagli ambienti del Fgci, l’organizzazione
giovanile del Partito Comunista. Il 1977 era un momento
storico pieno di conflittualità e di contraddizioni, quindi
di dubbi, di incertezze e delle mille domande che l’universo
giovanile si poneva. Il liceo che avevo frequentato era uno
di quelli al centro della bufera, il Paolo Sarpi di via di
Santa Croce, dove furono individuati alcuni fra i cosiddetti
fiancheggiatori delle Brigate Rosse.
Oltre a ciò che mi accadeva intorno, era radicata in me
l’inquietudine di una parte della mia identità che aveva
preso come modello anche il genere femminile, in
contrapposizione alla personalità che dovevo esprimere
nell’ambito delle mie circostanze sociali. Con tutto ciò che
questo può comportare in termini di repressione del sé:
conflittualità, timori, fobie, interrogativi o, per dirla in
breve, disagio e difficoltà esistenziali che si aggiungevano
a quelle fisiologiche dell’età adolescenziale.
Avevo comunque maturato la mia intenzione di entrare in
Polizia, cosa non molto ambita in un’epoca di pericolo come
quella del terrorismo, tanto che la città era tappezzata di
manifesti che invitavano i giovani ad arruolarsi tramite
incentivi economici, i “premi di ferma” e di “rafferma”.
Il primo ottobre 1978 fui avviato al 59° Corso Guardie di PS
presso la Scuola di Vicenza, dove mi trovai con altri
compagni di corso, alcuni dei quali, come Maurizio Arnesano
e Rolando Lanari, persero la vita in servizio, uccisi dai
Nuclei Armati Rivoluzionari e dalle Brigate Rosse. A Lanari
è stata intestata la caserma del Reparto Volanti della
Questura di Roma.
Terminato il corso venimmo trasferiti proprio a Roma ed in
pullman, in prossimità della capitale, apprendemmo
dell’assalto delle Brigate Rosse a piazza Nicosia, presso il
Comitato Regionale della DC, e dell’uccisione di tre agenti
di Polizia.
Fui destinato proprio presso quel commissariato, ma forse
per la voglia di libertà e di conquistare la mia dimensione
di vita, forse per la mia incoscienza, mi sentivo al sicuro
da ogni paura.
Com’era la Sua vita lavorativa nella Polizia?
Ho
iniziato come agente a Roma, quindi venni successivamente
inviato all’allora 3° Reparto Celere di Milano. Un reparto
molto duro, sia come servizi d’istituto che come vita
sociale interna; praticamente si era accasermati 24 ore su
24. Fu nella città lombarda che, durante un servizio presso
la Squadra Mobile, vidi per la prima volta una persona
transessuale. Viveva purtroppo in un grande stato di
marginalità sociale, esercitava la prostituzione ed era
logorata dall’uso di sostanze stupefacenti, aveva perso
molti denti. Era il 1979.
Fui anche a Torino, presso la Criminalpol, ma, non appena fu
possibile, tornai a Roma a per frequentare un corso di
formazione presso la Scuola Tecnica. Mi specializzai in
telecomunicazioni e venni assegnata alla Questura de
L’Aquila, dove vi rimasi per diversi anni.
E’ in questo periodo che la polizia è stata interessata
dalla legge di riforma che le ha dato giuridicità civile.
Ed è in questo periodo, proprio con la nascita delle prime
strutture sindacali, che cominciai a svolgere attività di
tutela dei lavoratori. Fui eletta quindi nella Segreteria
Provinciale e nel Direttivo Regionale del Siulp.
Tornai poi a Roma nel 1986, presso gli uffici del Viminale
ed in seguito presso gli uffici del Capo della Polizia. Si
trattava di un ruolo molto delicato, dove la riservatezza
era essenziale: lì vi ho prestato servizio per oltre un
decennio e lì, relativamente alla mia qualifica, mi venne
poi assegnata la responsabilità di diversi uffici. Lavoravo
praticamente senza orario, ma con enorme soddisfazione
davvero.
Continuavo comunque anche con la mia attività sindacale
presso il Siulp, dove improntavo la mia azione
sull’accrescere ed ottimizzare l’efficienza del servizio
attraverso il benessere del personale.
Mi sono congedata da circa due anni, per motivi di salute,
con la qualifica di Sovrintendente Capo, dopo 30 anni di
servizio.
Una scelta difficile ma necessaria, immagino…
Ci tengo
a precisare che la scelta di congedarmi è stata mia. Prima
del 2000 ebbi un periodo di convivenza con una ragazza
durante il quale la mia conflittualità interiore si
intensificò. Io ho cominciato ad utilizzare abiti femminili
intorno ai 6 anni, ma durante questa convivenza presi a
sentire in maniera molto forte necessità maggiori, che oggi
comprendo essere connesse con il bisogno di realizzazione
quindi di riconoscimento sociale. Cominciai così ad uscire e
a ricercare anche rapporti sessuali con uomini e troncai il
rapporto con la mia convivente.
Mi misi quindi alla ricerca di aiuto, perché non capivo bene
cosa mi stesse accadendo e nel contempo avvertivo bisogni
che mi ponevano in conflittualità con quanto era considerato
convenzionale.
Chiamai il Mit di Bologna e fu Marcella Di Folco, da poco
scomparsa, a rispondermi. Mi rivolsi anche al Saifip, il
Servizio di Adeguamento dell’Identità Fisica e dell’Identità
Psichica, che era da poco istituito presso il S. Camillo di
Roma, ma senza riuscire a a fare il primo passo. Poi
telefonai alla “Linea Trans”, gestita da Leila Daianis
presso il Circolo Mario Mieli di Roma e fu lei che mi diede
un sostegno determinante. Oggi sono seguita dal Saifip, ma
nella Roma di allora, anche se stiamo parlando di una decina
di anni fa, mancavano del tutto i rifermenti culturali e
sociali per le persone transgender. Roma era piena di locali
e di strutture per gay, ma nulla per le persone transgender.
L’unico momento di svago e socialità era dato da
Muccassassina, il noto locale della capitale, prima al
Cinema Castello e poi al Palladium della Garbatella.
In seguito, con le molteplici possibilità di condivisione e
di conoscenza offerte da internet cominciò per me un periodo
durante il quale avevo iniziato finalmente a conoscere e a
confrontarmi con realtà simili e prossime alla mia: da
persone che si travestivano a persone che modificavano
stabilmente e definitivamente la propria identità di genere.
Acquisivo quindi anche una diversa conoscenza, scientifica
piuttosto che quella corrente basata su quegli stereotipi e
su quei luoghi comuni che mi avevano indotto a fobie, al non
accettarmi e quindi ad avere comportamenti impropri, estremi
ed abusati.
Grazie anche al confronto con le nuove generazioni iniziai
un lavoro di elaborazione culturale e di introspezione che
mi portò ad avere una consapevolezza di me più chiara e
corretta e quindi un modo più sereno ed equilibrato di
vivere i rapporti sociali.
Purtroppo le difficoltà sociali ed il fatto che le
problematiche connesse all’identità di genere sono
considerate ancora aspetti per i quali si può essere
congedati d’ufficio, sono aspetti che inducono le persone
come me a reprimere la possibilità di una piena e corretta
realizzazione, con tutto ciò che ne consegue in termini di
benessere personale, di rapporti sociali e quindi di
rendimento lavorativo.
L’essere poliziotto, ma con una personalità femminile, non Le ha mai causato problemi sul lavoro?
L’assunzione e la permanenza nel servizio di Polizia, come
in generale nelle forze di Polizia o in moltissime altre
attività lavorative, comporta una selezione anche attraverso
dei test psico-attitudinali che servono per indagare la
personalità del candidato.
Aspetti e problematiche connesse con l’identità di genere
però, diversamente dall’orientamento sessuale, sono tutt’ora
considerate condizioni patologiche e pertanto aspetti per i
quali non è possibile essere assunti o permanere in taluni
ambiti lavorativi come appunto le forze di Polizia.
Sono aspetti che una persona tende a nascondere. Io penso
che un datore di lavoro sapiente, intelligente e
lungimirante, in questo caso lo Stato, dovrebbe senza ombra
di dubbio preferire un dipendente sereno e soddisfatto
piuttosto che in perenne disagio e conflittualità
psico-fisica o psico-sociale.
La Polizia, specialmente di qualche anno fa, viene percepita
come un ambiente duro, machista. Le ha mai causato
difficoltà l’operare a fianco a fianco con i colleghi?
E’
una domanda che palesa le carenze conoscitive degli aspetti
e delle problematiche dell’identità di genere comunemente
diffuse. Così come non esiste un solo modo di essere donna o
uomo in generale o persona omosessuale in particolare,
parimenti non vi è un unico modo per il quale una persona
sia interessata da incongruenza dell’identità di genere. Vi
è chi avverte fin dalla nascita la conflittualità con il
proprio corpo, vi è chi sente il problema più avanti con
l’età.
Personalmente non ho mai avuto difficoltà nei rapporti con i
miei colleghi dovuti a quella parte della mia identità,
femminile nel mio caso, che non potevo manifestare.
In realtà il lavoro nella Polizia è un impiego come tutti
gli altri ed è sbagliato pensare ad un ambiente ultra
militarizzato e machista. Anzi, e posso dire che nella mia
esperienza lavorativa di “machi” non ne ho mai conosciuti.
Ho conosciuto piuttosto persone vere, con i loro problemi,
le loro virtù e le loro debolezze, come pure donne forti,
uomini deboli e viceversa.
Dopo 30 anni di servizio sceglie di affrontare la fase della
transizione: una scelta libera o un mettere a posto i conti
del passato?
Una
scelta dovuta, irrinunciabile, ma anche sofferta. Ed anche
il termine “scelta” è inappropriato. I margini per
esercitare il proprio libero arbitrio di fatto possono
diventare piuttosto ristretti e, come ho spiegato, a questo
passaggio esistenziale e sociale concorrono diverse
circostanze.
Una di queste è l’acquisizione di una chiara e corretta
consapevolezza di sé. Scevra e libera cioè da contaminazioni
pregiudiziali, da luoghi comuni e da stereotipi e dovuta
quindi al sapere scientifico.
Altra circostanza è la consapevolezza del fatto che abbiamo
una sola vita da vivere e che non c’è proprio nulla così che
abbia più valore che poterla vivere pienamente e
liberamente. E per “liberamente” intendo sciolta da
imposizioni e condizionamenti culturali che tendono a
uniformare l’umanità delle persone piuttosto che a
valorizzarne la diversità. Proprio così come la Natura
vuole.
La Polizia è un’istituzione amica o nemica dei gay?
La
Polizia, come qualsiasi altro ambiente sociale, riflette
prima di tutto la società nel suo complesso. Poi sovvengono
particolari aspetti a caratterizzare i diversi ambienti
sociali quindi i comportamenti e gli immaginari delle
persone, mutevoli in relazione alle diverse circostanze
sociali, socio-culturali e quindi storiche. Così in diverse
circostanze storiche o socio-culturali ogni ambiente sociale
ha avuto o ha un suo modello preminente che domina
l’immaginario collettivo in relazione a ciò che rappresenta
o si vuole rappresenti in quelle determinate circostanze
socio-culturali: il camionista, il medico, l’impiegato, il
poliziotto, ecc. In realtà ogni persona è prima di tutto
dotata di proprie caratteristiche uniche.
Le necessità o le aspettative reali o indotte dai
condizionamenti culturali portano ad uniformarsi ad un
modello sociale pre-esistente, predominante.
Così in molte polizie di paesi l’omosessualità e la
transessualità sono ormai solo due dei tanti possibili
aspetti naturali di una persona, spesso tutelati dagli
stessi ambienti lavorativi. Ora è la volta dell’Italia. E’
solo una questione di tempo. Perché da sempre il progresso
umano, scientifico e culturale, si è dimostrato
inarrestabile.
In Italia transfobia e omofobia rappresentano un’emergenza?
Transfobia e omofobia sono un problema civile: sociale e
culturale. E il loro livello in Italia non può essere
assolutamente accettabile.
Lei è mai stata oggetto di atti transfobici?
Mi è
capitato un paio di volte, in maniera evidente e violenta.
La transfobia però, come del resto anche l’omofobia,
assumono forme e modalità anche più deleterie di un
circoscritto atto di violenza fisica.
Secondo me non sono gli atti fobici in sé, sia si tratti di
transessuali che di omosessuali. Che sono poi quelli
conosciuti e manifesti.
Consideri che una delle mie battaglie consiste nel fare in
modo che vengano usati termini lessicali corretti: laddove
si parla di “transessualità”, io preferisco utilizzare
“identità di genere: le persone sono persone, non solo
sessualità.
Il Prefetto Manganelli ha voluto dare un segnale al Paese
inaugurando l’Oscad, l’Osservatorio per la Sicurezza contro
gli Atti Discriminatori: come vedi quest’iniziativa?
La
considero ovviamente un enorme passo storico del progresso
sociale e culturale dell’Italia.
Che potenzialità pensa debba sviluppare?
L’Oscad o più precisamente chi lo dirige, secondo me ha di fronte due possibilità di interpretazione dei compiti ai quali questo istituto è stato preposto: lasciare che sia un soggetto passivo oppure attivarsi facendo in modo che svolga un ruolo attivo. Mi spiego: l’Oscad può limitarsi a ricevere possibili segnalazioni di atti di discriminazione. Oppure avere un ruolo di vigilanza attiva, istituendo ad esempio nei vari uffici delle figure di riferimento alle quali il personale possa rivolgersi. C’è da considerare che la discriminazione da una parte può assumere forme e modalità subdole, d’altra parte vi possono essere difficoltà nel denunciarla anche da parte di chi è vittima. Aggiungo però che molto più importante sarebbe una particolare attenzione alla formazione quindi alla sensibilizzazione del personale e quindi corsi già dalla prima formazione e successivamente seminari specifici anche creando una cooperazione con le organizzazioni omo e transessuali. Si potrebbero interessare al progetto anche i sindacati di Polizia