FASCISMO (continua)
Credere, obbedire, non battere!
di Giovanni Dall'Orto
Faccetto nero
Non tutti i documenti sono nettamente drammatici quanto quelli pubblicati nella
prima parte di questo studio. In alcuni casi si riscontrano elementi comici, o
addirittura boccacceschi, che non possono non strappare un sorriso (magari di
simpatia).
Prendiamo ad esempio Otello A., gestore di una trattoria in Eritrea, che aveva
osato avere relazioni sessuali con un indigeno diciannovenne.
Per sorprenderlo sul fatto i carabinieri e la polizia indigena organizzarono un
vero e proprio assedio alla sua abitazione. Ecco il variopinto verbale di uno
degli assedianti:
"Una sera del dicembre 1937, mentre rivestivo il grado di zaptié, fui
comandato verso le 21, assieme al carabiniere C. Ignazio, di appiattamento
all'abitazione di un nazionale di nome Otello, per verificare se col
connazionale medesimo andava a passare la notte un ragazzo indigeno, certo
Abràhà C.
La stanza da letto del nazionale aveva due porte. A guardia di una si mise il
carabiniere e a guardia dell'altra mi misi io.
(…)
Verso le quattro o quattro e mezzo il comandante la stazione si diresse alla
porta alla quale vigilava il carabiniere e bussò ripetutamente.
L'Otello domandò spaventato che cosa c'era e quando gli fu risposto
"Carabiniere" disse di attendere un momento che avrebbe acceso la candela. Egli
invece, al buio, venne ad aprire la porta chiusa a chiave, alla quale ero io di
sorveglianza, per fare uscire l'Abraha, che io fermai puntandogli la pistola. L'Abraha
aveva indosso solo una maglietta corta e mi disse che voleva uscire per orinare.
(…)
Sapevo da tempo che tra l'Otello e l'Abraha correvano rapporti di pederastia e
ciò era notorio sia ai nazionali che agli eritrei. L'Abraha vestiva bene e non
faceva niente. Quando si allontanava da Adi Quala, l'Otello andava a cercarlo, e
mi risulta che una volta andò fino ad Adi Caiek per farlo ritornare in sua
compagnia.
A quei tempi, poi, la popolazione eritrea cantava canzoni di scherno
all'indirizzo dei due immorali. Uno diceva così: Chilè sciucòr uodì fitaurari
mehacor, che in italiano vuol dire: "un chilo di zucchero, figlio di fitaurari
vende il culo".
Un'altra era la seguente: Abrahà, Abrahà, Otello suacalò, che vuol dire: "Abrahà,
Abrahà, Otello ti chiama".
(…)
Anche il padre dell'Abraha venne a conoscenza dei rapporti immorali che il
figlio aveva col connazionale Otello, e quando venne in Adi Quala diceva che
voleva ammazzare il figlio. Poi se lo portò con sé nel Tembien".
Otello A. fu condannato a “soli” due anni di confino, in considerazione dei suo
passato di buon fascista. .
Signorini, non guardate i marinai
Una canzoncina d'anteguerra invitava le signorine a non guardare gli uomini in
divisa perché sono belli ma ingannatori. Peccato che non mettesse in guardia
contro i rischi connessi al frequentare i bersaglieri in epoca di mobilitazione.
Il povero Luigi B. avrebbe potuto evitare un brutto quarto d'ora e tre anni di
confino...
Nei
giorni di mobilitazione italiana contro la Francia, il 5 maggio 1939, gli agenti
di // [p. 14] P. S. di Trastevere ricevettero strane
"notizie confidenziali nei confronti di un individuo sconosciuto il quale si
aggirava nei pressi della caserma del 2^ Regg. Bersaglieri. Egli chiedeva loro,
mediante offerte di dare da bere del vino, offrendo da mangiare e
conseguentemente offrendo [indirettamente] somme di denaro a militari del 2^
Regg. Bersaglieri, notizie.
A seguito di ciò ed avutone i connotati abbiamo eseguito un accuratissimo
servizio di appostamento, specie nelle ore adibite alla libera uscita dei
sopraccennati militari nei giorni 6 e 7 corrente, e verso le ore 18 del 7 detto,
abbiamo notato l'individuo rispondente ai connotati fornitici, il quale si
avvicinava ad un bersagliere che poco prima era uscito dalla caserma e che
sostava nei pressi dell'osteria, al quale chiedeva di dove era, come si trovava,
se era contento di essere stato richiamato ed a conclusione se gli piaceva da
bere del vino essendo disposto ad offrirglielo gratuitamente.
Ascoltate le offerte dello sconosciuto ed avendo la certezza che trattavasi
effettivamente dell'individuo da noi ricercato, lo abbiamo arrestato".
Immediatamente consegnato al controspionaggio come sospetto informatore dei
francesi, dopo tre mesi (di "stringenti" interrogatori, immaginiamo noi), Luigi
B. venne rispedito al mittente, accompagnato da una stizzosa nota:
"Da accertamenti compiuti da questo Centro è da escludere che Luigi B. si occupi
di attività informativa militare.
Malgrado le reticenze dei militari è stato possibile stabilire dai ripetuti
interrogatori cui è stato sottoposto il B., che questi è un pederasta inveterato
che ricerca la compagnia e i contatti di militari allo scopo di soddisfare il
suo turpe vizio.
(…)
Questo Centro non ha perciò più interesse a trattenere il B. Lo si passa a
codesta R. Questura per i provvedimenti di competenza".
Le due Italie sul doppio binario
L'immagine che viene emergendo dai documenti è quella di un'Italia "diversa" che
procede su un doppio binario. Se da un lato troviamo, nelle grandi città, una
sottocultura strutturata con i "suoi" luoghi canonici di incontro (bar, sale da
ballo, gabinetti pubblici, parchi) dall'altro emerge la gran massa degli
omosessuali che vive in piccoli centri (non dimentichiamo che l'urbanizzazione
di massa in Italia risale al dopoguerra) e che si arrangia seguendo altri schemi
culturali e di comportamento.
È quella "omosessualità rurale" che tanto rimpiangeva Pasolini, e che è andata
spegnendosi negli ultimi anni sotto i colpi della "rivoluzione sessuale".
Ci troviamo infatti di fronte a una società che valuta l'atto sessuale come
"prestazione" e prodezza (di cui ci si può vantare) ma che preclude ai giovani,
fino ad un'età piuttosto avanzata, l'accesso ufficiale alla sessualità. In tale
situazione gli adolescenti, pur di sfogarsi in un modo qualsiasi, si dimostrano
sorprendentemente disponibili ad avventure omosessuali.
Non illudiamoci, però: non si tratta di una cosciente rivalutazione dei lato
omosessuale esistente in ogni individuo, ma semplicemente di un surrogato, di un
"meglio questo che nulla". Basti dire che un adolescente che aveva accettato di
avere rapporti con un omosessuale, era stato da lui redarguito perché persisteva
nei suoi accoppiamenti con... una somara.
"La natura ha paura del vuoto", aveva sentenziato un secolo prima il poeta
dialettale siciliano Giuseppe Marco Calvino (1785-1833), e aveva concluso: "pirtusu?
ergo lu tappu!" (c'è un buco? dunque lo tappo!).
Un'impressionante documentazione su questa "omosessualità di compensazione"
esistente in ambiente contadino - un mondo che tradizionalmente lascia solo
poche tracce di sé e del suo modo di pensare - la troviamo nel processo contro
lo scatenatissimo parroco di un paesello rurale del Lazio.
L'omosessualità rurale
Don Amedeo A. aveva per anni approfittato della sua posizione per attirare a
casa numerosi ragazzi, quasi tutti figli di contadini, agendo con tale
sfrontatezza da suscitare uno scandalo enorme, conclusosi fatalmente con il suo
invio al confino.
Ecco la testimonianza di uno dei "sedotti", di diciassette anni, che ci mette al
corrente delle maniere spicce di don Amedeo.
Un giorno che era andato a casa del parroco per una commissione, racconta il
ragazzo,
"suonai il campanello. Mi venne ad aprire il don A., il quale fattomi entrare mi
disse: 'Oh carissimo Germano: che nuova'.
Spiegai il motivo della mia visiti ed egli senza proseguire la giustificazione,
mi cinse la vita con un braccio e con forza mi trascinò in una sala interna
della casa.
Quivi, fattomi sedere su di una panca, incominciò a toccarmi le mammelle, a
baciarmi, a darmi dei piccoli morsi ai lobi delle orecchie, al mento, sotto la
gola; contemporaneamente con una mano mi sbottonò i pantaloni.
lo non feci resistenza a tali atti e dopo un'ora circa, mi congedò dicendomi di
ritornare l'indomani mattina.
Il giorno successivo, verso le ore 10, mi recai a casa del parroco.
Appena giunto, il don A. ripeté gli stessi atti della sera precedente, e dopo
circa cinque minuti, mi accompagnò in camera, nella quale si trovava una branda
spiegata con materasso e lenzuola.
Quivi ci sdraiammo sul materasso e per circa tre ore il don A. mi baciò, mi
strinse a sé e mi palpeggiò.
Alla fine mi disse se volevo divertirmi, e poiché chiesi in che modo, egli mi
rispose: 'Ciuccio [somaro] ancora non comprendi'.
Siccome feci finta di non capire, me ne andai".
Tornato due giorni dopo, Germano fu sollevato di peso e gettato su un letto:
"Senza accendere la luce, don A. mi spogliò, poscia si tolse i suoi
indumenti. Tutti due completamente nudi, ci mettemmo a letto e il don A.
incominciò a farmi gli atti di cui sopra.
In seguito, mentre io ero di steso in modo supino sul letto col membro in
erezione egli si infilò nell'ano la mia asta virile".
Stessa forma di approccio per un altro ragazzo di sedici anni:
"senza dirmi parola, don A. mi abbracciò e mi baciò, mi prese con le mani il
membro virile e visto che io non facevo resistenza, mi accompagnò nella sua
camera da letto.
Ivi ci spogliammo entrambi e ci coricammo.
Nel letto il prete mi baciava, mi stringeva con effusione, mi leccava in tutte
le parti del corpo, mi dava dei piccoli morsi ai lobi delle orecchie e si
strofinava a sé il mio membro. Dopo circa tre ore io fui masturbato per due
volte con la bocca del prete".
Eccetera, eccetera (era un raffinato, il nostro don Amedeo).
Purtroppo uno dei ragazzi si escoriò leggermente il membro per gli strapazzi
subiti, non lo curò e per la scarsa igiene locale vide svilupparsi
un'infezione.
Recatosi all'ospedale, quando gli fu chiesto come si fosse procurato
l'infiammazione, rispose arrossendo: "Me lo sono fatto andando // [p. 15] con
il prete". Come se il raccontarlo fosse la cosa più ovvia dei mondo. Tant'è che
il medico, testimoniando, dice di essersi fatto ripetere la risposta perché
credeva di non aver capito bene.
Alcuni elementi emergono con prepotenza da queste testimonianze.
Primo, i ragazzi per loro stessa ammissione non opponevano resistenza.
Secondo, tornavano dal prete di loro spontanea volontà.
Terzo, molti di loro parlando degli atti sessuali compiuti con il don A. li
definiscono semplicemente "divertimenti" ("si ripeterono i divertimenti ed alla
fine io misi l'asta virile nell'ano dei prete", dichiara laconicamente uno di
loro).
Quarto, i ragazzi non tacevano affatto le loro avventure, ma spesso se le
raccontavano a vicenda.
Proprio da quest'ultima circostanza fu causata la rovina di don A., che per far
cessare le voci che giravano sul suo conto, querelò e fece condannare per
diffamazione due ragazzi, attirandosi l'odio di tutto il paese che ben sapeva
che quanto i due avevano detto corrispondeva al vero.
Per avere un'idea del punto di vista della "semplice gente contadina" la cui
tolleranza il buon Pasolini portava alle stelle, ecco la testimonianza della
madre di Germano, una contadina:
"Avendo saputo certe dicerie, in base al don A., tanto io che mio marito
proibimmo a mio figlio di frequentare il prete. Ma lui seguitò sempre, anzi
peggio di prima.
Trascorse un'epoca, mio figlio (vergognandosi lui) mi fece dire dall'infermiere
che era caduto malato al membro. In casa succedettero scene, tra padre e figlio,
credendolo malato di donne.
Non trascorse che una settimana, che nel mio vicinato corse voce che mio figlio,
in base alla pratica dei parroco, era caduto malato di riscaldo al membro.
Chiamatolo in disparte dei fratelli mi feci dire da lui se era vero ciò che si
diceva; mi confermò ed anzi mi mise a conoscenza di cose: in vita mia mai
sentite".
Si trattava, per dirla con le parole di un'altra madre, anch'essa contadina, di
"fatti e relazioni contaminose, che fanno schifo solamente a parlarne, di mio
figlio ed altri coi prete suddetto".
L'omosessualità mediterranea
È in questo contesto, in questa realtà che ha le sue radici quella che è stata
definita l'"omosessualità mediterranea". Abbiamo già avuto modo di parlarne, in
passato, come di un particolare modo di vivere ed interpretare il comportamento
omosessuale, diffuso sulle due sponde dei Mediterraneo.
Con i casi di confinati catanesi, e le sfottenti relazioni del questore Molina,
ci troviamo di fronte ad una vera miniera di dati e documenti relativi a questa
"cultura altra" dell'omosessualità.
Già nel linguaggio usato da Molina si nota che qualcosa non funziona: la
mentalità che sta alla base della sua azione non è quella che motiva, ad
esempio, i suoi colleghi di Firenze o Milano.
Nella relazione che ho pubblicato nella prima parte di questo studio, Molina
parla de "il pederasta ed il suo ammiratore".
L'ammiratore dei pederasta? E chi è costui?
Scorrendo le altre relazioni si comincia a capire: i criteri di catalogazione di
Molina non hanno nulla a che vedere con quelli degli psichiatri e specialisti
vari dell'omosessualità, e nemmeno con quelli che usiamo noi oggi.
Secondo Molina Antonio F., ad esempio, "confessa il suo vizio e lo pratica
con grave scandalo e pericolo per i giovani dell'altro sesso".
L'altro sesso?
Le donne, dunque?
No, la lingua italiana è esplicita: "i giovani" si riferisce a persone di sesso
maschile.
Dunque è appurato che i "pederasti" sono un "sesso a parte".
Ma "a parte" rispetto a chi?
Rispetto ai "maschi", come apprendiamo spigolando qua e là: di una delle sue
vittime Molina dice: "si è abbandonato al suo vizio, sottoponendosi ai voleri
del maschio"; di un altro dice che "si è adattato a farla da femmina",
di un altro ancora afferma che "da principio resistette ai voleri dei maschi
ma poi si dedicò senza ritegno alla
pederastia".
A conferma di tale bizzarra mentalità, Molina bolla come "pederasti passivi"
tutti i quarantasei omosessuali che manda al confino: "pederasta" ed "attivo",
nella sua ottica, sono termini antitetici.
Nessuno viene infatti da lui inviato al confino per "pederastia attiva". Di un
confinato Molina dice addirittura che "ha tradito il suo sesso".
Vediamo di riordinare i frammenti.
Per Molina il mondo si divide in maschi, che hanno giustificate e lecite brame
di "tappare i buchi" (e che non sono punibili per questa "naturale" brama),
femmine, e infine pederasti, che altro non sono che uomini che "tradendo il loro
sesso" "la fanno da femmine" e "subiscono i voleri del maschio" anziché imporre
i propri.
La discriminante, nella sua mentalità, non corre fra atti sessuali con individui
dello stesso sesso ed atti con persone di sesso diverso (come accade nel Nord
Italia), ma fra individui che nell'atto sessuale assumono il ruolo attivo e
quelli che assumono il ruolo passivo.
La "trasgressione" consiste nel mutare il proprio ruolo, non nel mutare il sesso
dei partner.
Tuttavia Molina si trova di fronte a disposizioni legislative che non sono
perfettamente sovrapponibili alla sua mentalità, e anche ad una sottocultura
omosessuale che non può essere interamente interpretata secondo tale schema di
attivo/passivo (nonostante che l'omosessuale mediterraneo accetti come
"naturale" l'idea di assumere il ruolo passivo quando ha a che fare con un
"maschio"). È così costretto a forzare la realtà in modo da fare combaciare la
sua mentalità e quella di chi ha stilato le leggi. Da qui nasce l'assioma
secondo cui solo i passivi sono necessariamente pederasti, e che quindi tutti i
pederasti devono essere per forza di cose passivi.
La prova di virilità
Tale catalogazione suscitò l'ira di più di un "pederasta" che non era disposto a
riconoscersi in quell'etichetta. Eppure, fatto sorprendente per noi, le proteste
di questi omosessuali si muovono esattamente sullo stesso binario ed utilizzando
gli stessi assiomi che aveva usato Molina, dimostrando così che il nostro
ineffabile s'era veramente fatto interprete d'una mentalità diffusa:
Francesco I. scrive stizzito che, essendo sposato e padre di un figlio "ho dato
prova certa d'essere uomo e proficuo attivo, e non passivo come la commissione
ebbe a dire". Si noti bene, non nega di essere omosessuale, concetto a lui
estraneo, ma di essere "passivo".
Giuseppe S. nega di avere mai avuto rapporti con uomini, affermando: "sono
uomo al cento per cento, capace di darne prova se necessario". // [p. 16]
Anche Salvatore S., sposato con tre figli (analfabeta, di professione capraio)
si lancia in un sillogismo in cui afferma che avendo tre figli è attivo e non
passivo, ma non essendo passivo non può essere un pederasta.
Infine Vittorio S., di vent'anni, dichiara che appena possibile si sposerà per
"dare la prova di essere un vero uomo".
Le parole "dare la prova" ritornano con insistenza. È vero che il
"maschio" non ha nulla a che vedere con il pederasta, ma la qualifica di
"maschio" va conquistata, va "provata". In questo senso l'atto sessuale diventa
prestazione, ed è questo il motivo per cui ce ne si può vantare: perché è prova
dell'appartenenza ad una categoria piuttosto che all'altra.
Un'anomalia disturba però il modello costruito da Molina a partire dalla cultura
dell'omosessualità mediterranea.
Com'è noto essa concede ai ragazzi un certo periodo di sperimentazione
omoerotica.
Molina, che voleva dimostrare come nulla in comune potessero avere i veri maschi
(come lui) con i pederasti, rifiutava di riconoscere questo aspetto della
cultura erotica mediterranea.
Chi apre i fascicoli dei confinati siciliani si trova così di fronte ad un
elemento sconcertante: praticamente tutti i confinati catanesi confessano di
essere stati stuprati verso i quattordici-quindici anni.
Fortunatamente la protesta di uno di loro apre uno spiraglio per capire la
realtà dei fatti: non ha mai parlato - egli dichiara - di "stupro", come appare
nel verbale (e tanto meno di stupro anale) ma solo di atti (se vogliamo un po'
sconvenienti) compiuti fra coetanei a quattordici anni. Ciò che sulla sua bocca
era un'azione consensuale e reciproca, nella mente contorta di Molina era
diventata ipso facto uno stupro, e in tal modo era stata declassata e
delegittimata.
In questo ambito culturale come spiegano a se stessi gli omosessuali i loro
desideri e la loro condizione? Essi parlano di “sentire” l'uomo: dicono infatti
"sento l'uomo", "sento la donna".
È un "qualcosa" che viene da "dentro", ma esprime solo una direzione (una
"tendenza", diremmo noi), non un ruolo.
Il ruolo, quello, è appreso, è culturalmente dato.
Così anche un passivo, teoricamente, potrebbe "sentire la donna" (anche se molti
dicono di fuggirla), mentre logicamente anche un "maschio" può "sentire
l'uomo"...
Il professore Ottone Rosai (1895-1957), pittore
Non tutte le vittime dell'occhiuta sorveglianza fascista erano anonimi preti di
campagna o poveri contadini. Qualcuno aveva un nome di spicco (e naturalmente
proprio grazie ad esso fu trattato con particolare riguardo).
Si sapeva ad esempio già da tempo (ne aveva parlato a più riprese Piero Santi,
fra l'altro nel suo Ritratto di Rosai) che il pittore Ottone Rosai aveva avuto
grane con la polizia fascista a causa dei suoi amori "eterodossi".
La confessione d'un omosessuale fiorentino permette di avere la conferma dei
racconto di Santi.
Leggiamo in un verbale:
"Sulla base delle dichiarazioni dell'U. è risultato che il nominato M.
Alberto ed il pittore Rosai Ottone sono anch'essi pederasti.
Alle contestazioni che sono state loro mosse si sono mantenuti reticenti, ma i
particolari emersi non possono lasciare dubbi di sorta: l'U. ha precisato al
riguardo che il M. ha avuto più volte rapporti contro natura con lui e con il
nominato S. nella stessa sua abitazione nonché altrove, e che il pittore Rosai
dopo averlo visto appena una volta alle Cascine, aveva voluto assumerlo come
modello, e da allora durante cinque o sei mesi fino a poco tempo fa, si era
mantenuto con lui in continua intimità abnorme".
Rosai ebbe una punizione decisamente mite: la diffida, che era il passo
precedente l'ammonizione, e non comportava alcuna restrizione della libertà
personale.
Comunque, tre anni dopo la denuncia, che è del 1938, una nota della polizia
politica allude ancora subdolamente ai fastidi subiti dal pittore, anche se non
osa parlare chiaro perché questi è divenuto ormai un "pezzo grosso".
"Superato il periodo durante il quale la sua condotta e le sue azioni erano
state discusse, presentemente non dà luogo a rilievi", dichiara la polizia
politica, che però accenna al "passato non perfettamente limpido, sia nei
riguardi morali che politici".
Né può mancare un'allusione cattiva, laddove si osserva che "grazie alle
intime relazioni di amicizia con qualche personalità del luogo", Rosai "è
riuscito ad ottenere la superiore valorizzazione con la speciale nomina a
Professore".
Il ministero comunque, per prudenza, dispone che sia "discretamente
sorvegliato".
I raccomandati di ferro
Eppure, per un personaggio trattato coi guanti bianchi, quanti furono spediti al
confino senza alcuna esitazione! Gli omosessuali ricchi, colti, famosi, in
vista, hanno sempre trovato il modo di far pendere la bilancia della giustizia
dalla loro parte. Indubbiamente questa è una delle principali ragioni per cui
anche oggi i gay che dispongono di maggior potere ed influenza sono in realtà
quelli che meno fanno per la "causa gay". Per loro la "questione omosessuale"
non esiste: hanno già le spalle coperte, a che pro esporsi?
La vita al confino era difficile. Il regolamento delle Tremiti imponeva di
"darsi a stabile lavoro", ma che lavoro si trovava nelle boscose isole che
contavano "ben" quattrocento abitanti in tutto? Nel 1940 lo Stato passava
quattro lire al giorno ad ogni confinato, ma un chilo di fagioli costava cinque
lire, ed un chilo di pane costava due lire e quaranta centesimi. Il sogno di
tutti i confinati era perciò il trasferimento in un Comune di terraferma, dove
esistesse qualche opportunità di lavoro. Quasi nessuno ci riuscì.
Ce la fece però Vittorio B., possidente romano. Il suo avvocato si presentò
infatti al ministero con un biglietto firmato dal direttore del quotidiano
filofascista "Il popolo di Roma", che lo definiva "un vecchio amico e
collaboratore" e si raccomandava di "ascoltarlo con benevolenza". Il
trasferimento venne, in quindici giorni.
Quando un confinato scrisse lamentandosi dei trattamento di favore riservato al
raccomandato, al ministero si reagì soltanto verificando che ci aveva fatto la
raccomandazione avesse diritto di farla. Dopo di che, il ricco Vittorio B.
rimase in terraferma, ed i poveri diavoli rimasero alle Tremiti.
Quel che è giusto, è giusto!
Le reazioni delle famiglie
La famiglia era per il confinato un legame importantissimo con il mondo "di
fuori".
C'è da dire che di rado il confinato omosessuale veniva abbandonato dai suoi.
Antichi codici di solidarietà familiare (càpiti quel che càpiti) imponevano ai
congiunti più stretti di sostenere il figlio/fratello/marito in disgrazia. Se ci
furono ripudi si trattò di cugini, cognati, o parenti acquisiti.
Non è però sempre facile valutare quale fosse in realtà l'opinione dei
familiari, per due ragioni.
La prima è che il figlio omosessuale era spesso l'unico che non sposava, e per
questo motivo era anche l'unico che, non avendo moglie e figli carico, poteva
mantenere i vecchi genitori. Quale che fosse la loro opinione sul "perdistiria"
o "uomosessualità" dei figli il suo ritorno era per loro una condizione
essenziale di sopravvivenza economica, quindi era desiderato in tutti i modi.
Senza contare che si può presumere che la lunga convivenza avesse portato molti
di loro a rassegnarsi al "vizio" dei pargoletto.
In secondo luogo nelle suppliche di grazia che sono conservate nei fascicoli,
spesso non sono i genitori stessi a scrivere, ma avvocati o comunque persone a
cui l'anziano analfabeta si era rivolto. Il pensiero del parente è quindi
filtrato attraverso quello dei legali, ed oltre tutto compresso in un modulo
standard che, nel tentativo di massimizzare l'effetto, era obbligato da un lato
a deprecare severamente certe immonde sozzure, e dall'altro a negare che il
figlio, povero giglio innocente, ci si fosse giammai abbandonato.
Fortunatamente alcuni genitori e fratelli decisero di scrivere di persona le
suppliche, o perché troppo poveri per pagare un avvocato, o perché ormai
sfiduciati sull'efficacia delle suppliche scritte da altri.
Le loro reazioni si possono così dividere:
Coloro che ammettevano la colpa del figlio, ma invocavano attenuanti. "Ha
peccato Paolo, sissignore. Il destino, I'infame destino. Ma ora ha promesso di
diventare il più buono e meno cattivo di tutti // [p.17] i giovani, perché
ancora non ha nemmeno 19 anni e può, e deve rimettersi", scrive un padre.
Alcuni promettono di sorvegliare maggiormente il figlio (fra i confinati
catanesi c'è un cospicuo contingente di giovanissimi, diciotto-diciannovenni).
Altri invocano il perdono: "Se per caso mio figlio risulta peccatore, prego de
perdonarlo, come Idio perdona a tuttu le suoi Crocifissori e pecatore, così
perdono per lui che dio cello sa bene ricompinzari", supplica una vecchia e
poverissima madre catanese.
Coloro
che al contrario sostenevano che il figlio/fratello era innocente, vittima di
calunnie e vendette. Qualcuno pare convinto di quel che dice: alcune mamme
arrivano al punto di inviare la foto del figlio al ministro, per mostrare che
con quella faccia il "povero figlio loro" non può che essere un bravo ragazzo
immune dalla colpa imputatagli.
Ah, il cuore di mamma cosa non può fare!
Coloro infine che (ma sono una minoranza) invocavano l'irresponsabilità del
figlio.
C'è un'implicita disapprovazione in tale linea di condotta: meglio il manicomio
che il soggiorno obbligato con la fama di finocchio. Così il padre di Giuseppe
C. afferma che il figlio avendo fatto la meningite da piccolo è una "figura di
cretino" ed "un perfetto scemo", e quindi irresponsabile dei suoi atti.
A volte i sintomi dell'infelicità della vita dell'omosessuale vengono spacciati
come cause (e non come conseguenza) della sua diversità.
La famiglia del già citato Dante A. dichiara che "Il figlio è un povero malato
di mente: è affetto da deficienza mentale: carattere chiuso, con timidezza
eccessiva, amante della solitudine tanto che non ha mai avuto veri e propri
amici". Altra prova della sua "deficienza": "il suo perenne stato di depressione
che lo fa sovente uscire in confusi propositi di suicidio".
Un simile assurdo atteggiamento nasce sempre da un binomio: una famiglia molto
povera e culturalmente sprovveduta ed un avvocato. Quest'ultimo non trova nulla
di male nel rinchiudere in manicomio il confinato, e la famiglia non riesce a
trovare obiezioni in proposito.
L'atteggiamento di fatalismo con cui spesso le famiglie accoglievano le
decisioni che venivano dall'alto è bene esemplificalo nell'unica lettera
personale conservata nei fascicoli che ho esaminato (era stata acclusa da un
confinato ad una supplica, ed assieme ad essa archiviata).
Fa persino un po' ridere il modo in cui la madre dà per scontata l'omosessualità
dei figlio, che invece si era sempre protestato assolutamente innocente
dell'accusa mossagli. Ad un certo punto della lettera leggiamo infatti:
"Se il Ministro non ti ha risposto ancora vuoi dire che non si può fare niente,
magari ha detto Don Attilio di fare qualche reclamo tu, dicendo di cambiare
isola.
Perché vuoi cambiare isola, non ci sono anche gli altri come te? Se tu stai in
questa isola vuoi dire che è questa adatta per voi altri".
Ah, il cuore di mamma!
Il destino dell'omosessuale
Prima di chiudere questa galoppata attraverso i documenti d'archivio, voglio
proporre ancora una testimonianza molto bella, l'unica in cui un omosessuale,
evitando il ritornello del "io con certa gentaglia mai ebbi a che fare in vita
mia", parli coralmente di "noi", descrivendo la condizione umana dei confinati
delle Tremiti.
Chi scrive è un ragazzo di vent'anni, garzone. Manco a farlo apposta, è uno di
quelli per cui l'avvocato di famiglia aveva puntato sulla strategia
dell'irresponsabilità morale perché "incapace di intendere e di volere":
“Già è passato un anno dal nostro arresto.
Chiunque può conoscere il nostro caso (come siamo stati presi dalle nostre
abitazioni, senza una ragione specifica, e di più, la maggior parte di noi senza
precedenti) non può frenare un senso d'indignazione.
Su questo punto desidero non essere prolisso, perché spero che anche codesto On.
le Ministero si accorgerà dell'ingiustizia usata, specialmente a molti di noi.
Ma non può saperne tutte le conseguenze: a chi è morto il padre, perché, essendo
un po' avanzato d'età, non ha potuto superare il dolore di vedersi strappato
all'improvviso e senza ragione dal suo amplesso un figlio che amava
immensamente. A chi è morta la sorella, perché troppo sensibile per poter
sopravvivere a simile onta, a chi il fratellino allattante - per lo spavento
subìto dalla puerpera - è stato colpito da un male incessante ecc. ecc.
Per le nostre povere mamme è stata come un'epidemia, quasi tutte sono ammalate
al cuore. [Ah, il cuore di mamma…].
Anche la povera mamma mia è tanto ammalata e non può più lavorare e sostenere la
famiglia perché il babbo è da tanto tempo invalido al lavoro. Avevo un altro
fratello più piccolo che poteva aiutarla; e proprio lui ora si trova sotto le
armi.
(...).
Dunque prego l'On. le Ministero che si degni dare alla mia poverissima famiglia
un piccolo sussidio, oppure voler mutare la mia pena in ammonizione per io poter
così lavorare e sostenere la famiglia.
Devotissimo.
S. Salvatore”.