FASCISMO (continua)
Per il bene della razza al confino il pederasta!
di Giovanni Dall'Orto
Due anni fa, concludendo un mio saggio sulla condizione omosessuale sotto il
fascismo (pubblicato in appendice a Bent di Martin Sherman), lamentavo la
mancanza di qualsiasi studio sulla repressione degli omosessuali durante il
Ventennio. In assenza di una repressione violenta ed evidente come quella
avvenuta nella Germania nazista (con deportazioni nei campi di sterminio ed
uccisioni in massa) gli storici “per bene” (e perbenisti) avevano avuto buon
gioco nel far finta di nulla: "Non esiste nessuna documentazione al proposito",
ripetevano.
Soltanto romanzieri e registi avevano osato affrontare l'argomento, come ad
esempio Piero Chiara ne Il balordo, o Ettore Scola nell'indimenticabile Una
giornata particolare.
Del resto l'iniziativa degli storici gay, che tante volte s'è sostituita alle
reticenze degli storici sedicenti “seri”, era frenata dalle difficoltà e dai
costi di una ricerca dei genere.
Non avrei perciò mai immaginato che, due soli anni dopo avere scritto quelle
righe, l'Arcigay sarebbe intervenuta, fornendomi preziosi “contatti” e coprendo
interamente le spese legate alla ricerca. In questo modo s'è riusciti ad
esaminare per la prima volta decine di fascicoli di omosessuali condannati al
confino fascista.
Lo svolgimento della ricerca
Negli anni passati l'Associazione nazionale perseguitati politici italiani
antifascisti-(Anppia)ha svolto un'impressionante opera di ricerca e
catalogazione dei circa 20.000 fascicoli personali dei confinati politici,
conservati presso l'Archivio centrale dello Stato a Roma.
Nel corso dei lavoro (conclusosi con la pubblicazione di due poderosi volumi
sull'argomento [2]) è capitato ai ricercatori di imbattersi spesso in casi di
omosessuali: invece di trascurarli, come avevano fatto finora gli storici
benpensanti, ne hanno preso accuratamente nota.
Scrupolo di correttezza storica che si è rivelato prezioso, rendendomi
possibile, utilizzando lo schedario dall'Annpia (messomi a disposizione senza
alcuna difficoltà) individuare ottantadue fascicoli sull'argomento. Senza
l'aiuto dell'Annpia avrei avuto bisogno di parecchi mesi di lavoro ininterrotto
per consultare, “alla cieca”, gli oltre millecento raccoglitori che compongono
l'archivio dei “confinati politici”. // [p. 15]
La relazione che segue (che per ragioni di spazio verrà divisa in due parti) è
frutto dei lavoro compiuto sui fascicoli personali.
Composizione del materiale
Va innanzi tutto detto che gli ottantadue fascicoli che gli studiosi possono
consultare rappresentano solo una minima parte dei materiale conservato presso
l'Archivio. La massima parte di esso è sottoposta ai vincoli del segreto, ed è
inoltre dispersa fra le oltre ventimila pratiche di “ammonizione” (comminata
agli omosessuali con maggiore frequenza dei confino), su cui nessuno ha ancora
fatto un lavoro di ricerca, e su cui pure grava ancora il segreto.
Queste limitazioni fanno sì che, con l'eccezione di una quindicina, tutti i
processi esaminati risalgano agli anni 1938-1939, quando gli omosessuali furono
classificati come
“detenuti
politici”, per effetto delle nuove leggi sulla “difesa della razza” che il
fascismo aveva promulgato scimmiottando quelle tedesche.
Viceversa, i fascicoli precedenti al 1936 sono classificati fra quelli per reati
comuni, e non sono consultabili li prima di settant'anni dalla sentenza. Ad
esempio, noi sappiamo [nel 1986] dai documenti d'epoca che nel 1927 numerosi
omosessuali veneziani furono inviati al confino, ma i loro fascicoli non
potranno essere studiati prima del 1997.
Lo schedario per argomenti dell'Archivio segnala anche la presenza di una
relazione della Questura sui “pederasti di Firenze”, ma poiché essa risale al
1940, non sarà accessibile prima del 2010!
Non basta: sui cinquantasei confinati presenti nel 1940 a S. Domino delle
Tremiti, ben quarantasei erano stati inviati dal questore di Catania, Molina,
che da solo mandò dunque oltre la metà dei confinati.
Per queste ragioni si potrebbe pensare che la ricerca svolta sia, in definitiva,
poco significativa.
Invece non è così. Una concentrazione temporale e geografica così netta mi ha
permesso di avere in mano un campione rappresentativo della realtà omosessuale
di una città italiana dei 1939 (Catania), di fronte al quale stanno nuclei di
casi da altre città (Firenze, Salerno), che possono fungere da “campioni di
controllo” e casi individuali più sparsi nel tempo (il primo caso di confino
politico ad omosessuale, l'unico per una donna che abbia trovato, risale al
1928) e nello spazio. Ciò rende sufficientemente completo il quadro dell'Italia
“diversa” dei periodo fascista.
C'è veramente di tutto: il contadino e il sacerdote, l'analfabeta e il
funzionario, il pedofilo e il prostituto, il meridionale e il settentrionale, il
travestito e la “velata”.
Complessivamente, credo che il campione a mia disposizione fosse veramente molto
ricco ed articolato, tale da fornire un'immagine che posso definire “completa”.
Reati politici o reati comuni?
È solo per un cavillo di definizione che ci è stato concesso di ficcare il naso
in vicende in cui non avevamo diritto di curiosare?
Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci: la risposta è no.
Le motivazionidella repressione contro gli omosessuali nel periodo esaminato
(ovviamente non posso pronunciarmi a riguardo degli altri anni) furono politiche
e nulla avevano a che fare con reati comuni.
Si ricordi infatti che il Codice Rocco (promulgato dal fascismo nel 1933, e
tuttora in vigore) non prevede l'omosessualità (fra adulti consenzienti ed in
privato) come figura di reato.
Nulla dunque, nelle stesse leggi fasciste, permetteva di considerare gli atti
omosessuali compiuti senza violenza o scandalo come “reati di diritto comune”.
Del resto le autorità fasciste sono esplicite nel dichiarare l'elemento politico
e ideologico della loro azione.
Ad esempio, nella cartella di Nunzio H. di Palermo, è contenuta una
comunicazione dei prefetto di Foggia che avvisa che quel confinato politico è
giunto alle Tremiti.
Il prefetto di Palermo gli risponde puntualizzando: “In relazione alla nota a
margine, informo che l'individuo in oggetto è confinato comune e non politico”.
Copia della comunicazione viene inviata anche al ministero dell'Interno.
Due settimane dopo, dallo stesso ministero arriva una secca smentita e nuova
puntualizzazione: “il confinato in oggetto è confinato politico e non comune”.
Del resto, le stesse motivazioni della condanna contro Nunzio H. (“delitti
contro la razza e le disposizioni di educazione dei giovani dei Regime”) sono
squisitamente ideologiche e politiche.
E così è anche nella maggior parte degli altri casi: don Enrico M. viene
condannato il 10 giugno 1937 “per aver svolto opera contrario con (sic) le
direttive dello Stato per la tutela della moralità”; Otello A., che gestiva una
trattoria in Eritrea, è condannato il 31 ottobre 1938 per “menomazione al
prestigio della razza, essendosi abbandonato passivamente ad atti di pederastia
con indigeno dell'Africa Orientale Italiana”. E si potrebbe proseguire sulla
stessa falsariga con decine d'altri casi.
Quello che il confino puniva qui non erano insomma azioni delittuose (come
potrebbero essere le attività mafiose, per cui era comminato il confino
“comune”) ma la semplice presunzione della “diversità”. Lo si nota ad esempio
nel caso di Barbaro M., che viene condannato l'8 maggio 1939 a ben cinque anni
di confino perché in paese (in provincia di Catania) “si dice” che sia
omosessuale, in quanto “veste in modo effeminato” e frequenta cattive compagnie.
Nessun atto preciso può essergli contestato: prove della sua “colpevolezza” sono
solo la vox populi, e un discutibile esame dell'ano compiuto da un medico che
sentenzia: “dedito alla pederastia passiva" (?).
Ancora più evidente il caso di Felice G., commerciante di Vercelli condannato a
tre anni il 27 aprile 1939. Di lui “si dice” che “abbia fatto proposte oscene ai
giovani e ai soldati che frequentano il suo esercizio invitandoli nel
retrobottega”.
Tuttavia “non si sono potuti raccogliere elementi concreti relativi alla
perversa attività del G”.
Non importa: è sufficiente che i carabinieri assicurino che “è opinione di molti
che lo stesso sia dedito ai rapporti omosessuali” perché per esplicito ordine di
Mussolini (sul fascicolo è stampigliato un timbro rosso: “presi gli ordini dal
Duce”) G. sia condannato al confino.
L'ineffabile questore di Catania
Se tutto questo non fosse ancora sufficiente, avremmo comunque l'appoggio del
sublime questore di Catania. Questi, preso da sacro furore, iniziò nel 1939 una
rabbiosa campagna contro i “pederasti”.
Per tutto l'anno imperversò in città e provincia, chiudendo le sale da ballo
frequentate dai “pederasti”, compiendo raid in case private, spedendo in una
botta sola al confino venti omosessuali di Catania o nove di Paternò, giungendo
a dichiarare persone “pericolosissime per l'ordine sociale” persino ragazzi di
18-19 anni!
Il lato più stupefacente di tale personaggio è senz'altro la sua stranissima
concezione dei l'omosessualità, che avremo modo di esaminare più avanti.
A giustificazione delle sue iniziative il nostro eroe si sentiva in dovere di
accludere ad ogni fascicolo un testo ciclostilato, in cui si lamentava che “nel
silenzio della legge” non si potesse “intervenire con provvedimenti più energici
perché // [p. 16] il male venga aggredito e cauterizzato nei suoi focolai”.
Per fortuna, aggiunge, “a ciò soccorre il provvedimento dei Confino di Polizia”.
In altre parole: il confino è usato dichiaratamente in sostituzione di una legge
anti-omosessuale che non esisteva nel codice penale italiano.
La relazione del questore di Catania
Ecco, per la gioia degli occhi, un brano dell'alata prosa dei nostro integerrimo
difensore della Razza:
“La piaga della pederastia in questo capoluogo tende ad aggravarsi e
generalizzarsi perché giovani finora insospettati ora risultano presi da tale
forma di degenerazione sia passiva che attiva, che molto spesso provoca anche
mali venerei.
In passato molto raramente si notava che un pederasta frequentasse caffè e sale
da ballo o andasse in giro per le vie più affollate; più raro ancora che lo
accompagnassero pubblicamente giovani amanti od avventori. ll pederasta ed il
suo ammiratore preferivano allora le vie solitarie per sottrarsi ai frizzi ed ai
commenti salaci; erano in ogni caso generalmente disprezzati, non solo dai più
timidi, ma anche da quelli che passavano per audaci o senza scrupoli, ma che in
fondo erano di sana moralità. Oggi si nota che anche molte spontanee e naturali
repugnanze sono superate e si deve constatare che vari caffè, sale da ballo,
ritrovi (balneari e di montagna, secondo le epoche) accolgono molti di tali
ammalati, e che giovani di tutte le classi sociali ricercano pubblicamente la
loro compagnia e preferiscono i loro amori snervandosi ed abbrutendosi.
Questo dilagare di degenerazione in questa città ha richiamato l'attenzione
della locale Questura che è intervenuta per stroncare o, per lo meno, arginare
tale grave aberrazione sessuale che offende la morale e che è esiziale alla
sanità ed al miglioramento della razza, ma purtroppo i mezzi adoperati si sono
dimostrati insufficienti.
I fermi per misure, le visite sanitarie, la maggiore sorveglianza esercitata
negli esercizi pubblici e nelle pubbliche vie, non rispondono più alla bisogna.
Perché infatti i pederasti fatti più cauti per eludere la vigilanza della
Pubblica Sicurezza ricorrono ad una infinità di ripieghi.
I più abbienti mettono su quartieri mobiliati con gusto civettuolo ed invitante,
i più poveri per spirito di emulazione e per non essere da meno, ricorrono ai
più disparati espedienti, non escluso il furto, per procurarsi i mezzi e mettere
anch'essi su una casa ospitale. Tutti poi, per vanità, per piccole gelosie,
menano vanto delle conquiste fatte, che tendono a mantenere a prezzo di
qualsiasi sacrificio.
I giovani per altro - quando non espressamente invitati - sono sospinti in
quelle case, alcuni dalla curiosità, altri dall'insidioso desiderio di fumarvi
gratuitamente una sigaretta, e tutti, dopo avere visto, hanno voluto poi
provare, sicché vi sono sempre ritornati. E tale presa di contatto, anche quando
non sfugge alla polizia, non può in ogni caso essere impedita, pur
prevedendosene gli sviluppi e le ultime conseguenze.
Ritengo, pertanto, indispensabile nell'interesse del buon costume e della sanità
della razza, intervenire - con provvedimenti più energici - perché il male venga
aggredito e cauterizzato nei suoi focolai.
A ciò soccorre, nel silenzio della legge, il provvedimento del Confino di
Polizia, da adottarsi nei confronti dei più ostinati, fra cui segnalo... ”.
A questo testo, uguale per tutti, il novello Catone aggiungeva poi caso per caso
salaci commentini, diversi per ogni sua vittima.
Le storie di tutti
La consultazione dei fascicoli dell'Archivio è stata per me un'esperienza umana,
oltre che storica.
Dalle lettere di supplica, le relazioni, le proteste, gli aridi rapporti di
polizia, emergeva in maniera nettissima un mondo di affetti negati, dignità
calpestate, slanci coraggiosi di affermazione dei proprio diritto alla felicità,
impauriti tentativi di “mettersi in riga” per evitare ulteriori persecuzioni.
Sono storie di mezzo secolo fa, ma sono ancora storia di noi tutti: è
impossibile leggere questi racconti senza trovarne almeno uno che assomigli alla
nostra vicenda.
Essi ci restituiscono la dimensione “collettiva” delle nostre vite individuali.
Una ricerca come questa, insomma, ha un significato che va al di là della
semplice curiosità, o peggio ancora della banale voglia di spettegolare sui
fatti altrui (passati o presenti non importa: esiste anche il “pettegolezzo
storico”). Rivelare, nero su bianco, in base a documenti inoppugnabili, come la
nostra società abbia per secoli ostacolato il diritto alla felicità dei gay,
significa controbattere alle accuse di quanti vogliono dare a noi stessi (ed
alla nostra presunta natura di “casi psichiatrici” o di “corrotti”) la colpa
degli elementi meno piacevoli dei mondo gay (la vergogna, il senso di colpa, la
doppiezza, il fuggire, il nascondersi).
Apriamo perciò insieme il fascicolo di alcuni “casi umani” particolarmente
significativi, per farci raccontare la loro storia, che è anche la nostra
storia.
Gli amori padani: Dante A.
“Nel giugno ultimo scorso [1938] veniva malmenato in una via centrale di B.
[paese in provincia di Piacenza] il sarto Dante A. (…); e la popolazione
apprendeva con soddisfazione la notizia, perché tale episodio era stato
determinato da un tentativo di corruzione e da atti di libidine violenti
commessi dall'A. in persona dell'Avanguardista Franco F.” [un adolescente
minorenne].
Con questo inizio degno di un “romanzo gotico” si apre la relazione della
Questura di Piacenza sul caso di Dante A.
Dopo questo pestaggio pubblico (su cui ci si era ben guardati dall'indagare) il
nostro non aveva però desistito dalle sue “losche voglie”, attirandosi guai
anche peggiori.
Spinto da gelosia aveva infatti scritto una lettera, o per meglio dire,
“aveva cercato di menomare la reputazione dei dott. T. A., al quale aveva
inviato lettera di contenuto offensivo e con chiaro invito a non frequentare il
Franco F. perché, a suo dire, gli apparteneva”.
Purtroppo Dante A. si era trovato di fronte a un rivale in amore troppo potente
per lui:
“In effetti il dott. T., essendo ufficiale della Gioventù Italiana del Littorio,
trattava con speciale simpatia l'Avanguardista F. perché giovanetto sveglio ed
intelligente”.
A riguardo del dott. T. la questura dimostra una strana deferenza, a tutto
scapito, si direbbe, della difesa dell'integrità morale dei “povero” Franco F.,
affidato a troppo premurose cure:
“Anche sul conto dei dottore corrono da tempo dicerie di omosessualità; però
nulla è emerso nei suoi riguardi, mentre d'altro canto egli gode in paese di
stima e rispetto”.
Strano atteggiamento, visto che per simili “dicerie”, come abbiamo visto,
molti altri furono mandati senza problemi al confino!
Fra questa potente “velata” e lo sputtanato sartorello trentenne, peraltro “non
iscritto al Partito Nazionale Fascista” la scelta fu presto fatta,
“ravvisando l'opportunità che A. venga allontanato da B., dove potrebbe
rinnovare le sue luride gesta, corrompendo anche altri ragazzi”.
Quale documento a suo carico viene acclusa una lettera d'amore, che
riproduco in parte per la tenerezza e la tristezza che la pervade:
Aldo Rossi - ''Il saluto dell'avanguardista'' - 1935
"Caro Franco,
perdonami se ti mando questa lettera, non posso fare a meno, ò conosciuto la tua
sincerità. // [p. 17]
(...)
ò visto che sei passato oggi in bicicletta vicino e questo mi fa molto piacere,
continua a passare Franco così il mio cuore si calmerà un pochettino di
soffrire.
Franco non puoi immaginare il dolore che provo pensando le belle serate passate
in tua compagnia, e un vago rimpianto, un desiderio di rinvocare questa felicità
si fa in me sempre più crescente.
Ricordo quando ti baciavo, alla tua bocca esangue tu pure mi restituivi i tuoi
baci: io sento veramente di amarti sino alla follia, ti amo ti amo te lo vorrei
esprimere a voce, il mio sentimento, ma giacché non posso mi accontento di
ripetertelo qui, ti amo come il poeta ama la natura, ti amo come l'ape ama il
fiore dal quale sugge il nettare che le dà la vita.
Passo le notti insonne pensando continuamente a te; i tuoi occhi neri che sanno
così ammaliare, il tuo carattere umile e così buono, così gentile io ti ricordo
sempre mi sei restato veramente impresso nel mio cuore. Spero col tempo di
rinnovare ancora il nostro amore, e di riabbracciarti come nell'ultima volta,
avrei ancora tante cose a dirti, ma quando penso che dobbiamo troncare il nostro
amore causa della gente mi si riempie l'animo mio di una tristezza in finita.
Saluti in finiti - e baci tanti.
Dante”.
Gli amori siciliani
Quale potere avesse a quell'epoca la pressione sociale, al di fuori degli
strumenti legali di pressione, lo abbiamo appena visto.
Un “buon” pestaggio in mezzo al paese (benché non previsto dal Codice penale),
poteva essere altrettanto efficace (e sputtanante) di un arresto.
Dove però il “cosa dirà la gente?” raggiungeva la massima efficacia era in
Sicilia, dove la maggior parte della popolazione era ancora legata ai
tradizionali concetti di “onore”.
Il caso in cui è meglio evidente il potere delle pressioni sociali è quello di
Orazio L., un ragazzo di 20 anni, figlio di genitori poverissimi che, come si
usava fare in passato, lo avevano mandato a studiare in seminario perché si
“facesse una posizione”, per poi aiutare la numerosa famiglia.
L'arresto compromette questo “investimento economico”, stroncandogli sul nascere
ogni possibilità di carriera come insegnante, e al tempo stesso attirandogli
l'ostracismo di quanti lo conoscono.
Cosa significasse l'ostracismo Orazio L. lo sperimentò allorché, al confino
delle Tremiti, chiese l'autorizzazione a scambiare corrispondenza con alcune
persone. Nessun problema ebbe per quel che riguardava la madre, la nonna ed una
zia.
Ma, al di fuori di questa cerchia, nessun altro gli volle scrivere: uno zio, da
Tripoli, comunica che “non gradirebbe tenere corrispondenza epistolare coi
proprio nipote”; don Giovanni M., sacerdote dei seminario in cui Orazio L. aveva
studiato, dichiara che “non intende tenere corrispondenza col confinato in
oggetto”, mentre un tale duca Salvatore di M. afferma che “non conosce e non ha
mai avuto relazione coi confinato in oggetto”.
Sapendo come va il mondo, non si può fare a meno di pensare che negli ultimi due
casi si trattasse di probabili ex amanti di Orazio che per viltà lo
abbandonavano (al solito) nel momento del bisogno.
Come se non bastasse al povero Orazio fu negato il permesso di corrispondere con
una zia che abitava in Francia, Paese ormai ai ferri corti con l'Italia. Era
l'isolamento, la morte sociale e civile.
Lo stato di abbattimento che doveva provare, il peso dei “disonore” che il suo
arresto aveva gettato sulla famiglia, sono espressi dolorosamente in una
richiesta di grazia spedita dalle Tremiti il 6 ottobre 1939:
"Onorevole Ministero
È da otto mesi che sospiro la libertà tutti i giorni, in tutte le ore, in tutti
i momenti....
Quattro lunghi mesi di prigione, pene, vergogne e, di più grave, una manata di
fango sul viso di quattro sorelle e tre fratelli e dei miei onestissimi
genitori.
Perché tutto ciò? Perché, sei anni addietro, per la prima volta uscito da
collegio per villeggiare insieme ai miei, un disgraziato mi costrinse a fare ciò
che ora avrei abborito [sic].
Poi ho fatto altri sbagli. Ma terminate le vacanze sono ritornato in collegio,
da dove mi sono licenziato sei mesi prima del mio arresto. Là ho potuto dare
prova della mia condotta.
(…)
Mio Padre, povero operaio, fece enormi sacrifici per mantenermi in collegio,
avendo una nidiata di figli tutti più piccoli di me. Sono il maggiore, ed ero la
più grande speranza della famiglia. Da me i miei poveri genitori speravano il
primo aiuto per il sostentamento di altri sette fratellini.
Ed ora, immagini questo Onorevole Ministero il cordoglio del mio amato genitore.
Quale disonore per lui!
Confinato per cinque anni! Cinque lunghissimi anni! Mi viene d'impazzire solo al
pensarci.
È il tempo che dovrebbe prepararmi l'avvenire. Dovevo scrivermi all'Università
in lettere. Qui, in quest'inerzia che mi avvilisce, lontano dalla società, cosa
poss'io fare di bene? Più tempo passa e più divento cupo, triste ed apatico.
Posso dire che anche le mie facoltà mentali sono in un profondo letargo. La sola
libertà le potrebbe risvegliare. Ho fatto domanda per ottenere il permesso
d'impartire lezioni, e non mi è stato concesso, perché confinato.
Sono tanto stanco. Per quanto tempo dovrò subire tante umiliazioni? Se sbagliai,
in un caso come il mio, a quindici anni, chi non avrebbe sbagliato? A vent'anni
sento la dignità e l'orgoglio del mio essere e giammai mi potrei sozzare in
codesto fango.
Onorevole Ministero, desidero il proscioglimento, perché voglio servire la
patria, come l'ha servita mio padre nell'ultima grande guerra. Desidero il
proscioglimento per cancellare la macchia del disonore dalla fronte della mia
famiglia. Non ho portate, non ho conoscenze, spero in Dio e nella benevola
considerazione di questo Onorevole Ministero.
Il solo proscioglimento dal confino per andare a fare il servizio militare, e
poi ritornare in seminario a menare una vita per sempre ritirata, è l'unico
mezzo per riparare lo scandalo e il disonore alla mia famiglia. Questo mi preme
e mi fa soffrire più della libertà perduta. Rinunzierò tutti i piaceri della
vita, anche i più leciti, farò la carriera ecclesiastica a costo di grandissimi
sacrifici, per l'onore della mia famiglia, per la Patria e per me.
Si degni questo Onorevole Ministero prestar fiducia a quanto ho detto e mi dia
la consolazione che non mi passi più tempo, per me molto prezioso, in un ozio
che opprime tanto l'anima mia”.
La fine della storia
Con una secca nota l'“Onorevole Ministero” informa però: “la domanda in
oggetto non è stata accolta”.
Nel fascicolo di un altro confinato ho comunque trovato parte del seguito della
vicenda: rimandato a casa assieme a tutti gli altri omosessuali il primo giugno
1940, Orazio L. era stato sottoposto a due anni di ammonizione (che comportava
fra l'altro il divieto di allontanarsi dalla propria abitazione).
Dopo un anno era fuggito per andare a rinchiudersi in un monastero a Roma o
Firenze; nel 1941 figurava nell'elenco dei ricercati dalla polizia.
Dopodiché, più nulla sappiamo di lui.