L'ASSALTO AL CAMPANILE DI S.MARCO
Nella
notte fra l’8 ed il 9 maggio 1997, alcuni facinorosi pensarono di occupare
il campanile di S. Marco, a Venezia, per rivendicare la libertà
della Repubblica di Venezia (caduta nel lontano 12 maggio 1797, era Doge
Ludovico Manin). Si trattava di otto ragazzi armati di un fucile e di poco
più che erano arrivati in piazzetta dopo aver dirottato un ferryboat.
Dopo
aver sbarcato un mezzo camuffato da carro armato, forzarono la porta del
campanile e lì si barricarono con viveri e biancheria, in attesa
del 12 maggio, anniversario della caduta della Serenissima.
Nella
stessa notte io, Richard Lee di Bari ed altri due collaboratori, con i
quali mi trovavo a Venezia per preparare il Gay Pride del 1997, decidiamo
di fare due passi in piazza S. Marco sia per gustarci la piacevole serata
primaverile nell’armonia che solo quella città sa offrire, sia per
assaporare nei volti dei giovani quel variopinto cosmopolitismo che caratterizza
da secoli l’antica capitale della Repubblica di S. Marco.
Arrivati
alla galleria dei Mori, una delle principali entrate della piazza, veniamo
fermati da un tale con un mantello ed un cappello da pescatore, il quale,
fucile alla mano, ci intima di fermarci. Sarà stata l’abbondante
cena, il buon vino o l’ultrapoliticizzaazione di noi tutti che, fatto qualche
passo indietro, ci porta a reagire con la pretesa del diritto di passare
sul selciato antistante la Basilica in quanto cittadini che pagano le tasse.
Dopo
qualche attimo di esitazione scegliamo di portarci avanti ed ancora il
buffo omino armato (di cosa, si è capito poi dopo) ci minaccia dicendo
“Via, via, vi sparo”.
Poco
dopo vediamo arrivare dalla piazzetta uno strano carro e le perplessità
ci portano a chiederci se il comune di Venezia aveva organizzato la raccolta
delle immondizia i tarda serata, al fine di non turbare la tranquillità
e la spensieratezza dei turisti.
Improvvisamente
ci accorgiamo del cannoncino attaccato al mezzo ed ai turisti tedeschi
situati alle mie spalle che chiedevano delucidazioni, mi viene da ipotizzare
che l’esercito italiano allontana la gente per l’arrivo dell’acqua alta.
Chiamo
la polizia col telefonino e l’agente mi risponde solo di allontanarmi al
più presto dalla piazza. Gli ribatto che c’è modo e modo
per dirlo e che comunque non occorre puntare un fucile per allontanare
turisti e curiosi, ma lui insiste nel chiederci di lasciare al più
presto la piazza.
Tutto
si poteva pensare fuorché ad un atto terroristico dimostrativo,
tant’è vero che vedendo un tizio che filma il tutto con una comunissima
telecamera, io esclamo “ragazzi, ci stanno prendendo in giro: si tratta
di una candid camera”.
Avevo
appena pronunciato le parole magiche e quindi, facendo da parte l’uomo
col fucile (che naturalmente ritenevo finto), attraverso il sagrato della
Basilica passando a pochissimi centimetri dal mezzo blindato.
All’altezza
della biblioteca Marciana, la polizia (quella vera) ci invita a nasconderci
dietro le colonne e quindi ad allontanarci nel più breve tempo possibile.
Una
volta arrivato nelle vicinanze delle gondole al molo della la piazzetta,
inizio una serie di telefonate ai miei amici di Bolzano i quali, logicamente,
non solo non mi credono, ma addirittura mi addebitano qualche bicchiere
di troppo.
Il
tentativo mio e dio Richard Lee di rientrare nella piazza per opporci agli
occupatori viene fermato dalle forze dell’ordine e diversamente non poteva
essere, dal momento che pian piano ci si sta accorgendo dalle richieste
degli assaltatori di parlare col loro ambasciatore, che si tratta di tutt’altro
che di uno scherzo.
L’unico
giornalista (ANSA) che mi risponde al telefono, incredulo, in un primo
momento mi chiede se sono ubriaco e poi se anch’io mi reputo parte del
commando.
Il
giorno dopo i media ci informano dell’accaduto e ci chiediamo se davvero
avremmo agito in quel modo, sapendo che era vero il fucile dell’assaltatore
che ci intimava di fermarci e che comunque eravamo al centro di un possibile
scontro a fuoco.